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Avvocato e nuovi parametri: ridotti gli strumenti per recuperare il credito
Articolo 10.09.2012 (Andrea Bulgarelli)

L’articolo 9, comma 1, del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, ha espressamente abrogato le tariffe professionali (anche) degli avvocati.

Il comma 2 dello stesso articolo stabilisce che: «ferma restando l’abrogazione di cui al comma 1, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso del professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del Ministro vigilante».

Il successivo comma 5 indica che: «sono abrogate le disposizioni vigenti che, per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe di cui al comma 1».

Col decreto ministeriale del 20 luglio 2012, n. 140 pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 22 agosto 2012 ed entrato in vigore il giorno successivo il Ministro della Giustizia ha approvato la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolamentate vigilate.

Ancorché stabiliti, analogamente alle abrogate tariffe, con decreto ministeriale i ("nuovi") parametri non originano più, a differenza di queste ultime, dai "criteri per la determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati e procuratori per prestazioni giudiziali in materia civile" stabiliti dal Consiglio Nazionale Forense in virtù della legge 7 novembre 1957, n. 1051 (legge speciale secondo la disposizione dell'art. 3, comma 2, delle disposizioni sulla legge in ge,nerale).

Come specificato nella relazione al decreto è stata abbandonata una disciplina dei compensi professionali rapportata alla predeterminazione amministrativa, varata su proposta degli stessi Ordini professionali di riferimento (sia pure poi approvata dal Ministro competente), e non invece direttamente al mercato.

L’organismo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura è stato quindi privato di un autonomo potere regolamentare in materia (ancorché fosse peraltro pacifico che il provvedimento del Consiglio nazionale forense non venisse trasformato in un vero e proprio regolamento governativo dal decreto ministeriale di approvazione, emanato nell'esercizio di un mero potere di controllo).

Non penso possa essere negata al decreto legge abrogativo sopra citato natura di norma (speciale) successiva e quindi abrogativa ex art. 15 preleggi quantomeno:

  • della legge 7 novembre 1957, n. 1051 (Determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati e procuratori per prestazioni giudiziali in materia civile);
  • dell’articolo 1 legge 3 agosto 1949, n. 536 (Tariffe forensi in materia penale e stragiudiziale e sanzioni disciplinari per il mancato pagamento dei contributi previsti dal decreto legislativo luogotenenziale 23 novembre 1944 n. 382);
  • degli articoli 14 lett. d, 57-62, 64 (fatta forse eccezione per qualche comma) del Regio Decreto Legge 27 novembre 1933 n. 1578;
  • dell’art. 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794 (Onorari di avvocato per prestazioni giudiziali in materia civile) in cui si prevede la possibilità del ricorso al procedimento monitorio, e dell’articolo 27 che prevedeva la possibilità per il cliente di richiedere al Consiglio dell’ordine di invitare l’avvocato alla presentazione della parcella una volta esaurito il suo incarico;
  • dell’articolo 2233 c.c.;
  • degli articoli 633 (in parte) e 636 c.p.c.;
  • dell’articolo 637 c.p.c., commi 2 e 3.

La conseguenza dell’abrogazione tacita delle sopramenzionate norme è che l'intero impianto del recupero crediti giudiziale dell’avvocato, in mancanza di contratto scritto col cliente che determini in modo preciso ed esaustivo il corrispettivo della prestazione professionale, ne esce completamente stravolto.

Ritengo in particolare che l’organo giurisdizionale richiesto del pagamento di un compenso professionale, in mancanza della prova di un valido contratto concluso col cliente che lo predetermini, debba procedere alla quantificazione delle prestazioni professionali rese dall'avvocato senza dover sentire «l’associazione professionale» cui fa riferimento l’art. 2233 c.c. (ora Consiglio dell’Ordine forense, a norma del decreto legislativo luogotenenziale 23 novembre 1944, n. 382).

L’articolo 1 del predetto decreto ministeriale, infatti, pare ora prevedere una competenza del giudice ormai svincolata da ogni altro criterio e/o controllo che non siano le disposizioni dello stesso provvedimento in esame.

Il comma 2 dell’articolo 9 della legge abrogativa delle tariffe conforta di fatto questa interpretazione laddove stabilisce che la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale del compenso del professionista vada effettuata con riferimento ai parametri stabiliti col decreto del Ministro vigilante, con ciò intendendo evidentemente rimettere solo al giudice ogni decisione in merito.

Il comma 7 dell’articolo 1 del citato decreto conferma tale convincimento laddove, con una precisazione che di fatto rende inutile, poiché superflua, la lettura dei successivi articoli e relative tabelle, sancisce che: «In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa».

