Sugli effetti della garanzia per i vizi della cosa venduta
(Tribunale di Pistoia, Sezione Distaccata di Pescia, sentenza 16.4.2000)




Con tale pronuncia il Tribunale di Pistoia ha ribadito il principio secondo cui, in tema di risarcimento del danno per i vizi della cosa venduta, l'art. 1494 c.c.,1 comma, pone a carico del venditore una presunzione di colpa, salvo che lo stesso non provi di aver ignorato incolpevolmente l'esistenza degli stessi, anche se occulti.
Nel caso di specie, l'attore aveva acquistato una autovettura usata con garanzia per i vizi a carico di una concessionaria A. Srl (venditrice) limitata ai primi tre mesi dall'acquisto, mentre, per il periodo successivo, veniva stipulata apposita polizza assicurativa. Poco tempo dopo, l'autovettura in autostrada subiva un guasto che costringeva l'attore a sostituire il motore, presso una officina convenzionata, con altro motore usato. Il Tribunale di Pistoia, ha rilevato una assoluta carenza della prova liberatoria da parte della convenuta venditrice e ciò ha determinato l'imputabilità dell'inadempimento ed in astratto la sussistenza di un obbligo risarcitorio nei confronti dell'attore.
A tal proposito, la stessa sentenza affronta la problematica dell'entità del danno risarcibile subito dall'attore, che ritiene limitato al danno effettivamente subito, tanto ché accoglie solo parzialmente la domanda attrice onde evitare un indebito arricchimento.
(Dott.ssa Paola Citi)





REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI PISTOIA

SEZIONE DISTACCATA DI PESCIA

in persona del dott. Pierpaolo Grauso in funzione di giudice unico ha pronunciato la seguente

SENTENZA


nella causa civile iscritta al n. del Ruolo Generale per gli Affari Contenziosi dell'anno 1996, posta in deliberazione all'udienza del 19 novembre 1999, e vertente

TRA

P. D., elettivamente domiciliato in, presso lo studio dell' Avv., che lo rappresenta e difende in forza di delega a margine dell'atto di citazione (attore)

E


A. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in , presso lo studio dell' Avv., che la rappresenta e difende in forza di delega a margine della comparsa di costituzione e risposta (convenuta)

NONCHE'


M.B. S.p.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'Avv. , giusta procura generale alle liti autenticata per atto Notaro … del 12 marzo 1990, rep. n. , in via disgiunta con l'Avv. , presso il cui studio in elettivamente domicilia, in forza di procura a margine della comparsa di costituzione e risposta (terza chiamata in causa)

Conclusioni:

All'udienza del 19 novembre 1999, i procuratori delle parti precisavano le proprie conclusioni come da verbale.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO


Con atto di citazione notificato il 28 maggio 1996, D. P. esponeva che, in data 25 gennaio 1995, aveva acquistato un'autovettura , usata, presso la A. S.r.l., con garanzia per i vizi a carico del venditore limitata ai primi tre mesi dall'acquisto, mentre, per il periodo successivo, veniva stipulata apposita polizza assicurativa; che, il successivo 27 gennaio, durante un viaggio sull'autostrada del Sole, il predetto veicolo subiva un improvviso guasto, che costringeva il D.P. a recarsi presso l'officina "Antares" di Parma, convenzionata con la Mercedes Benz Italia; che la gravità dell'inconveniente rendeva necessaria la sostituzione del motore con altro motore usato, il tutto previa consultazione con la Mercedes Italia, la quale spontaneamente si accollava parte delle spese di riparazione, residuando a carico dell'attore il pagamento della somma di lire 11.218.911, corrisposta quanto a lire 7.875.911 a mezzo assegno bancario, e per il resto mediante rilascio all'"Antares" del motore sostituito; che, in seguito, di tale pagamento inutilmente il D.P. aveva richiesto alla A. S.r.l. di essere tenuto indenne.

