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Pegno rotativo: sulla efficacia e la validità del patto di rotatività
Cassazione civile , sez. I, sentenza 11.11.2003 n° 16914
Il patto di rotatività, col quale si prevede sin dall'origine la sostituzione totale o parziale dei beni oggetto della garanzia, considerati non nella loro individualità, ma per il relativo valore economico, dà luogo alla formazione di una fattispecie progressiva che trae origine dall'accordo delle parti e si perfeziona con la sostituzione dell'oggetto del pegno, senza necessità di ulteriori pattuizioni e, quindi, nella continuità del rapporto originario, i cui effetti risalgono alla consegna dei beni originariamente dati in pegno.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16914 dell'11 novembre 2003, precisando che la consegna del bene sostitutivo cosituisce un elemento di una fattispecie a formazione progressiva, che trae origine dall'accordo stipulato con il patto di rotatività, nella quale la volontà delle parti è perfetta già al momento dell'accordo e l'eventuale sostituzione dei beni oggetto della garanzia si pone come un elemento meramente materiale.

(Altalex, 18 dicembre 2003)





Corte di cassazione

Sezione I civile

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con sentenza in data 29 maggio 1993 fu dichiarato il fallimento della società A. srl. Con atto notificato il 23 febbraio 1995 la curatela fallimentare convenne in giudizio davanti al Tribunale di Rovigo la Banca del Monte di Rovigo spa, esponendo:

- che il 2 gennaio 1992 la società A. aveva costituito in pegno il certificato di deposito 635P di lire 100.00.000, emesso nella stessa data dalla Banca del Monte di Rovigo, con scadenza 3 gennaio 1993, a garanzia di un'apertura di credito a tempo indeterminato con disponibilità fino a lire 200.000.000, già posta in essere con l'istituto di credito, relativamente al c/c 5904503;

- che l'utilizzazione del conto era stata bloccata (non essendo stati effettuati movimenti, salvo addebiti per interessi e spese) dal 29 maggio 1992, con un saldo negativo di lire 106.439.995;

- che alla scadenza del 3 gennaio 1993, su disposizione dell'A., il controvalore del titolo costituito in pegno era stato accreditato sul conto per l'importo di lire 106.384.842;

- che il giorno successivo la Banca aveva comunicato il proprio recesso con effetto immediato dall'apertura di credito, chiedendo alla società la copertura della residua posizione debitoria.

Dedusse, quindi, che la costituzione del pegno era priva di data certa e non conteneva sufficienti indicazioni del credito, del bene e della sua materiale consegna, e concluse chiedendo l'accertamento dell'invalidità dell'atto costitutivo del pegno, e la condanna della Banca convenuta alla restituzione della somma accreditata sul conto corrente intestato alla società. Rilevato, inoltre, che il pegno era stato costituito nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento e che alla prestazione di garanzia non era correlato alcun vantaggio in favore della società, chiese, in via gradata, la revoca del pegno ai sensi dell'art. 64 legge fallimentare e, ove l'atto fosse stato qualificato a titolo oneroso, la revoca ai sensi dell'art. 67, primo comma, n. 3 legge fallimentare. In ulteriore subordine, sostenendo che l'accredito del controvalore del titolo sul conto corrente aveva avuto natura solutoria, chiese la revoca del pagamento della somma di lire 106.384.842, ai sensi dell'art. 67, secondo comma, legge fallimentare.

La Banca, costituitasi, chiese il rigetto della domanda, rilevando:

- circa la data dell'atto costitutivo del pegno, che, essendo stata realizzata prima della dichiarazione di fallimento, la garanzia era stata costituita necessariamente in epoca ad essa precedente, e che quello del 2 gennaio 1992 era, comunque, un semplice rinnovo del pegno costituito, con atto di data certa, il 28 dicembre 1990 e già rinnovato il 28 giugno 1991, secondo l'espressa previsione dell'atto di costituzione che aveva stabilito l'assoggettamento all'originario vincolo dei titoli eventualmente depositati, con il consenso della banca, in sostituzione di quelli inizialmente consegnati;

- la sufficiente determinatezza del credito garantito e la regolare consegna del certificato di deposito da parte del legale rappresentante della società A..

Rilevò, inoltre, l'applicabilità dell'art. 53 legge fallimentare e contestò sia la revocabilità della costituzione in pegno (avvenuta nel 1990, e risalente perciò ad oltre due anni prima della dichiarazione di fallimento), sia la revocabilità della rimessa sul conto corrente (negando che il conto fosso stato di fatto bloccato).

2. Il Tribunale (sentenza 4 febbraio 1997), accogliendo la domanda proposta dal fallimento in via principale, dichiarò la nullità del titolo costitutivo del pegno e condannò la Banca a restituire al fallimento l'importo richiesto. Osservò che la sostituzione del titolo originariamente costituito in garanzia configurava la costituzione di un nuovo pegno, con conseguente necessità, per il sorgere della prelazione, di rispettare la condizioni di cui all'art. 2787, terzo comma, c.c.; condizioni non osservate nella specie, mancando il requisito della data carta in relazione alla scrittura del 2 gennaio 1992.