Il giudice insomma pare divenire l’unico soggetto in grado d’integrare con la propria determinazione volitiva, ampiamente discrezionale, il contenuto del contratto di mandato, fissando l'oggetto dell’obbligazione principale del cliente dell’avvocato.

La stessa filosofia di fondo volta alla sua liberalizzazione in un'ottica di apertura dei mercati già sottesa ai recenti provvedimenti legislativi di riforma dell’attività libero professionale impone di dover oggi prescindere nella determinazione dei compensi della categoria da qualsiasi intervento dello suo organo di rappresentanza professionale.

Se così è in sede monitoria, in particolare, l’avvocato perde quindi il privilegio probatorio di "provare" il proprio credito professionale (solo) mediante la produzione della parcella delle spese e prestazioni, munita della sua sottoscrizione e corredata dal parere della competente associazione professionale (art. 636 c.p.c.).

Il Consiglio dell’Ordine perde a sua volta il potere (demandato al Consiglio dell’Ordine degli avvocati dall’art. 14 lett. d del Regio Decreto Legge 27 novembre 1933, n. 1578 al quale residuerà forse ora un ridottissimo ambito applicativo in virtù dell’art. 26 della Legge 13 giugno 1942, n. 794) di scrutinare ex artt. 2233 o 636 c.p.c. l’entità della prestazioni del professionista pur nel quadro della compatibilità con il decoro e la dignità professionali (Corte Costituzionale 4 maggio 1984, n. 137).

Ne consegue che, come indicato nella relazione al decreto in esame, visto che «la regola è divenuta quella del mercato, ripristinandosi la centralità dell’accordo già enucleabile dall’art. 2233 c.c., in incipit del primo comma», in mancanza di quest’ultimo l’avvocato dovrà sottostare alla discrezionale liquidazione giudiziale dei propri compensi senza poter contare vuoi nel fatto che il giudice debba sentire il competente Consiglio dell’Ordine (art. 2233 c.c.), vuoi nella possibilità, nel procedimento monitorio (artt. 633 e 636 c.p.c.), di indirizzare e "confortare" tale potere con la sua parcella (di fatto una mera dichiarazione) previamente opinata dallo stesso.

Le conseguenze, sia sul piano sostanziale che processuale, non sono di poco conto.

Nessun valore (ancorchè provvisorio per la sola fase monitoria) di prova legale di tutte le spese e prestazioni professionali specificamente enunciate avrà quindi più la dichiarazione unilaterale del professionista creditore, documentata nella parcella sottoscritta.

Ora che le tariffe forensi sono state abrogate l’avvocato non sarà più esonerato dall’onere di provare per iscritto (altrimenti che con la mera produzione della sua parcella) il suo credito, come prevede, per ogni altro creditore, l’art. 633, n. 1, c.p.c.

Il legale che aspiri ad ottenere un provvedimento monitorio dovrà quindi d’ora innanzi in sua vece allegare alla domanda d’ingiunzione un documento scritto avente efficacia probatoria secondo le regole del codice civile per provare il mandato ricevuto e la pattuizione sull’entità del relativo compenso.

Si comprenderà del resto che il concetto stesso di parcella richiami e presupponga anche l’indicazione dei corrispettivi relativi e che un’elencazione di attività asseritamente svolte priva però di una loro "monetizzazione" non abbia alcun valore aggiunto rispetto ad una mera deduzione che potrebbe allora essere contenuta nel corpo di un qualsiasi altro atto giudiziale del professionista.

Abrogate le tariffe, poiché i nuovi parametri appaiono destinati solo alla liquidazione operata da parte del giudice (non a caso la rubrica del provvedimento recita: "Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della giustizia […]") in carenza di contratto col cliente, il professionista ha perso il provvedimento dal quale derivare l’iniziale quantificazione del proprio compenso.

Il procedimento monitorio passa allora da "puro" a documentale non rivestendo più la dichiarazione unilaterale del professionista (sotto forma di parcella) il valore di prova scritta privilegiata.

Ove non sia stato concluso un previo contratto col cliente la parcella, sotto forma di chiara e specifica indicazione delle attività professionali e di loro monetizzazione, non potrà insomma più avere un’autonoma efficacia probatoria in grado di fondare una domanda d’ingiunzione per le spese e le prestazioni su cui si fonda il credito fatto valere che dovrà quindi essere provato altrimenti.

Né, come accennato, l’avvocato potrà ora fare riferimento, per basarvi la propria parcella, ai parametri per la liquidazione giudiziale dei compensi dei professionisti (salva l’ipotesi di una relatio ad essi nell’ambito di un contratto col cliente ora possibile dopo che in sede di conversione è stata rimosso, per la sua evidente irrazionalità, il terzo periodo del comma 2 dell’art. 9 del decreto legge 24 gennaio 2012, n. 1 che vietava sotto pena di nullità ex art. 36, D.Lgs. n. 206/05 di utilizzare i parametri nei contratti individuali con consumatori o microimprese), come se fossero di fatto succeduti alle previgenti tariffe professionali.

