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Amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione dopo la legge 6/2004
Articolo 22.11.2004 (Angelo Venchiarutti)



Un confronto dopo l’entrata in vigore della l. 9 gennaio 2004, n. 6: amministrazione di sostegno, interdizione e inabilitazione.

(Prof. Angelo Venchiarutti)


Sommario: 1. Introduzione.- 2. Finalità e modalità operative della nuova normativa.- 3. Le condizioni soggettive di applicazione delle misure di protezione. - 4. L’impossibilità di curare i propri interessi. - 5. La situazione giuridica del beneficiario dell’amministrazione di sostegno.- 6. L’oggetto dell’incarico dell’’amministratore di sostegno. - 7. Conclusioni.


1. Introduzione

Dopo un iter parlamentare alquanto lungo e contrastato (che ha attraversato varie legislature e nel corso del quale si sono succeduti molteplici disegni di legge) è stata finalmente approvata dal Parlamento italiano la legge relativa all’ ”Introduzione nel libro primo, titolo XII, del codice civile del capo I, relativo all’istituzione dell’amministrazione di sostegno e modifica degli articoli 388, 414, 417, 418, 424, 426, 427 e 429 del codice civile in materia di interdizione e di inabilitazione, nonché relative norme di attuazione, di coordinamento e finali” (L. 9 gennaio 2004, n. 6).

Sotto il profilo dell’architettura legislativa (seguendo i suggerimenti formulati da più parti) il legislatore ha imboccato la strada di novellare il codice civile. A questo fine, il titolo XII, del libro I è stato ridenominato e ridisegnato. Con l’intestazione “Delle misure di protezione delle persone prive in tutto o in parte di autonomia”, il titolo comprende adesso due capi: il primo dei quali contiene gli artt. 404-413 c.c. (liberatisi a seguito della riforma del regime dell’adozione: legge n. 184 del 1983) e porta la rubrica “Dell’amministrazione di sostegno”; il secondo (al cui interno sono collocati gli artt. 414-432 c.c.) è intitolato “Della interdizione, della inabilitazione e della incapacità naturale”.

Per effetto della recente normativa, la disciplina degli istituti relativi alla protezione dei soggetti inidonei alla cura dei propri interessi ha subito importati modifiche. Nel corpo del codice civile è stata inserita, anzitutto, la nuova misura dell’amministrazione di sostegno; sono state cambiate, inoltre, alcune disposizioni normative relative agli istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione. La legge ha recato altresì alcune importanti innovazioni nel codice di procedura civile e ha apportato modifiche ad una serie di disposizioni del testo unico in materia di casellario giudiziale, di anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reato e dei relativi carichi pendenti (d.P.R. 14 novembre 2002, n. 313) nonché della disciplina relativa all’ordinamento giudiziario (r.d. 30 gennaio 1941, n. 12).


2. Finalità e modalità operative della nuova normativa.

Tra le varie questioni interpretative che sono suscitate dalla legge n. 6/2004 (la quale è entrata in vigore - ai sensi dell’art. 20, dopo sessanta giorni dalla data della sua pubblicazione nella G.U. il 19 gennaio 2004 - il 19 marzo 2004, grazie anche alla tempestiva istituzione del registro dell’amministrazione di sostegno con il decreto del ministero della Giustizia del 12 marzo 2004) di particolare rilievo figura quella relativa ai rapporti tra la nuova misura dell’amministrazione di sostegno e gli istituti di protezione dell’interdizione e dell’inabilitazione - i quali, pur se con qualche modifica nella disciplina, permangono all’interno del nostro ordinamento.

A questo fine, prima di procedere all’esame delle singole disposizioni, pare opportuno effettuare una, pur breve, riflessione sulla finalità della novella legislativa in commento.

Per quanto concerne la nuova normativa, gli scopi sono esplicitati nell’art. 1; nell’articolato si legge, in particolare, che: “La presente legge ha la finalità di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente”.

Si tratta di una formula che, vuoi per l’esplicito riferimento contenuto nel testo alle finalità della legge vuoi per la collocazione nella disposizione di apertura di questa “riforma” del codice, deve ritenersi destinata a costituire, per il futuro, il riferimento fondamentale per l’inquadramento per l’intero sistema di protezione delle persone disabili. Il testo del citato art. 1 - alla cui stregua la tutela della persona inidonea alla cura dei propri interessi deve realizzarsi con il minor sacrificio possibile della sua capacità d’agire - mette in luce dunque la policy della nuova normativa.

Oltre che sul piano generale, il contenuto dell’art. 1 si presta ad assumere rilevo quale precisa direttiva per operatività del nuovo di “sistema” protettivo: in altri termini – si è dell’avviso che - il giudice tutelare e il tribunale (volta a volta, ciascuno per le proprie competenze) saranno tenuti a compiere una rigorosa valutazione in ordine alle restrizioni che in concreto appaiono indispensabili ad assicurare la protezione del soggetto a cui lo specifico procedimento si riferisce. L’interprete in particolare, tenuto conto naturalmente del frangente nel quale è chiamato a decidere, dovrà orientarsi per l’opzione che salvaguardi il beneficiario della misura con il minor sacrificio per la capacità.

