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L’exceptio di Interruzione della Prescrizione
Articolo 27.03.2006 (Cristina Ravera, Giuseppe Buffone)



L’exceptio di Interruzione della Prescrizione alla luce delle Sezioni Unite 27.7.2005 n. 15661

di Cristina Ravera

con la collaborazione di

Giuseppe Buffone

1. Introduzione. - 2. Mera difesa, exceptio in senso lato, exceptio in senso stretto. - 3. Exceptio di interruzione della prescrizione: orientamenti giurisprudenziali a confronto – 4. L’intervento delle Sezioni Unite: Cassazione Sezioni Unite Civili, sentenza 27.7.2005 n. 15661

1. Introduzione.

La problematica della natura dell’eccezione di interruzione della prescrizione è stata affrontata e definita, di recente, dalla Suprema Corte a Sezioni Unite con la decisione n. 15661/2005 [1].

In tale pronuncia la Suprema Corte, chiamata a risolvere un contrasto sorto in giurisprudenza, in seno alle stesse Sezioni Semplici, in merito alla qualificazione dell’eccezione de qua alla stregua di eccezione in senso stretto o, al contrario, di eccezione in senso lato ha affermato il principio secondo il quale l’eccezione di interruzione è riconducibile al novero delle eccezioni in senso lato e, come tale, può essere rilevata d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo, sulla base di prove ritualmente acquisite agli atti.

L’iter argomentativo seguito dai giudici di legittimità per pervenire a tale conclusione si snoda attraverso una puntuale indagine sulla distinzione e sul diverso regime delle eccezioni processuali.

Al fine di meglio illustrare la portata dell’intervento della Suprema Corte appare, pertanto, utile passare in rassegna la tipologia di tali eccezioni, come definita dalla giurisprudenza e dalla dottrina, le quali distinguono fra mera difesa, eccezione in senso lato ed eccezione in senso stretto, e dar conto, altresì, della diversa disciplina applicabile a ciascuna di tali eccezioni.

Una volta illustrato il sistema processuale delle eccezioni occorre, poi, valutare come esso operi con riferimento all’istituto della prescrizione, in generale e, in particolare, con riferimento alla tematica dell’interruzione e della sospensione. In questo contesto sarà di fondamentale importanza distinguere, seguendo lo schema proposto dalle Sezioni Unite, fra eccezione di prescrizione ed eccezione di interruzione della prescrizione.

Dalla trattazione emergerà, infatti, che mentre l’eccezione di prescrizione - strumento con il quale il convenuto paralizza l’azione giudiziale dell’attore volta a far valere il diritto - si presenta alla stregua di eccezione in senso stretto, giusta la previsione di cui all’art. 2938 cod. civ. [2], l’eccezione di interruzione della prescrizione - quale contro-eccezione a disposizione della parte attrice per paralizzare l’eccezione di prescrizione sollevata dalla parte convenuta- è di dubbia natura. Nel corso della trattazione si darà conto, a tal proposito, delle teorie e dei contrapposti orientamenti sorti in dottrina e in giurisprudenza fino all’intervento risolutore delle Sezioni Unite.

Da ultimo, un breve cenno sarà dedicato all’analisi dell’impatto della pronuncia della Suprema Corte sul rapporto fra potere di allegazione e potere di rilevazione.

2. Mera difesa, exceptio in senso lato ed exceptio in senso stretto.

La lettura della disposizione normativa di cui all’art. 112 cod. proc. civ. [3] consente di rilevare come il legislatore distingua tra exceptio in senso lato ed exceptio in senso stretto Trattasi, tuttavia, di una distinzione implicita e non altrimenti acclarata che ha posto, sin da data risalente, problemi, sul piano giuridico, di identificazione della portata dei concetti de quibus e di individuazione di univoci dati definitori. La dottrina qualifica, infatti, la previsione come norma in bianco, poiché essa, se da un lato rivela l’esistenza e la specialità delle eccezioni riservate alla parte, dall’altro lato non dice quali essi siano [4].

Prima di illustrare la natura delle eccezioni in senso lato e in senso stretto, si rende peraltro opportuno evidenziare, preliminarmente, la distinzione tra potere di allegazione e potere di rilevazione [5].

Il primo fa capo esclusivamente alle parti e consiste nella facoltà di introdurre nel giudizio, nei modi e nei limiti previsti dalla legge, il materiale probatorio e, in generale, i documenti che vanno a suffragare le tesi delle parti. Si distingue, in proposito, con una sensibile differenza tra il procedimento ordinario e quello del lavoro, fra oneri di allegazione, oneri di contestazione ed oneri di prova [6]: se da un lato, la parte ha la facoltà di allegare fatti e circostanze a sostegno delle sue pretese o delle sue difese, dall’altro lato l’allegazione e la prova dei fatti dedotti in giudizio, integrano gli estremi di un onere in senso tecnico, (2697 cod. civ.), il cui inadempimento comporta conseguenze processuali che possono sfociare nel rigetto della domanda o delle eccezioni sollevate.

Il potere di rilevazione consiste, invece, nel potere di desumere l’effetto modificativo, estintivo o impeditivo dal fatto dedotto in giudizio. Esso, diversamente dal potere di allegazione, di prerogativa esclusiva della parte, compete anche al giudice. In taluni casi l’organo giudicante può, infatti, prendere posizione su circostanze emergenti dal materiale allegato e disponibile nel procedimento, a prescindere da una puntuale eccezione della parte. Va, peraltro, rilevato che una tale ingerenza del giudice nei “fatti delle parti”, qualora essa non sia giustificata, comporta un error in procedendo, con conseguente violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. per difetto di ultrapetizione. Resta fermo, in ogni caso, il potere del giudice di surrogare la parte nella postulazione degli effetti giuridici dei fatti allegati, ma non anche di surrogarla nell'onere di allegazione, [7].

Sul punto, occorre segnalare come sia stato l’autorevole apporto delle Sezioni Unite a riorganizzare in modo coerente e sistematico la materia, nell’esercizio del potere di nomofilachia riconosciutole dalla stessa Carta Costituzionale [8].