La Banca del Monte di Rovigo impugnò questa decisione davanti alla Corte d'appello di Venezia, deducendo che il primo giudice, per valutare la sussistenza dei requisiti di cui all'art. 2787, terzo comma, c.c., avrebbe dovuto fare riferimento all'atto di data certa del 28 dicembre 1990 con cui il pegno era stato costituito, anziché alla scrittura del 2 gennaio 1993, che ne rappresentava un mero rinnovo, attraverso la sostituzione del titolo originariamente costituito in garanzia e nel frattempo venuto a scadenza, secondo l'espressa previsione del contratto originario.

Il fallimento resistette all'impugnazione, riproponendo (nell'ipotesi in cui fosse stata dichiarata valida ed opponibile la costituzione in pegno) le domande già formulate in via subordinata.

In corso di causa si costituì la Cariverona Banca spa (fusa per incorporazione con la Banca del Monte di Rovigo), facendo propria la posizione dell'appellante.

3. Con sentenza 8 maggio 2000, la Corte territoriale, riformando la decisione impugnata, rigettò le domande della curatela fallimentare. Premesso che non era stata eccepita la mancanza di data certa della scrittura del 28 dicembre 1990 e che il fallimento non aveva interesse ad eccepire la mancanza di prova della traditio del possesso, ex art. 2786 c.c., del certificato di deposito costituito in pegno su cui la Banca si era soddisfatta, la Corte osservò:

- in relazione alla domanda principale proposta dal fallimento, che nella fattispecie il pegno (in adesione all'indirizzo espresso da questa Corte con la sentenza 10685/1999) doveva ritenersi validamente costituito il 28 dicembre 1990 con affetto reale sul certificato n. 288P, e con effetto obbligatorio sui successivi certificati che, una volta venuti ad esistenza, avevano sostituito l'oggetto del pegno, ed erano pertanto opponibili al fallimento;

- con riferimento alle ipotesi previste dall'art. 64 e dall'art. 67, n. 3, legge fallimentare, che era decorso il termine biennale, dovendo il pegno considerarsi costituito in data 28 dicembre 1990;

- in relazione all'accreditamento in conto corrente in data 3 gennaio 1993, che la rimessa non era revocabile, sia in ragione della genesi dell'accreditamento stesso, sia perché in ogni caso il fallimento avrebbe dovuto fornire la prova che la soddisfazione del creditore pignoratizio avrebbe leso altri creditori con titoli poziori.

4. Avverso questa sentenza il fallimento A. srl ha proposto ricorso per cassazione con tre motivi e li ha illustrati con memoria. La Cariverona Banca ha resistito con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Col primo motivo si denunciano la violazione e la falsa applicazione dell'art. 132, n. 4, c.p.c., dell'art. 118 disp. att. c.p.c. e omessa motivazione (art. 360, n. 3, n. 4 e n. 5, c.p.c.). Secondo il fallimento ricorrente, la sentenza impugnata ha ritenuto esistente un patto di rotatività tra l'istituto di credito e la società A., senza indicare, tuttavia, gli elementi di fatto e di diritto sui quali ha fondato il proprio convincimento.

Col secondo motivo si denunciano la violazione e la falsa applicazione dell'art. 67 legge fallimentare, degli artt. 2786 e 2787 c.c. e vizi motivazionali. Il ricorrente deduce che la Corte d'appello - ritenendo il patto di rotatività intervenuto tra le parti validamente costituito il 28 dicembre 1990 con effetto reale sul certificato n. 288P e con effetto obbligatorio sui successivi certificati che, venuti ad esistenza, hanno costituito l'oggetto del pegno - non avrebbe considerato che i requisiti previsti dagli artt. 2796 e ss. c.c. per la costituzione del pegno cosiddetto rotativo su beni mobili dovrebbero essere rispettati con riferimento sia all'atto originario di costituzione della garanzia, sia ai successivi atti di trasferimento del vincolo sui nuovi beni, sia al piano di rotatività. Pertanto, l'atto di pegno del 2 gennaio 1992 avrebbe dovuto essere dichiarato inesistente ed inopponibile alla massa, sia perché i nuovi titoli non sarebbero stati specificatamente indicati in una scrittura privata avente data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento, sia perché nessun riferimento espresso all'originario atto costitutivo di pegno sarebbe contenuto nella scrittura del 2 gennaio 1992.

