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Responsabilità della scuola per danni arrecati all’alunno
Cassazione civile , sez. III, sentenza 03.03.2010 n° 5067 (Angela Calaluna)
La responsabilità della scuola per danni che l’alunno arreca a se stesso, è di natura contrattuale o extracontrattuale?





Responsabilità della scuola per danni arrecati all’alunno

(Cass. civile, sentenza 3 marzo 2010, n. 5067)

di Angela Calaluna

(Fonte: Altalex Mese - Schede di Giurisprudenza 5/2010)

Il quesito:

  • La responsabilità della scuola per danni che l’alunno arreca a se stesso, è di natura contrattuale o extracontrattuale?

Il caso

Tizio e Caia, quali esercenti la potestà genitoriale sul minore Tizietto, convenivano, davanti al tribunale di Napoli, il Ministero della Pubblica Istruzione, X. ed Y, chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti dal minore, studente presso l'Istituto Tecnico Commerciale ****, in conseguenza di un infortunio occorsogli durante lo svolgimento della lezione di educazione fisica.

Si costituiva l'Avvocatura dello Stato per il Ministero e per la preside dell'Istituto.

In primo luogo essi eccepivano il difetto di legittimazione passiva.

In secondo luogo sostenevano la non configurabilità di qualsiasi responsabilità a carico della M., convenuta in proprio e non quale rappresentante dell'istituto. Nel merito contestavano l'infondatezza della domanda.

Si costituiva anche l’insegnante di educazione fisica, cui era affidata la classe al momento dell'incidente, che contestava la propria responsabilità e la fondatezza della domanda.

Il tribunale, con sentenza del 28.7.2000, esclusa la responsabilità diretta della preside e dell'insegnante, rigettava anche la domanda proposta nei confronti del Ministero.

L'appello proposto da Tizietto divenuto nelle more maggiorenne era, con sentenza del 15.3.2005, accolto parzialmente dalla Corte d'Appello nei confronti del Ministero della Pubblica Amministrazione.

La normativa

Codice civile

Art. 2043. Risarcimento per fatto illecito.

Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.

Art. 2048. Responsabilità dei genitori, dei tutori, dei precettori e dei maestri d'arte.

Il padre e la madre, o il tutore, sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori non emancipati o delle persone soggette alla tutela, che abitano con essi. La stessa disposizione si applica all'affiliante.

I precettori e coloro che insegnano un mestiere o un'arte sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei loro allievi e apprendisti nel tempo in cui sono sotto la loro vigilanza.

Le persone indicate dai commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non avere potuto impedire il fatto.

Art. 1218. Responsabilità del debitore.

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Sintesi della questione

La Cassazione prende ancora una volta posizione, in modo esaustivo e con rara chiarezza espositiva, sul problema della natura giuridica della responsabilità della scuola in caso di danno che l’aluno arreca a se stesso.

La responsabilità per i danni che l’alunno arreca a terzi, infatti, è disciplinata dall’articolo 2048.

Quando l’alunno arreca danni a se stesso, invece, la norma applicabile correttamente è l’articolo 2043, o l’articolo 1218, a seconda che la responsabilità in esame la si consideri cotnrattuale o extracontrattuale. Deve considerarsi errato, o quantomeno frutto di una forzatura, una tesi risalente addirittura alle sezioni unite, che avevano ravvisato nella fattispecie una responsabilità ex articolo 2048.

In questa sentenza la Cassazione qualifica la responsabilità in esame come responsabilità contrattuale, e più precisamente, come responsabilità nascente da un contratto protettivo. Nella stessa sentenza però la qualifica come responsabilità da contatto sociale.

In teoria i due istituti (contratto protettivo e responsabilità da contatto sociale) sono diversi tra di loro, ma evidentemente la Cassazione li ritiene sovrapponibili.

Il contratto protettivo è un contratto tra due parti, che produce effetti (protettivi) nei confronti dei terzi indirettamente coinvolti nel contratto. Ad es. quando due parti stipulano un contratto di appalto, pur se non esplicitamente previsto, l’appaltatore ha il dovere di prendere tutte le misure necessarie per evitare danni ai familiari dell’appaltante.