Sulla scorta di tale autorevole intervento, successivamente avallato in modo costante dalla giurisprudenza e dalla dottrina, costituisce, oggi, ius receptum, il principio secondo il quale il potere di allegazione compete esclusivamente alla parte e va esercitato nei tempi e nei modi previsti dal rito in concreto applicabile, soggiacendo alle relative preclusioni e decadenze. Il potere di rilevazione spetta, invece, alla parte nei casi in cui la manifestazione della volontà è strutturalmente prevista quale elemento integrativo della fattispecie difensiva (come nel caso di eccezioni corrispondenti alla titolarità di un'azione costitutiva) ovvero quando singole disposizioni espressamente prevedano come indispensabile l'iniziativa di parte. Al di fuori di tali ipotesi, afferma la Corte, i fatti modificativi, impeditivi o estintivi risultanti dal materiale probatorio legittimamente acquisito, sono rilevabili d’ufficio dal giudice senza alcun superamento del divieto di scienza privata o delle preclusioni e decadenze previste dalla legge, sempre che la richiesta della parte in tal senso non sia strutturalmente necessaria o espressamente prevista e sempre che i fatti modificativi, impeditivi o estintivi risultino legittimamente acquisiti al processo e provati alla stregua della specifica disciplina processuale in concreto applicabile [9].

Alla luce di tale insegnamento della Suprema Corte, è oggi possibile distinguere tra mera difesa, exceptio in senso lato ed exceptio in senso stretto.

La mera difesa, espressamente contemplata dal legislatore all’art. 416, terzo comma cod. proc. civ. [10] e nota in dottrina anche come eccezione in senso improprio [11] è l’attività più elementare che il convenuto possa tenere nel giudizio, nell’esercizio dei poteri difesivi in astratto riconosciutigli dall’ordinamento giuridico e in attuazione del principio del contraddittorio. Essa consiste nella semplice contestazione della fondatezza in fatto o in diritto della pretesa avanzata dall’attore e nella conseguente proposizione di una domanda di mero accertamento volta ad ottenere il rigetto della domanda avversaria, senza introdurre nuove questioni nel giudizio.

In particolare, con la contestazione in fatto, il convenuto nega i fatti storici allegati dall’attore e tenta di provarne il contrario adducendo fatti diversi da quelli narrati dalla controparte ovvero contesta e riafferma i fatti negati dall’attore. In questa prospettiva, emerge, dunque, come la ratio della mera difesa sia, senza dubbio, quella di far acquisire al giudizio prove contrarie sui fatti affermati dall’attore e far accertare fatti diversi da quelli allegati dalla controparte attraverso mezzi istruttori idonei a convincere il giudice che, nella realtà, i fatti non si sono svolti nel modo narrato dall’attore.

Con la contestazione in diritto, il convenuto prospetta, invece, una soluzione della questione in diritto diversa da quella proposta dall’attore. In questo caso, la finalità della mera difesa è quella di convincere il giudice che l’esatta soluzione in diritto non è quella pretesa dall’attore e che, pertanto, le conseguenze giuridiche non sono quelle dedotte dalla controparte. Va da sé che la difesa in diritto è ben compatibile con la difesa in fatto della quale costituisce un immediato corollario.

Merita in proposito rilevare come giurisprudenza [12] e dottrina [13] siano concordi nel ritenere che con la mera difesa il convenuto si inserisce nel solco delle questioni introdotte in giudizio dall’attore e che il giudice deve esaminare anche d’ufficio, a prescindere da una loro espressa formulazione e contestazione ad opera del convenuto. In altre parole, la mera difesa attiene agli stessi argomenti che il giudice deve affrontare ed esaminare d’ufficio, anche nell’ipotesi in cui il convenuto sia rimasto contumace.

A ciò si deve aggiungere che la mera difesa, se da un lato non comporta un ampliamento oggettivo dei limiti entro i quali il giudice sarà tenuto a statuire a norma dell’art. 112 cod. proc. civ., dall’altro lato può realizzare un ampliamento della cognizione e del materiale probatorio da porre a fondamento della decisione, qualora il convenuto, in adempimento dell’onere di allegazione e di prova di cui all’art. 2697, secondo comma cod. civ. [13], abbia dedotto mezzi istruttori a prova contraria sul medesimo thema probandum dell’attore ovvero a prova diretta su un thema diverso.

L’exceptio in senso lato e l’exceptio in senso stretto, a differenza della mera difesa, comportano, invece, l’allegazione di fatti nuovi e diversi da quelli posti dall’attore a fondamento della propria pretesa ed hanno l’effetto di paralizzare, nel rito o nel merito, l’accoglimento della domanda avversaria. Si tratta, in particolare, di fatti che esplicano un effetto modificativo, estintivo o impeditivo del diritto fatto valere in giudizio dall’attore con il risultato di escludere che il fatto costitutivo del diritto avversario possa produrre gli effetti ai quali, di per sé, esso è pienamente idoneo [14].

Tali eccezioni comportano, senza dubbio, un ampliamento dell’oggetto del giudizio e della cognizione del giudice, giacchè per espressa previsione dell’art. 112 cod. proc. civ., il giudice è tenuto a statuire anche sui fatti posti a fondamento delle eccezioni sollevate dalle parti. Merita peraltro precisare, che le eccezioni de quibus non realizzano un ampliamento del petitum enunciato nella domanda giudiziale introduttiva del giudizio. In tal caso, infatti, il convenuto si limita a chiedere la reiezione della pretesa dell’attore, propone una domanda di rigetto fondata non già sulla negazione generica dei fatti costitutivi allegati dall’attore, bensì sull’allegazione di fatti nuovi e diversi e con effetti contrari a questi ultimi.

Illustrati i tratti comuni alle due figure di exceptio, si rende opportuno passare alla trattazione dei loro connotati caratteristici.

L’exceptio in senso lato (o exceptio facti) ha ad oggetto fatti modificativi, estintivi o impeditivi operanti ipso iure, vale a dire in modo automatico, a prescindere da una puntuale allegazione della parte. Si tratta, in particolare, di fatti che operano alla stregua di elementi negativi della fattispecie costitutiva del diritto fatto valere dall’attore, con la conseguenza che la loro allegazione negativa è implicita nella domanda dell’attore con la deduzione dei fatti costitutivi positivi. Nè potrebbe essere diversamente, alla luce della previsione generale di cui all’art. 2697 cod. civ. e dell’intervento della Suprema Corte [15] secondo il quale la prova del fatto negativo grava in capo a colui che nega l’esistenza del fatto medesimo.