Ciò premesso, in forza della garanzia apprestata dagli artt. 1490 e segg. cod. civ., conveniva in giudizio, dinanzi alla Pretura di Pistoia, sezione distaccata di Pescia, la A. S.r.l., per sentirla condannare al pagamento in proprio favore della somma di lire 11.218.911, a titolo di risarcimento danni.

Si costituiva la convenuta, eccependo preliminarmente la intervenuta prescrizione dell'azione, per il decorso del termine annuale di cui all'art. 1495 cod. civ..

Nel merito, contestava la fondatezza degli assunti avversari, ed in particolare rilevava come il D.P., a fronte di un intervento di riparazione per un importo di lire 23.733.702, avesse pagato la minor somma di lire 7.875.911, pari a circa il 33% del danno totale, pur avendo ottenuto la sostituzione del vecchio motore usato con un gruppo motore nuovo, e senza percorrenza, realizzando così un evidente vantaggio patrimoniale, tale da rendere ingiustificata la pretesa risarcitoria.

In ogni caso, la A. S.r.l.(convenuta) chiedeva di poter chiamare in causa la M.B. Italia S.p.A. ex art. 106 cod. proc. civ., deducendo la responsabilità aquiliana del fabbricante per i vizi occulti del prodotto, al fine esserne garantita nella denegata ipotesi di accoglimento della domanda principale.

Differita dal giudice l'udienza di prima comparizione, onde consentire la rituale chiamata del terzo, si costituiva la Mercedes Benz Italia S.p.A., contestando la propria legittimazione in causa, per la inapplicabilità, nella fattispecie, del principio di responsabilità richiamato dalla A.S.r.l. .

In particolare, la Mercedes Italia precisava di non essere produttrice, ma importatrice delle vetture Mercedes Benz, costruite in Germania dalla Daimler Benz di Stoccarda, e, nella propria qualità, di non avere avuto alcun rapporto con la A. S.r.l., venditrice plurimarche estranea alla rete di vendita Mercedes.

Quanto ai fatti, negava di aver contribuito alla riparazione della vettura del D. P.(attore) sul presupposto (implicito o esplicito) del riconoscimento di un vizio occulto dell'automobile, motivando il proprio intervento nella vicenda con l'applicazione della prassi commerciale cosiddetta di "correntezza", consistente nell'assecondare le aspettative della clientela, in termini di assistenza, derivanti dalla preferenza accordata ad un marchio automobilistico tra i più prestigiosi; confermava di aver autorizzato la officina "Antares" ad intervenire sull'auto del D. P. in regime di "correntezza", accollandosi parte delle spese, ma chiariva che il meccanismo era operante nei soli rapporti tra Mercedes Italia ed officina convenzionata, di talché non poteva ritenersi sussistente alcun rapporto contrattuale né con l'attore - nei cui confronti non vi sarebbe stato pertanto alcun obbligo di intervenire - né con la A. S.r.l.; ancora, evidenziava come l'accoglimento della domanda dell'attore avrebbe condotto ad un indebito arricchimento del medesimo, già indennizzato con l'installazione di un motore nuovo a prezzo assai ridotto.

In considerazione di quanto esposto, chiedeva in via preliminare dichiararsi la propria carenza di legittimazione passiva, e, nel merito, rigettarsi le domande del D.P. e dell'A. Sr.l..

L'istruttoria veniva espletata mediante l'acquisizione di documenti e l'assunzione di prova testimoniale ed, all'udienza del 19 novembre 1999, sulle conclusioni precisate dalle parti, la causa veniva trattenuta in decisione dal Tribunale in composizione monocratica (essendo nelle more entrato in vigore il noto D. Lgs. 51/98), con assegnazione dei termini di legge per il deposito delle comparse conclusionali e delle memorie di replica.