A questo riguardo – al fine di illustrare da subito alcuni elementi di differenza tra la nuova misura dell’amministrazione di sostegno e gli istituti di protezione tradizionali - va evidenziato come la correlazione tra protezione (delle persone prive, in tutto e in parte di autonomia) e limitazione della capacità d’agire continua a costituisce un connotato dell’attuale “sistema” di protezione. Dallo stesso articolo 1 della legge si deduce, anzi, che pure dall’attivazione dell’amministrazione di sostegno (come già per l’interdizione e per l’inabilitazione) discende per il beneficiario una diminuzione (graduabile) della capacità. La misura dell’amministrazione di sostegno si sviluppa peraltro seguendo un indirizzo completamente diverso rispetto a quello proprio degli strumenti dell’interdizione e dell’inabilitazione. Nel descrivere gli effetti della misura, la nuova versione dell’art. 409 c.c. stabilisce difatti che “Il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno”. Regola dalla quale è senz’altro arguibile che, soltanto per gli atti i quali richiedono la rappresentanza o l’assistenza dell’amministratore di sostegno, dall’attivazione della misura per il beneficiario deriverà una limitazione (più o meno ampia) della capacità.

Per le misure dell’interdizione e dell’inabilitazione, invece, la logica degli interventi figura del tutto opposta (a quella appena descritta). Il legislatore – come si è detto - non ha proceduto ad una riforma globale del sistema delle “incapacità” (pur auspicata da più parti); le due misure pertanto comportano ancora oggi (in linea generale) l’ablazione totale, e rispettivamente, parziale della capacità. Soltanto in base al nuovo comma dell’art. 427, co. 1, c.c. è consentito all’autorità giudiziaria di stabilire che taluni atti di ordinaria amministrazione possano essere compiuti dall’interdetto senza l’intervento ovvero senza l’assistenza del tutore, o che taluni atti eccedenti l’ordinaria amministrazione posano essere compiuti dall’inabilitato senza l’assistenza del curatore.

Già gli esiti di queste prime analisi suggeriscono alcune brevi considerazioni. Le innovazioni apportate al titolo XII del libro I del codice civile confermano l’opportuna adozione (anche) da parte del legislatore domestico di un modello in cui viene privilegiata la logica mirante a graduare le tecniche di protezione in ragione delle specifiche “abilità” riscontrabili nel singolo individuo. La nuova misura dell’amministrazione di sostegno è espressione interamente di questo orientamento. Le modifiche introdotte alla disciplina dell’art. 427 c.c. stanno a testimoniare, pure per quanto concerne le misure dell’interdizione e dell’inabilitazione, l’intento del legislatore di graduare (almeno per certi aspetti) gli interventi diretti a escludere o limitare la capacità della persona. La mancanza di un ripensamento complessivo del sistema civilistico di protezione dell’”incapace” fa si peraltro che (nel sistema riformulato dalla L. 6/2002) sussista più di qualche discrasia tra le finalità della riforma e (parti significative) della disciplina di dettaglio. Si tratta di una situazione – quella appena evidenziata – i cui connotati non vanno trascurati una volta che si passi all’analisi delle ricadute operative della nuova disciplina.


3. Le condizioni soggettive di applicazione delle misure di protezione.

Esplicitate, seppur sommariamente, le finalità della nuova normativa ed evidenziato il contesto generale nel quale la stessa si colloca, in vista di demarcare l’area di operatività dell’amministrazione di sostegno da quella dell’interdizione e dell’inabilitazione consideriamo ora i presupposti per l’attivazione di ciascuna misura di protezione.

La questione è sollecitata (anche) in ragione del fatto che, a seguito della “riforma” degli istituti di protezione civilistica, la descrizione dei presupposti per l’apertura della nuova misura dell’amministrazione di sostegno e quelli delle misure tradizionali, che è contenuta in norme distinte (artt. 404, 414 e 415 c.c.), presenta più di una coincidenza anche se non mancano le differenze.

Consideriamo dapprima queste ultime situazioni. Dall’analisi puntuale dell’art. 404 c.c. emerge, anzitutto, come la misura dell’amministrazione di sostegno sia suscettibile di offrire un supporto protettivo ad aree di alterazioni dello stato di salute che non erano destinate ad essere comprese (almeno sul piano strettamente letterale) dalle previsioni di cui agli art. 414 e 415 c.c..

