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Responsabilità del proprietario del fondo in caso di propagazione dell'incendio
Cassazione civile , sez. III, sentenza 07.02.2011 n° 2962 (Sara Bortolotti)

Una Società conveniva in giudizio il proprietario di un fondo limitrofo che esercitava in tale fondo un'attività di costruzione e riparazione di pallets in legno, chiedendo il risarcimento dei danni subiti a causa di un incendio che essa stessa Società assumeva essersi propagato da detto fondo.

La Corte di Appello di Milano, in riforma della sentenza di primo grado, aveva sostenuto che la parte lesa non aveva assolto l'onere probatorio, in quanto non vi erano elementi per affermare che l'incendio si fosse originato dai bancali di legno accatastati nel fondo limitrofo, né i VV.FF., né il consulente erano stati in grado di stabilire in quali dei terreni compresi nell'area interessata l'incendio avesse avuto inizio.

Sulla base di tali argomentazioni la Corte di Appello assolveva il presunto danneggiante dalla responsabilità di cui all'art. 2051 c.c.

La Suprema Corte di Cassazione, per contro, con sentenza 2962/2011 ha rilevato che il Giudice di secondo grado, erroneamente, aveva concentrato la propria indagine intorno al punto in cui si era originato l'incendio e, accertata la mancanza di prova in ordine al fatto che ciò fosse avvenuto nel fondo del vicino, aveva escluso la responsabilità di quest'ultimo per responsabilità da cosa in custodia.

Invero, la Corte di Cassazione ha ritenuto che anche se l'incendio si fosse sviluppato in un altro fondo, il giudice di appello avrebbe dovuto accertare se il fondo si trovava in una situazione obiettivamente idonea a determinare, di fatto, un processo dannoso, che, alimentando, con accentuato dinamismo la propagazione dell'incendio medesimo, per la presenza di materiale altamente infiammabile, avesse indiscutibilmente contribuito, sotto il profilo eziologico, alla produzione del danno.

La Corte ha, pertanto, cassato, con rinvio, la sentenza impugnata, prescrivendo al Giudice di attenersi al principio di diritto secondo cui “il proprietario di un fondo dal quale si propaga un incendio che si diffonde nel fondo limitrofo, invadendolo, è responsabile dei danni cagionati a quest'ultimo, qualora non dimostri il caso fortuito, assumendo rilievo non la circostanza che in quel fondo si sia originato l'incendio, bensì la sua situazione obiettivamente idonea ad alimentare, con accentuato dinamismo, la propagazione delle fiamme”.

Costante la giurisprudenza sul punto che per aversi imputazione degli effetti dannosi ai sensi dell'art. 2051 c.c. è necessario che il danno si sia verificato nello sviluppo di un agente insisto nella cosa e che il soggetto convenuto abbia per il rapporto con la cosa l'obbligo di vigilare e di tenerla sotto controllo, in modo tale da impedire che produca danni a terzi. In tale caso non è rilevante, al fine di escludere la responsabilità ex art. 2051 c.c. che il processo dannoso sia stato provocato da elementi esterni, quando la cosa sia obiettivamente suscettibile di produrre danni, indipendentemente dal comportamento volontario di colui che se ne serve.

Il proprietario è, pertanto, responsabile, ai sensi dell'art. 2051 c.c., nelle ipotesi in cui la cosa in custodia abbai causato l'evento dannoso o abbia contribuito concausalmente alla sua produzione, inserendosi in un processo dannoso in atto ed alimentando lo stesso con accentuato dinamismo.

(Cass. 6121/1999; Cass. Civ. 17471/2007; Cass. Civ. 2563/2007; Cass. Civ. 25243/2006; Cass. Civ. 15383/2006; Cass. Civ. 26086/2005).

Nel caso in cui sussista il comportamento colposo del soggetto danneggiato, tale, comunque, da non essere idoneo ad interrompere il nesso eziologico tra le cause precedenti e l'evento, può sussistere l'ipotesi di concorso ex art. 1227 c.1 c.c. con conseguente diminuzione della responsabilità proporzionale all'apporto causale del predetto comportamento (si veda sul punto Cass. Civ. 17471/2007).

L'art. 2051 c.c. stabilisce una presunzione di colpa per i danni cagionati da cose in custodia che grava su colui che esercita il potere fisico sulla cosa stessa, costituendo una evidente estrinsecazione del dovere di vigilare e di tenere la cosa sotto controllo così da impedire che produca danni a terzi. L'effettivo potere fisico sulla cosa deve implicare il governo e l'uso della cosa a cui sono riconducibili l'esigenza e l'onere della vigilanza affinchè dalla cosa stessa, per sua natura o per particolari contingenze, non derivi danno ad altri (Cass. Civ. 1859/2000)

L'operatività di detta presunzione è limitata ai danni prodotti nell'ambito del dinamismo proprio della cosa o in conseguenza dell'insorgere in essa di un processo dannoso, anche se provocato da elementi esterni e la sua operatività postula la dimostrazione del fortuito, comprensivo del fatto del terzo e della colpa dello stesso danneggiato, cioè di un atto dotato di impulso causale autonomo ed avente carattere di inevitabilità (sul punto si veda Cass. Civ. 4196/1997, conforme Trib. Venezia 28/03/1997).

