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Danno esistenziale: il neo bipolarismo costituzionale della responsabilità civile
Articolo 23.11.2005 (Giuseppe Buffone)
Il coperchio della vecchia interpretazione tradizionalista è stato sollevato dal proprio vaso in sede del noto arresto di legittimità del 2003, allorché le due sentenze gemelle della Corte di legittimità hanno proposto una ermeneutica secundum constitutionem del danno non patrimoniale.





Il Consiglio di Stato apre le porte al DANNO ESISTENZIALE …

… e intanto la Cassazione .. le chiude.

IL NEO BIPOLARISMO COSTITUZIONALE della Responsabilità Civile:

Il Danno non Patrimoniale? Janus Pater

di Giuseppe Buffone


* * *

L’art. 2059 del codice civile ricorda vagamente l’idea del Vaso di Pandora.

Come ben noto, il coperchio della vecchia interpretazione tradizionalista è stato sollevato dal proprio vaso in sede del noto arresto di legittimità del 2003, allorché le due sentenze gemelle della Corte di legittimità hanno proposto una ermeneutica secundum constitutionem del danno non patrimoniale (cfr. Cass. civ. , sez. III, sentenze n. 8827-8828 del 31 maggio 2003, confermate poi anche da Cass. 12124 del 19 agosto 2003)[1].

Il revirement giurisprudenziale è stato poi avallato dalla giurisprudenza costituzionale che ne ha fatto il grimaldello cui far riferimento per salvare l’art. 2059 c.c. dalle censure di incostituzionalità avanzate, (Corte cost. n. 233 dell’11 luglio 2003, in Giur. It., 04,1129)[2].

Un peso specifico non indifferente ha poi rivestito una pronuncia resa dalla Cassazione penale nel 2004, la quale ha ricostruito in termini analitici la problematica della risarcibilità del danno non patrimoniale, riconducendo, espressamente, il danno cd. biologico alle maglie del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. (recependo l’obiter dictum di Cass. 8828/03 e le indicazioni di Corte cost. 233/03); si tratta di Cass. sez. IV pen. n. 2050 del 22 gennaio 2004, nota, anche, come “caso Barillà”. [4].

La nuova ricostruzione giuridica della materia ha rilevato le insufficienze e la vetustà della lettura dell’art. 2059 c.c. in termini di precetto sanzionatorio con indole afflittiva, basato sulla corrispondenza danno non patrimoniale = danno morale.

Si riteneva, cioè, che la risarcibilità dei danni non patrimoniali fosse consentita solo laddove vi fosse a monte una fattispecie concreta di reato, secondo il disposto di cui all’art. 185 c.p. , (e sullo sfondo del vecchio codice di procedura penale del 1930 che preveda un principio di unicità della funzione giurisdizionale, abbandonato poi dall’art. 75 del nuovo codice procedurale sopravvenuto).

Tralasciando i passaggi salienti della fase transitoria, può solo ricordarsi che le maglie della lettura restrittiva hanno subito una progressiva erosione anche a causa della forte incidenza del diritto comunitario, il quale ha portato a danni cd. bagatellari di natura non patrimoniale assolutamente disancorati alla sussistenza, anche solo in astratto, della fattispecie penale incriminatrice.

Basti pensare al d.lgs 111/1995, in tema di danno “da vacanza rovinata”, (ma ora si veda: Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206 "Codice del consumo, a norma dell'articolo 7 della legge 29 luglio 2003, n. 229"), per il quale, anche di recente, la Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha optato per una nozione di danno non patrimoniale in senso ampio, (CGE sentenza 12.3.2002, n. C 168/00)[5].

Esempio simile appare il danno da irragionevole durata del processo, (art. 6 CEDU, legge 89/2001, cfr. Cass. SS.UU. n. 1339 del 26 gennaio 2004).

Ciò nonostante, tali ipotesi non venivano legittimate sulla scorta di una nuova lettura dell’art. 2059 c.c. quanto nel senso di prescrizioni ex lege espressamente tipizzate e da ricondurre al novero dei “casi previsti dalla legge”, proprio come altre previsioni già preesistenti e pacifiche, (es. art. 89 c.p.c. per gli scritti offensivi e sconvenienti).