Il riferimento all’infermità o menomazione fisica quale presupposto autonomo della nomina di un amministratore di sostegno, per chi si trova nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, costituisce un’innovazione rispetto alle situazioni soggettive suscettibili di dar luogo all’interdizione o all’inabilitazione. Per cogliere il significato del nuovo riferimento, anche in questo caso, si tratta di procedere ad una lettura sistematica della normativa. La previsione d’apertura della legge – ove, nell’indicare le finalità della nuova disciplina, si stabilisce che gli interventi di sostegno sono diretti alle persone prive, in tutto o in parte, di autonomia nell’espletamento delle funzioni delle vita quotidiana – induce, in particolare, ad escludere la pronunciabilità della misure nei confronti di chi, pur colpito da una menomazione di carattere fisico, risulti perfettamente compus sui. Occorre riferirsi pertanto a tutte quelle situazioni in cui un’infermità o una menomazione appunto fisica (abbia non soltanto riflessi di carattere corporeo bensì) si ripercuota, in modo negativo, sulle facoltà intellettive della persona - compromettendole in modo più o meno grave o impedendone lo sviluppo.

Un accenno va poi formulato alle minorazioni di carattere sensoriale (le quali, naturalmente, si riverberino sull’attitudine della persona a curare i propri interessi). Fino ad ora, per il caso delle persone colpite da cecità o da sordomutismo dalla nascita o dalla prima infanzia che non avendo ricevuto un’educazione sufficiente apparivano non in grado di provvedere ai propri interessi, l’art. 415, comma 2, c.c., “offriva” l’alternativa (peraltro scarsamente praticata) tra inabilitazione e interdizione. Oggi, stante proprio il comprensivo richiamo alla menomazione fisica contenuto nell’art 404 c.c., la nomina di un amministratore di sostegno si propone come una soluzione protettiva applicabile ad un ampio spettro di situazioni (in cui l’”inettitudine” non derivi da un’alterazione psichica). Tra quanti possono valersi dell’amministrazione di sostegno (anche se soltanto nella forma assistenziale: v. infra) sono da annoverare dunque pure le persone che a causa di una menomazione dei sensi si trovino nell’incapacità di comprendere e/o nell’ impossibilità di manifestare all’esterno il proprio volere.

Più complesso, almeno apparentemente, si presenta il problema del coordinamento tra la nuova e la vecchia normativa con riferimento al caso in cui la persona da proteggere sia affetta da disturbi di carattere psichico.

Consideriamo dapprima le previsioni degli art. 414 e 415 c.c.. Basta dire, in questo contesto, che esse contemplano ancora una concezione dell’infermità mentale classificabile in base ai rigidi parametri dell’abitualità e della gravità (che è da ritenersi superata anche sul piano giuridico dopo l’approvazione della legge 180/1978). Per l’apertura dell’amministrazione di sostegno, invece, compare il riferimento all’infermità, o minorazione, psichica privo di ulteriori aggettivazioni. La formula testimonia come il legislatore italiano (del 2004) si sia orientato a favore di una formula capace di comprendere le varie espressioni della disabilità psichica che sono suscettibili di atteggiarsi nella realtà.

Scendendo sul piano operativo, va evidenziato come ciò consenta di includere, tra le ipotesi di apertura dell’amministrazione di sostegno, anche i casi in cui l’impossibilità di provvedere ai propri interessi sia da ascriversi (all’affievolimento delle capacità psichiche dovuto) all’età avanzata. Dal testo definitivamente adottato dal Parlamento italiano è stato espunto il riferimento esplicito a questa situazione (pur presente nella versione del disegno di legge approvata dal Senato il 21 dicembre 2001). L’attuale formula di cui all’art. 404 c.c. figura tuttavia sufficientemente estesa da far si che un amministratore di sostegno posa sopperire anche alla perdita di “autonomia” (connessa ad una menomazione psichica, o fisica) dipendente dall’avanzamento dell’età: anzi, la versione approvata chiarisce come la misura protettiva non sia affatto suscettibile di essere adottata nei confronti di chi semplicemente sia avanti con gli anni (secondo proprio la ratio che, a quanto risulta, ha indotto la modifica nel corso dei lavori parlamentari: v. il dibattito alla Commissione Giustizia della Camera).

Rimane da considerare l’area dell’infermità di mente grave e abituale – che la struttura dell’art. 414 c.c. postula come (uno dei) requisiti dell’interdizione. La presenza del riferimento all’abitualità non deve essere peraltro sopravalutata – se non per escludere l’utilizzabilità delle misure di protezione organizzata tradizionali (ossia dell’interdizione e dell’inabilitazione, stante che il rimando dell’art. 415 c.c. alla previsione che la precede) nei casi di malattia con manifestazioni di squilibrio passeggere o comunque episodiche e intermittenti

Quanto alla gravità, al di là del dato testuale, come condizione idonea per la pronuncia dell’interdizione, sia sul piano operativo che dottrinario (fors’anche per la mancanza di soluzioni alternative di protezione organizzata a carattere sostitutivo), era stata assunta qualsiasi alterazione del facoltà mentali (anche non integrate uno specifico stato nosologico) - purché implicante un’incapacità totale di provvedere a propri interessi.

