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Usufrutto
AltalexPedia, voce agg. al 16.11.2012 (Alessandro Ferretti)

L’usufrutto è il diritto reale che consente all'usufruttuario di ''godere e disporre della cosa altrui, traendo da essa tutte le utilità che può dare – compresi i frutti -, con l’obbligo di non mutare la destinazione economica” (art. 981 cod.civ.)


Categoria: Diritto Civile

Usufrutto

di Alessandro Ferretti

  

1. Nozione e caratteri generali

2. Durata

3. Oggetto

4. Contenuto

5. Estinzione

Bibliografia

1. Nozione e caratteri generali

L’usufrutto rientra nella categoria dei diritti reali, essendo in particolare un diritto reale di godimento su cosa altrui, limitato soltanto dal vincolo di durata e da quello della destinazione economica. (BIANCA)

  

In relazione al concetto di destinazione economica della cosa, che l’usufruttuario deve rispettare quale limite al suo diritto di godimento della cosa stessa, posto dall’art. 981, co. 1, c.c., deve aversi riguardo non alla funzione a cui la cosa sarebbe oggettivamente idonea, secondo i criteri della comune vita sociale bensì alla funzione a cui la cosa era adibita in concreto in precedenza dal pieno proprietario. In ogni caso, quello di cui occorre tener conto non è il regime giuridico della cosa, che può essere anche variato, bensì lo sfruttamento utilitario assegnato alla cosa, che non può di regola essere mutato. Ciò posto, salvo il caso di particolari divieti contenuti nell’atto costitutivo dell’usufrutto ed idonei essi stessi a determinare una particolare destinazione economica della cosa e salvo che specifiche limitazioni non siano imposte dalla particolare natura di essa, deve ritenersi che, come non è dato al nudo proprietario di interferire negli accordi tra l’usufruttuario ed il terzo circa l’uso o il godimento della cosa, allo stesso modo non è richiesto il consenso del nudo proprietario per rendere a lui opponibili quegli accordi, a tanto provvedendo direttamente la legge con la disposizione dell’art. 999 c.c. (Cass. Civ., sentenza 19 giugno 1962, n. 1550 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010).

La nuda proprietà è la condizione del proprietario del bene gravato da usufrutto, al quale pertanto è sottratto il potere di usare il bene e di farne propri i frutti. Secondo la giurisprudenza prevalente, l’usufruttuario ha un’autonoma legittimazione ad agire per il risarcimento del danno cagionato da un terzo al bene oggetto di godimento.

L’usufruttuario che esegua opere che alterino l’originaria destinazione dell’immobile oggetto di godimento, si rende inadempiente all’obbligazione di godere della cosa usando la diligenza del buon padre di famiglia.

2. Durata

Uno dei tratti caratteristici dell’usufrutto, tale da diversificarlo dagli altri diritti reali, è la sua necessaria temporaneità, secondo quanto stabilito dall’art. 979 c.c. che dispone al primo comma: “la durata dell’usufrutto non può eccedere la vita dell’usufruttuario”, mentre nel caso in cui l’usufrutto sia costituito a favore di persona giuridica non potrà superare i trent’anni. La dottrina evidenzia che la causa principale della temporaneità dell’istituto è dovuta dall’alternativa inaccettabile di uno svuotamento del contenuto del diritto di proprietà che deriverebbe da una protrazione senza limiti dell’usufrutto stesso. Ciò sarebbe in contrasto con la funzione sociale della proprietà stabilità in linea di principio generale dall’art. 42 della Costituzione.

  

Poiché a norma dell’art. 979 c.c. la durata dell’usufrutto non può eccedere la vita dell’usufruttuario, al coniuge superstite di quest’ultimo non può ritenersi trasferito tale diritto che non è compreso nella massa ereditaria per essersi estinto con la morte del de cuius. (Cass. Civ., sentenza 11 luglio 1979, n. 3988 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010)

 L’usufrutto non è trasmissibile agli eredi, né è possibile il legato di usufrutto successivo, con cui sia disposto che alla morte del legatario usufruttuario, l’usufrutto passi ad altri soggetti. Neppure il donante può riservare l’usufrutto di beni donati a suo vantaggio ad altri soggetti.