Regnando tale interpretazione tralaticia, dottrina e giurisprudenza reputarono opportuno e conveniente ricondurre il danno alla salute nell’alveo dell’art. 2043 c.c. in quanto deminutio dell’efficienza psico – fisica, sottratto al presupposto di cui all’art. 185 c.p.

Si diede luogo, tuttavia, così, ad una sorta di sistema tripartito in cui il danno biologico costituiva il tertium genus della responsabilità civile sotto il profilo dei danni risarcibili, in quanto lesione suscettibile di valutazione medico – legale e, segnatamente, danno – evento (e pur sempre lesione alla persona). [6].

Era stata, peraltro, proprio la Consulta a legittimare tale lettura assiologica reputando, in una storica sentenza degli anni ’80, che “la risarcibilità per sé, in ogni caso, del danno biologico, trova il suo fondamento nell'art. 2043 c.c. che, correlato all'art. 32 della cost., va necessariamente esteso fino a comprendere il risarcimento, non solo dei danni in senso stretto patrimoniali, ma di tutti i danni che ostacolano le attività realizzatrici della persona umana”.[7].

Sostanzialmente, la giurisprudenza consolidatasi, riteneva che la risarcibilità incondizionata discendesse dalla sussistenza di un valore di rango costituzionale, insuscettibile di affievolimento e repressione o compressione: si optava, così, per una lettura teleologica secondo la gerarchia dei valori.

Ben presto, tuttavia, ci si rese conto che aver legittimato l’apertura al risarcimento del danno biologico, perché facente capo a valori di rango costituzionale, costituiva l’antecedente di un movimento tellurico embrionale e non certo la fine di una diatriba.

La salute, infatti, era solo uno dei valori costituzionali (e non l’unico).

Si era arrivati, intanto, ad ulteriori arresti giurisprudenziali di grande importanza, in primis aver infranto il dogma dell’irrisarcibilità dell’interesse legittimo [8], salutato dalla dottrina come il “crollo di un pregiudizio sotto la pressione della normativa europea e dei contributi della dottrina” [9].

In Europa, (e così in Italia), nel frattempo, dilagavano figure di danno areddituale alla persona, svincolate dalla lesione di situazioni giuridiche patrimoniali e legate allo sconvolgimento della vita del soggetto in quanto essere umano inserito in un determinato contesto storico, sociale e relazionale: un danno alla esistenza.

Il “Prejudice physiologique” francese, il “pain and suffering” inglese e, così, il “danno esistenziale” italiano.

La pressione della dottrina pressoché maggioritaria e la nuova coscienza sociale acquisita, ha portato, infine, all’arresto, già ricordato, del 2003, in cui la Cassazione ha cancellato la concezione tripartita della responsabilità civile promuovendo un nuovo indirizzo di bipolarismo costituzionale.

Il Collegio della terza sezione, nell’occasione, ha statuito che il risarcimento del danno non patrimoniale è dovuto ogniqualvolta vi sia stata una lesione di valori della persona costituzionalmente garantiti (come nel caso di perdita del rapporto parentale per morte di un congiunto), ancorché tale lesione non derivi da reato e non limitatamente al valore/bene salute: la lettura ermeneutica di Corte Cost. 184/86 dilaga quindi estendendosi ai valori costituzionali nella loro generalità.

Tale premessa porta a ritenere che il danno non patrimoniale conseguente alla ingiusta lesione di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito, non è soggetto, ai fini della risarcibilità, al limite derivante dalla riserva di legge correlata all'art. 185 c.p., e ”non presuppone, pertanto, la qualificabilità del fatto illecito come reato, giacché il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale ben può essere riferito, dopo l'entrata in vigore della Costituzione, anche alle previsioni della legge fondamentale, ove si consideri che il riconoscimento, nella Costituzione, dei diritti inviolabili inerenti alla persona non aventi natura economica implicitamente … configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale”.

La lettura assiologica dell’istituto da la stura ad una lettura dei “casi previsti dalla legge“ ex art. 2059 c.c. non distinguendo tra ipotesi “tipiche” ed “atipiche”[10], ma tra previsioni esplicite (legge ordinaria) ed implicite (carta costituzionale).