L’exceptio in senso lato si presenta, pertanto, come eccezione rilevabile anche d’ufficio dal giudice. Qualora, poi il giudice non la rilevi ovvero non pronunci su un’eccezione rilevata dalla parte incorrerà in un’omissione di pronuncia, con conseguente violazione della previsione di cui all’art. 112 cod. proc. civ. [16].

Sono esempi di exceptio in senso lato, il pagamento o la risoluzione consensuale del diritto [17], l’inefficacia della clausola vessatoria non sottoscritta per iscritto (art. 1341 cod. civ.) [18], l’incompetenza per materia, per valore e per territorio (quest’ultima solo nelle ipotesi espressamente previste ex lege, art. 38 cod. proc. civ.) [19], la contestazione del quantum della pretesa attrice [20], la simulazione (artt. 1414 e segg. cod. civ.) e la novazione (artt. 1230 e segg. cod. civ.) [21], la cessazione della materia del contendere [22], il giudicato esterno [23] la nullità del contratto (art. 1421 cod. civ.) [24], l’eccessiva onerosità della clausola penale (art. 1384 cod. civ.) [25].

L’exceptio in senso stretto (o exceptio iuris), diversamente dall’exceptio in senso lato, ha ad oggetto fatti modificativi, estintivi o impeditivi operanti non in modo automatico, bensì solo per effetto di un’iniziativa della parte. In questo caso, l’efficacia modificativa, estintiva o impeditiva è subordinata all’esercizio di un diritto potestativo ad opera della parte che può, pertanto, scegliere se farlo valere con un’azione autonoma in un giudizio separato ovvero in via di eccezione nel giudizio già proposto da altri [26]. Ne consegue, dunque, che solo la parte legittimata può proporre l’exceptio in senso stretto e il giudice non può rilevarla d’ufficio.

Rientrano nel novero delle exceptiones in senso stretto l’annullabilità del contratto per vizi del consenso o per incapacità delle parti, opposta da chi sia convenuto per la sua esecuzione (art. 1441 cod. civ.), la rescindibilità (art. 1447 cod. civ.) e la risolubilità del contratto, la compensazione (art. 1242 cod. civ.), la prescrizione (art. 2938 cod. civ.) [27], la decadenza (art. 2969 cod. civ.), il concorso del fatto colposo del danneggiato (art. 2056 cod. civ.) [28], l’incompetenza territoriale (art. 38, secondo comma cod. proc. civ.), l’esistenza di una clausola compromissoria per arbitrato irrituale [29].

La chiarezza descrittiva dei diversi concetti, tuttavia, non si spinge fino ad elaborare un elenco di eccezioni da ricondurre all’una o all’altra categoria cosicché, per la verità, il procedimento di sussunzione e, più in generale, il passaggio dall’astratto al concreto ha costituito il punctum dolens della giurisprudenza successiva alla pronuncia delle Sezioni Unite del 1998.

Proprio la persistenza delle incertezze ha portato a nuovi interventi delle Sezioni Unite, chiamate non tanto a teorizzare in ordine alle categorie concettuali, quanto piuttosto a stabilire l’appartenenza di un’eccezione al novero delle eccezioni in senso lato o, al contrario, delle eccezioni in senso stretto e l’assoggettabilità all’una o all’altra disciplina.

In questo contesto, si è, peraltro, precisato che l’exceptio in senso stretto, generalmente, trova un’espressa previsione ex lege o, comunque, fa capo all’esercizio di diritti potestativi della parte. In tal senso, secondo autorevole dottrina, la volontà di non valersi dell’exceptio rende tollerabile l’eventuale ingiustizia della sentenza, coinvolgendo il principio di autoresponsabilità.

Merita, peraltro, puntualizzare che le stesse Sezioni Unite [30], tornate ad occuparsi della materia, con riguardo all’eccezione di cosa giudicata, si sono spinte fino a precisare che nel nostro ordinamento vige il principio della rilevabilità d’ufficio delle eccezioni. La necessità di un’espressa istanza di parte ai fini dell’operatività delle eccezioni è circoscritta alle sole ipotesi in cui via sia una specifica previsione normativa in tal senso ovvero a quelle in cui essa è strutturalmente richiesta dalla fattispecie normativa.

3. Exceptio di interruzione della prescrizione: orientamenti giurisprudenziali a confronto.

L’eccezione di prescrizione rappresenta, come si è visto, una tipica figura di exceptio in senso proprio. La lettera della norma di cui all’art. 2938 cod. civ. è chiara: l’eccezione di prescrizione è rimessa alla libera scelta della parte e, pertanto, essa non è rilevabile d’ufficio dal giudice. Né mai, sul punto, sono state sollevate perplessità in giurisprudenza e in dottrina.

Al contrario, nonostante gli interventi delle Sezioni Unite della Suprema Corte volti, come si è visto, a definire i tratti caratteristici dell’exceptio in senso lato e in senso stretto [31], dubbi sono rimasti in giurisprudenza e in dottrina con riguardo alla qualificazione giuridica dell’eccezione di interruzione. Tali dubbi hanno portato in giurisprudenza alla nascita di un vero e proprio contrasto in seno alle stesse Sezioni Semplici della Corte di Cassazione.

Prima di passare in rassegna i contrapposti orientamenti giurisprudenziali in tema di eccezione di interruzione, occorre delineare brevemente l’istituto della prescrizione.

Come è noto, la prescrizione risponde all’esigenza di rimuovere l’incertezza nei traffici e rapporti giuridici, conseguente al trascorrere del tempo. Si tratta di una figura tramandata dalla tradizione giuridica romana e recepita nel codice civile del 1865 nell’ambito delle cd. prescrizioni, in cui, per la verità, si rinveniva anche l’odierna usucapione [32]. Tale associazione, tra l’altro, trova il conforto della dogmatica classica ed autorevole che collocava entrambi gli istituti nell’ambito delle trasformazioni giuridiche ad efficacia preclusiva e peculiarmente ambivalenti: con la prescrizione, si diceva, si perde qualcosa che, in effetti, non si ha, al contrario, con l’usucapione si acquista qualcosa che già si ha.

