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Il dolo eventuale nel delitto di ricettazione
Articolo 03.05.2012 (Francesco Guglielmini)

Sommario: 1. La determinazione dei confini tra dolo e colpa, tra l’accettazione del rischio e il rischio consentito – 2. La definizione del dolo eventuale nell’ambito della teoria della rappresentazione e della teoria finalistica – 3. La ricettazione: elemento soggettivo – 4. Oggetto e ragioni di tutela nel reato di ricettazione – 5. La particolare ricettazione dell’assegno bancario nella individuazione del dolo e del rischio consentito – 6. Conclusioni.

1. La determinazione dei confini tra dolo e colpa, tra l’accettazione del rischio e il rischio consentito

La dogmatica giuridico-penale dell’età contemporanea, da molti anni si interessa dello studio del dolo eventuale o indiretto, e dei suoi criteri di distinzione dalla colpa con previsione o “cosciente”, rappresentando, oramai, tale teoretica uno dei punti più controversi e dibattuti in dottrina[1].

Diversi giuristi hanno dedicato la loro attività al tentativo di individuare i reciproci confini del dolo e della colpa, con l’intenzione di trovare un parametro distintivo che fosse simultaneamente adatto a soddisfare tanto le esigenze di accertamento e verifica processuale dell’elemento psicologico, quanto quelle di unità sistematica della teoria generale del reato[2].

Questa attività già complessa, è ulteriormente appesantita dalla necessità di confrontarsi con la mole delle elaborazioni dottrinarie sviluppatesi nel corso degli anni e con una reciproca influenza (nelle diverse ricostruzioni teoriche) delle varie accezioni della colpevolezza, dell’azione e dell’evento.[3] Concetti, questi, abitualmente accolti con significati mutevoli, con divergenze non solo di carattere terminologico, ma spesso indicative di differenti impostazioni sostanziali[4].

Tale dibattito, proprio per la sua poliedrica importanza sui riflessi applicativi, è ancora attuale, sia per le evidenti difficoltà nel sintetizzare l’esatta portata differenziale dei due elementi soggettivi alla luce del diritto positivo vigente-[5], sia per la facilità di poter continuare a trarre dal vissuto quotidiano spunti sempre nuovi di attualizzazione.

La differenza di qualità tra dolo eventuale e colpa cosciente non riguarda la previsione e/o la rappresentazione dell’evento, infatti, lo stesso è previsto in entrambi i casi, viceversa, muta l’atteggiamento psicologico nei confronti della prevenibilità e/o evitabilità[6].

Nel dolo eventuale, secondo l’impostazione prevalente, l’agente non giudica evitabile e/o prevenibile l’evento, ne accetta il rischio, con la conseguenza che non desiste dal compimento dell’azione.

Nella colpa cosciente, invece, l’agente prevede l’evento e lo considera prevenibile e/o evitabile, ma questa valutazione, successiva, risulta errata perché l’evento si verifica.

Conseguentemente, dalle suddette valutazioni, discendono:

a) la impossibilità del dolo eventuale e della colpa cosciente nei reati privi di evento esterno alla condotta;
b) la contraddittorietà del rapporto tra accettazione del rischio e rischio consentito.

Se il diritto penale non può vietare la produzione di un evento che sia lo sviluppo di un rischio lecito, l’accettazione del rischio non costituisce un valido criterio di accertamento del dolo eventuale, quando il rischio è consentito.

In sostanza, il controsenso è che non si può punire il soggetto che ha previsto l’evento e, conseguenzialmente, accettato il rischio, quando l’ordinamento considera lecita l’accettazione del rischio[7].

2. La definizione del dolo eventuale nell’ambito della teoria della rappresentazione e della teoria finalistica

Nella sua disposizione codicistica il dolo corrisponde alla volontà finalistica, cioè al dolo intenzionale. Atteso, quindi, che la volontà è “fine” e non “causa”, è necessario interrogarsi sul come definire ed inquadrare il dolo eventuale[8].