E’ di tutta evidenza che la nuova sistematica della responsabilità civile rimuove quel limite che aveva portato a ricondurre il danno biologico all’art. 2043 c.c. : si spiega, pertanto, la conseguenza logica dedotta dalla giurisprudenza sopravvenuta, la quale ha optato per un passaggio di proprietà non indifferente.

L’art. 2043 c.c. è spogliato del danno alla salute in favore del danno non patrimoniale, [11]: si restituisce, così, al danno biologico la sua propria natura intima.

Da ultimo, peraltro, la nuova costruzione dogmatica è stata ulteriormente avallata, quale ius receptum, dalla Consulta, in occasione dell’ordinanza 58/2005: “il danno non patrimoniale è sempre risarcibile, anche a prescindere dal limite derivante dalla riserva di legge correlata all’art. 185 del codice penale” [12].

La concertazione tra Consulta e Cassazione ha dato luogo, come detto, ad un bipolarismo (danno patrimoniale – danno non patrimoniale), in cui la più accorta attenzione è stata prestata al contenuto dell’art. 2059 c.c. , individuato alla strega di tre diverse lesioni potenzialmente risarcibili, potendosi, quindi, discorrere di:

  • danno morale soggettivo, ovvero pecunia o pretium doloris, corrispondente a quel patema d’animo, turbamento transeunte dell’integrità morale conseguente al fatto illecito costituente reato, da verificare in astratto ed anche se l’elemento soggettivo è provato per mezzo di presunzioni, (es. 2051, 2054 c.c.);

  • danno biologico, quale compromissione di natura areddituale dell’integrità psicofisica della persona, (tipizzata ex lege 57/2001 ed ex d.lgs 38/2000)

  • danno da lesione di valori costituzionalmente tutelati: es. rapporto parentale.

La coerenza delle argomentazioni della Cassazione non ha, tuttavia, integralmente esaurito la quaestio della risarcibilità del danno non patrimoniale, proprio con riguardo ai rapporti tra le diverse voci risarcitorie del danno ex art. 2059 c.c. ed, in particolare, con riferimento al terzo profilo contenutistico.

In tale frangente si è inserita la querelle afferente alla categoria del cd. danno esistenziale, già oggetto di un contrasto interpretativo tra diverse scuole di pensiero, (in particolare la triestina e la pisana): si sono così registrate, nella giurisprudenza di merito e di legittimità successiva all’arresto del 2003, opinione opposte.

Il danno de quo è inteso come peggioramento delle condizioni di vita della vittima in conseguenza di un fatto ingiusto: non afferisce al profilo del patema d’animo e non rileva in termini strettamente biologici.[13].

La “terza via” della risarcibilità del danno non patrimoniale, individuata dalla Cassazione nella lesione dei valori costituzionali, altro non sarebbe che il danno esistenziale.

Per un determinato indirizzo, il bipolarismo costituzionale avrebbe determinato l’emergere di autonome voci risarcitorie in seno all’art. 2059 c.c. , ontologicamente diverse tra loro e quindi suscettibili di quantificazione in modo autonomo e non comunicabile.

Tale indirizzo legittima a pieno titolo la categoria del danno esistenziale recependo le direttive della dottrina ed optando per una lettura estensiva dell’art. 2059 c.c. proponendo, tuttavia, un modello di danno – conseguenza da allegare e provare.[14].

Altro indirizzo ha, invece, ritenuto che l’arresto del 2003 non abbia titolato il danno esistenziale ma, anzi, lo abbia espressamente espunto quale categoria giuridica autonoma, poiché, quel che rileva, è esclusivamente il danno “non patrimoniale” tout court, non distinguendo tra figure autonome risarcitorie in senso all’art. 2059 c.c. quanto, piuttosto, evidenziando gli indici di cui tenere conto ai fini della quantificazione del danno.

Non si distingue, quindi, tra danni non patrimoniali ma tra lesioni [15].

Si è registrata, dunque, una divaricazione tra un bipolarismo perfetto ed un bipolarismo asimmetrico, (in cui il danno ex art. 2059 a sua volta si ramifica e suddivide).