Stando così le cose, per quanto concerne le condizioni strettamente soggettive, non vi sono ragioni dunque per escludere che la misura dell’amministrazione di sostegno (per l’apertura della quale il riferimento all’infermità o menomazione psichica compare senza alcun predicato) rappresenti (quantomeno) un’opzione protettiva ulteriore rispetto alla pronuncia dell’interdizione e dell’inabilitazione. A favore dell’inclusione del nuovo istituto (tra le soluzioni attivabili di fronte a “qualsiasi” infermità psichica) deve ricordarsi anche che (sul piano letterale) l’attuale versione della rubrica dell’art. 414 c.c. presenta il ricorso all’interdizione in termini non più perentori. L’innovazione (oltre, forse, a sopire le dispute circa la doverosità, o meno, delle pronunce interdittive e inabilitative) assume, evidentemente, un valore sistematico in quanto (pur in presenza dei presupposti dell’interdizione e d’inabilitazione) apre evidentemente la possibilità del ricorso all’amministrazione di sostegno. Del resto, l’eventualità di uno scorrimento, anche in fase di promozione del giudizio di interdizione e di inabilitazione, verso la misura meno invasiva (dell’amministrazione di sostegno) è contemplato ora espressamente dal nuovo comma dell’art. 418 c.c.: la previsione, che si inquadra nell’ambito dei poteri d’ufficio dell’autorità giudiziaria, attribuisce al giudice, nel corso del giudizio di interdizione o di inabilitazione, il potere - condizionandone l’esercizio a mere ragioni di opportunità - di disporre la trasmissione del procedimento al giudice tutelare per l’apertura dell’amministrazione di sostegno. Per il “passaggio” da un procedimento volto alla nomina dell’amministratore di sostegno ad uno diretto alla pronuncia di interdizione o di inabilitazione, invece, deve ritenersi tendenzialmente necessaria un’istanza del pubblico ministero o da parte di un altro dei legittimati di all’art. 417 c.c. (cfr. art. 413, comma 4, c.c.).

L’analisi appena svolta mette in luce come in base al mero confronto tra i presupposti soggettivi dell’interdizione e dell’inabilitazione e quelli dell’amministrazione di sostegno, seppur evidenzi alcune importanti differenze, non demarca in modo netto (con riguardo a certe ipotesi) gli ambiti di operatività delle due misure. Del resto il perno dell’intervento protettivo - com’è ben specificato dallo stesso articolo di apertura della nuova legge - non è l’infermità mentale, o una menomazione di altro genere, bensì, l’inettitudine, più o meno accentuata, della persona a relazionarsi e a determinarsi.


4. L’impossibilità di curare i propri interessi.

Al fine di non smarrire lo spirito della riforma, oggi ancor più che in passato, per giungere ad adottare la misura protettiva più opportuna al caso concreto occorrerà valutare l’incidenza dell’infermità o della menomazione sull’attitudine della persona a provvedere ai propri interessi. In relazione a questo contesto, va poi formulato il giudizio circa l’opportunità di una soluzione piuttosto che un’altra, in ragione – naturalmente - delle caratteristiche proprie di ciascuno scudo protettivo.

Va evidenziato al riguardo che l’art. 404 c.c. fa riferimento, quale presupposto dell’apertura dell’amministrazione di sostegno, all’”impossibilità” del soggetto “di provvedere ai propri interessi”. La formula presenta alcune difformità rispetto a quella contenuta nell’art. 414 (e nell’art. 415) c.c. quale requisito per la dichiarazione di interdizione (e di inabilitazione) - ove si parla di “incapacità” di provvedere ai propri interessi. Nondimeno l’impossibilità alla quale si riferisce l’art. 404 c.c. deve essere intesa come inettitudine della persona alla cura dei propri interessi. Un’inettitudine (di carattere intellettivo ovvero riguardante le modalità di manifestazione del proprio volere) determinata da una vera e propria patologia, o almeno da una menomazione, psichica, o, ancora, da una malattia o da una minorazione fisica.

Per la previsione del citato art. 404 c.c., inoltre, l’impossibilità può essere anche soltanto “parziale o temporanea”. Al fine di effettuare una prima distinzione occorre tenere conto, allora, del carattere tendenzialmente stabile delle misure dell’interdizione e dell’inabilitazione (non potendo essere previste a tempo determinato, ma essendo semplicemente suscettibili di essere revocate quando vengano a cessare le cause dell’incapacità). Il ricorso ad una di queste due ultime misure sarà, pertanto, senz’altro da escludersi allorché le necessità protettive si prospettino soltanto come temporanee. Per contro, a situazioni di quest’ultimo genere, sarà senz’altro applicabile l’amministrazione di sostegno - che può appunto configurarsi nei termini di misura di protezione a carattere temporaneo. In tal senso depone – oltre che, in via generale, all’art. 1, L. 6/2004 (ove si dispone che la tutela delle persone, prive in tutto o in parte di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana, può realizzarsi “mediante interventi di sostegno temporaneo o permanente”) - l’art. 405, comma, 5, n. 2, c.c. allorché prevede che, nel decreto di nomina dell’amministratore, sia contenuta anche l’indicazione della “durata dell’incarico” quand’esso è conferito a tempo determinato.