Questa problematica ha interessato tanto i sostenitori della concezione volontaristica, quanto quelli della concezione finalistica. Questo perchè, se si intendesse il dolo come finalità finalistica, lo stesso si riferirebbe solo al dolo intenzionale con esclusione di quello eventuale.

Si è cercato, perciò, nel tentare di rendere compatibili le due definizioni di dolo, di ricondurre, in qualche modo, il dolo eventuale alla volontà dell’evento.

La dottrina più tradizionale ha cercato di attribuire al concetto un senso “giuridico”, ritenendo che a ciò non fosse d’ostacolo la formulazione dell’art. 43 c.p.[9]. Questi approfondimenti interessarono sia la teoria della rappresentazione[10] sia quella della volontà[11].

Mentre la prima sembra essere maggiormente aderente e più compatibile con il concetto di dolo eventuale, anche se meno conciliabile con il dettato normativo codicistico, nel quale per il dolo si pretende sempre l’intenzione[12], la seconda, viceversa, “tenta uno sforzo di eccessiva astrazione, cercando di individuare nell’ambito del volere momenti e situazioni prettamente intellettivi”.

Un’ulteriore teoria, che ha trovato consensi in dottrina e giurisprudenza, identifica nel dolo un contenuto eterogeneo, sostanziandosi da un lato, in un momento propriamente volitivo in relazione alla condotta materiale, e, dall’altro, in un atteggiamento intellettivo\rappresentativo riferito a tutti gli elementi della fattispecie poiché, soprattutto quando si tratta di un avvenimento futuro rispetto alla condotta, si ritiene più corretto parlare di previsione[13]. Ma, sempre, secondo tale teoria, “la previsione può avere una diversa natura a secondo che sia concreta o astratta ovvero positiva o negativa, individuandosi, così, il dolo eventuale nella previsione astratta dell’evento alla quale consegue una previsione concreta positiva”[14].

Tale incertezza, non essendo rimossa da una previsione negativa, non completa l’ipotesi di ignoranza o di errore e, perciò, inevitabilmente fa configurare un dolo nella sua forma eventuale. Nel dolo eventuale la volontà è, dunque, strutturata sulla considerazione secondo cui “l’agente, non avendo escluso la possibilità dell’evento lesivo, lo accetta manifestando per questa via un atteggiamento interiore di adesione al suo avverarsi, ovvero, accetta il rischio del suo verificarsi”[15].

A questa teoria, che intravede il dolo eventuale come concreta e fattiva previsione della possibilità della verificazione dell’evento, si è obiettato, ritenendo che, tale individuazione, snaturerebbe la colpa cosciente sostanziando una non rappresentazione dell’evento, contravvenendosi, così al disposto degli artt. 43 e 61 n. 3 del c.p.[16].

Alcuni sostenitori della teoria dell’accettazione del rischio, obiettando ai rilievi prima individuati, partendo dalla constatazione che, in ogni caso, anche nella colpa cosciente è presente una forma di accettazione del rischio, hanno eccepito la diversa forma di questa accettazione, che, perciò, assumerebbe struttura differente se riferita al dolo eventuale ovvero alla colpa cosciente con previsione.[17]

In ogni caso, nell’individuazione del contenuto del dolo eventuale, anche la dottrina finalistica non è pervenuta a conclusioni lineari ed incontrastate, imbattendosi, essa stessa, nelle difficoltà prima richiamate dalla dottrina tradizionale. Infatti, per comprendere il dolo eventuale nel più generale concetto di azione finalistica, si era pensato di dilatare la stessa idea di finalità, adottando un medesimo procedimento logico utilizzato per l’individuazione del reato colposo.

Dalla disamina effettuata risaltano evidenti due aspetti difficilmente contestabili. Da un lato, “nel dolo eventuale manca l’intenzione dell’evento, intesa come perfetta volontà finalistica”. Dall’altro, “il dolo eventuale è categoria creata dalla dottrina, non trovando invece un riconoscimento esplicito nella norma, dove l’unico riferimento è quello al dolo intenzionale”[18].

