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Resistenza a pubblico ufficiale e scriminanti
Cassazione penale , sez. VI, sentenza 19.01.2006 n° 2263 (Simone Marani)
Possono essere considerati atti arbitrari il fermo per accertamenti di una persona sospettata infondatamente di essersi sottratta agli obblighi di sorveglianza speciale e l’apposizione alla medesima, in tale circostanza, delle manette?





Penale | Scriminanti

Resistenza a pubblico ufficiale e scriminanti

(Cass., sez. VI, 21.11.2005 - 19.01.2006, n. 2263)

di Simone Marani

Il quesito:

  • Possono essere considerati atti arbitrari il fermo per accertamenti di una persona sospettata infondatamente di essersi sottratta agli obblighi di sorveglianza speciale e l’apposizione alla medesima, in tale circostanza, delle manette?

La normativa.

Ai sensi dell’art. 337 c.p. “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”.

Secondo quanto disposto dal secondo comma dell’art. 599 c.p. “Non è punibile chi ha commesso uno dei fatti preveduti dagli articoli 594 e 595 nello stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso”.

Ai sensi dell’art. 4 del D.Lgs. 14 settembre 1944, n. 288 “Non si applicano le disposizioni degli artt. 336, 337, 338, 339, 341, 342, 343 c.p. quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al fatto preveduto negli stessi articoli, eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni”.

Il caso.

C. L., sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno, viene fermato dai carabinieri, in quanto, secondo l’opinione di costoro, egli si trovava al di fuori del territorio comunale. In conseguenza di tale fatto, l’imputato viene ammanettato e condotto in caserma, dove viene dimenticato in una stanza. Una volta convinto un militare a togliergli le manette per recarsi al bagno approfitta della situazione e fugge dalla finestra dopo aver spintonato il carabiniere. Il Tribunale di Foggia dichiara il soggetto reo del delitto di resistenza a pubblico ufficiale e lo condanna alla pena di mesi otto di reclusione.

La Corte di Appello di Bari, con sentenza 28 novembre 2003, ha affermato che, pur essendo discutibile la legittimità del mezzo di costrizione utilizzato dai militari, si doveva escludere l’applicabilità dell’esimente degli atti arbitrari del pubblico ufficiale, posto che l’iniziativa del PU, alla quale l’imputato non aveva immediatamente reagito, non era stata ispirata da vessazione o abuso, ma solo dalla necessità di tenere in stretto controllo il colpevole. La successiva condotta violenta ben poteva integrare il delitto di resistenza a pubblico ufficiale.

Avverso tale sentenza l’imputato propone ricorso per Cassazione, lamentando, in particolar modo, l’inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, considerata l’illegittimità dell’iniziativa dei carabinieri di ammanettarlo e la circostanza secondo la quale egli si era limitato solo a fuggire per riottenere la libertà che gli era stata illegittimamente compressa.

Sintesi della questione. La problematica.

La tematica trattata dalla giurisprudenza in commento attiene alla possibilità, o meno, di applicare la scriminante disciplinata dall’art. 4 del D.Lgs. 14 settembre 1944, n. 288 al caso di arresto arbitrario commesso da un pubblico ufficiale. In altre parole, occorre verificare se possa sussistere il delitto di resistenza al pubblico ufficiale se il fatto delittuoso è stato cagionato dal comportamento arbitrario dell’agente.

La soluzione accolta dalla Suprema Corte (Cass., sez. VI, 19.1.2006, n. 2263)

I giudici della sesta sezione penale della cassazione ritengono il ricorso presentato dall’imputato fondato, offrendo le seguenti argomentazioni:

- Viene affermato come, sebbene sia del tutto fuori di dubbio che la condotta tenuta dal reo integri la materialità del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, posto che, mediante il ricorso ad un comportamento violento, è stato posto in essere un ostacolo all’attività d’ufficio dei militari, non si può prescindere dalla concreta situazione nella quale il fatto si è verificato. L’imputato, infatti, avendo avvertito l’iniziativa arbitraria dei pubblici ufficiali, pose in essere l’unica reazione che il fatto gli consentiva, allo scopo di porre fine ad una situazione evidentemente mortificante ed illegale;