MOTIVI DELLA DECISIONE


La commistione di differenti profili, che involge tanto la definizione delle relazioni fra le parti, che l'individuazione degli elementi costitutivi della responsabilità contrattuale azionata dall'attore, rendono opportuno, anche per chiarezza espositiva, che la soluzione della controversia prenda le mosse innanzitutto dall'esame del rapporto tra venditore (A. S.r.l.) ed acquirente (D.P.), per poi analizzare se, ed in quale misura, su tale rapporto abbia inciso la variabile costituita dall'intervento nella vicenda del terzo chiamato in causa (Mercedes Benz Italia).

Ai sensi dell'art. 1494 co. 1 cod. civ., il venditore è tenuto verso il compratore al risarcimento del danno, se non prova di avere ignorato senza colpa i vizi della cosa; l'azione del compratore è soggetta ai termini ed alle condizioni di cui al successivo art. 1495, ed in particolare alla prescrizione annuale decorrente dalla data di consegna del bene.

A tale proposito, si rileva la infondatezza della eccezione di prescrizione sollevata dalla A. S.r.l., non potendosi dubitare che anche la prescrizione annuale del diritto del compratore al risarcimento dei danni sia assoggettata alle ordinarie cause di sospensione ed interruzione. Nella specie, ha senz'altro efficacia interruttiva la lettera raccomandata A.R., ricevuta il 10 giugno 1995, con cui il D.P.(attore), a mezzo del proprio legale, diffidava la A. S.r.l. a rifonderlo di quanto pagato per la riparazione dell'automobile: la descrizione dell'evento dannoso, l'esplicito e generale richiamo alla garanzia di legge a carico del venditore, che è comprensiva dell'autonoma azione di risarcimento danni, nonché il tenore delle espressioni utilizzate ("diffida al pagamento"), manifestano l'inequivocabile volontà del D.P. di far valere il proprio diritto, costituendo in mora il debitore (cfr. Cass. 19 gennaio 1995, n. 563).

Né si può ritenere che vi sia incompatibilità fra la richiesta di quanto versato per la riparazione dell'auto, e quella di risarcimento danni, atteso che, come meglio si vedrà in seguito, tipica componente del danno da vizi della cosa venduta è la spesa per le riparazioni.

Quanto alla responsabilità del venditore, l'art. 1494 cit., norma speciale rispetto a quella dall'art. 1218, secondo gli ordinari principi in materia di responsabilità contrattuale pone una presunzione di colpa a carico del venditore, la quale viene meno solo se lo stesso provi di avere ignorato incolpevolmente l'esistenza dei vizi, dovendosi aver riguardo alla diligenza impiegata nella verifica dei vizi stessi, con riguardo al tipo di attività esercitata, alla stregua del parametro di cui all'art. 1176 co. 2 cod. civ., e tenuto anche conto degli usi invalsi nello specifico settore commerciale (così Cass. 26 aprile 1991, n. 4564).

Ora, la difesa dell'A. S.r.l. sostiene, da una parte, che la Mercedes Italia avrebbe riconosciuto l'esistenza di un difetto occulto della vettura e, dall'altra, che comunque la documentazione in atti dimostrerebbe l'assenza di colpa della venditrice.

Invero, per il primo aspetto, la circostanza risulta del tutto sfornita di prova, ed anzi, il teste B. ha escluso che un qualche riconoscimento del vizio vi sia mai stato, e lo stesso attore qualifica il contributo della Mercedes come "spontaneo".

In ordine alla documentazione prodotta ex art. 210 cod. proc. civ., effettivamente si rileva una discrepanza fra quanto attestato nella "richiesta di autorizzazione per correntezza/garanzia" inviata dalla officina "Antares" alla Mercedes, da cui la manutenzione della vettura risulta regolare, e le dichiarazioni del teste sopra citato, il quale ha invece spiegato che il libretto di manutenzione rinvenuto a bordo dell'auto non era vistato ad ogni scadenza da officina autorizzata. Tuttavia, quale che siano stati i fatti, questo giudice non ritiene superata la presunzione di colpevolezza della venditrice: in assenza di qualsivoglia deduzione istruttoria circa le cause e la natura del guasto occorso all'auto del D.P., la regolarità della manutenzione - la quale, peraltro, non è stato allegato in cosa consista precisamente - non consente certo di escludere la prevedibilità del difetto, o la possibilità di individuarlo, attraverso una più approfondita revisione del mezzo che, trattandosi di vettura usata, deve considerarsi rientrante nei doveri di diligenza del venditore, ed in misura più ampia che se si fosse trattato di vettura nuova; laddove, invece, la manutenzione fosse stata addirittura irregolare, allora l'onere di controllo del venditore avrebbe avuto un'ampiezza ancora maggiore.