Deve, perciò, considerarsi una forzatura la tesi dei teorici della volontà, secondo cui il dolo eventuale è riconducibile all’idea di volontà, questo perché con una mera finzione ed attraverso una pura astrazione si cerca di ricondurre il dato intellettivo a quello volitivo. In sostanza, la volontà propriamente finalistica (l’intenzione) nel dolo eventuale è frutto di una congettura teorica, li dove, secondo alcuni, è lo stesso legislatore ad equiparare il valore del dolo intenzionale a quello eventuale.

Non vi è, quindi, il concetto ontologico della volontà, ma solo, puramente, quello intellettivo della rappresentazione.

Nel dolo eventuale, l’evento non è voluto, ma solo rappresentato a differenza di quello intenzionale dove, viceversa è voluto, ragion per cui in quello eventuale non è presente la volontà della conseguenza, relativa all’effettivo elemento intenzionale causante la lesione del diritto tutelato dalla norma penale.

In conclusione, il dolo eventuale significherebbe non volontà dell’evento[19].

3. La ricettazione: elemento soggettivo

Queste problematiche caratterizzano, con le loro richiamate specificità, uno dei reati più controversi in dottrina, anche e soprattutto in riferimento alla sua collocazione codicistica nell’ambito dell’interesse protetto. L’aspetto soggettivo del reato di ricettazione ex art. 648 c.p. si articola in due momenti: il dolo generico, la volontà di porre in essere una delle condotte previste dall’art. 648 c.p., sorretta dalla rappresentazione della provenienza illecita, da un lato, e dal dolo specifico, dall’altro, intendendosi con esso la volontaria intenzione, da parte di un soggetto, di agire per il conseguimento di un ingiusto profitto.

La volontarietà della condotta e il dolo specifico non pongono particolari problemi, al contrario l’accertamento della consapevolezza della provenienza delittuosa del bene comporta notevoli difficoltà in ordine alla configurabilità del dolo eventuale, quando, cioè, l’agente abbia ricevuto l’oggetto del reato senza avere la certezza della provenienza illecita, ma solo il sospetto più o meno forte[20].

La provenienza illecita si riflette nella struttura del dolo in modo diverso rispetto alla situazione finale dei reati a forma libera, in cui la condotta sia idonea a cagionare l’evento; infatti, essa costituisce un presupposto del fatto che può avere vari gradi di rappresentazione (dalla possibilità alla certezza), ma che non è prevenibile e\o evitabile.

Si è, difatti, in presenza di un rischio preliminare[21] che differentemente dal rischio principale (prevedibile e prevenibile) e da quello collaterale (evitabile) non è prevenibile ed evitabile, ma soltanto vietato, ovvero evitabile ove non si agisca affatto.

Questa ricostruzione pone l’attenzione su due aspetti: da un lato, l’indistinguibilità, nella ricettazione, tra la forma più grave della colpa e quella meno intesa del dolo[22] (e, quindi, tra l’art. 712 c.p. e l’art. 648 c.p.) nel senso della inconfigurabilità del dolo eventuale e della colpa cosciente; dall’altro, la problematicità dei casi (es. assegno bancario) in cui l’ordinamento disciplina il rischio di provenienza illecita e, quindi, nel rispetto delle regole cautelari appositamente previste, consente l’azione anche quando l’agente sospetti la provenienza illecita della cosa ricevuta.

4. Oggetto e ragioni di tutela nel reato di ricettazione

Da tempo la dottrina dibatte sul bene giuridico tutelato.

Antichi studi includevano la ricettazione tra i delitti contro l’amministrazione della giustizia, successivamente ad essi ha fatto seguito la valutazione della possibile natura plurioffensiva del reato[23]. Recentemente, la ricettazione è stata di nuovo inserita fra i reati che offendono il patrimonio[24].

