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Centrale rischi e risarcibilità in re ipsa del danno alla reputazione e all’immagine
Articolo 14.11.2005 (Antonio Tanza)



Il servizio centralizzato dei rischi gestito dalla Banca d'Italia e la risarcibilità in re ipsa del danno alla reputazione ed all’immagine dell’utente segnalato.

di Antonio Tanza

Il Tribunale di Lecce – Sezione distaccata di Campi Salentina – G.U. Dott. Nocera, con la sentenza del n. 45/05 del 3 novembre 2005, si è, tra l’altro (trattasi di una sentenza completa ed esemplare per un ceto bancario sordo ed omertoso) pronunciato riconoscendo il diritto dei clienti di una banca (un imprenditore commerciale e sua moglie) ad essere risarcito per i danni all’immagine ed alla reputazione, danni esistenti in re ipsa, subiti a seguito di una (dolosamente) errata segnalazione alla Centrale dei rischi presso la Banca d’Italia. La tematica è diventata di grande attualità a causa delle migliaia di giudizi di accertamento e declaratoria delle varie nullità parziali (anatocismo, csm, valute, spese forfetarie, usura, ecc.) che, spesso, affliggono i contratti di apercredito con scoperto in conto corrente bancario. Infatti, il sistema creditizio, sempre arroccato sulla sua posizione di contraente forte e cementato da un’associazione di categoria che raccomanda di fatto il mantenimento dell’llecito cartello, è rimasto sordo alle consolidate bacchettate della Suprema Corte, decidendo di non restituire il maltolto ai clienti. La conseguenza è stata che l’utente ha dovuto intraprendere onerosi giudizi volti ad ottenere la riclassificazione e ricalcolo delle competenze bancarie che la banca, unica detentrice del conto nel rapporto bancario, ha nel corso dei decenni arbitrariamente addebitato sui conti correnti di corrispondenza (in tema di prescrizione decennale con il dies a quo a decorrerre dalla data di chiusura del rapporto si veda da ultimo questa sentenza e Cass. Civ. 14 maggio 2005 n. 10127). A seguito di detto comportamento si è, di fatto, generata una lunga serie di errate (quanto dolose: infatti la banca ben conosce, almeno dal 1999, l’indirizzo delle sentenze della S.C., ma ama nascondersi dietro sparute ed illogiche sentenze di giudici filobancari) segnalazioni alla Centrale dei Rischi presso la Banca d’Italia. Il sistema bancario, dunque, incorre, quasi sistematicamente nella falsa (è la definizione più calzante alla fattispecie concreta) segnalazione alla Centrale di importi assolutamente non dovuti. La banca, dunque, incorre, come nel caso esaminato dalla sentenza, in due gravi violazioni: a) segnalare alla Centrale dei rischi la posizione “a sofferenzaa fronte della piena e dimostrabile capacità del soggetto, cliente o terzo, di far fronte regolarmente al presunto debito con il suo patrimonio; b) segnalare alla Centrale dei rischi una posizione “a sofferenza con importi assolutamente non dovuti.