1.1. I due motivi possono essere esaminati insieme perché entrambi ripropongono, sostanzialmente (malgrado il richiamo a distinti parametri normativi), il problema, in relazione alla concreta fattispecie posta in essere tra le parti, dell'efficacia e della validità nel nostro sistema del cosiddetto pegno rotativo. Problema che la Corte di merito ha risolto in senso positivo, avendo accertato - in base al contenuto della clausola inserita nella scrittura privata stipulata il 29 dicembre 1990 («... sui detti titoli, nonché sugli altri titoli che avessero in avvenire a pervenirvi in sostituzione... dell'oggetto del presente pegno, siete fin d'ora autorizzati ad apporre per procura la girata in garanzia a vostro favore ai sensi e con gli effetti di cui all'art. 1723, secondo comma, c.c.») di cui non era in discussione la sua opponibilità al fallimento - che, a fronte dell'apertura di credito, il pegno si era validamente costituito il 28 dicembre 1990 con effetto reale sul certificato n. 288P (emesso dalla Banca del Monte di Rovigo il giorno precedente, di nominali lire 100 milioni e con scadenza 28 giugno 1992), e con effetto obbligatorio sui successivi certificati (il certificato di pegno n. 429P, con scadenza 1°gennaio 1992, ed il certificato 635P, con scadenza 3 gennaio 1993). Ed ulteriormente precisato che, una volta venuti ad esistenza, essi hanno legittimamente costituito l'oggetto del pegno, avendo la convenzione pattizia esplicitamente previsto la possibilità di sostituire l'oggetto del vincolo nei limiti del valore originario e le parti esplicitato la sostituzione dell'oggetto dell'originaria garanzia.

1.2. Soluzione corretta, in quanto conforme ai principi enunciati (in continuità con Cassazione 5264/1999) da questa Corte con la sentenza 10685/1999, la quale ha chiarito che il patto di rotatività - col quale si prevede sin dall'origine la sostituzione totale o parziale dei beni oggetto della garanzia, considerati non nella loro individualità, ma per il relativo valore economico - dà luogo alla formazione di una fattispecie progressiva che trae origine dall'accordo delle parti e si perfeziona con la sostituzione dell'oggetto del pegno, senza necessità di ulteriori pattuizioni e, quindi, nella continuità del rapporto originario, i cui effetti risalgono alla consegna dei beni originariamente dati in pegno.

1.3. Il ricorrente contesta, tuttavia, la validità di questo orientamento giurisprudenziale, rilevando che, in considerazione della tipicità e della natura reale dell'atto costitutivo della garanzia e della inderogabilità della norma a tutela dei terzi, non sarebbe possibile prescindere, ai fini dell'avvicendamento dei beni nel patrimonio del garante, dalla verifica dei requisiti previsti dall'art. 2786 c.c. anche nei successivi atti di trasferimento del vincolo.

1.4. Per contrastare i suesposti rilievi è sufficiente richiamare le argomentazioni svolte nella sentenza 10685/1999, che ha configurato la consegna del bene sostitutivo, con il conseguente effetto traslativo del diritto reale su di esso, come elemento di una fattispecie a formazione progressiva, che trae origine dall'accordo stipulato con il patto di rotatività, nella quale (come nel pegno di cosa futura) la volontà delle parti è perfetta già al momento dell'accordo (quando sussista certezza della data e sono determinati il credito da garantire e la cosa da offrire in garanzia) e l'eventuale sostituzione dei beni oggetto della garanzia si pone come un elemento meramente materiale.

Si aggiunga che la legittimità di tali pattuizioni ha, ormai, trovato riconoscimento normativo anche al di fuori del sistema codicistico (art. 87 d.lgs. 58/1998 e art. 34 d.lgs. 213/1998), e, a livello comunitario, nel regolamento (CE) 1346/00 del 29 maggio 2000, relativo alle procedure di insolvenza (art. 5, par.1).

2. Col terzo motivo il ricorrente - con riferimento all'azione revocatoria, proposta dal curatore in via subordinata, della rimessa sul conto corrente intestato alla srl A. del controvalore del titolo costituito in pegno, per l'importo di lire 106.394.842 - denuncia la violazione e la falsa applicazione dell'art. 67, comma secondo, legge fallimentare, e deduce che la Corte d'appello, escludendo la revocabilità della rimessa, non avrebbe tenuto conto della natura solutoria dell'accreditamento, destinato ad estinguere (o a ridurre) il debito restitutorio gravante sul correntista.

La censura è priva di consistenza, in quanto la sentenza impugnata ha correttamente escluso che l'accreditamento di lire 106.384.842 potesse integrare l'ipotesi di una rimessa revocabile, proprio per la genesi dello stesso, e cioè perché (come chiarisce la stessa Corte d'appello), già la sentenza di primo grado aveva affermato, con disposizione che non era stata contestata, che l'accreditamento era derivato dal diritto di prelazione legittimamente esercitato (cfr. Cassazione, Sezioni unite, 202/2001) dalla banca sul certificato di deposito dato in pegno, ai sensi dell'art. 53 legge fallimentare.

3. In conclusione, il ricorso non può essere accolto.

Consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in euro 4.100,00 di cui 4.000,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.


Sentenza n.16914 Depositata in cancelleria il 11 novembre 2003


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