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La rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello
Articolo di Francesco De Bello 04.07.2006



La rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale in appello,
anche in riferimento al giudizio di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione.

di Francesco De Bello


Sommario: CAPITOLO I - Profili generali. - Presupposti per l’accoglimento della richiesta ex art 603 c.p.p. - Il potere di ammissione probatoria: valutazione del giudice e obbligo di motivazione. - Cenni: compatibilità tra giudizio abbreviato e rinnovazione... - ...e tra applicazione della pena su richiesta di parti e rinnovazione. CAPITOLO II - Il giudizio di rinvio e poteri del giudice. - La rinnovazione istruttoria nel giudizio di rinvio della Corte di Cassazione: aspetti problematici e riflessioni.

** * **

CAPITOLO I

- Profili generali.

La rinnovazione del dibattimento in appello consente l’acquisizione di materiale conoscitivo profondamente modificato, essendo uno strumento finalizzato all’integrazione parziale o totale della piattaforma probatoria sul quale si è consumato il giudizio di primo grado.

Appare doveroso porre in evidenza che nel giudizio di appello vige la presunzione di completezza della prova formatasi nel corso dell’istruzione dibattimentale che da sempre costituisce un naturale sbarramento alla rinnovazione ex art. 603 c.p.p.

Autorevole dottrina non si è risparmiata dal far notare come la notevole espansione della competenza per materia del Tribunale in composizione monocratica ex art. 33 ter è destinata ad avere delle ripercussioni in merito alla qualità del lavoro dei giudici di appello, frutto di una serie di motivi che vanno dai ruoli di udienza al collasso, alla minore capacità di analisi insita nella valutazione di un unico giudice.

Allo stato sono due le distinte situazioni processuali attraverso le quali le parti possono revocare in dubbio la presunzione di completezza della prova.

Una parte può chiedere l’assunzione di prove negate o non richieste nel corso del primo grado, o chiedere la riassunzione di prove già acquisite.

Alternativamente una parte può richiedere l’assunzione di prove sopravvenute al giudizio di primo grado o comunque da esse scoperte soltanto successivamente.

Si tratta di situazioni comunque differenti, dal momento che la prima si risolve in una vera e propria censura dell’operato del giudice di primo grado, mentre la seconda rappresenta alla Corte una nuova opportunità di integrazione della prova.

Un profilo da tener debitamente presente è quello processuale che motiva la richiesta, che può dunque dipendere da una esigenza di integrazione probatoria, proposta dalle parti o avanzata dal giudice d’appello, ovvero dalla contumacia dell’imputato nel primo grado, dovuta a caso fortuito o forza maggiore o ad incolpevole ignoranza dell’atto di citazione a giudizio.

Un secondo profilo è quello del diverso regime processuale cui la richiesta di rinnovazione è soggetta, seconda che si tratti di assumere prove in precedenza esistenti o sopravvenute successivamente.


- Presupposti per l’accoglimento della richiesta ex art 603 c.p.p.

In relazione ai poteri di ammissione riconosciuti alle parti, l’art. 603 c.p.p. al primo comma individua quale naturale collocazione delle richieste di prova, i motivi nuovi inseriti nell’atto di impugnazione.

Ma come delineare la posizione delle parti non appellanti, o delle parti appellanti in via incidentale?

Sul punto si è assistito nel corso degli anni ad una bagarre dottrinaria che ha solo in seguito portato ad una presa di posizione, che si condivide pienamente.

Infatti Mazzarra ha affermato che l’assenza di ogni riferimento alle parti non impugnanti, lungi dall’assumere la valenza di esclusione dal diritto a formulare richieste istruttorie in appello, indica soltanto che l’articolo 603 c.p.p. al suo primo comma, nulla ha statuito in ordine ai non appellanti, la cui posizione processuale rimane identica a quella già assunta nella fase del processo di primo grado.

Anche Nenna ritiene ammissibile che in non impugnante non debba essere costretto al rispetto del termine ex art. 603 c.p.p. né alla presentazione di richieste istruttorie contestuali ad un atto di impugnazione quando lo stesso debba esercitare il diritto alla controprova ex art. 468 c.p.p. e non abbia la possibilità di proporre nuovi motivi.

Sarebbe infatti evidente la discriminazione tra chi volesse esercitare il diritto alla prova tramite una produzione documentale e chi invece non trovasse legittimazione a presentare la relativa lista,volendo citare testimoni e periti.

In questo caso si registra una divergenza tra dottrina e giurisprudenza: quest’ ultima ritiene di escludere l’operatività degli articoli 468 e 493 c.p.p. stante la natura eccezionale della rinnovazione in appello (cfr. Cass. 204778/1996), mentre dottrina (Randazzo) ritiene le suddette disposizioni pienamente compatibili con il secondo grado di giudizio, in virtù dell’articolo 598 c.p.p.

Una precisazione si impone con riguardo alla categoria delle prove nuove.

Il Supremo Collegio ha stabilito che sussiste il carattere della novità sia quando essa sopraggiunga autonomamente, sia quando venga reperita dopo l’espletamento di un’ opera di ricerca che dia risultati in un momento successivo alla decisione (cfr. Cass. 21.10.1993).

Il concetto di prova nuova va quindi riferito all’insieme degli elementi suscettibili di introduzione nel corso di un giudizio di primo grado.

E’ da rilevare che la rinnovazione non può comunque sanare decadenze o irritualità verificatesi nel corso dell’ammissione probatoria articolatosi in primo grado.

Il secondo comma dell’articolo 603 c.p.p. disciplina l’assunzione di prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado.