In definitiva, vi è assoluta carenza di prova sull'attività di verifica svolta sull'automobile venduta, e sulla idoneità della stessa ad individuare il vizio occorso nel caso specifico, di talché si delinea la imputabilità dell'inadempimento, ed, almeno in astratto, la sussistenza di un obbligo risarcitorio a carico dell'A. S.r.l. .

La ricostruzione della fattispecie illecita non sarebbe però completa, in mancanza della dimostrazione di un danno effettivo, da intendersi, per quanto qui interessa, nell'accezione di conseguenza economica negativa nella sfera patrimoniale del danneggiato.

Secondo il disposto dell'art. 1223 cod. civ., il danno risarcibile si compone dei due aspetti fondamentali del danno emergente, ovvero la perdita subita dal danneggiato, e del lucro cessante, ovvero il guadagno patrimoniale netto che viene meno al danneggiato. D'altro canto, il debitore è tenuto al risarcimento del solo danno che sia conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento, e l'obbligazione risarcitoria deve adeguarsi al danno realmente subito dal creditore, il quale deve ricevere né più né meno di quanto necessario a rimuovere gli effetti dell'illecito.

La richiesta dell'attore ha per oggetto esclusivamente il danno emergente, e cioè le spese sostenute per la sostituzione del motore, nella misura di lire 11.218.911, pari all'importo della fattura emessa nei suoi confronti dalla officina che eseguì il lavoro.

Le controparti, a tale riguardo, osservano che sull'auto del D.P. venne montato, in sostituzione di quello guasto, con percorrenza di circa 138.000 km, un motore "di rotazione" nuovo, senza percorrenza; il costo dell'operazione, per un importo complessivo di lire 23.000.000 circa, venne corrisposto soltanto per un terzo dall'attore, mentre fu la Mercedes - per esclusive ragioni di politica commerciale a tutela della propria immagine, che prescindono dal riconoscimento dei difetti - ad accollarsi, in regime di "correntezza", la parte residua di prezzo, rimettendola direttamente alla officina. Più precisamente, all'attore sarebbe stata fatta pagare la sola parte di prezzo corrispondente alla valutazione della percorrenza già effettuata dal vecchio motore, considerato che la vita media di un motore Mercedes si aggira intorno ai 500.000 km (cioè, gli sarebbe stata fatta pagare la porzione già "consumata" del vecchio motore).

Da ciò conseguirebbe, nel caso di accoglimento della domanda, un indebito arricchimento dell'attore, il quale non solo si troverebbe ad aver installato sulla propria auto un gruppo motore nuovo, pagandolo un terzo del suo valore, ma si vedrebbe anche risarcito in misura complessivamente superiore al danno realmente subito.

Corollario del principio sopra esposto, in forza del quale il risarcimento deve limitarsi al danno effettivo, che sia conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento, è la regola giurisprudenziale della compensazione del lucro col danno, secondo cui la determinazione del danno risarcibile deve tenere conto degli effetti vantaggiosi per il danneggiato che abbiano causa diretta nel fatto dannoso. Perché la regola trovi applicazione, è dunque necessario che il pregiudizio e l'incremento patrimoniale dipendano dal medesimo fatto illecito, che abbia in sé l'idoneità a produrre entrambi gli effetti, mentre essa non opera qualora il vantaggio sia un effetto indiretto e riflesso dell'adempimento dell'obbligazione risarcitoria da parte del debitore (cfr., ex pluribus, Cass. 14 maggio 1997, n. 4237; 29 novembre 1994, n. 10218; 14 marzo 1996, n. 2117).