A ciò si deve aggiungere che la prescrizione nasce nel diritto romano come strumento di carattere processuale: con la longi temporis praescriptio il convenuto, lungi dal far valere una propria situazione giuridica sostanziale, otteneva, infatti, il rigetto della domanda avversaria. La natura processuale permane anche nel codice civile del 1865 che, all’art. 2135, parla di prescrizione dell’azione e non già di prescrizione del diritto [33]. Il codice del 1942 propone, invece, un’impostazione della prescrizione in chiave sostanziale: l’art. 2934 cod. civ. [34] descrive, infatti, la prescrizione come fatto estintivo del diritto, circostanza quest’ultima che ha consentito alla dottrina tradizionale [35] di collocare la prescrizione fra i modi di estinzione delle obbligazioni e dei diritti reali limitati.

Va, peraltro, rilevato come la dottrina più recente [36] sia, oggi, orientata nel senso di qualificare l’eccezione di prescrizione in termini processuali, alla stregua di una semplice opposizione al giudizio. Per questa via si afferma che il decorso del tempo non comporta l’estinzione del diritto, ma al contrario fa sorgere la possibilità per il convenuto di paralizzare, con l’eccezione di prescrizione, l’azionabilità del diritto medesimo ad opera dell’attore e determinare il rigetto della pretesa giudiziale avversaria [37].

L’eccezione di prescrizione si configura, pertanto, alla stregua di un’eccezione ad impugnandam actionem, ispirata al principio dispositivo. In quest’ottica, ben si comprende la previsione di cui all’art. 2937 cod. civ. [38] secondo la quale la prescrizione può essere oggetto di rinuncia da parte del soggetto legittimato a farla valere e quella di cui all’art. 2938 cod. civ., secondo la quale la prescrizione, in quanto facoltà rimessa alla libera discrezionalità della parte, non è rilevabile d’ufficio dal giudice.

La previsione normativa di cui all’art. 2938 cod. civ. è stata il punto di leva di un tradizionale indirizzo ermeneutico [39], secondo il quale tutti fatti orbitanti nell’istituto della prescrizione vanno attratti dalla disciplina di cui all’art. 2938 cod. civ., al fine di realizzare un regime giuridico unitario.

In quest’ottica, si afferma che l’eccezione di interruzione della prescrizione è formulata dall’attore in replica all’eccezione di prescrizione sollevata dal convenuto e, pertanto, essa è volta a paralizzare un’eccezione che, come si è visto, ha natura di eccezione in senso stretto. L’eccezione di interruzione, secondo tale orientamento, mutua dall’eccezione di prescrizione la sua natura e la relativa disciplina con la conseguenza che anch’essa va annoverata fra le eccezioni in senso stretto [40].

Corollari di tale impostazione sono la legittimazione esclusiva della parte interessata a far valere l’interruzione della prescrizione entro i prescritti termini di decadenza e la sua non rilevabilità d’ufficio ad opera del giudice, pena la violazione della previsione di cui all’art. 112 cod. proc. civ. A ciò si deve aggiungere che è onere esclusivo dell’autore di tale eccezione provare e controdedurre i fatti posti a fondamento della medesima, giacchè essi non sono rilevabili d’ufficio dal giudice neppure se la loro prova è acquisita aliunde al processo. A tal proposito, merita poi precisare che, se da un lato non sono richieste formule sacramentali per sollevare l’eccezione de qua, dall’altro lato deve risultare ex actis la volontà inequivoca della parte di dedurre il fatto interruttivo ostativo dell’operatività della prescrizione. La produzione in giudizio di documenti idonei a provare l’avvenuta interruzione della prescrizione è, infatti, del tutto irrilevante se ad essa non segue una puntuale formulazione dell’eccezione ad opera della parte legittimata.

A tale indirizzo si è opposto un orientamento di segno contrario, secondo il quale l’eccezione di interruzione della prescrizione non costituisce un’exceptio in senso stretto, ma al contrario essa può essere rilevata d’ufficio dal giudice, laddove emerga dalla documentazione allegata dalle parti [41]. Tale orientamento poggia sulla considerazione secondo la quale l’eccezione di interruzione della prescrizione non è riconducibile ad alcuna delle ipotesi di eccezione in senso stretto desumibili dalla previsione di cui all’art. 112 cod. proc. civ., vale a dire le eccezioni previste come tali dalla legge e le eccezioni che potrebbero essere fatte valere anche attraverso un’autonoma azione volta ad ottenere una pronuncia costitutiva. Essa va, pertanto, ricondotta al novero delle eccezioni in senso lato che, alla luce del costante insegnamento della Suprema Corte [42] e della dottrina prevalente [43], sono espressione della regola generale, secondo la quale tutti i fatti modificativi, estintivi ed impeditivi sono rilevabili d’ufficio dal giudice.

Ne consegue, quindi, che l’attore, autore dell’eccezione de qua, ha l’onere di allegare e provare i fatti posti a fondamento dell’eccezione di interruzione, ma tali circostanze possono emergere, altresì, dalla produzione documentale della controparte. Tali fatti, invero, se vi sono stati, hanno impedito il compimento della prescrizione e, pertanto, una volta introdotti nel giudizio, vanno presi in considerazione dal giudice, anche d’ufficio, a prescindere da una puntuale deduzione in tal senso dell’attore. Ciò significa, infatti, che la prescrizione non si è verificata e che la relativa eccezione sollevata dal convenuto è infondata.

In questo contesto, l’eccezione di prescrizione devolve al giudice l’accertamento di ogni fatto relativo alla vicenda estintiva, compreso quello relativo all’interruzione, il cui rilievo sfugge all’iniziativa esclusiva della parte. A ciò si aggiunge che l’eccezione di interruzione della prescrizione rappresenta una difesa dell’attore rispetto all’eccezione di prescrizione sollevata dal convenuto: si tratta, quindi, di un momento della dinamica processuale volto a paralizzare l’eccezione avversaria che, come tale, non mutua la sua natura e la sua disciplina da tale ultima eccezione, ma al contrario conserva una propria autonomia [44].