In linea complessiva, più di un elemento della riforma induce a ritenere poi che la pronuncia dell’interdizione e dell’inabilitazione costituisca (ormai) un’ipotesi residuale nel ventaglio delle soluzioni adottabili in vista della protezione di un disabile. Conduce a esprimere una conclusione del genere anche la formulazione attuale delle disposizioni sull’interdizione. Innovando rispetto al testo precedente, la versione in vigore dell’art. 414 c.c. condiziona il ricorso alla misura interdittiva al riscontro della sua “necessarietà”. Pur se con un’espressione alquanto generica, viene reso evidente il limitato ambito di operatività della disposizione. Letta alla luce dei principi ispiratori della legge, la modifica finisce per assumere poi un preciso significato. Essa si presenta alla stregua di un escamotage di carattere linguistico per giungere (stante le resistenze, emerse anche nel corso del cammino parlamentare della legge in commento, a procedere a una globale riforma della disciplina tradizionale) alla sostanziale emarginazione dell’istituto. L’inadeguatezza dell’interdizione (ad offrire un sostegno alle persone che, per varie ragioni, si trovano nell’impossibilità di provvedere ai propri interessi) non può che figurare nel nuovo contesto più marcata rispetto al passato. Deve ritenersi pertanto che l’istituto sopravviva all’interno del nostro sistema, ormai (sostanzialmente) svuotato da qualsiasi ruolo protettivo, stante la sua inconciliabilità con l’indicazione contenuta nell’art. 1, della L. 6/2004 - per la quale, come già si è ricordato, la tutela della persona inidonea alla cura dei propri interessi deve realizzarsi con il minor sacrificio possibile della sua capacità d’agire. Quanto all’inabilitazione, oggi ancora più che prima della riforma, emerge la scarsa utilità dell’istituto – visto che non è sufficiente ad assicurare un sostegno nei casi in cui l’interessato non intende “partecipare” al compimento di un atto giuridico (anche non troppo impegnativo sul terreno non patrimoniale) rientrante nell’ambito della straordinaria amministrazione.

All’impostazione della legge risponde invece l’amministrazione di sostegno. In base all’art. 405, comma 5, nn. 3 e 4, c.c., il giudice, nel decreto di nomina dell’amministrazione di sostegno, indicherà, volta a volta, l’oggetto dell’amministrazione e gli atti in cui il beneficiario dev’essere sostituito o assistito appunto dall’amministratore di sostegno. Stanti le finalità della legge, non vi è dubbio che, in concreto, saranno da disporre soltanto le restrizioni, totali o parziali, alla capacità che nello specifico frangente, appaiono indispensabili ad assicurare la protezione del soggetto interessato.

Consideriamo il caso di un soggetto le cui facoltà intellettive figurino a tal punto compromesse da renderlo (del tutto) inidoneo alla cura dei propri interessi. Pensiamo, a titolo esemplificativo, ai soggetti affetti da patologie psichiatriche croniche che li mantengano in situazione di costante scompenso psichico, ai soggetti colpiti, in forma grave, dal morbo di Alzheimer, o ancora ai soggetti in coma. La scelta verso l’interdizione (pur praticabile) neppure pare necessaria in frangenti del genere - pur quando occorra provvedere alla cura di un patrimonio particolarmente consistente e/o adottare con continuità decisioni concernenti la cura della persona. Le ragioni in tal senso appaiono più d’una. Sul piano generale, ritengo che, pure di fronte a situazioni di grave invalidità, la scelta a favore dell’interdizione si scontri con la logica, propria della “riforma”, indirizzata a valorizzare, al massimo le possibilità di autodeterminazione dell’interessato. Più nello specifico, va considerato come, in base al disposto dell’art. 405 c.c. (ispirato, con tutta evidenza, a principi di uguaglianza non solo formale), il giudice avrà il potere di modellare l’area dell’incapacità in ragione degli specifici bisogni di protezione. Il conferimento all’amministratore di sostegno di un incarico a carattere sostitutivo di ampiezza generale (là dove, a causa della gravità della situazione, ci si orientasse per un giudizio di incapacità totale) potrà così avvenire senza determinare, necessariamente, ripercussioni invalidanti sulla sfera strettamente personale dell’interessato (che nel caso invece dell’interdizione non potrebbero essere evitate facendo leva sul nuovo comma dell’art. 427 c.c. in ragione dell’operatività soltanto nel campo patrimoniale della disposizione). A fronte dell’insorgere di necessità protettive diverse (da quelle inizialmente accertate), il provvedimento di cui all’art. 405 c.c. si presterebbe, inoltre, ad essere eventualmente modificato e integrato (attraverso le procedure previste dall’art. 407, comma 4, c.c.) molto più agevolmente rispetto a quanto consente il procedimento di revoca dell’interdizione. A protezione del beneficiario, nell’eventualità in cui nell’ambito delle eventuali capacità residue egli ponga in essere atti per sé pregiudizievoli, rimarrà comunque la possibilità del ricorso, ai fini di invalidazione, delle norme (pur non modificate dalla riforma) poste a tutela dell’”incapace naturale”.