Tuttavia, prima di addentrarci nell’esame della decisione e per meglio comprenderne la portata appare utile un veloce inquadramento delle problematiche legate a questo istituto. La funzione della Centrale dei Rischi è quella di creare un sistema informativo che accentri le informazioni sugli affidamenti concessi da ciascun intermediario ai singoli clienti del sistema bancario, perseguendo l’obiettivo di controllare in modo puntuale la gestione del rischio del credito ed accrescere la stabilità del sistema creditizio e finanziario nel suo complesso, impedendo ai singoli intermediari nei fatti di procedere a nuove concessioni di credito a chi sia segnalato in archivio unico. Dunque la raccolta delle segnalazioni di crediti bancari in sofferenza e la conseguente comunicazione delle segnalazioni agli istituti bancari sono finalizzate a consentire a questi ultimi la valutazione della solvibilità dei richiedenti il credito e, in definitiva, alla difesa del complesso dei risparmiatori, tutelando pertanto un interesse pubblico. La segnalazione presso la Centrale dei Rischi sacrifica certamente il diritto dell’imprenditore all’immagine ed alla reputazione in favore della preminente realizzazione dell’interesse pubblico citato. E’ però evidente che tale sacrificio del diritto, a fronte dell’interesse pubblico, è giustificato soltanto dalla effettiva posizione di “sofferenza” del credito, in mancanza della quale, la segnalazione effettuata da un istituto bancario alla Centrale dei rischi è illegittima e lesiva del diritto dell’imprenditore all’immagine e alla reputazione (Trib. Savona, Procedimento cautelare n. 1139 del 03 aprile 2002, G.U. dott. Caneparo). L’appostazione di un credito a sofferenza e la conseguente segnalazione presso la Centrale dei Rischi può avvenire solamente in caso di “insolvenza”, ossia di “cronica” incapacità del soggetto di far fronte regolarmente alle proprie obbligazioni, ovvero in situazioni equiparabili (Trib. Brindisi, ord. del 26 settembre 2000). La lesione arrecata in mancanza dei menzionati presupposti costituisce una illegittima segnalazione ed è certamente di notevole gravità, perché consiste nell’esclusione del segnalato dal credito bancario o comunque nella difficoltà (rectius, impossibilità) di accedervi. Per tali ragioni l’istituto bancario, prima ed al fine di effettuare la segnalazione, deve procedere con più attenta diligenza all’istruttoria per l’accertamento della posizione o meno di sofferenza del credito, tanto più che procede a quella istruttoria unilateralmente, senza che vi partecipi, in qualche forma di contraddittorio, l’imprenditore interessato (Trib. Savona, Procedimento cautelare n. 1139 del 03 aprile 2002, G.U. dott. Caneparo). Ne consegue che la Banca, avendo l’obbligo di comportarsi secondo buona fede ex artt. 1715, 1374, 1375 c.c., non deve procedere a segnalazioni presso la Centrale dei Rischi in assenza dei presupposti, od in dubbio sui medesimi, né tantomeno, a segnalazioni abusive, e cioè intenzionalmente dirette a comunicare dati non veritieri riguardo ai propri clienti: ciò in considerazione dell’interesse del cliente a non subire segnalazioni che, oggettivamente, minano il suo futuro accesso al credito, azzerando addirittura quello pregresso, con conseguente danno patrimoniale, sotto il profilo della riduzione della possibilità di investimenti e del ridotto (rectius, annullato) accesso al credito (Trib. Brindisi, G.U. Lenoci, ord. del 26 settembre 2000). La riduzione o persino l’impossibilità di accedere al sistema bancario comporta indubbiamente la riduzione della possibilità di guadagni futuri, con il rischio di arrivare anche ad una lesione del diritto – costituzionalmente garantito all’art. 41 della Costituzione – di iniziativa economica privata, che, come è noto, si alimenta grazie al credito bancario, l’accesso al quale, a seguito di una segnalazione presso la Centrale dei Rischi, potrebbe essere irrimediabilmente precluso (Trib. Brindisi, G.U. Lenoci, ord. del 26 settembre 2000; Trib. Savona, sent. dell’11 giugno 2002). Difatti occorre in proposito precisare che le banche con certezza subiscono un condizionamento negativo (se non addirittura imposto) qualora dall’informativa dovesse emergere l’esistenza di una posizione segnalata “in sofferenza”; in tale atteggiamento si riflette infatti la generale riluttanza (legittima in astratto) degli operatori a concedere credito a soggetti la cui situazione patrimoniale, in certi ambienti economici, sia stata valutata come inaffidabile e precaria (Trib. Cagliari, ord. del 25 ottobre 2000). Pertanto, nella prospettiva degli operatori aderenti al sistema bancario, l’informazione erronea si rivela fuorviante, in quanto destinata a falsare i criteri di valutazione che vengono applicati in sede di esame delle domande di finanziamento ed affidamento.