In prima battuta la stessa Corte di Cassazione ha ritenuto che: il danno esistenziale è un danno di natura non patrimoniale, autonomo e differente sia dal danno morale soggettivo, che non ne è assorbito, sia dal danno biologico, che può essere risarcito unitamente ad esso; la sua valutazione può essere effettuata solamente in via equitativa e, se adeguatamente motivata, è incensurabile in sede di legittimità”, (così Cass. pen. , sez. IV, 25/11/2004, n. 2050 cit., in Foro It. , 2004, 2, 138). [16].

La tripartizione delle voci risarcitorie in seno all’art. 2059 ha tuttavia dato adito a seri problemi di duplicazioni risarcitorie: stesse lesioni, infatti, venivano inquadrate ora nel danno biologico, ora in quello esistenziale, ora in quello morale, (tipico il caso della lesione alla vita di relazione).

Si è, così, in dottrina, denunciata la duplicazione dei risarcimenti, poiché lo stesso fatto, diversamente qualificato, comporterebbe più risarcimenti con vulnus ai principi generali della responsabilità civile.

Nonostante le critiche avanzate, proprio nel corso di questo anno, si è assistito ad un evento di non poco conto: la figura del danno esistenziale ha varcato le soglie di Palazzo Spada, contaminando, quindi, anche le situazioni giuridiche soggettive condizionate dai poteri pubblici e, dunque, gli interessi legittimi.

Con una pronuncia dal contenuto esplicito, (Cons. St. , sezione VI, sentenza n. 1096/2005), il Consiglio di Stato ha ritenuto che “il danno non patrimoniale (risarcibile) deve essere inteso come categoria ampia, nella quale trovano collocazione giuridica tutte le ipotesi in cui si verifichi la lesione di beni o valori inerenti alla persona, ovvero sia il danno morale soggettivo (o danno da reato, concretantesi nel turbamento dell’animo della vittima), sia il danno biologico in senso stretto (o danno all’integrità fisica e psichica, coperto dalla garanzia dell’art. 32 Cost.), sia il c.d. danno esistenziale (o danno conseguente alla lesione di altri beni non patrimoniali di rango costituzionale).

Si è parlato, in dottrina, di interessi legittimi della personalità.

Il quadro ricognitivo che ne discende è evidente: riassumendo in termini esemplificativi DANNO NON PATRIMONIALE = DANNO MORALE + DANNO BIOLOGICO + DANNO ESISTENZIALE.

Alla pronuncia del Consiglio di Stato è, tuttavia, seguita la recentissima sentenza 15022/2005 della Suprema Corte di Cassazione [17], segnatamente, la Sezione III, a cui si deve la paternità delle gemelle 8827-8828/2003 e, dunque, intervenuta quasi a completare il percorso avviato negli anni precedenti o con una sorta di interpretatio autentica delle proprie disposizioni di diritto vivente.

Semplicemente Tertium non datur: il Collegio corregge il tiro e sconvolge nuovamente l’assetto.

Richiamando il precedente della nota sentenza Cass. civ. 14488/2004, [18], la Corte si esprime a chiare lettere: il danno esistenziale non esiste.

Non è possibile sostenere che esistano tre diversi danni non patrimoniali, poiché si tratta sempre e comunque di profili di una stessa voce risarcitoria che concorrono a quantificare un unico medesimo danno: l’art. 2059 c.c. , per precisa indicazione in rubrica del legislatore, non è né danno morale né danno esistenziale, ma, semplicemente, danno non patrimoniale.

Questo può essere preso in considerazione esclusivamente nelle ipotesi previste dalla legge, in modo esplicito o implicito, ed in quest’ultimo caso si tratta di lesioni di valori costituzionalmente tutelati.

La categoria del danno esistenziale non può, quindi, transitare nell’alveo dell’art. 2059 c.c. in quanto, differentemente dall’art. 2043 c.c. , in questa norma, si opta per una tipicità del danno risarcibile (nei casi previsti dalla legge).

L’area del danno esistenziale, quindi, è, semmai, un fertile terreno in cui soggiornare per reperire lesioni risarcibili ma non è sicuramente una categoria autonoma ricompresa nell’art. 2059 c.c. , pena lo sconfinamento nella atipicità.

Ne discende un preciso monito all’interprete: “il giudice di merito dovrà evitare le duplicazioni risarcitorie”.