Nel caso in questione, debbono tenersi presenti due circostanze, confermate in sede di prova testimoniale: la prima, che il guasto al motore fu di entità tale da renderne più economica la sostituzione che la riparazione; la seconda, che il motore installato in sostituzione di quello danneggiato, fatta eccezione per il "monoblocco", era nuovo e senza percorrenza.

Avendo il D. P. pagato solo un terzo del prezzo dovuto per la sostituzione, il danno, come detto, dovrebbe ritenersi completamente assorbito nel vantaggio patrimoniale derivante dall'aumento di valore della vettura, dotata di gruppo motore nuovo.

Ciò posto, deve innanzitutto rilevarsi come l'affermazione dell'incremento di valore della vettura sia del tutto apodittica, perlomeno quanto all'entità del preteso incremento, essendo dato di comune esperienza che il valore di mercato delle autovetture usate dipende, in gran parte, dall'anno di immatricolazione.

Ma, pur ammettendo che un incremento vi sia stato, è evidente come esso non costituisca una conseguenza direttamente riconducibile all'inadempimento dell'A. S.r.l. bensì dipenda, semmai, dalla condotta del terzo chiamato in causa.

In altri termini, se la Mercedes Benz Italia fosse intervenuta pagando per intero la sostituzione del motore, evidentemente sarebbero state eliminate tutte le conseguenze dannose dell'inadempimento del venditore, ed eventualmente il D.P. avrebbe anche beneficiato di un aumento di valore del proprio automezzo.

Poiché ciò non è stato, e l'attore ha dovuto far fronte ad un esborso, ecco che a seguito della condotta sicuramente inadempiente dell'A. S.r.l. si profila un danno, rispetto al quale la venditrice non può giovarsi dell'intervento Mercedes per sfuggire alla propria responsabilità, essendo chiaro che il dedotto aumento di valore della vettura trova causa non già nel fatto illecito (contrattuale), ma nel fatto di un terzo.

Né, per inciso, la convenuta ha mai contestato l'ammontare del danno sotto il profilo della eccessività della spesa sostenuta dall'attore, D.P.,. per la riparazione (circa la indispensabilità della sostituzione del motore, si è già detto).

Del resto, l'intervento della Mercedes non è affatto privo di conseguenze sulla fattispecie risarcitoria in questione, avendo in concreto determinato una sensibile riduzione del danno emergente subito dal D.P.. Infatti, secondo quello che afferma la stessa A. Sr.l. all'attore è stata fatta pagare la cifra corrispondente alla parte già "consumata" del vecchio motore, pari ad un terzo del suo prezzo; seguendo il medesimo ragionamento, ne deriva che, ove il D.P. avesse dovuto affrontare l'intera spesa, il danno da rottura del motore sarebbe stato da commisurare al valore che esso aveva al momento del guasto, e cioè - sulla base dello standard di durata media di un motore Mercedes, pari a circa 500.000 km di percorrenza - ai due terzi di percorrenza complessiva che ancora rimanevano da effettuare.

Non vi sono pertanto dubbi che, secondo le stesse prospettazioni della convenuta, il danno totale, pur non del tutto eliso, sia stato ridotto almeno della metà, in relazione all'intero prezzo (lire 23.000.000 circa) che il D.P. avrebbe dovuto pagare, non dovendosi invece tenere conto, per i motivi di cui sopra, degli ipotetici benefici derivati all'attore dall'operato della Mercedes.

Per quanto attiene alla misura del risarcimento, l'attore lamenta un danno complessivo in misura pari all'importo della fattura n. 489/95, emessa dall'officina "Antares" per le riparazioni effettuate, e cioè pari a lire 11.218.911, di cui lire 7.875.911 corrisposte a mezzo assegno bancario (del quale è copia in atti), e lire 3.343.000 mediante rilascio all'officina del motore guasto.

