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Diritto e limiti della libertà tra filosofia e biologia comportamentale
Articolo di Sergio Sabetta 14.07.2006
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Diritto e limiti della libertà tra filosofia e biologia comportamentale

di Sergio Sabetta


Il concetto di libertà è stato catalogato e studiato nel corso della storia sotto tre aspetti diversi.

1. La libertà non è che autodeterminazione priva di condizioni e di limiti, lo stesso Kant parla di carattere “numerico” della libertà essa non è un fenomeno sottomesso a determinazioni di tempo, ma cosa in sé di cui soltanto gli effetti sono da considerarsi fenomeni.

Identico concetto è alla base di ogni forma moderna di indeterminismo, sostiene Bergson che gli atti liberi sono imprevedibili e pertanto non può applicarsi ad essi il principio di causalità.

La libertà è indefinibile e si identifica con la stessa durata reale della vita cosciente. La volontà crea e costituisce i motivi dell’azione e nell’autodeterminazione si definisce la libertà. Sartre definisce la libertà come scelta che l’uomo fa del proprio essere e del mondo, ma proprio tale scelta viene a limitare le ulteriori scelte possibili creando un sentimento di ingiustificabilità che si esprime nell’assurdità della mia scelta. Come ho creato il mio possibile, altrettanto posso distruggerlo confinandolo nel passato, ma così la mia libertà divora la mia libertà. Si ha solo una autocreazione gratuita, in cui la scelta non limitata da condizioni determinate non ha nulla da scegliere, essa è una scelta solo di nome.

La concezione della auto-causalità calata nella politica porta al rifiuto di ogni obbligo, alla continua rideterminazione delle norme, nel cui eccesso, Platone vede il rischio della tirannide; in altre parole all’Anarchia moderna, di cui Max Stirner è l’estrema espressione nel concentrare nell’individuo la causa di tutto, senza un ulteriore causa esterna.

2. Accanto al concetto di autodeterminazione del singolo si affianca il concetto di libertà non dell’uomo ma dell’Assoluto, inteso o come Sostanza o come Stato. La libertà non appartiene alla parte ma al tutto.

Secondo questa concezione romantica accanto ad una libertà astratta, intesa come esigenza o possibilità, vi è una libertà reale dello spirito o degli uomini, che Hegel identifica nello Stato come realtà stessa dell’uomo. Questo non comporta che il singolo realizzi la propria volontà soggettiva mediante la volontà universale, ma piuttosto che la volontà universale si realizzi attraverso i cittadini quali strumenti. Manifestazioni della libertà universale sono pertanto il diritto, la morale, lo Stato le quali limitano l’arbitrio del singolo quale simulacro di libertà.

Viene di fatto ad esaltarsi l’organizzazione sociale e la comunità che può essere lo Stato, il partito, la chiesa, ecc. con parallela compressione dei singoli individui quali manifestazioni o parti dell’Assoluto, in assoluto vi è pertanto un rifiuto del liberalismo politico.

In epoca contemporanea Hartmann afferma consistere la libertà in una somma di piani sopraordinati, in cui ognuno di essi ha una propria forma di determinismo, si che la Libertà non è che il superdeterminismo di un piano dell’essere rispetto agli altri. L’uomo fornito di una propria teleologia impone ai processi casuali fini derivanti dalla sfera dei propri valori, ma i valori sono desunti da una situazione esistenziale totale, ossia di una totalità metafisica, di cui l’io ne è espressione (realismo).

3. A differenza delle sue precedenti concezioni la terza non fa appello alla causa sui “noumenica”, né in termini individuali né in termini Assoluti, bensì alla misurabilità delle possibilità, alla condizione e modalità della scelta che può garantire la libertà.

Se in Hobbes non esiste una libertà di volere in quanto non si può non volere ciò che si vuole ma si può fare o non fare ciò che si vuole, si che esiste una libertà di fare, non una libertà di volere; in Locke esiste una libertà di natura che consiste in una norma di reciprocità per cui si riconoscono agli altri le stesse possibilità che si riconoscono a sé. In termini sociali vi è una possibilità di scelta limitata dalla norma di natura della legge derivante da un potere riconosciuto come tale dai cittadini; quindi la libertà politica è condizionata dall’esistenza dell’incrociarsi di norme che limitano la libertà di scelta dei cittadini, con la possibilità dei cittadini stessi di controllare in parte la fissazione delle norme.