La terza sezione della Cassazione, quindi, nell’occasione, legittima il danno qualificato in termini di “morale” o “esistenziale”, esclusivamente ai fini descrittivi della lesione, statuendo che l’unica categoria giuridico – sistematica resta quella del danno non patrimoniale, un danno tipico e risarcibile solo:

  • in modo esplicito, quando previsto dalla legge

  • in modo implicito, se vengono in gioco valori costituzionali

La prospettiva che ritorna all’attenzione dell’interprete, quindi, è la lesione in sé, la quale potrà essere risarcita in termini di danno non patrimoniale tipico sussistendone i presupposti (che rimangono, ovviamente, quelli di cui all’art. 2043 c.c.): in tal senso, è consentito al Giudice ricorrere a voci quali “morale”, “biologico” o “esistenziale”, solo a fini descrittivi e per orientare la quantificazione.

Non è, dunque, possibile, pena duplicazione del risarcimento, liquidare con autonomi capi, ora il danno esistenziale, ora il danno morale: il giudice dovrà, puntualmente, liquidare solo la voce del danno non patrimoniale, eventualmente mostrando di tenere presenti aspetti ora dell’una ora dell’altra categoria descrittiva.

Si pensi ad un caso pratico: Tizio, calciatore, perde la funzionalità di una gamba in un incidente. In casi del genere, il Giudice avrebbe provveduto, ad esempio, statuendo:

  • si liquida 10 per l’invalidità permanente, ovvero a titolo di danno biologico;

  • si liquida 10 per la sofferenza patita, a titolo di danno morale

  • si liquida 10 per aver perso la possibilità di diventare calciatore, (esistenziale).

  • In totale, si liquida 30.

Il Giudice dell’esempio provvede a valutare tre volte lo stesso fatto dimostrando di far ricorso ad autonomi e distinti danni non patrimoniali: per la stessa lesione concede tre diversi risarcimenti.

L’ipotetica sentenza sarebbe censurabile per violazione dell’art. 2059 c.c.

Sulla scorta delle indicazioni di Cass. civ. 15022/05, infatti, il Giudice dovrebbe così provvedere:

- la lesione ha prodotto sofferenze e patimenti, una invalidità permanente accertata e, altresì, condizioni peggiorative dello stato anteriore, dal punto di vista relazionale e personale: si liquida, quindi, come danno non patrimoniale, la somma di 30.

La differenza è sottile ma determinante: in un caso, non si tratta di profili che determinano la quantificazione del danno ma di “titoli” veri e propri di risarcimento, (a titolo di danno morale, a titolo di danno esistenziale).

Nella seconda ipotesi, invece, il titolo è e resta solamente uno e la lesione viene valutata semplicemente ad ampio spettro.

Parte della dottrina ha accolto con favore la sentenza de qua, sostenendo, espressamente, che con essa è stata spazzata via la gramigna infestante del danno esistenziale.

Altre opinioni, tuttavia, non hanno mancato di sottolineare che, nella sostanza, si tratta di indicazioni di stile e comunque formali: il danno esistenziale resta ma svestito dei panni dell’attore deve comparire in modo anonimo.

Probabilmente, il passaggio più rilevante è quello in cui si evidenzia che “non è sufficiente, per il danno non patrimoniale, che sussista una lesione di una posizione giuridica considerata meritevole di tutela da parte dell’ordinamento [come per l’art. 2043 c.c.] … ma è necessario… che tale lesione attenga a valori della persona umana che la Costituzione dichiari inviolabili”.

Appare evidente che la Corte dà per implicito che il danno esistenziale possa operare anche in assenza di valori di rango costituzionale cosicché si rovescia la classica ricostruzione già ricordata: il danno non patrimoniale si pone nei confronti dell’esistenziale come species a genus ed è, in tal senso, la misura legale della risarcibilità, ridotta esclusivamente alle ipotesi tipiche, esplicite o implicite.

La pronuncia 15022 del luglio scorso, tuttavia, non chiude la partita nel campo del danno esistenziale: la prima sezione della Suprema Corte, infatti, sembra pensarla, a distanza di qualche mese, in termini differenti.