Da ultimo, un’interessante possibile individuazione di una forma di ricettazione “vivente” ha fatto emergere una prospettiva di tutela non molto considerata, cioè quella dell’ordine pubblico[25].

Le varie discussioni dottrinarie, come già schematicamente indicato, si sono susseguite in interpretazioni di volta in volta contrastanti per la difficile individuazione dell’effettivo bene giuridico da tutelare.

Escludendo la possibile collocazione nell’ambito dei reati contro l’amministrazione della giustizia, atteso il ricorrente motivo critico dato dall’antitetico rapporto fra la ricettazione e il favoreggiamento, che seppur nella loro omogeneità delle condotte non riesce ad escludere la sovrapposizione tra i rispettivi spettri di tutela, ciò che appare più convincente è il riferimento al 3° comma dell’art. 648 c.p. (introdotto con la novella dell’art. 3 legge 9 agosto 1993, n. 328), che con la sua previsione punitiva insinua nel collegamento tra la ricettazione e l’interesse dello Stato alla repressione dei reati un fattore di dissoluzione che implica specifiche e vincolanti conseguenze, date dalla non tipicitizzazione delle condotte che non esprimono neppure un pericolo astratto per il valore o l’interesse di cui si assume la tutela.

La concezione neo-patrimonialistica è evidenziata da Mantovani che per giustificare la collocazione della ricettazione tra i delitti contro il patrimonio «si ispira al criterio dell’interesse più frequentemente offeso dai fatti ricettativi»[26], e da Moccia che non manca di osservare che «le condotte di riciclaggio […] come, del resto, è pacifico per tipi fondamentali di riferimento dati dalla ricettazione e dal favoreggiamento reale […] possono turbare l’ordine economico», per poi respingere questa prospettiva sotto il profilo assiologico: «l’ordine economico, più che un bene giuridico, sembra rappresentare una ratio di tutela» e le rationes non possono costituire oggetti di tutela penale perché comportano un «avanzamento della tutela fino a forme esasperate di anticipazione, oltre la soglia di tollerabilità per un diritto penale del fatto»[27].

La collocazione della ricettazione tra i reati contro il patrimonio, utile e valida sotto il profilo didattico, non designa, però, l’oggetto di tutela.

La proposta di circoscrivere i delitti-presupposto ai soli delitti contro il patrimonio è priva di basi testuali e si pone in contrasto sia con importanti istanze politico-criminali, sia con l’evoluzione dei contigui delitti di riciclaggio e di impiego di capitali illeciti.

L’ordine pubblico egemonizza le prospettive di tutela della sola ricettazione “vivente”, ma non individua il bene giuridico del delitto. Il fatto tipico può essere integrato da condotte che non esprimono alcuna potenzialità lesiva in tale direzione.

Anche considerando la ricettazione fra le fattispecie plurioffensive, il dibattito non risulta convincente.

In conclusione, occorre riconoscere che nell’art. 648 c.p. manca un bene giuridico, che si possa riconoscere nell’oggetto dell’offesa[28].

La ricettazione, in definitiva, sanziona un divieto, il divieto di acquistare, ricevere, occultare danaro o cose di provenienza delittuosa: tale principio è riferibile all’ordine economico, ma la sua violazione non configura una concreta lesione o messa in pericolo di tale bene superindividuale, non suscettibile di aggressione in senso naturalistico[29].

A maggior ragione, deve escludersi che l’art. 648 c.p. richieda la lesione degli interessi finali, afferenti alla tutela del patrimonio, dell’ordine pubblico e dell’amministrazione della giustizia: l’offesa di questi beni resta estranea al fatto tipico e non condiziona affatto il perfezionamento della fattispecie.

5. La particolare ricettazione dell’assegno bancario nella individuazione del dolo e del rischio consentito

Tutte le problematiche relative alle intersezioni tra le connotazioni normative del dolo eventuale ed il rischio consentito, che ripropongono il fenomeno della trasposizione in sede penale degli istituti civilistici[30], realizzando, così, l’‘occupazione’ penalistica del diritto privato, possono trovare una certa semplificazione nella previsione della ricettazione dell’assegno bancario.