5. La situazione giuridica del beneficiario dell’amministrazione di sostegno.

La flessibilità e l’adattabilità del nuovo istituto alle diverse esigenze di protezione fa sì che, in concreto, possano prospettarsi una pluralità di situazioni in capo al beneficiario dell’amministrazione di sostegno.

La trama normativa suggerisce, anzitutto, una situazione nella quale in via generale l’area dell’incapacità legale del beneficiario è tracciabile in ragione dell’ampiezza dei compiti di rappresentanza e/o di assistenza che con il decreto di cui all’art. 405 c.c. (o in successivi interventi di modifica o integrazione) vengano attribuiti dal giudice tutelare all’amministratore di sostegno. Il testo del comma 1 dell’art. 409 c.c. precisa al riguardo che il beneficiario conserva la capacità di agire “per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno” - ferma restando, in via generale, la possibilità di compiere gli atti diretti a soddisfare le esigenze della propria vita quotidiana (cfr. co. 2 dell’articolo in parola). Sulla base delle decisioni eventualmente adottate sempre dal giudice tutelare nel decreto di nomina dell’amministratore di sostegno (o successivamente) potranno aggiungersi poi nei confronti del beneficiario “determinati effetti, limitazioni o decadenze” già previsti dalla legge per l’interdetto o per l’inabilitato (cfr. art. 411, co. 4, c.c).

Rispetto a quella degli istituti tradizionali, la struttura dell’intervento dell’amministrazione di sostegno figura dunque completamente rovesciata. Essendo la nuova figura orientata a promuovere, anziché deprimere, le eventuali facoltà residue dell’interessato, l’impianto complessivo della disciplina dettata dalla l. 6/2004 nonché le singole disposizioni nel nuovo capo I del titolo XII del libro primo c.c. inducono a concepire la nuova misura nei termini di un regime di protezione comprendente per un verso il conferimento di poteri di rappresentanza e/o di assistenza all’amministratore relativamente a uno o più atti attinenti alla sfera del beneficiario, e eventualmente, per altro verso, l’estensione di particolari discipline previste per l’interdetto e l’inabilitato. Con riguardo all’art. 411, co. 4., c.c. l’iter del progetto rivela un rovesciamento di tendenza, in quanto si è passati dalla regola dell’estensione al beneficiario delle norme sull’interdizione ed inabilitazione al suo contrario.

Già una prima lettura delle nuove norme induce ad affermare che, a prescindere dall’ampiezza dei poteri conferiti all’amministratore di sostegno e dal novero delle limitazioni disposte dal giudice nei confronti del beneficiario nel decreto di nomina (o in successivo provvedimento di modifica), il soggetto sottoposto ad amministrazione di sostegno non sarà considerabile (in via generale) un incapace legale. Costui dovrà ritenersi invece pienamente capace legalmente, salvo per gli effetti che derivino, volta a volta, dal provvedimento giudiziale.

A questo riguardo va formulata da subito una precisazione. Stante le finalità della nuova misura va senz’altro accolto lo spunto di considerare, in ragione delle condizioni dell’interessato (ad es. situazioni d’indolenza, torpidezza ovvero instabilità di salute connesse a difficoltà materiali a gestire personalmente i propri affari), l’opportunità di un intervento di nomina dell’amministratore di sostegno che non sia destinato ad incidere sulla capacità del beneficiario. Che l’attribuzione della rappresentanza legale non implichi necessariamente restrizioni alla capacità di agire del rappresentato è affermazione del resto già diffusa anche nel nostro ambiente giuridico. Nella disciplina introdotta dalla l. 6/2004 non mancano gli spunti per approdare ad una conclusione del genere. A questo riguardo non va soltanto tenuto conto dell’espresso riferimento alla rappresentanza “esclusiva” (assieme all’assistenza necessaria) dell’amministratore come circostanza comportante in base all’art. 409 c.c. restrizioni alla capacità del beneficiario: formulazione che comunque consente di ipotizzare (anche) un’amministrazione di sostegno in cui determinati atti siano realizzabili tanto dall’amministratore quanto dal beneficiario. E’ poi soprattutto sulla base dell’art. 1 della legge istitutiva della nuova misura di protezione (ove appunto nell’indicare le finalità della normativa si sottolinea l’intento di tutelare le persone prive in tutto o in parte di autonomia con la minore limitazione possibile della capacità di agire) che paiono prospettabili interventi di sostegno senza limitazioni o attenuazioni della capacità di agire.