Si tratta di Cassazione, sez. I civile, sentenza 04.10.2005 n° 19354: nell’occasione il Collegio osserva come “la figura del danno "esistenziale" sia stata elaborata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, anche di questa Corte (Cass. 7 giugno 2000, n. 7713 e Cass. 10 maggio 2001, n. 6507), là dove, con riguardo alla tutela di pregiudizi non patrimoniali conseguenti alla lesione di diritti fondamentali della persona, diversi dalla salute, collocati al vertice della gerarchia dei valori costituzionalmente garantiti e la cui violazione non può rimanere senza "la minima delle sanzioni - risarcimento del danno - che l'ordinamento appresta per la tutela di un interesse", si è fatto riferimento ad una categoria di danno, appunto "esistenziale od alla vita di relazione", capace di ostacolare "le attività realizzatrici della persona umana", per sopperire alle lacune, riscontrate in tema di protezione civilistica degli attributi e dei valori della persona medesima, connesse all'impossibilità di giovarsi dell'art. 185 c.p. (e di liquidare perciò il relativo danno morale) quante volte non risultasse concretizzata una fattispecie di reato, mentre, nella materia de qua, poichè il legislatore è intervenuto enunciando espressamente la possibilità di riconoscere il danno "non patrimoniale" al di fuori dai limiti posti dall'art. 2059 c.c. (art. 2, primo comma, della legge n. 89 del 2001), appare evidente come il pregiudizio esistenziale costituisca una "voce"del danno indicato da ultimo (Cass. 5 novembre 2002, n. 15449), conformemente, del resto, a quanto riconosciuto, in via di principio, da questa stessa Corte, là dove figura affermato che, nel vigente assetto dell'ordinamento, in cui assume posizione preminente la Costituzione, che, all'art. 2, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi di ingiusta lesione di un valore inerente alla persona umana, costituzionalmente protetto, dalla quale conseguano pregiudizi non suscettibili di valutazione economica, onde esso non si identifica e non si esaurisce nel danno morale soggettivo, costituito dalla sofferenza contingente e dal turbamento transeunte dell'animo (Cass. 31 maggio 2003, n. 8827 e n. 8828; Cass. 18 novembre 2003, n. 17429; Cass. 12 dicembre 2003, n. 19057; Cass. 15 gennaio 2005, n. 729), ovvero, con specifico riguardo al tema dell'equa riparazione ai sensi della legge n. 89 del 2001, dagli stati d'ansia, dal patimento e dal disagio interiore connessi al protrarsi nel tempo dell'attesa di una decisione vertente su un bene della vita reclamato dal soggetto interessato, ma comprende altresì il pregiudizio che dalla durata irragionevole dell'attesa di giustizia si riflette sulla vita di relazione del medesimo soggetto (Cass. 17 aprile 2003, n. 6168).

La distonia tra la sentenza 15022 e la 19354 non è di poco conto: la prima sezione della Cassazione, infatti, pare mettere espressamente in mora l’ermeneutica della terza sezione, richiamando, nel danno esistenziale, una tradizione giuridica di altissima levatura che non può essere né ignorata né non differenziata.

Il Daño existencial, insomma, ha una propria ed autonoma funzione volta a sopperire alle carenze evidenti della norma di cui all’art. 2059 c.c. laddove riferita al mero dommage moral o a quello biologico.

Il contrasto giurisprudenziale è aperto.

Al di là del contributo della sentenza di ottobre, la sentenza 15022 dell’anno corrente, concorre ad effettuare una delicata operazione di ortopedia giuridica che opta per un bipolarismo costituzionale purgato del danno esistenziale e fa del danno non patrimoniale un Janus Pater, nome con cui era anticamente indicato Giano.

I Romani raffiguravano il succitato Giano con due facce, una barbuta e l'altra no, una giovane e una vecchia, a rappresentare, peraltro, l'anno che sempre muore e sempre si rinnova, (il revirement giurisprudenziale docet).

Il problema, tuttavia, è che non risulta agevole avere a che fare con un soggetto che dispone di due volti, poiché, può anche sembrare che questi stia a sentire, ma, magari, con l’altra faccia, fa uno smorfia con la faccia di riserva.