Sviluppando queste osservazioni in termini pragmatici Dewey sostiene che non si deve guardare agli antecedenti della scelta, ma alle loro conseguenze.

Sono le conseguenze che ci danno il controllo delle possibilità future e tale controllo costituisce il centro della nostra libertà.

Con lo svilupparsi nella fisica del ‘900 della spiegazione probabilistica su quella necessitaristica, quale conseguenza del principio di indeterminazione, si è avuto un rinsaldamento culturale di quest’ultima ipotesi di libertà, nella quale non vi è una libertà assoluta ma solo una previsione probabile degli eventi. In altre parole così come non è sostenibile il concetto di determinismo come necessità, altrettanto inesatta è la definizione della libertà come potere di fare ciò che piace.

La libertà assoluta è inesistente questa è relativa, risultato di una questione di misura, di condizioni e di limiti.

La libertà, come evidenzia Abbagnano, non è una scelta ma una “possibilità di scelta”, che come tale può essere ripetuta.

I diritti posti a salvaguardia della libertà, sono posti in realtà a salvaguardia della possibilità di scelta dei cittadini, occorre pertanto uno studio dei limiti e delle condizioni che in un determinato settore possono rendere effettiva ed efficace la possibilità di scelta.

Si è sostenuto in generale che le leggi esistono per determinare cambiamenti nei comportamenti umani, ma la loro idoneità al cambiamento con il minimo costo per la società dipende spesso proprio dalla accuratezza dei “modelli comportamentali” di riferimento.

Ogni modello comportamentale si fonda su due prospettive del “come” le persone effettivamente si comporteranno e del “perché” si comporteranno in tal modo. L’esperienza culturale di cui siamo portatori è frutto di un’elaborazione del nostro cervello evoluto in contesti sociali che ne hanno modificato l’architettura (S.Pinker), questa non esclude il contesto attuale e la possibile scelta ma in una serie di opzioni finite.

Se il diritto è una leva per modificare il comportamento umano esso non può forzare tale comportamento più di quanto permetta il modello comportamentale di riferimento (Owen D. Jones), non deve ingannare la ridondanza e l’apparente disconnessione se non contrapposizione dei vari modelli di riferimento, circostanza che ha indotto i ricercatori ad osservare la mancanza di serie e coerenti ipotesi sul comportamento umano (Owen D.Jones e Timothy H. Goldsmith).

L’idea che tutto il comportamento umano sia il risultato dell’apprendimento culturale, nota in psicologia come comportamentismo, è superata e si è giunti a teorizzare che ciascuna specie, compreso l’uomo, è dotata di predisposizioni comportamentali che portano ad apprendere con più facilità alcuni comportamenti rispetto ad altri (teoria evoluzionistica). Consegue che può affermarsi che l’organismo umano non determinato geneticamente né dall’ambiente ha caratteristiche di adattamento poliedriche, che emergono nelle successive interazioni tra geni e ambienti (Owen D. Jones).

Si è avanzata l’ipotesi, piuttosto temuta, di un “determinismo genetico”, in cui i comportamenti siano controllati dai geni con la conseguenza del venire meno del libero arbitrio e pertanto di qualsiasi responsabilità, anche giuridica, per le proprie azioni (U. Segerstrale, R.C. Dreyfus & D. Nelkin). Altra conseguenza è che non esistendo una moralità liberamente determinata viene a mancare la possibilità di un concreto cambiamento del comportamento umano e pertanto le eventuali probabilità di cambiamento sociali, con il parallelo emarginarsi di vari gruppi.

Tuttavia una tale possibilità è stata rifiutata quale fraintendimento della biologia di base (J. Alcock), infatti il comportamento non è che il prodotto di una interazione tra geni e ambiente in particolare durante lo sviluppo, ma che in parte dura per tutta la vita, dovendo intendersi “biologico” come sintesi di predisposizione genetica e input sensoriali/ambientali. (R. Plomin), si ha pertanto una equivalenza fra determinismo genetico e determinismo ambientale (S. Pinker).

Essendo la mente umana sia il risultato di una storia evoluzionistica della specie sia il risultato di un assemblaggio individuale durante la crescita, l’elaborazione dell’informazione è libera non in senso assoluto ma in proporzione ai maggiori o minori limiti posti dalle sue varianti, con particolare riguardo alla cogenza degli input ambientali – compatibilismo (M.S.Gazzaniga & M.S. Steven).