Il Tribunale ha già chiarito che il danno emergente consiste nella perdita economica derivante dall'inadempimento, nella sola misura in cui il patrimonio del danneggiato venga realmente pregiudicato. Pertanto, se il motore guasto conservava comunque, secondo ciò che lo stesso D.P. ha affermato, un proprio valore di mercato, è evidente che tale valore deve essere decurtato dal danno complessivo; ovvero, nell'accertamento del danno effettivo, non può essere conteggiato il valore residuo del relitto, che costituisce il limite del danno nell'an, prima ancora che nel quantum, non rilevando l'utilizzo che del relitto stesso sia stato fatto dal D.P. .

Conseguentemente, il danno subito dall'attore può essere quantificato in lire 7.875.911, oltre a rivalutazione ed interessi, questi ultimi da liquidarsi secondo le modalità che saranno in appresso indicate.

A questo punto, deve essere affrontato il problema dei rapporti tra l'A. S.r.l. e la M.B. Italia, chiamata in causa ex art. 106 cod. proc. civ. dalla venditrice convenuta, a titolo di responsabilità extracontrattuale del fabbricante per vizi occulti della cosa compravenduta.

Invero, quale che sia la qualificazione giuridica da attribuire alla domanda proposta dalla A. S.r.l. nei confronti della Mercedes Italia, essa non può trovare accoglimento.

Ed infatti, nella prospettiva della responsabilità aquiliana del produttore, non vi sono dubbi sul fatto che la Mercedes Benz Italia non sia il produttore del veicolo per cui è causa, essendo importatrice per l'Italia delle vetture prodotte in Germania da un distinto soggetto giuridico (la Daimler Benz di Stoccarda).

Nella diversa ottica, peraltro non prospettata dalla convenuta, della responsabilità contrattuale del venditore ai sensi dell'art. 1494 co. 2 cod. civ., è altrettanto certo che la A. S.r.l. non faccia parte della rete di vendita autorizzata Mercedes Italia, e che, in riferimento all'autoveicolo successivamente acquistato dal D.P., non sia intercorsa alcuna compravendita tra A. S.r.l. e Mercedes Italia.

Quindi, a prescindere dalla natura e dalla estensione della responsabilità invocata dalla A. S.r.l., i profili evidenziati conducono ad affermare la carenza di legittimazione passiva, nel presente giudizio, della terza chiamata in causa.

Né l'aver chiamato in causa un soggetto sfornito di legittimazione può essere giustificato sulla base delle affermazioni fatte dall'attore circa il riconoscimento di un vizio di fabbricazione del veicolo, considerato che, in citazione, il contributo prestato dalla Mercedes al D.P. viene anche esplicitamente definito spontaneo; ed, inoltre, che l'A. S.r.l., proprio per la sua qualità professionale, poteva ben essere in grado di rappresentarsi correttamente la situazione di fatto, e di sapere che la Mercedes Italia non è produttrice, ma solo importatrice, delle vetture recanti il marchio Mercedes, senza cadere nel preteso equivoco.

In forza di tutto quanto precede, in accoglimento della domanda dell'attore, la A. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, deve essere condannata a corrispondere in favore di D. P., a titolo di risarcimento danni, la complessiva somma di lire 7.875.911, oltre a rivalutazione; deve essere invece dichiarata la carenza di legittimazione passiva della terza chiamata in causa, con conseguente rigetto della domanda nei suoi confronti proposta dalla A. S.r.l.

L'attore ha altresì richiesto la liquidazione degli interessi, al tasso legale, sulle somme (rivalutate) dovute a titolo di risarcimento per i danni subiti: detta richiesta può essere soddisfatta, ma solo alla luce di quanto sancito dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la sentenza n. 1712 del 1995.