In ogni caso, a prescindere dal volto che mostri l’art. 2059 c.c. è sicuramente corretto provvedere ad un’opera di selezione dei danni risarcibili: in tale linea di pensiero si colloca la giurisprudenza che per risarcire i danni nelle relazioni familiari richiede una minima efficacia lesiva.

Non esiste, infatti, nel nostro ordinamento un “diritto alla felicità” e, soprattutto, non è sostenibile che ad ogni dolore corrisponda il diritto ad un ristoro economico.

Alcune sofferenze, è inevitabile, restano “scoperte”: ma, si intenda bene, in senso giuridico.

Per altri versi, infatti, la ricompensa per il dolore è l'esperienza. [20]


Note
________________________________________

  1. cfr. Cass. Civ. Sez. III, 31 maggio 2003, n. 8828, in Danno e resp., 2003, 715.

  2. Cfr. al riguardo, Cendon, Anche se gli amanti si perdono l’amore non si perderà. Impressioni di lettura su Cass. n. 8828/2003; cfr. anche, sempre con riguardo al tema Corte Costituzionale , sentenza 11.07.2003 n° 233, con nota di Cassano (La responsabilità civile con due (belle?) gambe, e non più zoppa).

  3. Cfr. anche Cass. civ. 12 maggio 2003, nn. 7283 e 7281.

  4. Giur. it., 2004, 1025. Cfr. “Caso Barillà: Sì al danno esistenziale, secondo la Cassazione Penale”, Articolo di Paolo Cendon 07.04.2004.

  5. Per un approfondimento aggiornato: Studi di diritto civile, Tomo I, F. Caringella, 2005, Giuffré; Giurisprudenza critica – Collana diretta da Paolo Cendon: G. Cassano, (a cura di), Nuovi diritti della persona e risarcimento del danno, Utet, Torino 2003. (Ristampa dei volumi: 2004). - Alberto Donati, Danno non patrimoniale e solidarietà
    Edizioni Cedam, Dicembre 2004; Bona Monateri, Il Nuovo Danno Non Patrimoniale, 2004, Ipsoa

  6. Cfr. GIANNINI, Il danno alla persona come danno biologico, Mialno, 1986; cfr. GIANNINI, Il vecchio sistema risarcitorio e il riconoscimento del danno biologico, in Corriere Giuridico, Milano, 1994, 116.

  7. Corte costituzionale 14 luglio 1986 n. 184 Foro it. 1986, I,2053 (nota). Giust. civ. 1986, I,2324. Foro it. 1986, I,2976 (nota). Riv. it. medicina legale 1986, 825. Resp. civ. e prev. 1986, 520 (nota). Giur. cost. 1986, I,fasc.8. Informazione previd. 1987, 664.Orient. giur. lav. 1987, 850. Estratto dalla sentenza: “L'art. 2059 c.c., nel sancire che il danno non patrimoniale deve essere risarcito nei casi espressamente determinati dalla legge, si riferisce solo al danno morale soggettivo, consistente in ingiuste perturbazioni dell'animo, o in sensazioni dolorose, e non esclude la risarcibilità delle lesioni alla salute, ancorché improduttive di pregiudizio patrimoniale, note come "danno biologico". Cosi' interpretato l'art. 2059 c.c. non contrasta con gli art. 2, 3, 24 e 32 della cost. Posto che: a) l'art. 2059 c.c. attiene esclusivamente ai danni morali subiettivi e non esclude che altre disposizioni prevedano la risarcibilità del danno biologico, per se' considerato; b) il diritto vivente individua nell'art. 2043 c.c. in relazione all'art. 32 cost., la disposizione che permette la risarcibilità, in ogni caso di tale pregiudizio, e' infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 2059 c.c. nella parte in cui prevede la risarcibilità del danno non patrimoniale derivante dalla lesione del diritto alla salute soltanto in conseguenza di un reato, in riferimento agli art. 2, 3, 24 e 32 Cost. “

  8. Cassazione SS.UU. 500/1999 in Foro it., 1999, I, 3201

  9. GRECO G. crollo di un pregiudizio sotto la pressione della normativa europea e dei contributi della dottrina in Riv. it. dir. pubbl. com., 1999, 1126

  10. Cfr. F. Gazzoni, Manuale di diritto privato, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 2003

  11. Cfr. Cass. civ. 15434/2004: Benché il danno biologico sia riconducibile, come il danno morale, nell'ampia categoria del danno non patrimoniale di cui all'art. 2059 cod. civ., il danno morale subiettivo non costituisce tuttavia una componente di esso, configurandosi invece come una voce autonoma di danno non patrimoniale, (Cass. III, sent. 15434 del 10-8-2004).