In queste ipotesi non ci sono preclusioni temporali alla deduzione delle nuove prove, né vincoli alla loro ammissione che non siano quelli generali previsti dall’articolo 495 c.p.p. che esclude in forza del richiamo all’articolo 190 c.p.p. le prove vietate dalla legge e quelle che manifestamente sono superflue o irrilevanti.

Per completezza è opportuno mettere in luce che il terzo comma dell’articolo 603 c.p.p. contempla l’ipotesi in cui il giudice d’appello disponga d’ufficio la rinnovazione del dibattimento, quando ritenga assolutamente necessario un incremento del patrimonio conoscitivo in suo possesso.

La sentenza della Cassazione a S.U. 6.11.1992 intervenuta per dirimere un contrasto interpretativo sorto in merito alla possibilità di ricondurre la previsione contenuta nell’articolo 603 c.p.p. con l’articolo 507 c.p.p. , ha stabilito l’adottarsi della lettura estensiva di quest’ultima disposizione, nel senso di escludere l’esistenza di elementi che precludano al giudice l’ammissione di prove non richieste dalle parti.

La Corte ha rilevato una discrasia tra i poteri del giuidice di primo grado e di secondo grado.

L’art. 603 c.p.p. legittimando l’ammissione di prove nuove non assunte in primo grado, anche se conosciute, conferirebbe al giudice di appello poteri maggiori rispetto a quelli esercitabili da parte di quello di primo grado: ovviamente è apparso contraddittorio sul piano logico e processuale (vedi anche sent. Corte Cost. n. 111/1993).

Da quanto accennato appare che” l’assoluta necessarietà” debba misurarsi con l’articolo 507 c.p.p. sia per la identità funzionale con l’art. 603 c.p.p. sia per il richiamo operato dall’art. 598 c.p.p. alle norme che regolano l’evolversi del primo grado.

Concludendo si rammenta anche a se stessi, che il quarto comma disciplina l’ipotesi della rinnovazione su richiesta dell’imputato rimasto contumace in primo grado e che provi di non aver avuto conoscenza della chiamata in giudizio per fatto incolpevole.


- Il potere di ammissione probatoria: valutazione del giudice e obbligo di motivazione.

In omaggio al diritto di difendersi provando il giudice di appello ha un vero e proprio diritto dovere di deliberare l’eventuale richiesta di rinnovazione del dibattimento.

Il provvedimento del giudice d’appello che deve essere redatto nella forma della ordinanza, deve essere motivato così da poter formare oggetto di ricorso per cassazione ex art. 606 1. comma lett. d c.p.p. ove le richieste siano state respinte su presupposti diversi da quelli contemplati dal legislatore.

Non è viceversa censurabile in Cassazione il ragionamento di merito sulla base del quale la nuova prova sia stata ritenuta non decisiva.

Per quel che concerne il giudizio di ammissibilità della prova richiesta dalle parti, va operata una distinzione a seconda che si tratti delle categorie previste dall’art. 603 c.p.p. ovvero dalle prove sopravvenute o scoperte disciplinate dal comma successivo della norma di cui sopra.

Nel caso di riassunzione di prove già acquisite nel dibattimento di primo grado, ovvero di assunzione di prove nuove, l’iniziativa probatoria delle parti incontra un limite nel giudizio di ammissibilità allo stato degli atti: la sent. della Suprema Corte del 27.6.95 n. 933 ha però dichiarato l’impossibilità di decidere allo stato degli atti quando i dati probatori già acquisiti sono contraddittori od incerti nonché quando l’incombente richiesto rivesta carattere di decisività nel senso che lo stesso possa eliminare le eventuali suddette contraddizioni od incertezze oppure sia di per sé oggettivamente atto ad inficiare ogni altra risultanza.

Con riferimento alle prove sopravvenute o scoperte, al giudice viene richiesto un vaglio analogo a quello demandato al giudice di prime cure dagli art. 190, 190 bis, 495 c.p.p. i quali impongono di non tenere in considerazione le prove irrilevanti, sovrabbondanti o illecite.

A questo punto occorre registrare alcune pronunce della giurisprudenza che si è sforzata di definire al meglio le nozioni di decisività della prova o di delineare esattamente i confini dell’obbligo di motivazione del provvedimento spettante al giudice di appello.

La Cassazione con sent. n. 49587 del 2001 ha stabilito che il vizio di mancata assunzione di prova decisiva è configurabile solo quando la denegata prova…sia di natura tale da poter determinare una diversa conclusione del processo, ma non quando si tratti di un fatto non suscettibile di incidere effettivamente ed in concreto sulla formazione del convincimento del giudice, risolvendosi esso soltanto in una delle diverse prospettazioni valutative che informano la fisiologia dialettica tra le opposte parti processuali”.

Un'altra sentenza della Suprema Corte (Cass. n. 12459/1998) ha ancora stabilito che ai fini della rinnovazione del dibattimento in appello il giudice deve valutare l’indispensabilità della prova richiesta dalla parte avendo riguardo alla sua decisività e non alla sua verosimiglianza…

In applicazione di questo principio la Corte ha ritenuto viziata la motivazione con la quale il giudice di appello aveva respinto la richiesta di rinnovazione del dibattimento finalizzata all’escussione di due testimoni assumendo che la versione dei fatti che essi avrebbero dovuto fornire appariva del tutto inverosimile.

Per quel che attiene la prova sopravvenuta la Cassazione con sent. n. 37285/2002 ha stabilito che la rinnovazione nel caso di nuove prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado non soggiace alla regola della deduzione almeno 15 giorni prima dell’udienza, prescritta dall’articolo 585 comma 4 c.p.p. trattandosi di deduzione non suscettibile (a differenza della rinnovazione prevista ex articolo 603 comma 1 c.p.p.) di alcuna preclusione di carattere temporale relativamente a prove la cui ammissibilità deve essere valutata solo in quanto” manifestamente superflue o irrilevanti” a norma dell’articolo 495 comma 1. richiamato dall’articolo 603 comma 2. c.p.p.