Il custode, per andare esente da responsabilità, dovrà dimostrare la concreta esistenza del caso fortuito, che può consistere anche nel fatto del terzo o nel fatto della stessa vittima, non essendo sufficiente dimostrare la propria assenza di colpa. Detto orientamento è stato ribadito da recente sentenza della Suprema Corte 2536/2007, al quale ha affermato che l'ipotesi di responsabilità di cui all'art. 2051 c.c. ha carattere oggettivo ed ai fini della sua configurabilità è sufficiente la sussistenza del nesso causale tra la cosa in custodia e l'evento dannoso.

(Altalex, 7 novembre 2011. Nota di Sara Bortolotti)






 SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 7 febbraio 2011, n. 2962

Svolgimento del processo

Con la sentenza ora impugnata per cassazione la Corte d'appello di Milano ha respinto la domanda diretta dalla soc. Adria Polistirolo contro il P. per il risarcimento del danno subito dall'attrice a causa di un incendio che questa assumeva essersi propagato dal fondo limitrofo, laddove il convenuto esercitava attività di costruzione e riparazione di pallets di legno.

Propone ricorso per cassazione la società a mezzo di un solo motivo.

Risponde con controricorso il P.. La ricorrente ha depositato memoria per l'udienza.

Motivi della decisione

Il ricorso è fondato.

Nel riformare la prima sentenza, la Corte milanese ha sostenuto che la società non aveva assolto all'onere probatorio impostogli, in quanto non v'erano elementi per affermare che l'incendio si fosse originato nei bancali di legno accatastati sul terreno del P.; piuttosto, nè i VV.FF., nè il consulente erano stati in grado di stabilire in quale dei terreni compresi nell'area interessata l'incendio abbia avuto inizio. Sulla base di questa argomentazione i giudici d'appello hanno assolto il P. dalla responsabilità dell'art. 2051 c.c..

Siffatta argomentazione viola la menzionata disposizione e trasgredisce ai principi dettati in tema dalla giurisprudenza di legittimità (che, pure, la sentenza dichiara di voler seguire).

La giurisprudenza di questa stessa Corte, difattì, chiamata a pronunciarsi in casi del tutto analoghi rispetto a quello di specie, ha avuto modo di affermare (Cass. n. 6121/99, nonchè n. 17471/07) che, per aversi imputazione degli effetti dannosi a norma dell'art. 2051 c.c., è necessario che il danno si sia verificato per lo sviluppo di un agente insito nella cosa e che il soggetto convenuto abbia, per il rapporto con la cosa stessa, l'obbligo di vigilare e di tenerla sotto controllo, onde impedire danni ai terzi (Cass. 4196/97).

Invece, in maniera affatto non pertinente, il giudice d'appello, come s'è visto, concentra la sua indagine intorno al punto in cui s'era originato l'incendio ed, accertata la mancanza di prova in ordine al fatto che ciò fosse avvenuto nel fondo del P., esclude la responsabilità di quest'ultimo per responsabilità da cosa in custodia.

Al contrario, per rispettare il precetto normativo, essendo indiscusso che le fiamme s'erano propagate proprio da quel fondo (verso il fondo della società), il giudice avrebbe dovuto accertare se, pur essendosi l'incendio sviluppato in altro fondo, il fondo del P. si trovava in una situazione obiettivamente idonea a determinare, di fatto, un processo dannoso che, alimentando con accentuato dinamismo la propagazione dell'incendio medesimo (per la presenza di materiale altamente infiammabile), avesse indiscutibilmente contribuito, sotto il profilo eziologico, alla produzione del danno.

Per queste ragioni, la sentenza impugnata deve essere cassata ed il giudice del rinvio si adeguerà al principio secondo cui: "In tema di responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c., il proprietario di un fondo dal quale si propaga un incendio che si diffonde nel fondo limitrofo, invadendolo, è responsabile dei danni cagionati a quest'ultimo, qualora non dimostri il caso fortuito; assumendo rilievo, a riguardo, non la circostanza che in quel fondo si sia originato l'incendio, bensì la sua situazione obiettivamente idonea ad alimentare, con accentuato dinamismo, la propagazione delle fiamme".

Il giudice del rinvio provvederà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d'appello di Milano, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di cassazione.



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