La responsabilità della Banca segnalante in caso di comunicazione erronea alla Centrale dei Rischi sembra potersi ricondurre nell’ambito di una responsabilità da false informazioni, in ordine alla quale è pacificamente riconosciuto il diritto al risarcimento del danno (Cass. civ. sent. n. 7154/92; Cass. civ. sent. n. 94/84). Quanto sopra anche in ossequio alla Legge n. 675 del 1996, la quale all’art. 9 stabilisce appunto che “i dati personali devono essere trattati in modo lecito e secondo correttezza”, abrogata dall'articolo 183 del D.LGS. 30 giugno 2003, n. 196. Codice in materia di protezione dei dati personali e riproposta dallo stesso testo normativo. La responsabilità della Banca per i danni derivanti da una illegittima segnalazione poggia altresì sul rilievo che, dati i mezzi di cui dispone, ed in ragione della sua posizione di contraente “forte”, alla Banca compete un livello di diligenza piuttosto elevato nel valutare i presupposti della segnalazione. Non è infatti possibile prescindere dalla particolare attenzione prestata alla funzione pubblica esercitata dallo stesso istituto di credito e, in specie, dalla circostanza che la Centrale dei Rischi è stata costituita per il controllo dei rischi nelle operazioni di prestiti. Il Tribunale di Milano (ord. 19 febbraio 2001) ha ritenuto che l’ipotesi di una illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi profili una responsabilità da informazioni inesatte, la quale si configura sia come una responsabilità extracontrattuale da fatto illecito ex art. 2043 c.c., sia come una responsabilità contrattuale per violazione delle norme di comportamento esistenti tra banca ed utente. In particolare poi, per quanto concerne la diffusione di false informazioni, il Tribunale di Milano nell’indicato provvedimento ha così precisato: “In caso di violazione dell’obbligo di trattare i dati personali in modo lecito e secondo correttezza si configura la risarcibilità (anche) dei danni non patrimoniali subiti dal soggetto cui i dati trattati si riferivano”. D’altra parte la responsabilità degli istituti di credito per informazioni inesatte che abbiano portato ad una illegittima segnalazione in Centrale dei Rischi, è facilmente desumibile anche dal Foglio Informativo della Centrale dei Rischi medesima, laddove al paragrafo 5.4, stabilisce che “i dati registrati negli archivi della Centrale dei Rischi derivano dalla elaborazione automatica delle segnalazioni trasmesse dagli intermediari partecipanti al servizio, ai quali compete pertanto la responsabilità circa la esattezza delle stesse”. Il danno da informazione inesatta non si esplica soltanto nella mancata concessione di nuove linee di credito ma anche alla lesione della reputazione personale e commerciale, pregiudicata da un’erronea segnalazione che certamente costituisce causa di discredito del soggetto coinvolto, tanto più ove il discredito avvenga all’intero del sistema creditizio il quale fa fronte comune nella (di norma giustificata) difesa dagli insolventi o da chi è ritenuto tale anche da uno solo degli aderenti. Difatti “la segnalazione di una "sofferenza" non più esistente, conferendo pubblicità interbancaria ad un non reale protrarsi dell'insolvenza del debitore, è destinata ad assumere rilevanza peculiare in un'ottica commerciale ed imprenditoriale, risolvendosi in una complessa vicenda di indubitabile discredito patrimoniale, idonea a provocare un danno anche della reputazione imprenditoriale del segnalato. In tal caso è ipotizzabile una responsabilità dell'azienda di credito verso il cliente ingiustamente, e quindi antigiuridicamente, segnalato alla Centrale dei Rischi” (Trib. Bari, sez. I, G.U. dott. Cirillo, sent. del 22 dicembre 2000). Si determina in questo caso un danno che si ritiene in re ipsa e che legittima pertanto il diritto al risarcimento senza che incomba sul danneggiato l’onere di fornire la prova dell’esistenza del danno (Cass. civ., Sez. III, sent. n. 4881 del 19/01/2001; Cass. civ. sent. n. 1103 del 05/11/1998). Tale orientamento è stato seguito recentemente anche dal Tribunale di Milano, che sul punto si è così pronunciato, con l’ordinanza del 27 luglio 2004 sostenendo che “In caso di segnalazione a sofferenza alla Centrale dei Rischi, il danno per l’imprenditore segnalato consiste nella lesione della reputazione commerciale e ben può liquidarsi equitativamente ed indipendentemente dalla prova di un concreto nocumento agli interessi commerciali e patrimoniali del soggetto leso” e detta pronuncia, si pone in linea con la precedente dello stesso Tribunale di Milano secondo cui: “L’accertamento di una lesione della onorabilità della persona determina in re ipsa anche l’accertamento di un danno risarcibile, da liquidarsi equitativamente indipendentemente dalla prova di un concreto nocumento agli interessi commerciali e patrimoniali del soggetto leso” (Trib. Milano, ord. 19 febbraio 2001). Il Tribunale di Lecce – Sezione distaccata di Campi Salentino – motiva compitamente osservando che: “Quanto alla domanda risarcitoria per illegittima segnalazione alla Centrale Rischi presso Banca d'Italia spiegata dagli attori, questo giudice rileva che si sta facendo strada un nuovo orientamento giurisprudenziale secondo cui la segnalazione di una "sofferenza" non più esistente, conferendo pubblicità interbancaria ad un non reale protrarsi dell'insolvenza del debitore, è destinata ad assumere rilevanza peculiare in un'ottica commerciale ed imprenditoriale, risolvendosi in una complessa vicenda di indubitabile discredito patrimoniale, idonea a provocare un danno anche della reputazione imprenditoriale del segnalato. (Trib. Bari, sez. I, 22 dicembre 2000; Tribunale di Roma, 25 novembre 2004, n. 31484; Corte d'Appello di Milano, 4 novembre 2003; Tribunale di Milano, 17 marzo 2004). E se non vi è dubbio che un'illegittima segnalazione provoca un danno all'attività imprenditoriale che deve essere provato, è altresì indiscutibile che la lesione della reputazione personale esime il soggetto leso dall'onere di fornire in concreto la prova del danno in quanto questo viene considerato in re ipsa. Pertanto, la richiesta di risarcimento danni da illegittima segnalazione può trovare accoglimento solo e esclusivamente con riferimento al danno alla reputazione e all'immagine patito dagli attori in quanto lo stesso considerato in re ipsa, non potendo invece essere risarcito alcun altro danno non essendo stata fornita la prova dello stesso. Il danno risarcibile viene determinato in via equitativa in un importo pari a € 1.000,00.”