Innanzitutto, l'attribuzione degli interessi vale a compensare il conseguimento tardivo, rispetto al sorgere del credito, dell'equivalente pecuniario del bene perduto, soddisfacendo il mancato godimento delle utilità che il bene stesso avrebbe potuto dare, se fosse stato immediatamente rimpiazzato da una somma di denaro equivalente. Tale mancato godimento concreta un danno da lucro cessante, che deve comunque essere allegato e provato dall'attore, potendo tuttavia farsi ricorso anche a presunzioni semplici ed all'art. 1226 c.c., come richiamato dall'art 2056 c.c.: sotto questo ultimo profilo, si potrà eventualmente ricorrere, in via equitativa, al criterio degli interessi, non necessariamente determinati in misura corrispondente al tasso legale.

Quanto alla base da adottare per il calcolo degli interessi, questa non potrà essere costituita dalla somma dovuta a titolo di risarcimento per equivalente rivalutata al momento della liquidazione, giacché ciò determinerebbe un indebito arricchimento del danneggiato; piuttosto, gli interessi dovranno essere commisurati alla somma corrispondente al valore del bene al momento dell'illecito, rivalutata anno per anno, oppure calcolando indici medi di rivalutazione.

Adeguandosi all'orientamento della Suprema Corte, questo Giudice ritiene opportuno adottare, come base per il calcolo degli interessi, il valore medio dell'importo dovuto all'attore nel lasso di tempo intercorso dalla data del sinistro alla presente decisione, pari alla semisomma dell'importo dovuto al momento del fatto, e dello stesso importo rivalutato sulla base degli indici I.S.T.A.T..

Su detto importo si applica quindi presuntivamente, in mancanza della prova di un danno maggiore, un tasso d'interesse annuo determinato in via equitativa - tenuto conto delle variazioni del tasso legale - nella misura del 5%.

Sulle complessive somme liquidate in favore dell'attore decorrono, ex art. 1282 c.c., gli interessi legali dalla data della presente decisione fino al saldo.

Le spese di lite seguono la soccombenza della convenuta A. Srl, sia nei confronti dell'attore D. P., sia - non potendosi imputare alla condotta dell'attore la necessità della chiamata in causa - della Mercedes Benz Italia, e sono liquidate come in dispositivo; il parziale accoglimento della domanda principale giustifica, peraltro, la compensazione per un terzo delle spese nei rapporti tra D.P. ed A. Srl.

P.Q.M.


Il Tribunale di Pistoia, sezione distaccata di Pescia, definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da D.P.(attore) nei confronti della A. S.r.l. (convenuta), e sulla domanda proposta con chiamata di terzo dalla A. Srl nei confronti della Mercedes Benz Italia S.p.A., così provvede:

a) in parziale accoglimento della domanda proposta dall'attore, condanna la convenuta A. S.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, a corrispondere in favore di D.P., a titolo di risarcimento danni, la somma di lire 7.875.911, oltre a rivalutazione ed interessi nei limiti di cui in motivazione;

b) dichiara la carenza di legittimazione passiva, nel presente giudizio, della terza chiamata in causa Mercedes Benz Italia S.p.A., per l'effetto respingendo la domanda proposta nei suoi confronti dalla A. Srl.;

c) dichiara compensate per un terzo le spese di lite tra D. P. ed A. Srl, ponendo a carico della convenuta la parte residua, che liquida in complessive lire 4.408.230, di cui lire 628.230 per esborsi, lire 2.000.000 per competenze, e lire 1.780.000 per onorari, oltre al rimborso forfettario delle spese generali, ad I.V.A. e C.P.A. come per legge;

d) condanna infine la A. S.r.l.alla rifusione delle spese di lite in favore della M.B. Italia, liquidandole in complessive lire 6.416.600, di cui lire 816.600 per esborsi, lire 3.000.000 per diritti, e lire 2.600.000 per onorari, oltre al rimborso forfettario delle spese generali, ad I.V.A. e .C.P.A. come per legge.

Così deciso in Pistoia - Pescia il 16 aprile 2000

Il Giudice dott. Pierpaolo Grauso