Chiarita la possibilità per il giudice di decretare (anche) la costituzione di una rappresentanza dell’amministratore di sostegno concorrente con il beneficiario (allorché per l’interesse di quest’ultimo una soluzione del genere figuri opportuna), al fine di cogliere esattamente la portata della nuova misura occorrerà soffermarsi, volta a volta, sul contenuto del decreto di cui all’art. 405 c.c. e sulle sue eventuali successive modificazioni.

Consideriamo anzitutto il caso in cui, stante l’inettitudine del tutto limitata del disabile a curare i propri interessi, il provvedimento conferisca all’amministratore di sostegno l’incarico di rappresentare e/o di assistere il beneficiario in alcuni specifici atti - eventualmente con la precisazione altresì di una, o di una serie di, preclusione/i (alla stregua di un interdetto o di un inabilitato, ex art. 411, co. 4, c.c.). In un’eventualità del genere, l’incapacità del beneficiario dovrà reputarsi circoscritta solo con riferimento agli atti che richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno, nonché con riguardo ai divieti espressamente indicati nel decreto o ricavabili dal richiamo di norme relative all’interdetto o all’inabilitato.

All’estremo opposto rispetto all’eventualità appena descritta, si pongono (stante l’ampia latitudine dei presupposti soggettivi per l’attivazione della nuova misura di sostegno) i casi in cui, per il grado d’inabilità a curare i propri interessi, nonché per concrete esigenze di sostegno della persona per la quale sia stata avanzata la richiesta di amministrazione di sostegno, si presenti la necessità di attivare un’amministrazione di sostegno, sostitutiva o assistenziale, a carattere tendenzialmente generale. In casi del genere, può ritenersi che il giudice, nel descrivere l’incarico dell’amministratore di sostegno (in luogo un’analitica elencazione degli atti che l’amministratore ha il potere di compiere e/o di quelli che il beneficiario può compiere solo con l’assistenza dell’amministratore di sostegno) possa far ricorso ai concetti di ordinaria e straordinaria amministrazione – determinando così una sorta di incapacità totale o relativa almeno per quanto concerne gli atti di natura patrimoniale.

In applicazione poi dell’art. 411, co. 4, c.c., saranno prospettabili diverse situazione sulle quali mi soffermerò tra breve. può prospettarsi sia l’ipotesi in cui, nel decreto di nomina, il giudice si orienti ad indicare specifiche aree di incapacità (ad es. disponga che “al beneficiario è tolta la capacità testare”), sia quella in cui (sempre il giudice) richiami semplicemente l’applicazione in quel contesto di specifiche disposizioni normative concernenti l’interdetto o l’inabilitato.

In ogni caso - anche per ragioni di sicurezza dei traffici e affidamento dei terzi (cui deve ritenersi anzitutto finalizzata la forma di pubblicità prevista dall’art. 405, co. 7, c.c.) – sarà opportuno che lo statuto dei poteri attribuito all’amministratore e l’elenco delle preclusioni per il beneficiario venga definito dal giudice tutelare nel decreto di cui all’art, 405 c.c. in modo quanto più preciso e puntuale.

A questo riguardo va formulata da subito una precisazione. Stante le finalità della nuova misura va senz’altro accolto lo spunto di considerare, in ragione delle condizioni dell’interessato (ad es. situazioni d’indolenza, torpidezza ovvero instabilità di salute connesse a difficoltà materiali a gestire personalmente i propri affari), l’opportunità di un intervento di nomina dell’amministratore di sostegno che non sia destinato ad incidere sulla capacità del beneficiario. Che l’attribuzione della rappresentanza legale non implichi necessariamente restrizioni alla capacità di agire del rappresentato è affermazione del resto già diffusa anche nel nostro ambiente giuridico. Nella disciplina introdotta dalla l. 6/2004 non mancano gli spunti per approdare ad una conclusione del genere. A questo riguardo non va soltanto tenuto conto dell’espresso riferimento alla rappresentanza “esclusiva” (assieme all’assistenza necessaria) dell’amministratore come circostanza comportante in base all’art. 409 c.c. restrizioni alla capacità del beneficiario: formulazione che comunque consente di ipotizzare (anche) un’amministrazione di sostegno in cui determinati atti siano realizzabili tanto dall’amministratore quanto dal beneficiario. E’ poi soprattutto sulla base dell’art. 1 della legge istitutiva della nuova misura di protezione (ove appunto nell’indicare le finalità della normativa si sottolinea l’intento di tutelare le persone prive in tutto o in parte di autonomia con la minore limitazione possibile della capacità di agire) che paiono prospettabili interventi di sostegno senza limitazioni o attenuazioni della capacità di agire.

Chiarita la possibilità per il giudice di decretare (anche) la costituzione di una rappresentanza dell’amministratore di sostegno concorrente con il beneficiario (allorché per l’interesse di quest’ultimo una soluzione del genere figuri opportuna), al fine di cogliere esattamente la portata della nuova misura occorrerà soffermarsi, volta a volta, sul contenuto del decreto di cui all’art. 405 c.c. e sulle sue eventuali successive modificazioni.