L’assegno bancario comporta lo svantaggio che la negoziazione, alcune volte, può avere un esito negativo. Diverse possono essere le ragioni: la mancata copertura dei fondi, la mancata autorizzazione, la provenienza delittuosa.

Pertanto, chiunque, quando riceve un assegno bancario può rappresentarsi il rischio di insolvenza, che sotto il profilo economico si risolve nella valutazione del rischio della provenienza illecita.

Per tale motivo il regio decreto n. 1736 del 1933 regola la circolazione dei titoli di credito. È noto che il traente non deve giustificare il possesso dell’assegno, ma, anzi, la legge disciplina la successiva circolazione del titolo, consentendo vari trasferimenti per girata, anche, eventualmente, in bianco, considerandosi portatore legittimo colui che giustifica il suo diritto.

In tal caso, il criterio dell’accettazione del rischio non è utilizzabile per accertare il dolo.

Non si può punire a titolo di dolo il trattario che ha ricevuto l’assegno rispettando le norme che regolano l’accettazione del rischio[31].

Il rischio consentito «non è determinato dalla valutazione individuale del soggetto ma è in ogni caso una grandezza normativa che ha come premessa la valutazione della condotta da un punto di vista oggettivo, con riferimento al suo significato per le condizioni di validità del diritto»[32].

Quindi, non è individuabile il dolo neanche nell’agente che riceve il titolo solo perché ha violato le norme sulla circolazione, intravedendosi in questo comportamento solo una eventuale colpa. Infatti, il comportamento posto in essere è caratterizzato da un rischio consentito, individuato nella “misura normativa” della violazione di una regola di diligenza, che nei vari settori della vita di relazione, ‘concretizzano’ la misura del rischio tollerata dall’ordinamento[33].

Quando la violazione delle norme che regolano la circolazione dei titoli è cosciente e volontaria, non si è più in presenza di quella linea di confine fra dolo eventuale e colpa cosciente.

Infatti, se l’agente ricevendo il titolo ha consapevolmente superato la soglia del rischio tollerato dall’ordinamento, accettando, così, anche implicitamente il rischio non consentito, dal punto di vista soggettivo il suo comportamento presenta la struttura della colpa cosciente, contenendo, al tempo stesso, tutti gli elementi necessari e sufficienti del dolo eventuale. Per cui, quando manca la prova del dolo diretto, deve essere esclusa, anche, la ricettazione[34].

Nel caso specifico della ricettazione di assegno bancario, è facilmente affermabile che il livello del rischio è sempre inaccettabile per quelle condotte che «sono realizzate programmaticamente per compiere un danno o porre in pericolo il bene tutelato»[35]. Il dolo diretto, infatti, implica l’assenza di buona fede, integrando un comportamento caratterizzato da un rischio non consentito.

6. Conclusioni

Dalle precedenti riflessioni, quindi, nasce spontanea la domanda: quali connotati dovrà assumere il dolo eventuale nella ricettazione?

La risposta a tale interrogativo va trovata nella circostanza che nell’agente deve essere presente la consapevolezza dell’accettazione del rischio che la cosa provenga da delitto, non rilevando il semplice sospetto della provenienza.

Per aversi la configurabilità della ricettazione è necessario che i dubbi sulla legittima provenienza del bene siano così gravi ed univoci da generare in qualsiasi persona di media levatura intellettuale, e secondo le regole della comune esperienza, la pratica certezza che la cosa acquistata o ricevuta provenga da delitto. In questi casi si può inquadrare l’elemento soggettivo del reato nello schema del dolo diretto (di secondo grado), piuttosto che ricondurlo all’alveo del dolo eventuale, che, per come già evidenziato, può spingersi fino alla concreta possibilità (che non equivale a certezza) della provenienza della cosa da delitto, mentre, se nell’agente insorge il sospetto, allora il fatto andrà sussumibile nella fattispecie contravvenzionale di cui all’art. 712 c.p.