Nella giurisprudenza della Cassazione, la tesi risultata prevalente è, senza dubbio, la prima ricordata, cosicché si è ritenuto, per la maggiore, che l'interruzione della prescrizione, in replica all'eccezione di prescrizione formulata dal debitore, configuri una contro-eccezione, assimilabile alle eccezioni in senso stretto e diretta a paralizzare l'eccezione avversaria di prescrizione. In questa prospettiva, l’autore della contro- eccezione di interruzione ha l'onere di dedurre e provare i fatti su cui essa si fonda, vale a dire la sussistenza di una delle ipotesi contemplate agli artt. 2943 e 2944 cod. civ., con esclusione di qualsiasi potere surrogatorio del giudice.

A ciò si è aggiunto, che l’equiparazione della natura dell’eccezione di interruzione alla natura dell’eccezione di prescrizione risponde anche ad esigenze di speditezza del processo, giacchè la natura di eccezione in senso stretto di entrambe le eccezioni impedisce al giudice ogni rilievo d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio [45].

Gli indirizzi contrapposti hanno portato ad un recente intervento nomofilattico delle Sezioni Unite della Suprema Corte [46], al quale è dedicato il paragrafo successivo.

4. L’intervento delle Sezioni Unite: Cassazione Sezioni Unite Civili, sentenza 27 luglio 2005 n. 15661.

Con la pronuncia del 27 luglio 2005 n. 15661 le Sezioni Unite mettono in mora l’orientamento tradizionale sulla base di argomentazioni giuridiche assolutamente condivisibili.

Le Sezioni Unite richiamano il costante insegnamento della Suprema Corte [47] e della dottrina [48], secondo il quale le ipotesi in cui la rilevazione della fattispecie impeditiva, modificativa o estintiva del diritto fatto valere in giudizio è appannaggio esclusivo della parte rappresentano una deroga al principio della generale rilevabilità d’ufficio delle eccezioni. Esse, come si è visto, hanno carattere tassativo e sono riconducibili o ad una puntuale previsione di legge in tal senso ovvero ad eccezioni che sottendono un diritto potestativo di realizzazione giudiziale e potrebbero essere fatte valere anche attraverso un’autonoma azione volta ad ottenere una pronuncia costitutiva.

In questa prospettiva, sotto il primo profilo, il Collegio esclude che l’eccezione di interruzione della prescrizione sia oggetto di una specifica previsione di legge, giacchè la norma di cui all’art. 2938 cod. civ., attiene esclusivamente all’eccezione di prescrizione, mentre sotto il secondo profilo i due istituti, ad avviso del Collegio, sono ontologicamente e strutturalmente differenti, sicché un regime unitario alla luce dell’art. 2938 cod. civ. non è proponibile.

L’eccezione di prescrizione, osservano le Sezioni Unite, fa capo ad un vero e proprio diritto potestativo del prescrivente, il quale ha facoltà di paralizzare l’azione avversaria volta a far valere il diritto soggettivo, mentre il fatto interruttivo della prescrizione ha carattere del tutto diverso. Il suo autore non è, infatti, titolare di alcun diritto da far valere ma, semplicemente, è in grado di contrapporre all’eccipiente un fatto dotato di efficacia interruttiva. L’opponibilità di una circostanza interruttiva non è, quindi, oggetto di un diritto potestativo, ma al contrario, è compresa nell’interesse sottostante al diritto azionato e, del pari, non potrebbe di per sé fondare un’azione costitutiva.

In questo contesto, rilevano, poi, le Sezioni Unite, l’exceptio di interruzione, diversamente dall’eccezione di prescrizione, non amplia i termini della controversia ma “concorre a realizzare l’ordinamento giuridico nell’orbita della domanda, su cui il giudice deve pronunciarsi tota re perspecta. Sotto questo profilo, l’eccezione di interruzione introduce un fatto obiettivo, vale a dire la vitalità del diritto, circostanza questa che si pone quale elemento negativo della fattispecie estintiva del diritto asserita dal convenuto. Tale circostanza deve essere presa in considerazione dal giudice ai fini della valutazione della fondatezza dell’eccezione di prescrizione.

Il fatto interruttivo orbita, dunque, nell’ambito dei fatti costitutivi dell’eccezione di prescrizione e, pertanto, il giudice deve conoscerne anche d’ufficio. Con riferimento al fatto meramente interruttivo non si può, pertanto, discorrere di eccezioni in senso stretto ed il giudice può rilevarlo una volta adempiuto dalla parte l’onere di allegazione.

Tale inquadramento dell’eccezione di interruzione della prescrizione non è contraria, osservano le Sezioni Unite, al principio di speditezza del processo, espressamente affermato all’art. 111 Cost e, in precedenza, ritenuto determinante ai fini della qualifica dell’eccezione de qua alla stregua di eccezione in senso stretto. Il principio, affermano le Sezioni Unite, non può portare ad elaborare preclusioni processuali prive di fondamento normativo e, al contempo, non può comportare il superamento della distinzione, voluta dalla previsione di cui all’art. 112 cod. proc. civ., fra eccezioni rilevabili ed eccezioni non rilevabili d’ufficio dal giudice. Il valore costituzionale della speditezza del processo va, infatti, coordinato e bilanciato con il valore, di pari rango costituzionale, della difesa delle parti nel processo, espressamente sancito all’art. 24 Cost. [49].

L’intervento delle Sezioni Unite merita di essere segnalato oltre che per la definizione della natura dell’eccezione di interruzione della prescrizione, nell’ottica della composizione del contrasto giurisprudenziale sorto in proposito, anche per l’abbandono della correlazione fra la rilevabilità d’ufficio dell’eccezione in senso lato e l’onere di tempestiva allegazione.