Secondo la giurisprudenza prevalente il divieto dell’usufrutto successivo è di ordine pubblico in quanto si coordina all’esigenza di evitare che siano posti ostacoli alla libera circolazione dei beni, mediante l’imposizione di vincoli duraturi o sine die.

3. Oggetto

L’usufrutto può avere ad oggetto beni mobili o immobili, crediti, titoli di credito, aziende, universalità e persino beni immateriali. In ogni caso, secondo la dottrina, si deve trattare di beni infungibili o inconsumabili, dovendo l’usufruttuario restituire lo stesso bene alla fine dell’usufrutto.

Un caso particolare è rappresentato dal c.d. quasi-usufrutto che il legislatore prevede all’art. 995 c.c. e consiste nella possibilità che l’usufrutto abbia ad oggetto cose consumabili. In questa ipotesi i beni consumabili dovranno necessariamente diventare di proprietà dell’usufruttuario allo scopo di godimento. Ciò pone alcune distinzioni di rilievo tra questo istituto e l’usufrutto in senso stretto. In primo luogo, non essendo possibile la restituzione in natura del bene, il legislatore pone a carico del quasi - usufruttuario un obbligo di pagamento, all’estinzione dell’usufrutto, del valore dei beni consumabili o in alternativa la restituzione di altrettanti beni della stessa specie e quantità di quelli ricevuti. Inoltre, con riferimento al godimento del bene, esso non potrà realizzarsi con il possesso, ma con il passaggio della proprietà dei beni. La dottrina è concorde nel differenziare il quasi-usufrutto dall’usufrutto di beni deteriorabili, cioè di quei beni che, pur subendo una diminuzione del valore economico, sono utilizzabili più volte, pertanto, inconsumabili. In questo caso, l’usufruttuario alla fine dell’usufrutto è tenuto a restituire le cose deteriorabili nello stato in cui si trovano (art. 996 c.c.)

  

Nell’usufrutto di mandria o gregge, l’usufruttuario al quale sia stata riconosciuta dal nudo proprietario la facoltà di vendere il bestiame, è esonerato dall’obbligo della ricostituzione numerica continua del gregge e della mandria con i nuovi nati; esso peraltro nell’impossibilità di restituire i capi (o anche l’intera mandria o gregge) di cui abbia ritenuto opportuno godere attraverso la vendita deve corrisponderne ai nudi proprietari il valore corrente al termine dell’usufrutto. (Cass. Civ., sentenza 18 maggio 1972, n. 1515 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010)

4. Contenuto

La costituzione dell’usufrutto avviene per legge, per contratto, per testamento e per usucapione. Al riguardo, si deve ricordare che la legge stessa può determinare la costituzione dell’usufrutto in capo ad un soggetto determinato, come nel caso dell’usufrutto legale dei genitori sui beni dei figli (art. 324 c.c.). Nell’ipotesi di contratti costitutivi di usufrutto si richiede la forma scritta a pena di nullità e la successiva trascrizione.

  

Sebbene l’art. 978 c.c. faccia genericamente riferimento alla volontà dell’uomo, la tipologia negoziale idonea a costituire il diritto di usufrutto deve essere individuata nel testamento e nel contratto, mentre, per quanto riguarda i negozi unilaterali, nei limiti in cui sono ritenuti vincolanti per l’ordinamento, la possibilità di costituire l’usufrutto deve ritenersi limitata alle sole figure della promessa al pubblico prevista dall’art. 1989 c.c. e nella donazione obnuziale di cui all’art. 785 c.c. (Cass. Civ., sentenza 30 gennaio 2007, n. 1967 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010)