In definitiva, l’art. 648 c.p. può risultare compatibile con la formula dell’accettazione del rischio, la quale, tuttavia, deve assurgere al livello della concreta possibilità in ordine alla provenienza del delitto della res, rimanendo al contrario il semplice stato di dubbio confinato nel perimetro normativo dell’art. 712 c.p.

(Altalex, 3 maggio 2012. Articolo di Francesco Guglielmini)

_______________

[1] È nell’ottocento, infatti, che il dibattito dottrinale viene a polarizzarsi sulla contrapposizione tra teoria della volontà che poggia sulla volontà dell’evento, e la teoria della rappresentazione che ravvisa l’essenza del dolo nella previsione dell’evento. Ed è con questa contrapposizione, come rilevato da G. P. MURO, Alle origini del concettosi dolo: dall’etica di Aristotele al diritto penale romano, sul sito http: //diritto e storia.it, contributi, n.-. 5 2006, p. 1453, che si passa dalla storia all’attualità.

[2] Tra i tanti, cfr G. DE FRANCESCO, Dolo eventuale, dolo di pericolo, colpa cosciente e “colpa grave” alla luce dei diversi modelli di incriminazione, in Cass. pen., n. 12, 2009, p. 5028 e ss.; G. P. MURO, Alle origini, cit., p. 1456.

[3] S. PROSDOCIMI, Il reato doloso, in Dig. disc. pen. vol. XI, 1996, p. 237. Il quale sottolinea come nella dogmatica degli ultimi anni, specialmente di lingua tedesca, si tenda con notevole frequenza a porre in crisi i tradizionali criteri di scomposizione e di analisi del reato anche per quanto riguarda la collocazione del dolo. L’inclusione del dolo nel fatto, quale essenziale momento o componente della condotta, operata dalla teoria finalistica dell’azione, poggia infatti sull’idea della compenetrazione del dolo con gli altri elementi costitutivi del reato, e così facendo sostiene la tesi della doppia funzione del dolo e della colpa, prima nel fatto e poi nella colpevolezza. Merito indubbio della corrente finalistica è dunque quello di avere provocato una più intensa riflessione sopra taluni nessi d’interdipendenza esistenti tra i diversi elementi costituitivi dell’illecito penale, nessi che però, secondo l’autore, non possono giustificare il sovvertimento o l’abbandono totale dei criteri di scomposizione del reato. Diffusamente in argomento, G. MARINUCCI, Il reato come “azione” . Critica di un dogma, Milano, 1971, p 153 ss.

[4] S. TASSI, Il dolo, Padova, 1992, p. 2.

[5] R. GAROFOLI, Manuale di diritto penale, parte generale, Roma, 2009, p. 376.

[6] F. MANTOVANI, Diritto penale. Parte generale, Padova, 1988, p. 307; G. MARINI, “Rischio consentito” e tipicità della condotta. Riflessioni, in Scritti in memoria di Renato dell’Andro, II, Bari, 1994, pp. 543 - 544.

[7] G. MARINUCCI, Non c’è dolo senza colpa. Morte della “imputazione oggettiva dell’evento” e trasfigurazione nella colpevolezza ?, in Riv. it. dir. proc. pen., 1991, p. 7 e p. 34.

[8] M. CATERINI, Il reato eccessivo, Napoli, 2008, p. 264 ss.

[9] M. CATERINI, Il reato eccessivo, Napoli, 2008, p. 265.

[10] M. GALLO, voce Dolo, in Enc. Dir., vol. XIII, Milano, 1964, p. 791.

[11] G. LICCI, Dolo eventuale, in Riv. it. dir. proc. pen., 1990, p. 1503.