Possiamo considerare la libertà un cono sociale rovesciato in cui le possibilità di scelta diminuiscono ai livelli inferiori, ma anche gli eventuali errori comportamentali, che al contrario aumentano ai livelli superiori proprio a causa dell’ampia gamma di scelte, circostanza che evidenzia la necessità di forti regole etiche interiorizzate ai livelli superiori.

Fine ultimo del comportamento umano è l’acquisizione di risorse al fine del successo riproduttivo biologico e culturale, che può avvenire con la cooperazione o con il conflitto.

Le probabilità di successo logicamente aumenteranno con l’instaurarsi della cooperazione fra i membri di un gruppo, si che la conflittualità non sarà più interpersonale bensì intergruppo con un salto di qualità nella scala evolutiva. La difficoltà è che le caratteristiche genetiche utili acquisite in un remoto passato, con ambienti sociali diversi, possono non essere più utili se non dannose in ambienti sociali forniti di un forte sviluppo tecnologico, cambia la tipologia delle “pressioni selettive” (J. Diamond), la cooperazione ed il conflitto si trasferiscono a livelli superiori.

La conflittualità, senz’altro utile ai fini evoluzionistici, deve essere comunque controllata e ritualizzata al fine di alzare il livello di cooperazione e di successo che, come sopra dimostrato, dipende in buona parte dal nostro libero arbitrio, soprattutto da parte dei regolatori. Il tutto al fine di evitare un “Darwinismo Sociale”, attualmente fortemente propagandato dall’attuale economia di mercato che ha confuso globalizzazione con liberismo puro, in un laissez – faire di spenceriana memoria, in cui la natura seleziona con una pura competizione, arrivando a identificare il successo economico con un concetto di adattamento biologico, relazione di evidente utilizzo politico. Non bisogna mai confondere la correlazione con la causalità del fenomeno in esame. (D.L.Rubinfeld).

La nostra libertà raziocinante è influenzata dalle emozioni, le quali nate per indirizzare i nostri comportamenti in termini adattivi, ci forniscono le basi dei nostri bisogni e desideri che verranno successivamente perseguiti in forma cosciente. Ecco intervenire l’analisi e il controllo delle emozioni che non potranno comunque essere eliminate, ma senz’altro pilotate, e con maggiore vigore là dove vi è una maggiore libertà di scelta sociale ed una correlativa maggiore responsabilità.

Ma la libertà razionale di scelta, oltre ad essere condizionata dalla biologia e dal contesto sociale, è esattamente limitata da una limitazione oggettiva di informazioni che incidono sulla razionalità processuale, ossia la decisione, si che la razionalità sostanziale, ossia la capacità di un soggetto di perseguire scopi coerenti usando mezzi efficienti in rapporto alle proprie preferenze riflessive, viene ulteriormente a ridursi. (N. Mercuro & S. G. Medema).

Se noi consideriamo la biologia comportamentale in termini evoluzionistici possiamo introdurre il principio di “Razionalità Differita” (O. D. Jones); la mente ha una variabilità limitata quale prodotto di una logica evoluzionistica, ne deriva la limitazione di scelta delle preferenze individuali che formano la curva di utilità di ciascun individuo a questo si aggiungono i cambiamenti ambientali che l’uomo moderno attua rapidamente con conseguente sfasamento tra adattamento evolutivo ed ambiente attuale. Sorgono pertanto problematiche per una razionalità sostanziale, ma ne deriva anche il variare del concetto di libertà e dei suoi limiti.

Abbiamo detto che il diritto è una “leva giuridica” mediante la quale si possono modificare comportamenti ritenuti socialmente non più utili, tuttavia la resistenza al mutamento sarà maggiore quanto più profondamente la modifica richiesta verrà ad incidere sulle esigenze biologiche, derivanti dall’evoluzione della mente umana e pertanto su uno dei parametri evolutivi della libertà.

Vi è infatti una distonia tra tasso di mutamento evoluzionistico e tasso di mutamento culturale, anche se la mente crea scenari culturali che sono anche riflesso dell’ereditarietà evoluzionistica e possono a loro volta incidere sull’evoluzione biologica.