Da annoverare anche la sentenza n. 1075/1999 della Cassazione.

Nel caso di specie l’imputato aveva in grado di appello, chiesto l’assunzione di testimonianza di persona, la quale aveva riferito, dopo il giudizio di primo grado, di essere a conoscenza di circostanze delle quali poteva desumersi la falsità della deposizione resa in giudizio dalla persona offesa.

La Corte d’Appello aveva rigettato la richiesta assumendo che essa era relativa circostanza di fatto del tutto nuova e contrastante con gli elementi di prova già acquisiti in primo grado: la Suprema Corte ha annullato con rinvio la sentenza di secondo grado.

Interessante a questo punto ripercorrere alcune pronunce della Suprema Corte in tema di obbligo di motivare del giudice di appello.

La Cassazione con sent. n. 8891 del 2000 ha previsto che in subjecta materia, il giudice pur investito con i motivi di impugnazione di specifica richiesta, è tenuto a motivare solo nel caso in cui pervenga alla rinnovazione.

In considerazione del principio di completezza dell’ attività istruttoria del grado precedente, egli deve dare conto dell’uso che fa del suo potere discrezionale conseguente alla convinzione di non poter decidere allo stato degli atti.

In ipotesi di rigetto la motivazione potrà essere anche essere implicita e desumibile dalla stessa struttura argomentativi della sentenza di appello, con la quale si evidenzia la sussistenza di elementi sufficienti alla affermazione, o negazione, di responsabilità.

Un sentenza più datata, esprimendosi circa il carattere eccezionale della rinnovazione dibattimentale, chiariva che il giudice a fronte di una indotto lo stesso a rigettare la suddetta richiesta richiesta di rinnovazione dibattimentale.

La Cassazione ribadisce che poichè l’imputato ha diritto a difendersi provando, il giudicante stante i limiti sicuramente ragionevoli posti a tale diritto in conseguenza del giudizio di primo grado, deve dar conto della ricorrenza di questi limiti, determinati dall’assenza del presupposto per il riconoscimento del citato diritto, presupposto rappresentato dalla decisività degli incombenti proposti e cioè dall’idoneità degli stessi ad eliminare contraddizioni esistenti nei dati già raccolti ovvero ad inficiarli (Cass. sent. n. 3986/1996).

Anche se questa sentenza risulta essere più datata rispetto alla precedente, preme rilevare che l’istituto de quo sia da considerarsi ormai quale strumento ordinario di integrazione della prova, nell’ambito del diritto dell’imputato di difendersi provando.

A questo punto, occorre porre in evidenza che, atteso il carattere eccezionale della rinnovazione dell’istruzione dibattimentale in appello, il mancato accoglimento della richiesta volta ad ottenere detta rinnovazione, in tanto può essere censurato in sede di legittimità in quanto risulti dimostrata, indipendentemente o meno da una specifica motivazione sul punto nella decisione impugnata, la oggettiva necessità dell’adempimento in questione e quindi, l’erroneità di quanto esplicitamente o implicitamente ritenuto dal giudice di merito circa la possibilità di decidere allo stato degli atti.

Questo significa che deve dimostrarsi l’esistenza, nell’apparato motivazionale posto alla base della sentenza impugnata, di lacune o manifeste illogicità, ricavabili dal testo del medesimo provvedimento, come previsto dall’articolo 606 comma 1. lett. a c.p.p. , e concernenti punti di decisiva rilevanza, le quali sarebbero state presumibilmente evitate qualora fosse stato provveduto, come richiesto, all’assunzione o alla riassunzione di determinate prove in sede di appello (cfr. Cass. sent. n. 9151 del 28/6/1999).

Ad una attenta lettura della giurisprudenza in materia, risulta ridimensionata la discrezionalità del giudice di appello, che inizialmente appare amplissima, anche grazie alla presunzione di completezza dell’istruzione di primo grado.

La valutazione delle richieste e la relativa motivazione appaiono soggette ad un vero e proprio obbligo, dalla Suprema Corte definito potere – dovere, di verificare la completezza della prova raggiunta in primo grado, al fine di evitare che l’accertamento della verità sia impedito dalla mancata assunzione di una prova ignorata nel corso del dibattimento.

L’individuazione di un vizio di legittimità nel provvedimento di rigetto della richiesta di rinnovazione che non abbia adeguatamente motivato sul punto rafforza la connotazione dell’istituto in termini di vero e proprio diritto dell’imputato, ridimensionando la portata reale della presunzione di completezza dell’istruzione di primo grado.

Concludendo appare doveroso soffermarci anche solo di riflesso sull’articolo 599 3. comma che richiama i tempi imposti dall’articolo 603 c.p.p. per l’eventualità in cui debba essere reiterata l’assunzione delle prove nel corso di un procedimento camerale.

La disposizione in discorso prevede la necessaria partecipazione del pubblico ministero e dei difensori, contemplando in loro assenza, la fissazione di una nuova udienza.

Il problema principale che si poneva era che tale formulazione ha sollevato sin dal primo periodo di vigenza del codice l’applicabilità delle rinnovazione a tutte le opzioni procedimentali contraddistinte dalla sede camerale.

Accanto a chi propendeva per l’operatività della rinnovazione istruttoria tanto nelle ipotesi di cameralità definita dalla dottrina obbligatoria, tanto nell’eventualità di un concordato sui motivi ex art. 599 commi 4 e 5 c.p.p., vi era infatti chi escludeva incrementi istruttori argomentando dalla natura del concordato quale procedimento allo stato degli atti.