[12] I sostenitori della teoria della rappresentazione, per individuare il dolo eventuale, spesso ricorrono alla c.d. formula di Frank, che si risolve in un ragionamento ipotetico. L’interprete deve valutare cosa avrebbe fatto l’agente se avesse previsto l’evento come certa conseguenza della sua condotta; se si giunge alla conclusione che avrebbe agito ugualmente, si ha dolo eventuale. Questa formula, elaborata appunto da R. FRANK, Das Strafgesetzbuch für das Deutsche Reich, Tübingen, 1931, p. 190 ss., uno dei principali fautori della teoria della rappresentazione, trova meno ostacoli in quegli ordinamenti, come quello tedesco, che non offrono una specifica definizione normativa del dolo. In Italia, invece, ove questa definizione esiste e, come già detto, si concentra sul momento volitivo, l’uso di questa formula è più problematico. La nostra dottrina, del resto, non ha mancato di adottare questo schema, pur con distanza rispetto alla teoria della rappresentazione. C.fr. G. CONTENTO, Corso di diritto penale, Bari, 2004, p. 378; A. PAGLIARO, Principi di diritto penale, parte generale, IV ed. , Milano, 2003, p. 279.

[13] M. CATERINI, Il reato eccessivo, Napoli, 2008, p. 266.

[14] M. GALLO, Dolo, cit., p. 793.

[15] M. GALLO, Il dolo - oggetto e accertamento, in Studi urbinati, 1951-952, p. 220.

[16] S. PROSDOCIMI, Reato doloso, cit. p. 240; B. BATTAGLINI, Considerazioni sul dolo eventuale, in Cass. pen., 1986, p. 470; G. FORTE, Ai confini fra dolo e colpa: dolo eventuale o colpa cosciente ?, in Riv. it. dir. proc. pen., 1999, p. 252.

[17] S. PROSDOCIMI, Reato doloso, cit., p. 244; ID., Dolus eventualis (Il dolo eventuale nella struttura delle fattispecie penali), Milano, 1993, p. 45; M. CATERINI, Il reato eccessivo, Napoli, 2008, p. 268.

[18] M. CATERINI, Il reato eccessivo, cit., p. 270.

[19] A. DE MARSICO, Coscienza e volontà nella nozione di dolo, Napoli, 1930., p. 155 ss.

[20] P.V. REINOTTI, voce Ricettazione, in Enc. dir., vol. XL, 1989, p. 470.

[21] S. PROSDOCIMI, Reato doloso, cit., p. 246.

[22] M. ZANCHETTI, voce Ricettazione, in Dig. disc. pen., vol. XII, 1997, p. 184, nt. 92.

[23] M. BELLOTTO, L’inafferrabile natura offensiva della ricettazione, in Riv. trim. dir. pen. ec., 1997, p. 192.

[24] F. MANTOVANI, Diritto Penale. Parte Speciale. I delitti contro il patrimonio, 1989, pp. 200-201; S. MOCCIA, Il diritto penale tra essere e valore. Funzione della pena sistematica teleologica, Napoli, 1992, pp. 262-263; ID., Tutela penale del patrimonio e principi costituzionali, Padova, 1988, p. 134.

[25] M. BELLOTTO, L’inafferrabile natura offensiva della ricettazione, cit., p. 192; F. MANTOVANI, Il principio di offensività tra dogmatica e politica penale, in Il diritto penale alla svolta di fine millennio, Atti del Convegno in ricordo di Franco Bricola, Bologna, 18 – 20 maggio 1995, a cura di S. CANESTRARI, Torino, 1998, p. 253.

[26] F. MANTOVANI, Il principio di offensività, cit., pp. 200-201.

[27] S. MOCCIA, Il diritto penale tra essere e valore. Funzione della pena sistematica teleologica, Napoli, 1992, pp. 262-263; ID., Tutela penale del patrimonio e principi costituzionali, Padova, 1988, p. 134.

[28] G. MARINUCCI, Fatto e scriminanti. Note dommatiche e politico criminali, in Diritto penale in trasformazione, a cura di G. MARINUCCI - E. DOLCINI, Milano, 1985, p. 194.