Questo rapporto fra ambiente culturale in continuo cambiamento e biologia compartimentale nel definire i limiti della libertà è evidente nell’evoluzione di Internet, in cui a fronte di una potenziale quasi illimitata libertà fa emergere il lato oscuro del web con gli usi illeciti dello stesso legati alla sua forte potenzialità, così come il crescere della tecnologia può portare all’impiantare microchip sottopelle (rivoluzione di Rfid con relativa sperimentazione già in corso – Medical School della Havard University) dalle infinite potenzialità sia nel bene che nel male, o ancora l’opportunità emersa recentemente di impiantare lungo la rete autostradale un sistema automatico di rilevazione costituito da sensori e telecamere (Tutor), per non parlare della necessità emersa recentemente dal controllo del materiale genetico commercializzato semplicemente per via posta da laboratori di biotech, commercio del tutto legale ma che può potenzialmente costituire veicolo per la costruzione attraverso l’acquisto di successive sequenze di materiale genetico, di terribili armi batteriologice quali il debellato vaiolo.

Ma il problema sui limiti della libertà riguarda anche il campo della ricerca e la brevettabilità dei risultati in particolare per il DNA, in cui è emersa la preoccupazione per una “anticondivisione” del sapere scientifico ( R. S. Eisenberg e M. A. Haller) ed una minaccia sulla libertà dell’informazione, antitesi per una libera ricerca. Testimonio ne è il successo del movimento che ha portato al “Bermuda Rules” ( 1996), relativo alla pubblicizzazione di tutte le informazioni sulle sequenze di DNA del Progetto Genoma Umano, silurando per tale via il tentativo di creare utili dallo sfruttamento di informazioni di pubblica utilità. Ma gli stessi scienziati tendono a non rispettare proprietà intellettuali che attraverso una serie di brevetti vengano a limitarne la ricerca e si sta di fatto creando una dualità di visione tra una ondeggiante propensione utilitaristica americana ed une più umanistica di matrice europea.

La nostra libertà in realtà dipende dalla nostra autolimitazione della stessa, che in una società democratica per definizione collaborativa e quindi superiore dovrebbe nascere dalla condivisione di valori di base e non imposta con meccanismi autoritari, se non per frange minime, se tuttavia viene meno questa autodisciplina il meccanismo si infrange e i costi, dovuti alla repressione, aumentano fino a distruggere i pilastri economici e sociali della stessa, in quanto vi sarà un conflitto di libertà totali non mediate dalla cultura nata dalla formazione al rispetto delle altre sfere di libertà. In altre parole il problema è quello della creazione di una serie di comunità osmoticamente interagenti fra loro.

Bibliografia

  • N. Abbagnano, Storia della filosofia, UTET, 1974;
  • Owen D. Jones, Law and Biology: Toward and Integrated Model of Human Behavior, 8 J. Contem. Legal Iusses 167 – 1997;
  • Owen D. Jones, On the Nature of Norms: Biology, Morality, and the Distruption of Order, 98 Mich. L. Rev. 2072 – 2000;
  • Owen D. Jones, Time – Shifted Rationality and the Law of Law’s Leverage: Behavioral Economics Meets Behavioral Biology, 95 Nw. U.L.Rev. 1141 – 2001;
  • Owen D. Jones – Timothy H. Goldsmith, Diritto e biologia comportamentale, in i – lex, 4, 2006, orig. Law and Behavioral Biology, 105 Colum. L.Rev., 2005, pp. 405-502;
  • N. Mercuro – S. G. Medema, School of Thought in Law and Economics: A. Kuhnian Competition, in Law and Economics: New and Critical Perspectives, 65, 67;
  • Rochelle Cooper Dreyfuss – Dorothy Nelkin, The Jurisprudence of Genetics, 45 Vand. L. Rev. 313, 1992;
  • J. Alcock, Unpunctuated Equilibrium in the Natural History Essays of Stephen Jay Goud, 19 Evolution & Hum. Behav., 321, 324 – 325, 1998;
  • S. Pinker, The Bank Slate: The Modern Denial of Human Nature 1, 2002;
  • R. Plomin, Nature and Nurture: An Introduction to Behavioral Genetics, 1990;
  • D.L. Rubinfield, Reference Guide on Multiple Regression, in Federal Judicial Center, Reference Manual on Scientific Evidence 179, 184 – 185, 2000;
  • M.S. Gazzaniga – M. S. Steven, Free Will in the Twenty- First Century: A Discussion of Neuroscience and the Law, in Neuroscience and the Law;
  • G. Stix, I Padroni della vita, in “Le Scienze” 44- 53, 3, 2006.




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