Il problema della compatibilità tra rinnovazione istruttoria e sede camerale si pone tuttora in relazione alle sorti del giudizio abbreviato in appello in cui solo di recente il dibattuto tema ha avuto composizione per effetto di una pronuncia delle Sezioni unite della corte di cassazione.

Da un lato si collocava un orientamento tendente ad escludere l’innesto della rinnovazione istruttoria sul corpo del giudizio abbreviato.

In prospettiva radicalmente opposta si muoveva la tesi avvallata dalla sentenza Costituzionale n. 470 del 1991, secondo cui nulla avrebbe escluso l’operatività della rinnovazione in seno al giudizio abbreviato anche – si cita all’uopo fortemente maggioritaria dottrina- ” argomentando dAL dato testuale espresso dall’articolo 443 c.p.p. il quale richiamando il successivo art 599 e non il 127 c.p.p., ne avrebbe ricompreso le implicazioni sia di carattere formale che sostanziale”.

Chiamata a dirimere il contrasto sorto nell’ambito del medesimo procedimento penale che aveva precedentemente visto l’intervento del giudice delle leggi, la Corte di Cassazione si è pronunciata a Sezioni Unite, affermando l’inesistenza di alcuna incompatibilità tra il giudizio operato allo stato degli atti e l’integrazione probatoria disposta ex officio (cfr. Cass. S.U. 13.12.1995).


- Cenni: compatibilità tra giudizio abbreviato e rinnovazione...

Problema particolare è quello affrontato in ordine alla compatibilità tra giudizio abbreviato e rinnovazione dibattimentale.

In merito a questo problema si sono registrati tre orientamenti contrapposti.

Il Ramajoli ritiene che la rinnovazione del dibattimento in grado di appello sempre preclusa in quanto la richiesta dell’imputato di essere giudicato con il rito abbreviato e l’originario consenso del pubblico ministero, contengono il portato di una vera e propria rinuncia all’istruzione dibattimentale e la conseguente accettazione del giudizio allo stato degli atti.

Il Mazzarra ritiene che il fatto che il rito abbreviato di primo grado sia un giudizio allo stato degli atti non implica che debba ritenersi tale anche quello in grado di appello: pertanto il rinvio dell’articolo 443 comma 4 all’articolo 599 c.p.p. deve intendersi riferito a tutto il contenuto della norma e quindi anche alla possibilità di rinnovazione del dibattimento ex art. 603 c.p.p.

E proprio per contrastare una delle argomentazioni più pregnanti del primo orientamento, si afferma che se il legislatore avesse voluto limitare a richiamare solo la fase del procedimento in camera di consiglio lo avrebbe fatto con un semplice rinvio all’articolo 127 c.p.p.

Si registrano infine orientamenti più sfumati che ritengono acquisibili nel giudizio di appello del rito abbreviato, unicamente prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado o che la riassunzione di prove già acquisite o possa avvenire solo ex officio nel caso in cui il giudice lo ritenga assolutamente necessario ai fini della decisione come previsto dall’articolo 603 c.p.p.

Le modifiche apportate dalla legge Carotti del 1999, hanno avuto una portata epocale e hanno quindi risolto il problema.

La sacrosanta eliminazione del consenso del pubblico ministero, la possibilità per il giudice che non sia in grado do decidere allo stato degli atti di assumere anche di ufficio gli elementi necessari ai fini della decisione, hanno radicalmente mutato la natura originaria dell’istituto di giudizio allo stato degli atti.

Pertanto in questa nuova prospettiva possiamo senza ombra di dubbio affermare che sarà possibile, ove sussistano le condizioni per far luogo alla rinnovazione, applicare l’articolo 603 c.p.p. al giudizio abbreviato d’appello.

La rinnovazione del dibattimento in appello è quindi da considerarsi come uno ordinario strumento di integrazione della prova, nell’ambito del diritto dell’imputato di difendersi provando.

Risulta quindi limitata la discrezionalità del giudice di appello che rimane forte solo in merito al giudizio di rilevanza delle prove richieste, anche se la valutazione delle richieste medesime e la relativa motivazione si configurano come un vero e proprio potere – dovere in capo al giudice, di verificare la completezza della prova raggiunta in primo grado, al fine di evitare che l’accertamento della verità sia impedito dalla mancata assunzione di una prova ignorata nel corso del dibattimento.

La individuazione di un vizio di legittimità nel provvedimento di rigetto della richiesta di rinnovazione che non abbia motivato adeguatamente sul punto, rafforza la connotazione del diritto forte ed incontrovertibile dell’imputato a provare anche nel grado di appello.

Nessun problema particolare circa l’applicabilità dell’articolo 129 c.p.p. e l’operatività del divieto di reformatio in peius.

Il giudizio di rinvio successivo all’annullamento di sentenza emessa a seguito di rito abbreviato riproduce, con il correttivo visto per la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, il modello ordinario.

D’altro canto la circostanza che l’imputato abbia goduto di una riduzione della pena di un terzo non ha alcuna incidenza sul divieto di peggiorare la condanna inflitta.

La riduzione è un effetto del rito che si è realmente celebrato, l’obbligo di non applicare una pena più affittiva è conseguenza di un principio generale che non tollera eccezioni.


- ...e tra applicazione della pena su richiesta delle parti e giudizio di rinvio.

La particolare natura di questo giudizio interagisce con le peculiari caratteristiche sia della rinnovazione dibattimentale, sia del giudizio di rinvio.

In relazione al patteggiamento è da escludersi la possibilità che la cassazione quantifichi la pena in termini difformi dall’accordo raggiunto così che ad una nuova valutazione dovrà procedere il giudice a quo.