In difetto di accordo col cliente che li richiami, tali parametri sono stati infatti concepiti esclusivamente per la limitata e residuale funzione indicata e per il loro utilizzo da parte del giudice e non possono considerarsi utilizzabili dal legale, in sede monitoria, quale indicata misura del compenso preteso.

Non costituiscono più insomma la "determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali, in materia civile, amministrativa, tributaria, penale e stragiudiziali".

Quali strade rimangono dunque all’avvocato che intenda recuperare giudizialmente il proprio compenso dal cliente?

Un indizio può forse rinvenirsi nel decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 recante "Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69".

L’articolo 4 (che riguarda le disposizioni generali dei procedimenti riformati e regolamenta il mutamento del rito) disciplina l’ipotesi in cui la controversia venga promossa «con forme diverse da quelle prescritte» prevedendo che il giudice pronunci, anche d’ufficio, con ordinanza, il mutamento del rito non oltre la prima udienza di comparizione delle parti disponendo che la causa sia riassunta davanti al giudice competente secondo le norme del procedimento sommario di cognizione per la liquidazione dei compensi degli avvocati.

Ora che le tariffe sono state abrogate e non vincolano quindi più il giudice chiamato a liquidare il compenso dell’avvocato, che tantomeno dovrà sentire il parere del Consiglio dell’Ordine forense, non pare esservi alcun ostacolo a che ogni vertenza avente tale oggetto sia regolata inderogabilmente dal procedimento speciale di liquidazione delle prestazioni dell’avvocato (artt. 14 e ss. del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150) nell’ambito del quale verrebbero poi applicati i nuovi parametri.

Inderogabilità riferentesi non più solo, come in passato, alla sola fase d’opposizione a decreto ingiuntivo ma anche a quella a cognizione piena (mentre per la ragioni anzidette un eventuale ricorso per ingiunzione sarà inaccoglibile e dovrà essere rigettato ex art. 640 c.p.c.).

Del resto che senso avrebbe per l’avvocato optare oggi per un procedimento ordinario di cognizione (ex art. 2233 c.c.) piuttosto che per quello sommario speciale previsto dal decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 ora che per le controversie in materia di liquidazione dei compensi degli avvocati è ammissibile una vera e propria fase istruttoria destinata ad impedire, in uno con la previsione degli artt. 3 del suddetto decreto legislativo (e 54, 4° co., lett. b, n. 2 della legge 18 giugno 2009, n. 69), la trasformazione del procedimento speciale in ordinario giudizio di cognizione sul merito della domanda in caso di contestazioni in ordine al rapporto professionale e/o alla natura giudiziale delle prestazioni e/o ad ogni altra che ampli il thema decidendum introducendo nel processo un nuovo petitum rispetto alla mera liquidazione delle spettanze del legale?

Residua un primo dubbio per gli avvocati penalisti ed amministrativisti ai crediti professionali dei quali lo speciale procedimento previsto dagli artt. 28 e segg. legge 13 giugno 1942, n. 794 è stato sempre ritenuto inapplicabile. In tal caso (e sempre presupponendo la mancanza di un accordo col cliente) il processo di cognizione ordinario, o quello sommario ex art. 702 bis c.p.c. "normale", saranno quindi per loro i soli ormai possibili?

Un secondo dubbio riguarda i crediti maturati dagli avvocati in processi svoltisi avanti l’Ufficio del giudice di pace che, in quanto organo giudicante non collegiale, non potrebbe essere adito per la liquidazione con lo speciale rito per le controversie previste dalla legge da ultimo citata.

Per essi si potrà agire avanti tale Ufficio ormai solo in sede ordinaria e per avvalersi del nuovo procedimento di liquidazione dei compensi degli avvocati la relativa competenza dovrà invece essere devoluta al tribunale?

Un terzo dubbio riguarda i crediti maturati dagli avvocati per prestazioni stragiudiziali: per il loro recupero essi potranno ora solo agire in sede ordinaria dato che da sempre non si ritiene ammissibile il ricorso allo speciale procedimento di liquidazione dei compensi degli avvocati e che ove si aderisca a quanto sopra sostenuto essi non potranno più ora esperire un procedimento monitorio? Privarli di un ulteriore strumento di tutela delle proprie ragioni non crea una disparità di trattamento difficilmente giustificabile?

Quanti di questi dubbi sfoceranno in questioni di legittimità costituzionale?

(Altalex, 10 settembre 2012. Articolo di Andrea Bulgarelli)







Avvocato Angelo Cocozza

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