Come si è visto, l’usufruttuario ha diritto di godere della cosa, rispettando la sua destinazione economica. Egli ha il diritto di conseguire il possesso della cosa, mettendosi in diretta relazione con la stessa al fine di servirsene, amministrarla e farne propri i frutti. Secondo la giurisprudenza prevalente, l’usufruttuario ha diritto di conseguire il possesso della cosa anche nel caso in cui concorra nell’usufrutto per una quota minore rispetto a quella di altri usufruttuari, “in quanto ove tale diritto spetta a più soggetti si stabilisce tra i medesimi una comunione di godimento che può essere caratterizzata da partecipazioni disuguali, cui si applicano le norme regolanti la comunione dei diritti reali” (Cass. Civ., sentenza 10 marzo 1981, n. 1339). Per una parte della dottrina, non esiste una facoltà autonoma di possedere nell’usufrutto, in quanto quest’ultimo presuppone una relazione materiale con la cosa stessa che si traduce sia nella sua utilizzazione sia nel suo sfruttamento (Bigliazzi –Geri).

L’art. 984 c.c. dispone che spettano all’usufruttuario – per la durata del suo diritto – i frutti naturali e i frutti civili provenienti dalla cosa. Inoltre, l’usufrutto può essere ceduto dal titolare per un certo tempo o per la durata intera, non potendo tuttavia disporne mortis causa.

Sulla possibilità per l’usufruttuario di locare il bene, l’art. 999 c.c. prevede alcune forme di garanzia per evitare possibili frodi. In particolare, il primo comma dispone che le locazioni concluse dall’usufruttuario, in corso al tempo della cessazione dell’usufrutto, purché constino da atto pubblico o da scrittura privata di data certa anteriore, continuano per la durata stabilita, ma non oltre cinque anni dalla cessazione dell’usufrutto. Se, inoltre, l’usufrutto cessa per scadenza del termine, le locazioni non durano in ogni caso se non per l’anno o in caso di fondi rustici per il tempo necessario al raccolto primario (art. 999, co. 2).

  

La norma di cui all’art. 999 c.c., disciplinante le locazioni concluse dall’usufruttuario – introducendo una deroga al principio dell’efficacia strettamente personale del vincolo obbligatorio diretto a trasferire il godimento di un bene – ha natura eccezionale e non può trovare applicazione fuori dai casi espressamente previsti. Conseguentemente rientrano nella previsione di essa soltanto i contratti di locazione – abbiano per oggetto immobili urbani o fondi rustici – e non pure i contratti di mezzadria e di colonia in ordine ai quali, ai sensi dell’art. 2160 c.c., nel caso di trasferimento del diritto di godimento del fondo e così anche per la consolidazione della nuda proprietà con l’usufrutto, il contratto continua nei confronti del proprietario che subentra all’usufruttuario concedente senza che sia necessario un contratto stipulato nella forma scritta in data certa anteriore (Cass. Civ., sentenza 21 dicembre 1982, n. 7060 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010)

Tra i diritti riconosciuti all’usufruttario vi è anche quello ad un’indennità per i miglioramenti apportati al fondo, che sussistano al momento della restituzione della cosa, nella misura della minor somma tra l’importo della spesa e l’aumento del valore conseguito dalla cosa per effetto dei miglioramenti (art. 985 c.c.).

All’usufruttuario non è riconosciuto alcun diritto sul tesoro scoperto durante l’usufrutto - salve le ragioni che gli possono competere come ritrovatore - e sugli alberi di alto fusto divelti, spezzati o periti accidentalmente, che spettano al proprietario. L’usufruttuario può servirsi di essi soltanto per le riparazioni che sono a suo carico.