All’annullamento disposto dal giudice di legittimità seguirà una nuova fase di merito davanti al giudice che ha pronunciato la sentenza con la quale la pena richiesta era stata applicata.

La giurisprudenza non appare concorde circa il modo in cui il giudice debba essere investito della questione.

Un primo orientamento individua nell’annullamento senza rinvio, seguito dalla trasmissione degli atti per l’ulteriore corso, lo strumento processuale applicabile.

Il venire meno della possibilità di definire il processo sulla base del medesimo accordo, ritenuto inaccettabile, imporrebbe questa formula, unica capace di consentire alle parti di decidere se proporre una differente soluzione ovvero se proseguire con il rito ordinario.

Di contrario avviso chi ritiene che la Corte, annullando la sentenza impugnata, non decida sulla richiesta delle parti, pronuncia che spetta al solo giudice di merito al quale il processo deve essere rinviato (cfr. Cass. n. 1576 22.10.1993).

Tale seconda opinione appare corretta laddove si ricordi che il rinvio risulta essere l’unico strumento processuale previsto dal codice per investire nuovamente il giudice di merito.

I provvedimenti della cassazione sono tipici e l’annullamento senza rinvio con trasferimento degli atti per l’ulteriore corso è al di fuori del sistema.

Inconsistente la critica che in tal modo le parti sarebbero vincolate ad un accordo che sarà sicuramente respinto dal giudice: fino all’apertura del dibattimento è sempre possibile formulare nuove richieste di patteggiamento non meramente pretestuose.

Le parti ed il giudice subiranno come vincolo il principio di diritto eventualmente posto dalla Cassazione; è possibile secondo l’orientamento del Supremo Collegio, anche l’allegazione di nuovi elementi purchè ciò sia compatibile con la fase in cui il processo è regredito (cfr. Cass. 1.3.1994).

Con l’annullamento della sentenza il giudice è reinvestito dal momento pendente a quello in cui le parti avevano manifestato la volontà di addivenire alla applicazione della pena su richiesta di parte, potrà essere rimeditata.

Tale soluzione appare obbligata dalla struttura stessa dell’iter: il giudizio di rinvio, originato necessariamente dal ricorso di una delle parti, non potrebbe prendere le mosse da un accordo che evidentemente il ricorrente ha voluto rimuovere o modificare.

Nella ipotesi di annullamento derivante da vizi afferenti momenti processuali precedenti alla formulazione della richiesta i poteri del giudice e delle parti saranno i medesimi di quelli a queste conferiti all’atto del realizzarsi del vizio.

Un aspetto particolare è quello relativo all’applicabilità dell’articolo 129 c.p.p. nel corso di un giudizio seguente ad annullamento della sentenza di applicazione della pena.

La circostanza che il giudice sia tenuto alla delibazione circa l’esistenza di cause di estinzione del reato o meglio, circa l’impossibilità di disporre l’immediato proscioglimento dell’imputato sembrerebbe escludere, a meno che questa non sia proprio la parte di sentenza oggetto del ricorso e del conseguente annullamento, ogni successivo intervento sul punto.

In verità in questo caso la cognizione del giudice del rinvio non subisce alcuna limitazione.

La sentenza c.d. di patteggiamento non è per natura una condanna e come tale non costituisce accertamento della responsabilità dell’imputato e della sussistenza del fatto.

Per quanto riguarda l’operatività del divieto di reformatio in peius appare coerente ritenere che l’annullamento derivante da ricorso del solo imputato debba seguire l’impossibilità di determinare la pena in termini peggiorativi per lo stesso.

Tal limitazione è operante non solo nella ipotesi in cui il giudizio di rinvio si esaurisca con una nuova applicazione della pena ma anche quando questo debba celebrarsi con le forme del rito ordinario.

Il carattere generale del principio di cui il divieto è espressione non subisce restrizioni.

Al verificarsi del presupposto, impugnazione dell’imputato, segue automaticamente l’effetto.


CAPITOLO II


- Il giudizio di rinvio e poteri del giudice.

Il giudizio di rinvio si innesta in un procedimento ordinario ma è sempre disciplinato dalle norme che regolano la fase od il grado in cui effettivamente si svolge, unitamente a quelle diverse dettate specificatamente per la fase del rinvio.

L’accavallarsi di due discipline normative impone una scelta tra una pluralità di opzioni interpretative in ordine ai criteri di prevalenza delle une sulle altre ogni qual volta le stesse entrino in conflitto ovvero non disciplinino la particolare fattispecie.

L’innesto del giudizio di rinvio su un procedimento ordinario non è un fenomeno irrilevante per l’ordinamento, specie alla luce dell’articolo 627 2.comma c.p.p. , laddove è stabilito che il giudice di rinvio decide con gli stessi poteri che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata salve le limitazioni stabilite dalla legge.

I poteri del giudice la cui sentenza è stata annullata trovano un confine nelle limitazioni stabilite dalla legge.

La diversità di contenuti delle locuzioni emerge con chiarezza anche sul piano semantico non potendosi dubitare che il riferimento agli “stessi poteri” implichi un minus rispetto alla “stessa posizione”.

Quest’ultima espressione è indicativa dell’attribuzione al giudice del rinvio di tutti i poteri che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata nonché di una concreta esplicazione degli stessi senza limitazioni di sorta derivanti dalla nuova fase in cui il giudizio si trova.

Da quanto sopra autorevole dottrina ha affermato che possiamo parlare di “specialità del rito”.

Se infatti, la disciplina di un procedimento speciale si limita a regolare certi rapporti in forma derogatoria rispetto ad una previsione più ampia, in mancanza di tale forma derogatoria, il procedimento non risulterebbe indifferente al diritto ma sarebbe assoggettato alle regole generali.