Il contratto nascente da contatto sociale è invece un rapporto extracontrattuale, che però viene inquadrato nell’ambito della responsabilità contrattuale quanto ad effetti e disciplina; tale figura ricorre quando le parti non hanno stipulato alcun contratto, ma vengono in contatto tra loro in virtù di un “contatto” particolarmente qualificato (responsabilità del medico dipendente dell’ospedale nei confronti del paziente portato d’urgenza al porto soccorso).

In altre parole il contratto protettivo è un vero e proprio contratto; il rapporto nascente da contatto sociale non è un contratto (lo è solo ai fini della disciplina) (1).

La Cassazione mostra invece di considerare sovrapponibili le due figure.

La sentenza

Natura giuridica della responsabilità

L'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 2059 c.c., consente, oggi, di affermare che anche nella materia della responsabilità contrattuale è dato il risarcimento dei danni non patrimoniali. Dal principio del necessario riconoscimento, per i diritti inviolabili della persona, della minima tutela costituita dal risarcimento, consegue, infatti, che la lesione dei diritti inviolabili della persona, che abbia determinato un danno non patrimoniale, comporta l'obbligo di risarcire tale danno, quale che sia la fonte della responsabilità, contrattuale od extracontrattuale.

Se l'inadempimento dell'obbligazione determina, quindi, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale potrà essere versata nell'azione di responsabilità contrattuale, senza ricorrere all'espediente del cumulo di azioni (così per tutte S.U. 11.11.2008 n. 26972).

Deve anche rilevarsi che costituisce contratto di protezione quello che intercorre - come nella specie - tra l'allievo e l'istituto scolastico.

In esso, che trova la sua fonte nel contatto sociale (v. S.U. 27.6.2002 n. 9346; Cass. 31.3.2007, n. 8067), tra gli interessi non patrimoniali da realizzare, rientra quello all'integrità fisica dell'allievo, con conseguente risarcibilità del danno non patrimoniale da autolesione.

Quanto al tema della responsabilità, deve sottolinearsi - come correttamente ritenuto anche dalla Corte di merito - che le Sezioni Unite di questa Corte, già con sentenza n. 9346 del 2002, ribadita poi da S.U. n. 26972 del 2008 - avevano affermato, componendo il contrasto giurisprudenziale formatosi sul punto, che nel caso di danno cagionato dall'alunno a se stesso, la responsabilità dell'istituto scolastico e dell'insegnante non ha natura extracontrattuale, bensì contrattuale.

Fra allievo ed istituto scolastico - con l'accoglimento della domanda di iscrizione e con la conseguente ammissione dello stesso alla scuola - si instaura, infatti, un vincolo negoziale, dal quale sorge, a carico dell'istituto, l'obbligazione di vigilare sulla sua sicurezza ed incolumità nel periodo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni, anche al fine di evitare che l'allievo procuri danno a se stesso.

Quanto al precettore, dipendente dell'istituto scolastico, tra insegnante ed allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico (che quindi può dare luogo ad una responsabilità di tipo contrattuale e non aquiliana), nell'ambito del quale l'insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire ed educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, al fine di evitare che l'allievo si procuri, da solo, un danno alla persona.

Sull’onere della prova

La ricorrenza di un'ipotesi di responsabilità di tipo contrattuale comporta poi - in ordine all'onere probatorio - che, nelle controversie instaurate per il risarcimento del danno da autolesione nei confronti dell'istituto scolastico e dell'insegnante, l'attore dovrà soltanto provare, ai sensi dell'art. 1218 c.c., che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre sarà onere dei convenuti dimostrare che l'evento dannoso è stato determinato da causa agli stessi non imputabile.

In ordine, poi, alla responsabilità degli insegnanti di scuole statali - come nella specie -, la L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 61, comma 2 - nel prevedere la sostituzione dell'Amministrazione, salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi - esclude in radice la possibilità che gli insegnanti statali siano direttamente convenuti da terzi nelle azioni di risarcimento danni da culpa in vigilando, quale che sia il titolo - contrattuale o extracontrattuale - dell'azione.