Tra gli obblighi dell’usufruttuario il principale risulta essere il dovere di mantenere la destinazione economica impressa alla cosa dal proprietario correlato a quello di restituire la cosa, al termine dell’usufrutto, nello stato in cui si trova. La dottrina rileva che, rigorosamente funzionali al rispetto di quest’ultimo, vi sono altri due doveri che pendono sull’usufruttuario, salvo espressa deroga: quello di fare a sue spese l’inventario dei beni e quello di prestare idonea cauzione per prendere possesso della cosa. Nel corso dell’esercizio del proprio diritto, che deve avvenire usando la diligenza del buon padre di famiglia, nel rispetto delle regole della tecnica, l’usufruttuario è obbligato al pagamento delle imposte, dei canoni, delle rendite fondiarie e degli altri pesi annuali che gravano sulla cosa. L’usufruttuario, inoltre, si accolla le spese e gli oneri relativi alla custodia, all’amministrazione ed alla manutenzione ordinaria del bene.

Mentre le spese di straordinaria amministrazione competono al proprietario, quelle di ordinaria amministrazione sono a carico dell’usufruttuario. Al riguardo, l’art. 1005 c.c. individua alcune riparazioni straordinarie che secondo l’orientamento prevalente della giurisprudenza non si devono considerare tassativamente elencate. La norma indica quelle necessarie ad assicurare la stabilità dei muri maestri e delle volte, la sostituzione delle travi, il rinnovamento per intero o per una parte notevole dei tetti, solai, scale, argini, acquedotti, muri di sostegno o di cinta. L’usufruttuario deve corrispondere al proprietario, durante l’usufrutto, l’interesse delle somme spese per le riparazioni straordinarie.

Altri obblighi che spettano all’usufruttuario, infine, sono quelli relativi, da un lato, alla denuncia al proprietario delle eventuali usurpazioni commesse da terzi sul fondo e, dall’altro lato, al pagamento di un canone periodico in favore del proprietario, se previsto.

  

L’elencazione delle riparazioni straordinarie, in relazione agli immobili, contenuta nell’art. 1005 c.c., tenuto conto della differente formulazione della corrispondente norma del cod. civ. del 1865 (art. 504) deve ritenersi di carattere non tassativo (Cass. Civ., sentenza 14 ottobre 1963, n. 2726 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010)

5. Estinzione

Tra le varie cause di estinzione dell’usufrutto, la principale è la morte dell’usufruttuario, se persona fisica, oppure il decorso dei trent’anni nel caso di persona giuridica. Altre cause sono la prescrizione a seguito di non uso ventennale, la consolidazione, il totale perimento del bene, l’abuso del diritto da parte dell’usufruttuario, la rinuncia dell’usufruttario e la scadenza del termine previsto.

Per quanto riguarda l’abuso, l’art. 1015 c.c. prevede l’ipotesi di alienazione del bene, oppure le ipotesi in cui lo lasci deteriorare o andare in perimento per mancanza di ordinarie riparazioni.

  

La decadenza dall’usufrutto per abusi, a norma del primo comma dell’art. 1015 c.c., riguarda i casi più gravi, poiché per gli abusi meno gravi dell’usufruttuario la legge stessa prevede, nel secondo comma della norma citata, rimedi meno rigorosi di carattere non repressivo, ma semplicemente cautelari a tutela preventiva del nudo proprietario: pertanto l’esclusione dell’ipotesi di decadenza dell’usufrutto per abusi non impedisce l’applicabilità delle anzidette misure cautelari a carico dell’usufruttuario. (Cass. Civ., sentenza 2 marzo 1976, n. 699 in Codice civile annotato con la giurisprudenza, a cura di CIAFARDINI, IZZO, Napoli, 2010)

Bibliografia

· BIANCA, Diritto Civile, Milano, VI, 1999;

· BIGLIAZZI - GERI, Comm.cod.civ.dir.da CENDON, Torino, III, 1997;

· DE MARTINO, Usufrutto, uso e abitazione (Artt. 957-1026), Bologna-Roma, Comm. cod. civ. a cura di SCIALOJA-BRANCA, vol. XXIV, 1978;

· GAZZONI, Manuale di diritto privato, Napoli, 2006;

· NICOLO', Dell'usufrutto, dell'uso e dell'abitazione, Firenze, Comm.cod.civ., 1942;

· PUGLIESE, Usufrutto (diritto vigente), Torino, N.sso Dig.it., XX, 1982.








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