E’ a dirla con Dinacci, pacifico che ricorre la norma speciale od eccezionale in tutti i casi in cui la norma meno ampia invece di aggiungere alla disciplina generale ad essa sottrae rapporti regolandoli diversamente.

Questo è quello che accade con il giudizio di rinvio la cui regolamentazione si innesta su un giudizio ordinario che vede una parte del suo assetto sottratto alla relativa disciplina in favore di diverse regole appositamente dettate.

Sicchè al di fuori di tale normativa speciale troverà applicazione la disciplina generale nei limiti in cui essa non si ponga in rapporto di contrasto od incompatibilità con quella particolare.

La consapevolezza della specialità del giudizio di rinvio nonché delle opzioni interpretative sottintese dai rapporti tra norma speciale e norma generale costituisce un punto di partenza imprescindibile sul piano del metodo interpretativo anche per razionalizzare e comprendere le caratteristiche del giudizio di rinvio, che si connota per le particolari interrelazioni che genera on altri procedimenti e principi generali in tema di impugnazione.

Occorre tuttavia rilevare come le eccezioni alle regole generali potranno rinvenirsi non solo nella disciplina tipica del giudizio di rinvio ma anche in quella che regolamenta il procedimento su cui si innesta il giudizio rescissorio di rinvio.

In tali casi occorrerà attendere ad una analisi diretta a valutare quale delle regole processuali incompatibili tra di loro si ponga in rapporto di specialità rispetto all’altra.

I poteri del giudice di rinvio, risultano condizionati dai limiti cognitivi in precedenza individuati , ma godono di una autonomia di espansione che deriva dalla previsione di una espressa e specifica disciplina normativa.

La regola per cui il giudice di rinvio decide con gli stessi poteri che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata, salvo le limitazioni stabilite (art. 627 2. comma c.p.p.) trova fondamento nella necessità di porre il giudice di rinvio in condizioni di pronunciare una sentenza che, secondo la Corte di cassazione, avrebbe dovuto pronunciare il giudice al quale egli è sostituito.

Tuttavia l’equiparazione tra i poteri del giudice del rinvio e quelli del giudice la cui sentenza è stata annullata è più apparente che reale, in quanto il provvedimento di annullamento è produttivo di specifici effetti giuridici che in taluni casi, come si è visto, limitano l’ambito cognitivo e decisorio del giudice di rinvio.

L’attuale formulazione normativa prevede espressamente che se è annullata una sentenza di appello e le parti ne fanno richiesta il giudice dispone la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale per l’assunzione di prove rilevanti per la decisione: si tratta di un ipotesi speciale di rinnovazione del dibattimento, caratterizzata da un automatismo nella sua adozione.

In sostanza nell’ambito di un giudizio di rinvio conseguente ad annullamento di una sentenza della Corte di appello, se le parti chiedono la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale il giudice deve disporla.

L’unico limite posto all’indicato automatismo è la valutazione della rilevanza della prova acquisenda ai fini della decisione.

Pertanto al di fuori di tale momento discrezionale non può negarsi in presenza delle condizioni richieste dall’articolo 627 2.comma c.p.p. la rinnovazione del dibattimento.

Questa interpretazione trova conforto nella Relazione al progetto preliminare al c.p.p. del 1988 per cui, rubando le parole della Relazione al progetto preliminare del c.p.p., “rispetto alla prova risulta così differenziata diversamente da quanto accade nel codice vigente la posizione delle parti nel giudizio di rinvio rispetto a quello di appello.

In questo il diritto alla prova è limitato perché, se non si tratta di prova sopravvenuta o scoperta dopo il giudizio di primo grado, il giudice è tenuto alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale solo se non si ritiene in grado di decidere allo stato degli atti, mentre nel giudizio di rinvio riprende pieno vigore il diritto alla prova senza possibilità per il giudice di negare la rinnovazione ritenendosi in grado di pervenire alla decisione sulla sola base degli atti.

Si è voluto così evitare che il giudizio di rinvio nei limiti in cui impone una rivalutazione del merito, si risolva come accade prevalentemente nel sistema vigente in un giudizio esclusivamente cartolare”.

Per conseguenza, ingenera disagio quell’orientamento giurisprudenziale in forza del quale “ il giudice del rinvio non è tenuto a disporre la rinnovazione del dibattimento tutte le volte in cui le parti ne facciano richiesta.

I suoi poteri risultano infatti sostanzialmente uguali a quelli che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata, con l’ulteriore precisazione che la prova da assumersi oltre che indispensabile per la decisione ai sensi dell’articolo 603 c.p.p. deve anche essere rilevante come prescritto dal secondo comma ultima parte del’articolo 627 c.p.p.

Sta di fatto che la rinnovazione dibattimentale tipica del giudizio di rinvio si pone in rapporto di specialità rispetto a quella ordinaria di cui all’articolo 603 c.p.p. sicchè i presupposti ivi specificati non possono essere ritenuti operanti nella misura in cui risultano espressamente derogati dalla disciplina speciale ex articolo 627 2. comma c.p.p.

Del resto anche sul piano contenutistico non si vede come possa affermarsi che una prova per dar luogo alla rinnovazione del dibattimento deve risultare oltre che indispensabile anche rilevante.

Non è dubbio infatti che il criterio ammissivo dell’indispensabilità includa e comunque presupponga il giudizio di semplice rilevanza.

Si ha qui la riprova del rapporto di esclusione che caratterizza l’articolo 627 c.p.p. rispetto all’articolo 603 dello stesso codice.

Pertanto a seguito di giudizio di rinvio il giudice di appello su richiesta delle parti deve disporre la rinnovazione dell’istruzione dibattimentale con l’unico limite della rilevanza della prova ai fini della decisione.