[29] L’individuazione del bene giuridico è facile quando c’è la titolarità del soggetto passivo. In genere l’identità del bene giuridico si commisura con l’identità del soggetto passivo. Laddove viene leso un bene con titolare ben preciso si hanno i reati con un bene giuridico individuabile. Vi sono reati che hanno come destinatari un numero indeterminato di persone e sono beni collettivi. Vi sono reati dove addirittura non esiste la vittima e questi sono reati ambientali, i reati di sospetto (delitti di ostacolo), reati scopo. Sono tutti reati a cui manca la presenza del bene giuridico. Sia la concezione naturalistica, che quella giuridica non possono essere unilateralmente esaustive per una nozione di evento. Il momento di fisicità deve essere sempre presente, ci vuole il momento fisico di individuazione del momento finale dell’azione. In sostanza l’evento è il momento finale dell’azione che ha realizzato la lesione del bene giuridico. Ciò significa che seppure non abbiamo sempre un evento staccato dalla condotta o reati di scopo occorre sempre che la fattispecie sia formulata in modo che sia tipicizzata alla lesione del bene giuridico attraverso la descrizione delle modalità di condotta. In questo modo avviene la fusione tra concezione naturalistica e giuridica dell’evento; G. FIANDACA, La tipizzazione del pericolo, in Beni e tecniche della tutela penale. Materiali per la riforma del codice penale, a cura del C.R.S., Milano, 1987, pp 60-61; C. PEDRAZZI, Problemi di tecnica legislativa, in Comportamenti economici e legislazione penale, Atti del convegno Arel, Milano, 17 marzo 1978, a cura di ID., Milano, Giuffrè, 1979, p. 19; P. PATRONO, Diritto penale dell’impresa e interessi umani fondamentali, Padova, 1993, pp. 9 – 10.

[30] L. FOFFANI, Gruppi di società e conflitto di interessi: profili penalistici, in I gruppi di società: atti del convegno internazionale di studi, Milano, 1996, II, p. 1254.

[31] G. MARINUCCI, Non c’è dolo senza colpa, cit. p. 30.

[32] U. PIOLETTI, Fattispecie soggettiva e colpevolezza nel delitto doloso. Linee di una analisi dogmatica, in Riv. it. dir. proc. pen., 1991, p. 548.

[33] Ancora G. MARINUCCI, Non c’è dolo senza colpa, cit., p. 28.

[34] Cfr. l’esempio del nipote fedigrafo che induce lo zio ad imbarcarsi su di un aereo, auspicando che il velivolo precipiti: «il limite del rischio consentito» sarà oltrepassato e «dunque la responsabilità “per dolo” dovrà essere affermata, nell’ipotesi in cui il nipote fosse a conoscenza di circostanze (ad es. un guasto sul velivolo che lo zio si accinge a prendere) la cui presenza elevava il rischio al di sopra del limite consentito; nei casi cioè in cui la probabilità di verificazione dell’evento non fosse più accettata dall’ordinamento e ciò fosse noto all’agente [….] Se queste conoscenze gli rivelano una probabilità di verificazione dell’evento superiore alla misura del consentito, egli non potrà certo richiamarsi alla liceità del “complesso di attività” nel quale la sua condotta concreta si è inserita»: G. FORTI, Colpa ed evento nel diritto penale, Milano, Giuffrè, 1991, pp. 391 – 392.

[35] V. MILITELLO, Rischio e responsabilità penale, Milano, 1988, p. 217.








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Ricettazione, concorso di persone, azione delittuosa unica (Cassazione penale , sez. II, sentenza 14.11.2011 n° 41401 )

Tentativo, ricettazione, specialità, contrasto giurisprudenziale (Cassazione penale , sez. II, ordinanza 12.10.2011 n° 36766 )

Rapporto di specialità e ricettazione (Cassazione penale , sez. II, ordinanza 12.10.2011 n° 36766 (Simone Marani) )


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