  12. Corte Costituzionale, ordinanza 58/2005: a seguito della sentenza n. 233 del 2003 della Corte costituzionale e delle sentenze della Cassazione del 12 maggio 2003, n. 7281 e n. 7282, il diritto vivente non è oggi più attestato nel senso che il danno non patrimoniale, salve le altre ipotesi specificamente previste dalla legge, può essere risarcito solo in presenza di una condotta riconducibile ad una fattispecie almeno astratta di reato.

  13. cfr. Giuseppe Cassano, la giurisprudenza del danno esistenziale - casa editrice la tribuna 2002, II edizione. P. Cendon, tratta, con particolare attenzione, ai fini della tematica de quo: Attese in aeroporto – Case non abitabili - Compromissione dei rapporti familiari - Contravvenzioni illegittime – Catastrofi - Danno all’immagine della P.A. - Danno al nascituro - Danno ai congiunti – Demansionamento - Diffamazione - Errato taglio dei capelli - Estromissione da un concorso – Incidenti stradali - Immissioni – Irragionevole durata dei processi - Lesioni fisiche e impossibilità dei rapporti sessuali - Licenziamento – Lesione dell’immagine - Mancata attivazione del servizio telefonico - Mancata collocazione in graduatoria – Mancata somministrazione dei mezzi di sussistenza - Mancata videoripresa nuziale - Mobbing – Molestie - Nascite indesiderate - Perdita del feto – Protesto illegittimo - Rapporti di vicinato – Tentato furto – Vacanza rovinata - Violenza sessuale

  14. Il danno esistenziale è dato da una forzosa rinuncia allo svolgimento di attività non remunerative, fonte di compiacimento o di benessere per il danneggiato, perdita non causata da una compromissione dell'integrità psicofisica. A differenza del biologico, tale voce di danno sussiste indipendentemente da una lesione fisica o psichica suscettibile di accertamento e valutazione medico-legale; rispetto al morale, inteso come transeunte turbamento dello stato d'animo della vittima, non consiste in una sofferenza od in un dolore, ma nella rinuncia ad una attività concreta; diversamente dal patrimoniale, prescinde da una diminuzione della capacità reddituale. Trib. Ivrea, 22/06/2004 in Sito Giuraemilia.it, 2004

  15. Il danno alla salute (o danno biologico) comprende ogni pregiudizio diverso da quello consistente nella diminuzione o nella perdita della capacità di produrre reddito che la lesione del bene alla salute abbia provocato alla vittima e non è concettualmente diverso dal danno estetico e dal danno alla vita di relazione, che rispettivamente rappresentano, l'uno, una delle possibili lesioni dell'integrità fisica e l'altro uno dei possibili risvolti pregiudizievoli della menomazione subita dal soggetto. Di entrambi il giudice deve tenere conto nella liquidazione del danno alla salute complessivamente considerato al fine di assicurare il corretto e integrale risarcimento del danno subito dalla vittima, ma non è tenuto all'analitica indicazione delle somme che a suo avviso valgono a indennizzare ciascuno dei, virtualmente infiniti, pregiudizi nei quali la lesione del bene alla salute si risolve. Va dunque riconosciuto il danno biologico comprendente nella sua quantificazione anche le voci inerenti al danno alla vita di relazione e quello esistenziale. App. Roma, sez. IV, 27/01/2004 in Guida al Diritto, 2004, 18, 71

  16. Cfr. nota n. 4

  17. Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 15 luglio 2005 n. 15022. Vedi anche nota di M. Rossetti “Danno esistenziale: fine di un incubo” in Diritto e Giustizia, 2005, 40.

  18. Cfr. Cassazione , sez. III civile, sentenza 29.07.2004 n° 14488.

  19. Cassazione, sez. I civile, sentenza 10.05.2005 n° 9801.

  20. Eschilo (525-456 a.C.), drammaturgo greco.



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