A tal proposito, occorre rilevare come l’orientamento tradizionale, recepito nella pronuncia delle Sezioni Unite del 1998 [50], era nel senso che i fatti posti a fondamento di un’eccezione in senso lato devono essere allegati dalla parte in limine litis, vale a dire entro il limite temporale previsto dalla legge, limite che nel rito del lavoro coincide con il deposito della memoria difensiva ex art. 416 cod. proc. civ. [51] o, al più tardi, all’udienza di discussione ex art. 420 cod. proc. civ. [52]. Il potere di rilevazione, inteso come potere di desumere dal fatto l’effetto, è invece esercitabile oltre tale limite, purchè i fatti ai quali esso si riferisce siano stati tempestivamente allegati dalla parte nei termini di legge e siano, al tempo stesso, rilevabili d’ufficio dal giudice.

La pronuncia delle Sezioni Unite supera, indirettamente, tale orientamento con l’affermazione che l’unico limite alla rilevabilità d’ufficio dell’eccezione di interruzione della prescrizione è rappresentato dalla circostanza secondo la quale l’eccezione de qua risulti dagli atti del processo senza che sia necessaria una tempestiva allegazione della parte in ordine ai fatti posti a suo fondamento. Essa segna, altresì, l’abbandono del principio di non contestazione, secondo il quale i fatti modificativi, estintivi ed impeditivi devono essere oggetto di una tempestiva e immediata contestazione, laddove una loro contestazione tardiva è priva di rilievo: Principio quest’ultimo che risulta ostativo della deducibilità per la prima volta in appello di un fatto estintivo, impeditivo e modificativo [53]. Nel caso di specie l’interruzione della prescrizione è stata, infatti, allegata solo nell’atto di appello e, dunque, essa, nell’ottica dell’orientamento tradizionale, sarebbe risultata tardiva e priva di pregio.

L’intervento nomofilattico appena illustrato scrive, pertanto, un’altra importante pagina in materia di eccezioni, con una scelta, peraltro, non in linea con l’indirizzo maggioritario, ma del tutto condivisibile per la coerenza delle argomentazioni giuridiche.

Il pregio di tale pronuncia può essere apprezzato anche sotto un altro profilo. Il riconoscimento del potere officioso del giudice di rilevare l’interruzione della prescrizione vale, invero, a scongiurare il rischio, segnalato dalla dottrina [54] all’indomani dell’intervento delle Sezioni Unite in tema di nuova produzione documentale nel giudizio di appello [55], di un possibile scarto fra realtà sostanziale e realtà processuale e, allo stesso tempo, fra realtà processuale e accertamento giudiziale. L’esigenza di accelerazione dei processi può, infatti, portare a prediligere una fissazione formale dei fatti rilevanti anche se non corrispondente alle risultanze processuali versate in atti e, soprattutto, alla realtà sostanziale. La pronuncia delle Sezioni Unite, si inserisce nel solco tracciato in precedenza dalle Sezioni Unite volto a valorizzare e ampliare il potere officioso del giudice [56] e, in questo senso, vale a neutralizzare una simile preoccupazione.

Cristina Ravera e Giuseppe Buffone


1. Cass. Civ. Sez. Un. 27 luglio 2005 n. 15661, in Foro It. 2005, I, 2659 con nota di R. ORIANI.

2. Codice civile – Della prescrizione. Disposizioni generali. Art. 2938. Non rilevabilità d’ufficio: “Il giudice non può rilevare d’ufficio la prescrizione non opposta”.

3. Codice di procedura civile - Dei poteri del giudice. Art. 112. Corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato: “Il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i -limiti di essa; e non può pronunciare d'ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti”.

4. In dottrina, ex plurimis, ORIANI, Eccezione, Digesto Disc. Priv., Sez. Civ. XII, Torino, 1995, 599; PUGLIATTI, Eccezione (teoria generale), Enciclopedia del Diritto XIV, Milano 1965, 151; CAPPELLETTI, L’eccezione come controdiritto del convenuto, in Riv. Dir. proc. 1961, 266.

5. Sul punto, Cass. Civ. 28 novembre 2003, n. 18263 in Arch. Civ., 2004, 1107.

6. Da ultimo, Cass. Civ., Sez. Unite, 17 giugno 2004, n. 11353 in Mass. Giur. Lav., 2004, 954, nota di TATARELLI.

7. Sul punto, Cass. Civ. 8 aprile 2004, n. 6943 in Mass. Giur. It., 2004

8. Cass. Civ. Sez. Unite 3 febbraio 1998 n. 1099 in Foro It., 1998, I, 764

9. Cass. Civ. Sez. Unite 3 febbraio 1998, n. 1099 cit. Nell’occasione: “La rilevazione dell'"aliunde perceptum" o "percipiendum" non costituisce un'eccezione riservata alla parte, ma è consentita anche d'ufficio se le relative circostanze risultino acquisite ritualmente al processo ad iniziativa di una qualsiasi delle parti”. Per una disamina sui commenti e le note di riferimento, si veda, ampiamente, Giust. Civ., 1998, I, 645; Mass. Giur. It., 1998; Danno e Resp., 1998, 497; Lavoro nella Giur., 1998, 933, nota di SIGNORINI; Mass. Giur. Lav., 1998, 297, nota di CENTOFANTI; Notiz. Giur. Lav., 1998, 69; Orient. Giur. Lav., 1998, I, 684; Riv. Giur. Lav., 1998, II, 514, nota di GUGLIELMI

10. Codice di procedura civile - Del procedimento di primo grado. Art. 416 Costituzione del convenuto: “[...] Nella stessa memoria il convenuto deve prendere posizione, in maniera precisa e non limitata ad una generica contestazione, circa i fatti affermati dall’attore a fondamento della domanda, proporre tutte le sue difese in fatto e in diritto ed indicare specificamente i mezzi di prova dei quali intende avvalersi ed in particolare i documenti che deve contestualmente depositare”.

11. In dottrina, ex plurimis COMOGLIO, FERRI, TARUFFO, Lezioni sul processo civile, Il Mulino 1999, 269; SATTA, Domanda giudiziale, Enciclopedia del Diritto, XIII, Milano 1964, 816; VERDE, Domanda (principio della) I, Enciclopedia Giuridica Italiana, XII, Roma 1989, 7.