6. L’oggetto dell’incarico dell’’amministratore di sostegno.

Al fine di adeguare la misura protettiva alle concrete esigenze dell’interessato, l’art. 405, comma 5, c.c., prevede che, nel decreto con il quale il giudice fissa l’oggetto dell’incarico, vengano indicati gli atti che all’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario e gli atti, invece, che il beneficiario può compiere soltanto con l’assistenza dell’amministratore di sostegno – con ciò configurando la possibilità della coesistenza di un’amministrazione sostitutiva con una a carattere assistenziale (ispirata, anche se non esplicitamente, al modello della curatela).

Sull’oggetto dell’incarico conferibile all’amministratore, conviene fin d’ora precisare (riprendendo un rilievo formulato a proposito dell’art. 1, l. n. 6 del 2004) come esso possa avere una portata non esclusivamente rivolta alla tutela degli interessi patrimoniali di chi vi è sottoposto, potendo il giudice tutelare attribuire (appunto all’amministratore di sostegno) anche il compito di prendersi cura della persona del beneficiario. Una precisazione del genere è possibile pur se dal testo definitivamente approvato dell’art. 404 c.c. accanto all’impossibilità di cura “dei propri interessi” non compare più il riferimento a quella “della propria persona”. Il mutamento – com’è stato opportunamente segnalato - appare poco rilevante se si considera che la dicitura attuale dell’art. 404 c.c. è comunque sufficientemente ampia da apparire compatibile con l’assegnazione, all’amministratore di sostegno, di compiti inerenti alla cura della persona del beneficiario.

La stessa disciplina dalla legge n. 6/2004 mette in luce, in effetti, in più di una disposizione (anche a prescindere da ogni riferimento alla disciplina della tutela – e, in particolare, all’art. 357 c.c., astrattamente richiamabile in ragione dei compiti dell’amministratore di sostegno), la riconducibilità della cura personae all’oggetto dell’incarico affidabile all’amministratore. Basta considerare il dettato dell’art. 405, comma 4, c.c. - che consente al giudice tutelare, nel corso del procedimento relativo all’apertura dell’amministrazione di sostegno, di adottare anche d’ufficio “i provvedimenti urgenti per la cura della persona interessata e per la conservazione e l’amministrazione del suo patrimonio” ; quello dell’art. 408, comma 1, c.c. – ove si dispone che la scelta del soggetto incaricato dell’amministrazione debba avvenire “con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario” (nonché quello del nuovo art. 44 delle disposizioni di attuazione e transitorie, ove è previsto che il giudice tutelare possa impartire all’amministratore “istruzioni inerenti agli interessi morali e patrimoniali … del beneficiario”).


7. Conclusioni

E’ tempo di formulare qualche conclusione.

L’approccio individualizzato dell’amministrazione di sostegno si traduce in una visione del disabile come persona che può e deve vivere nel mondo di relazione, conservando e sviluppando al massimo le proprie capacità e potenzialità – in linea con una lettura che, sulla base primo luogo dell’art. 2 Cost., riconosce al disabile il diritto, sia sotto l’aspetto statico che e sotto il profilo dinamico, alla protezione e allo sviluppo della propria personalità. Essa si presta ad offrire un sopporto protettivo alla vasta area di quanti, colpiti da un’infermità o da una minorazione (fisica o psichica), manifestino una disabilità, anche solo parziale o temporanea, nel provvedere ai propri interessi. A questo fine, l’intervento protettivo è graduabile in ragione delle necessità del beneficiario, può avere carattere sostitutivo e/o assistenziale e può comprendere la cura sia di carattere patrimoniale e che della persona.

Allo stato permangono, peraltro, nel nostro sistema le misure sull’interdizione e l’inabilitazione – orami del tutto abbandonate, o comunque, profondamente riformulate in larga parte dei sistemi giuridici della western legal tradition. Nonostante le parziali modifiche introdotte dalla legge n. 6/2004, non è stato toccato, nella sostanza, lo schema (risalente nella sostanza, per quanto concerne la sua versione moderna, al Code Napoléon del 1804) che al riscontro in un individuo di precise “inettitudini” fa scattare, attraverso la pronuncia giudiziale di interdizione o di inabilitazione, effetti giuridici predeterminati e invalidanti per la persona.

Sul piano generale, occorre evidenziare come il successo della “riforma” appaia legato proprio al superamento di quegli schematismi che non permettono la messa a punto d’interventi di protezione graduati ai bisogni delle persone prive in tutto o in parte d’autonomia nell’espletamento della vita civile. In concreto, molto dipenderà dall’opera dei giudici tutelari e di quanti la legge coinvolge nell’attivazione e nell’applicazione della misura, nonché dalle risorse che verranno destinate in vista della protezione dei “soggetti deboli”.


Angelo Venchiarutti

Professore associato di Diritto Privato Comparato

Dipartimento Giuridico dell’Economia - Università di Trieste – p.le Europa 1 34100 Trieste angelov@econ.units.it



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