La legittimazione passiva dell'insegnante, quindi, è esclusa, non solo nel caso di azione per danni arrecati da un alunno ad altro alunno (nella quale sia invocata, nell'ambito di un'azione di responsabilità extracontrattuale, la presunzione di cui all'art. 2048 c.c., comma 2), ma anche nell'ipotesi di danni arrecati dall'allievo a se stesso (ipotesi questa da far valere secondo i principii della responsabilità contrattuale, ai sensi dell'art. 1218 c.c.).

Resta, comunque, fermo che, in entrambi i casi, qualora l'Amministrazione sia condannata a risarcire il danno al terzo od all'alunno che ha arrecato danni a se stesso, l'insegnante è successivamente obbligato, in via di rivalsa, soltanto nell'ipotesi in cui sia dimostrata la sussistenza del dolo o della colpa grave; limite, quest'ultimo, che opera verso l'Amministrazione, ma non verso i terzi (S.U. 27.6.2002 n. 9346).

Sul danno morale

Merita, invece, di essere accolta la censura in ordine al mancato riconoscimento del danno morale, da parte della Corte di merito.

La Corte di merito ne ha escluso la sua risarcibilità affermando che: " Per il combinato disposto dell'art. 2059 c.c. e art. 185 c.p., il danno morale è, infatti, risarcibile soltanto nel caso in cui esso derivi da un fatto illecito costituente reato, cosicchè il risarcimento non è dovuto allorquando la responsabilità sia affermata sulla base del riconoscimento di una responsabilità solo contrattuale, com'è appunto il caso di specie, in cui l'amministrazione è stata ritenuta responsabile dell'infortunio di cui è causa in conseguenza dell'accertata violazione dell'obbligo contrattuale di vigilare sulla sicurezza e l'incolumità dell'allievo nel tempo in cui fruiva della prestazione scolastica".

II riconoscimento della tutela risarcitoria del danno non patrimoniale, in tutte le sue forme, definitivamente affermato dalla Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 26972 del 2008, consente, viceversa, come più sopra ricordato, la risarcibilità del danno non patrimoniale - del quale il danno morale è una componente - anche nell'azione di responsabilità contrattuale, come nella specie.

Sulla domanda di risarcimento danni proposta nelle memorie conclusionali

La Corte di merito ha ritenuto nuova la domanda relativa al risarcimento del danno da lucro cessante, proposta soltanto "in sede di precisazione delle conclusioni in occasione della prima rimessione della causa al collegio", posto che nel giudizio di primo grado, erano state indicate specifiche voci di danno e che tale domanda era stata riproposta, negli stessi termini, nell'atto di appello.

Ora, la domanda di risarcimento dei danni sofferti dopo la sentenza è ammissibile in grado d'appello soltanto se, nel giudizio di primo grado sia stata proposta un'azione di danni e gli ulteriori danni richiesti in appello trovino la loro fonte nella stessa causa e siano della stessa natura di quelli già accertati in primo grado.

La nuova pretesa, se priva di tali essenziali e restrittivi requisiti - come nella specie -, implicando nuove indagini in ordine alle ragioni poste a base della domanda iniziale e ampliamento del relativo petitum, costituisce inammissibile domanda nuova (Cass. 19.1.2006, n. 1054; v. anche Cass. 20.2.2007, n. 3936).

Sotto questo aspetto, poi, va rilevato che non è dato conoscere - non avendo il ricorrente riprodotto in ricorso, così incorrendo nel difetto di autosufficienza, il contenuto della relativa documentazione - neppure quale incidenza avrebbe avuto l'evento lesivo sulla inidoneità alla leva.

In tal modo, il difetto di prova impedisce la valutazione, da parte della Corte di legittimità, in ordine alla correttezza e legittimità della richiesta di risarcimento danni per lucro cessante avanzata nel giudizio di appello.

________________

(1) V. Franceschetti, Il contratto in generale, ed. Maggioli, par. 13.



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