12. Cass. Civ. 20 agosto 1992 n. 9687 in Juris Data.

13. LUISO, Diritto processuale civile, I, Giuffrè 2000, 232 e segg.; VERDE, Domanda, cit.; SATTA, Domanda giudiziale, cit.

14. Sul punto, in giurisprudenza, Cass. Civ. 13 marzo 1987 n. 2621, in Juris Data; Cass. Civ. 14 dicembre 1987 n. 706, idem. In dottrina, SATTA, Domanda giudiziale, cit.; MANDRIOLI, Diritto processuale civile, I, Torino, 2000, 129.

15. Cass. Civ. Sez. Unite 30 ottobre 2001 n. 13533, in Corr. Giur., 2001, n. 12, 1565, con nota di MARICONDA; nello stesso senso, Cass. Civ. 28 gennaio 2002 n. 982, in Giust. Civ. 2002, I, 978; Cass. Civ. 23 maggio 2001 n. 7027, in Giust Civ., 2001, I, 2504.

16. In giurisprudenza, per un’ampia trattazione Cass. Civ. 16 febbraio 1976 n. 507, in Juris Data. In dottrina, MANDRIOLI, Diritto processuale, cit., 116; ORIANI, Eccezione, cit.; COSTA, Eccezione, in Noviss. Digesto, VI, Torino 1960, 350; VACCARELLA, VERDE, Codice Procedura Civile Commentato, I, Torino, 1997, 801; GRASSO, Dei poteri del giudice in Commentario Allorio, I, 2, Torino 1973, 1254.

17. Cass. Civ. 2 dicembre 1977 n. 5244 in Foro. It. 1979, I, 795.

18. Cass. Civ. 28 giugno 1976 n. 2475 in Giur. It. 1976, I, 1, 1306.

19. Tribunale Superiore delle Acque 19 marzo 1985 n. 14 in Riv. Giur. Edilizia 1987, 505.

20. Cass. Civ. 1 giugno 1989 n. 2671 in Notiziario Giur. Lavoro 1989, 505.

21. MANDRIOLI, Diritto processuale, cit., I, 129.

22. Cass. Civ. 27 aprile 1994 n. 4017, Giust. Civ. 1994, I, 2845 nota di MORBINATI.

23. Cass. Civ. Sez. Un. 23 ottobre 1995 n. 11018 in Riv. Dir. Proc. 1996, 824 con nota di SCARSELLI.

24. Cass. Civ. 22 marzo 2005 n. 6170, in Corr. Giur. 2005, 957 con nota di MARICONDA.

25. Cass. Civ. Sez. Unite 13 settembre 2005 n. 18128, in Corr. Giur. 2005, 1534.

26. Dottrina e giurisprudenza parlano di controdiritti del convenuto rivolti all’impugnazione del diritto dell’attore i quali potrebbero essere fatti valere separatamente in via di azione autonoma ovvero in via di eccezione nel medesimo giudizio instaurato dall’attore. Sul punto, Cass. Civ. 6 aprile 1983 n. 2403, in Jus Raccolta di giurisprudenza civile annotata, Ipsoa CdRom; Cass. Civ. 18 gennaio 1983 n. 459, idem. In dottrina, LUISO, Diritto processuale, cit. 243; ORIANI, Eccezione, cit. 266;COSTA, Eccezione, cit.; COLESANTI, Eccezione, in Enciclopedia del Diritto, XIV, Milano 1965, 172.

27. Ex plurimis, Cass. Civ. 26 ottobre 1989 n. 4413, in Arch. Civ. 1990, 138; Cass. Civ. 22 marzo 1989 n. 1422 in Arch. Civ. 1989, 574; Cass. Civ. 6 maggio 1987 n. 4199 in Giur. It. 1987, 3316.

28. Cass. Civ. 11 febbraio 1988 n. 1473, in Giust. Civ. 1989, I, 196.

29. Cass. Civ. 21 dicembre 1995 n. 13023; Cass. Civ. 5 settembre 1992 n. 10240.

30. Cass. Civ. Sez. Unite 25 maggio 2001, n. 226 in Foro It., 2001, I, con nota di IOZZO.

31. Cass. Civ. Sez. Unite 25 maggio 2001, n. 226, cit. e Cass. Civ. Sez. Unite 3 febbraio 1998 n. 1099, cit.

32. Codice civile 1865 – Della prescrizione. Art. 2105: “La prescrizione è un mezzo con cui, col decorso del tempo e sotto condizioni determinate, taluno acquista un diritto od è liberato da un’obbligazione”.

33. Codice civile 1865 – Della prescrizione. Art. 2135: “Tutte le azioni tanto reali quanto personali si prescrivono col decorso di trent’anni, senza che possa in contrario opporsi il difetto di titolo o di buona fede”.

34. Codice civile – Della prescrizione. Art. 2934. Estinzione dei diritti: “ Ogni diritto si estingue per prescrizione, quando il titolare non lo esercita per il tempo determinato dalla legge. [...]”.

35. Sul punto, COLESANTI, Eccezione, cit., 172, contra SATTA, Diritto processuale, cit. 143, ORIANI, Prescrizione, cit., 239.

36. SATTA, Diritto processuale, cit. 143, ORIANI, Prescrizione, cit., 239., ROSSELLI e VITUCCI, Prescrizione e decadenza, in Trattato di Diritto Privato diretto da Rescigno, Utet 1998, 429.

37. In particolare, secondo SATTA, Diritto processuale, cit. 143 e ORIANI, Prescrizione, cit., 239 tale impostazione realizza una perfetta saldatura fra la realtà processuale e la realtà sostanziale: nel caso in cui il potere di far valere la prescrizione non sia esercitato dalla parte la sentenza accerterà l’esistenza e la vitalità di un diritto che mai si è estinto e per il quale vi era solo la possibilità ad opera del convenuto di paralizzarne l’azionabilità con l’eccezione di prescrizione.

38. Codice civile – Della prescrizione. Art. 2937. Rinunzia alla prescrizione: “Non può rinunziare alla prescrizione chi non può disporre validamente del diritto. Si può rinunziare alla prescrizione solo quando questa è compiuta. La rinunzia può risultare da un fatto incompatibile con la volontà di valersi della prescrizione”.