- La rinnovazione istruttoria nel giudizio di rinvio della Corte di Cassazione: aspetti problematici e riflessioni.

E’ interessante valutare cosa accada durante la rinnovata istruttoria dibattimentale, se nel corso del giudizio di rinvio sopraggiungano prove nuove che da sole o unite a quelle già valutate consentirebbero l’assoluzione dell’imputato ovvero la dichiarazione di estinzione del reato.

Occorre rilevare che il giudizio di rinvio operato dalla Suprema Corte è una ipotesi di giudizio originato da annullamento parziale su questioni diverse e non connesse con l’affermazione di responsabilità o di sussistenza del reato.

La Corte infatti non potendo esaurire il procedimento critico di sostituzione del provvedimento impugnato, occorrendo una ulteriore indagine che di fatto è inibita ai poteri della sua giurisdizione, pronuncia annullamento con rinvio ad altro giudice.

L’articolo 627 2. comma c.p.p. attribuisce al giudice di rinvio la possibilità di disporre la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale.

La norma si riferisce espressamente all’ipotesi di annullamento della sentenza di appello, dato che una stessa disposizione non avrebbe motivo di esistere in riferimento al primo grado, dove il giudizio si svolge con una nuova celebrazione del dibattimento.

Obbligatorio si presenta il richiamo all’articolo 603 .p.p. : quello che rileva è la mancanza delle limitazioni imposte dalla impossibilità di decidere allo stato degli atti e dalla novità della prova.

Nel giudizio di rinvio alla parte è attribuito un vero e proprio diritto di richiedere la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, in tutti i casi in cui tale strumento sia indispensabile al fine di procedere all’ammissione ed all’acquisizione di una prova rilevante per la decisione.

Al giudice, anche secondo l’orientamento della datata ma importante sentenza della Suprema Corte del 16.2.1987, spetta un giudizio di rilevanza pertinenza analogo a quello conferito al giudice in primo grado, anche se è necessario che il mezzo di prova di cui si chieda l’ammissione si riferisca ai capi ed ai punti della sentenza la cui cognizione di una prova rilevante per la decisione (cfr. Cass. 19.5.1993).

Legittimo il dubbio se la rinnovazione debba essere o meno oggetto di specifica domanda nell’atto di impugnazione.

L’articolo 627 c.p.p. non prevede alcun obbligo in tal senso : deve desumersi che non esistano preclusioni temporali alla richiesta, che dovrà sempre riferirsi a mezzi di prova pertinenti e rilevanti alla decisione che il giudice di rinvio dovrà emettere.

Deve farsi riferimento anche alla Relazione al progetto del nuovo codice di procedura penale in cui si differenzia l’appello, nel corso del quale, la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale può essere disposta solo quando sia impossibile decidere allo stato degli atti, dal giudizio di rinvio in cui il diritto alla prova riprende pieno vigore.

Occorre prendere in considerazione l’ipotesi in cui il giudizio di rinvio abbia ad oggetto più punti, la cui decisione implichi l’utilizzazione di verbali di dichiarazioni rese dalle persone indicate nell’articolo 513 c.p.p., in merito alla lettura delle dichiarazioni rese dall’imputato nel corso delle indagini preliminari o nell’udienza preliminare, o dei soggetti indicati dall’art. 210 c.p.p.

In questo caso il giudice a richiesta di parte dovrà disporre la rinnovazione del dibattimento e la citazione di tali persone.

In questa ipotesi al giudice non è consentita alcuna valutazione e la rinnovazione dell’ istruttoria appare obbligata.

Come autorevole dottrina ha rilevato il caso presenta delle analogie con quello della controprova, dato che il giudizio di ammissibilità è implicito nell’aver utilizzato i verbali delle stesse dichiarazioni, con l’unico limite della cognizione devoluta al giudice.

Quanto sopra permette di ritenere obbligatorio l’annullamento con rinvio della sentenza i cui motivi di ricorso si riferiscano alla sussistenza del fatto o alla responsabilità dell’imputato, condannato in forza della lettura delle dichiarazioni di cui all’articolo 513 c.p.p.

La particolare natura del giudizio per cassazione in cui è esclusa ogni attività dibattimentale, non lascia alternativa alla rinnovazione dell’istruttoria nel corso del successivo giudizio di rinvio che, in queste ipotesi, della cassazione è indispensabile complemento.

Irrilevante che il punto sia stato oggetto di specifico motivo di ricorso.

La disciplina vigente all’atto della redazione del ricorso, impediva una richiesta in tal senso.

Di contro la sanzione di inutilizzabilità, comminata in assenza del consenso (art. 513 1.comma c.p.p.) o dell’accordo delle parti (art. 513 2. comma c.p.p.), è rilevabile in ogni stato e grado del processo, e quindi anche nel giudizio di rinvio.

A queste considerazioni deve aggiungersi che la citazione della persona le cui dichiarazioni sono state lette in dibattimento ha natura analoga alla così detta controprova, di cui la parte ha diritto all’acquisizione.

Diritto espressamente tutelato nelle fasi dell’appello e del rinvio dalla norma transitoria, che non può essere taciuto nel giudizio di cassazione.

Ogni lettura difforme è da considerarsi come in contrasto con i canoni interpretativi imposti dai principi costituzionali.

Le prime pronunce sul punto sono state di avviso contrario ritenendo che la corretta applicazione delle norme vigenti all’epoca della fase di merito, consentisse di confermare la legittimità della sentenza.

La stessa esclusione di espressa previsione per la fase avanti la Suprema Corte, è interpretata come conferma della volontà del legislatore alla quale non conseguirebbe alcun contrasto con i principi di rango costituzionale.