La presente sentenza accoglie, in buona sostanza, quando già sostenuto dalla Giurisprudenza in tema di protesto illegittimo.

Ricordiamo sommariamente le seguenti massime:

A fronte di un protesto illegittimo, grava sulla vittima la prova dell'avvenuta lesione della reputazione commerciale, nonché della reputazione personale: lesioni suscettibili di provocare, rispettivamente, una perdita patrimoniale - la cui sussistenza andrà dimostrata - e una riduzione di un valore della persona umana, costituente un danno "in re ipsa" risarcibile ai sensi dell'art. 2043 c.c. Cassazione civile, sez. III, 3 aprile 2001, n. 4881.

Nel caso in cui l'illegittimo protesto abbia leso diritti della persona, come quello alla reputazione, per il discredito subito, il danno è "in re ipsa" e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l'onere di fornire la prova della sua esistenza. Solo ove sia dedotta la lesione della reputazione commerciale, a causa dell'illegittimità del protesto, quest'ultima rappresenta un semplice indizio dell'esistenza del danno, da valutare nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce. Tribunale Crotone, 3 luglio 2000 - Mauro c. Amato e altro - Dir. e giur. 2000, 377 nota (ATTENA)

Il protesto cambiario, conferendo pubblicità all'insolvenza del debitore, non può essere considerato in un'ottica esclusivamente commerciale o imprenditoriale, perché costituisce causa di discredito sia personale che commerciale e, pertanto, se illegittimo e inoltre privo di un'efficace rettifica, è idoneo a provocare un danno patrimoniale, anche sotto il profilo della lesione dell'onore e della reputazione del debitore come persona, al di là dei propri interessi commerciali. Infatti, nel caso in cui l'illegittimo protesto abbia leso diritti della persona, come quelli alla reputazione, il danno è "in re ipsa" e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l'onere di fornire la prova dell'esistenza del danno. Solo ove sia dedotta la lesione alla reputazione commerciale - a causa dell'illegittimità del protesto - quest'ultima costituisce semplice indizio dell'esistenza del danno alla reputazione, da valutare nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce. Cassazione civile, sez. I, 5 novembre 1998, n. 11103 - D'Agostino c. Cassa risp. prov. lombarde e altro - Banca borsa tit. cred. 2000, II, 35

Il protesto cambiario, conferendo pubblicità all'insolvenza del debitore, costituisce causa di discredito sia personale, che commerciale e, pertanto, se illegittimo, è idoneo a provocare danno patrimoniale. Nel caso in cui l'illegittimo protesto abbia leso diritti della persona (come quelli alla reputazione o alla salute), il danno è in re ipsa e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l'onere di fornire la prova dell'esistenza del danno; nel caso in cui, invece, sia dedotta la lesione alla reputazione commerciale a causa dell'illegittimità del protesto, quest'ultima costituisce semplice indizio dell'esistenza del danno alla reputazione, da valutare nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce. (Nella specie, l'attore lamentava l'insorgenza di un esaurimento organico e nervoso, con conseguente perdita di clientela, causato dall'illegittimità del protesto). Cassazione civile, sez. I, 23 marzo 1996, n. 2576 - Cesari c. Banca pop. Etruria e Lazio - Giust. civ. Mass. 1996, 420 Danno e resp. 1996, 320 nota (CARBONE).

Continua, dunque, inesorabile l’impervio ma costante mutamento del diritto delle banche in diritto bancario.


Avv.Carlo Oliva

Lo Studio si occupa di contenzioso civile, giudiziale e stragiudiziale, con particolare esperienza nell'attività di recupero crediti, segnatamente nell'ambito delle procedure esecutive.


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