39. Si tratta di un orientamento risalente a Cass. Torino 19 settembre 1923, in Foro. It. Rep. 1924, voce Prescrizione civile, n. 46.

40. Sul punto, in giurisprudenza, ex plurimis, Cass. Civ. 31 maggio 1982 n. 3335, in Giur. It. 1983, I, 1, 61; Cass. Civ. 1 ottobre 1997 n. 9589, in Foro It. Rep. 1998, voce Prescrizione e decadenza n. 78; Cass. Civ. 12 settembre 2000 n. 12024 in Foro It. Rep. 2000, voce Prescrizione e decadenza n. 43; Cass. Civ. 30 marzo 2001 n. 4704 in Foro It. Rep. 2001 voce Prescrizione e decadenza n. 64, Cass. Civ. 17 maggio 2001 n. 6759 in Foro It. Rep. 2001, idem n. 65; Cass. Civ. 25 marzo 2002, n. 4219 in Mass. Giur. It. 2002; Cass. Civ. 20 giugno 2002 n. 9016 in Arch. Civ. 2003, 448, Cass. Civ. 27 giugno 2002 n. 9378 idem 448; Cass. Civ. 12 luglio 2002 n. 10137 in Arch. Civ. 2003, 557, Cass. Civ. 28 marzo 2003 n. 1158 in Foro It. 2004, I, 1882 e di recente Cass. Civ. 5 maggio 2004, n. 8591 in Mass. Giur. It. 2004. Nella giurisprudenza di merito, Corte Appello Roma 26 maggio 2000 in Foro It. Rep. 2001 voce Lavoro e previdenza n. 213 e 220; Corte Appello Roma 8 maggio 2000, in Lav. Giur. 2001, 358 con nota di GUARNIERI; Trib. Roma 13 dicembre 2002 in Dir. Fall. 2003, II, 839 con nota di DI GRAVIO. In dottrina, MONTESANO e ARIETA, Trattato di diritto processuale civile, Padova, 2001, I, 1, 336; PANZA, Prescrizione, in Digesto Disc. Priv. XIV, Torino 1996, 239; MERLIN, Compensazione e processo, Milano, 1991, I, 325.

41. Cass. Civ. 28 marzo 2000, n. 3726 in Mass. Giur. It., 2000, 309. Nello stesso ordine di idee si collocano anche Cass. Civ. 25 settembre 2002 n. 13921, in Foro It. 2004, I, 1882, la quale, in materia di interruzione della continuità del possesso, afferma che, una volta proposta l’eccezione di usucapione, se l’interruzione del possesso risulta dalla produzione documentale il giudice non può esimersi dal rilevarla d’ufficio senza incorrere nella violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., dal momento che egli si limita a constatare il difetto di una delle condizioni necessarie all’accoglimento dell’eccezione di usucapione e Cass. Civ. 14 maggio 2003 n. 7411 in Foro It. 2004, I, 1882 secondo la quale la contro-eccezione di rinuncia alla prescrizione integra gli estremi di un’eccezione in senso lato, come tale rilevabile d’ufficio dal giudice senza necessità di un’apposita iniziativa della parte interessata, qualora i fatti nei quali tale rinunzia si è concretizzata siano stati acquisiti al giudizio.

42. Sul punto, Cass. Civ. Sez. Unite 3 febbraio 1998 n. 1099, cit.

43. ORIANI, Eccezione, cit, 262; PROTO PISANI, Lezioni di diritto processuale civile, Napoli, 2002, 175; LUISO, Diritto processuale, cit., 235; MANDRIOLI, Diritto processuale, cit. 129; ATTARDI, Diritto processuale civile, Padova, 1999, 66.

44. Tale principio è affermato in giurisprudenza anche con riferimento all’eccezione di pagamento proposta in replica all’eccezione di compensazione. La prima eccezione, si legge in Cass. Civ. 14 maggio 2003 n. 7411, cit., non mutua la sua natura di eccezione in senso lato sol perchè proposta per paralizzare un’eccezione di compensazione, che ha natura di eccezione in senso stretto, ma al contrario conserva la natura di eccezione in senso lato.

45. Sul punto, in particolare, Cass. Civ. 25 marzo 2002 n. 4219 in Foro It. Rep. 2202, voce Lavoro e previdenza n. 106.

46. Cass. Civ. Sez. Unite 27 luglio 2005 n. 15661, cit.

47. Cass. Civ. Sez. Unite 3 febbraio 1998 n. 1099, cit.

48. Vedi diffusamente nota n. 43.

49. Di recente, Cass. Civ. 22 aprile 2005 n. 8540, in Guida Diritto 2005, n. 20, 36.

50. Cass. Civ. Sez. Unite 3 febbraio 1998 n. 1099, cit.

51. Vedi supra, nota 11.

52. Codice di procedura civile - Del procedimento di primo grado. Art. 420: “ [...] Le parti possono, se ricorrono gravi motivi, modificare le domande, eccezionie conclusioni già formulate, previa autorizzazione del giudice”.

53. Nello stesso ordine di idee, Cass. Civ. Sez. Unite 25 marzo 2001 n. 4219, cit.

54. ORIANI, Eccezioni rilevabili (e non rilevabili) d’ufficio. Profili generali. in Corr. Giur. 2005, 1011 e Idem Eccezioni rilevabili (e non rilevabili) d’ufficio. A proposito dell’interruzione della prescrizione e di non condivisibili interpretazioni dell’art. 345, 2° comma c.p.c., in Corr. Giur. 2005, 1156.

55. Cass. Civ. Sez. Unite 20 aprile 2005 n. 8202 e n. 8303 in Corr. Giur. 2005, 929 con note di RUFFINI e CAVALLINI.

56. Il riferimento è a Cass. Civ. 22 marzo 2005 n. 4219, cit. che riconosce al giudice il potere di rilevare d’ufficio la nullità del contratto anche nel giudizio di annullamento, risoluzione o rescissione del contratto e Cass. Civ. Sez. Unite 13 settembre 2005 n. 18128, cit. che attribuisce al giudice il potere di ridurre d’ufficio la clausola penale eccessivamente onerosa.



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