Queste affermazioni suscitano non poche perplessità.

Se è vero infatti che l’inutilizzabilità delle dichiarazioni è subordinata alla richiesta di parte ed alla esistenza di condizioni positive quali l’assenza di preclusioni, è altrettanto vero che al realizzarsi delle stesse la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale deve essere disposta.

Conta poco che l’acquisizione del giudice di merito non era incorsa in alcuna censura all’epoca vigente: la l. 7.8.1997 n. 267, introduce un regime di inutilizzabilità immediatamente operante e prevede uno specifico procedimento necessario a recuperare la legittimità del mezzo di prova acquisito nel corso del processo.

Il citato provvedimento legislativo ha dichiarato inutilizzabili le dichiarazioni dei computatati o degli imputati di reati connessi o collegati che non siano sottoposti ad esame ovvero abbiano rifiutato di rispondere.

La peculiarità della disciplina è da rinvenire nell’articolo 6 che regola i rapporti transitori riguardanti i procedimenti in corso nei quali abbia trovato applicazione l’articolo 513 c.p.p. così come contemplato nella previdente disciplina.

In quella sede si disciplinano minuziosamente le modalità di citazione degli imputati di reato connesso nonché di coimputati per i processi in corso.

Infatti per il giudizio di primo grado si prevede che quando è stata disposta la lettura delle dichiarazioni rese da persone imputate del reato connesso ex articolo 513 c.p.p., qualora le parti lo richiedano il giudice debba disporre la citazione di tali persone affinché le stesse siano nuovamente esaminate con le garanzie del contraddittorio.

Analoga disposizione è prevista dall’articolo 6 comma 3 della stessa legge per il giudizio di appello laddove si consente ad una rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, nonché all’articolo 6 comma 4 con riferimento al giudizio di rinvio a seguito di annullamento della cassazione.

Nessun riferimento viene fatto al giudizio di cassazione, anche se le ragioni di questa esclusione non soni casuali, né tanto meno sono indice della non applicabilità della nuova normativa al giudizio di legittimità.

Al riguardo basti pensare ai limiti connaturati allo stesso giudizio di cassazione.

Le ragioni dell’omessa indicazione del giudizio di Cassazione sono da ricercare nella riconosciuta incompatibilità di questa fase con l’acquisizione di mezzi di prova.

Il legislatore non poteva prevedere in quella sede delle ipotesi di istruzione dibattimentale.

L’avere regolato la fase di merito immediatamente precedente, l’appello, e quella successiva il rinvio, rappresentava sufficiente garanzia che il diritto di difesa fosse tutelato nel giudizio di legittimità con la riconosciuta necessità di una ulteriore fase di merito.

La diversa interpretazione fornita si pone in contrasto con il dettato costituzionale tanto che la dichiarazione di manifesta infondatezza della questione in quella sede sollevata è fondata su argomentazioni in conferenti e contorte: il richiamo alla in operatività delle innovazioni processuali in rapporto a situazioni processuali consolidate ed irreversibili, come se la fase del giudizio di cassazione si ponesse in un momento in cui il processo è già concluso.

Appare legittimo che il dubbio di ragionevolezza deriverebbe solo dalla dichiarazione di immediata operatività nei giudizi di merito del nuovo regime di inutilizzabilità , come se la disparità di trattamento non fosse ravvisabile nella impossibilità di attivare in cassazione la disciplina transitoria cui sopra si è fatto esplicito riferimento.

A ben vedere è proprio la mancanza di una disciplina transitoria che autorizza a ritenere applicabile la disciplina ordinaria in forza della quale la cassazione in mancanza di una prova illegittimamente acquisita su cui si fonda la sentenza oggetto del ricorso, è obbligata a procedere ad annullamento con rinvio (cfr. Cass. S.U. 25/2/1998).

Concludendo appare doveroso accennare almeno per scrupolo espositivo, che tra i limiti stabiliti dalla legge ai poteri del giudice del rinvio rientra certamente l’obbligo di uniformarsi alla sentenza della Corte di cassazione per ciò che concerne ogni questione di diritto con essa decisa (articolo 627 3. comma c.p.p.).

Secondo la dottrina, il principio seppur condivisibile necessita di dei correttivi per non far si che diventi un dogma.

Un primo correttivo è stabilito nell’articolo 627 2. comma c.p.p. laddove si dispone che il giudice del rinvio decide con gli stessi poteri che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata, salvo le limitazioni stabilite dalla legge.

Ove annullata una sentenza emessa in primo grado, il giudice di rinvio potrebbe legittimamente acquisire materiale conoscitivo diverso da quanto elaborato in precedenza, e come tale idoneo a modificare i presupposto della precedente sentenza.

Ed è fisiologico che accada essendo pacifico che la giudice del rinvio competano anche poteri di acquisizione probatoria (vedia articolo 627 c.p.p.).

Il dato legislativo non è equivoco ed appare chiaramente descrittivo di una situazione normale se si considera, che la previsione è collocata subito dopo l’affermazione secondo la

quale il giudice del rinvio decide con gli stessi poteri che aveva il giudice la cui sentenza è stata annullata.

Al di la di ogni apprezzamento circa l’individuazione delle limitazioni espresse dalla legge, non appare dubbio che tra queste rientra un generico potere di acquisizione probatoria posto che il legislatore lo ha enunciato a chiare righe.

Il riferimento testuale appare incontrovertibile.

Se si è prevista la possibilità in sede di appello di dare stesura ai poteri di acquisizione probatoria, è indiscutibile una analoga possibilità nell’ipotesi di rinvio al giudice di primo grado.


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  • Cass., 9/11/1995, n. 1996
  • Cass. pen. 1/3/1994
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  • Cass. pen. 16/2/1987


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