- L’istituto della reazione legittima all’atto arbitrario del pubblico ufficiale, introdotto dal codice Zanardelli, venne in seguito abolito dall’impianto originario del codice Rocco, ed infine ripristinato ad opera del D. Lgs del 1944, immediatamente dopo la caduta del regime fascista. Esso si ispira alla più ampia tutela della libertà morale dell’individuo, riconoscendo apertamente il diritto del cittadino di reagire a fronte di una situazione di sopraffazione posta in essere da parte di chi si trovi in una posizione di superiorità. La giurisprudenza in commento evidenzia come i presupposti per l’operatività di tale causa di giustificazione debbano essere individuati non solo nella illegittimità dell’atto, viziato da incompetenza, violazione di legge o eccesso di potere, ma anche in un elemento ulteriore rappresentato dall’atteggiamento del pubblico ufficiale che ha posto materialmente in essere l’atto medesimo, caratterizzato da sopruso, capriccio, dispetto, ostilità e prepotenza;

- Conseguentemente, è al comportamento del pubblico ufficiale che occorre prestare attenzione per verificare se questo sia percepito dall’osservatore esterno come manifestazione di un atteggiamento psicologico improntato alla prepotenza ed al sopruso, in modo da giustificare l’analogia con l’istituto contemplato all’interno del secondo comma dell’art. 599 c.p. (stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui);

- Alla luce della interpretazione dell’art. 4 del D.Lgs. del 1944 emerge come i concetti di “arbitrarietà” e di “eccesso dalle attribuzioni” esprimano il medesimo fenomeno sotto il profilo delle modalità con cui il PU abbia dato esecuzione all’atto illegittimo. Anche la mera scorrettezza o villania possono, dunque, integrare atto arbitrario;

- Tale impostazione appare essere perfettamente in linea con la tendenza legislativa inaugurata con la legge di riforma del procedimento amministrativo 241/90, diretta a porre una nuova luce sul rapporto intercorrente tra Pubblica Amministrazione e privato cittadino. Tale rapporto, anche in relazione ai principi contenuti all’interno della nostra Carta Costituzionale, non deve estrinsecarsi in un rapporto di imperio, bensì in un rapporto funzionale alla cura degli interessi dei cittadini, i cui diritti e dignità non debbono mai essere calpestati;

- E’ infine necessaria la sussistenza di un particolare nesso eziologico tra l’eccesso arbitrario del PU e la reazione del privato cittadino, in quanto il comportamento di quest’ultimo deve essere determinato dalla condotta scorretta del primo;

- Sulla base di tali considerazioni, secondo la Suprema Corte, non può esservi alcun dubbio che nel caso in commento, l’iniziativa dei militari di ammanettare l’imputato e di lasciarlo in tale stato all’interno della caserma integri gli estremi dell’atto arbitrario. Come affermato dalla stessa Corte, infatti “il sostanziale arresto, al di fuori di ogni regola, di una persona, prima ancora di accertare se la stessa avesse effettivamente contravvenuto agli obblighi inerenti alla sorveglianza speciale, circostanza questa rivelatasi – poi – del tutto infondata, è certamente atto illegittimo e lesivo della dignità umana e non può non essere avvertito come tale dalla persona che ne è destinataria”.

Il commento.

La fattispecie delittuosa della resistenza ad un pubblico ufficiale è contemplata dall’art. 337 c.p., introdotto allo scopo di tutelare la libertà d’azione del pubblico ufficiale, la quale deve potersi esplicare senza che ad essa si contrappongano ostacoli sotto forma di coazioni fisiche o morali, poste in essere da privati cittadini, allo scopo di impedire il corretto esercizio del potere concesso al funzionario pubblico per il corretto espletamento delle proprie funzioni.

L’elemento materiale del delitto in esame consiste nella violenza o minaccia, posta in essere dal soggetto agente mentre il funzionario compie l’atto del suo ufficio allo scopo di opporsi all’attività medesima. Secondo l’impostazione maggioritaria, sostenuta sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza, la condotta violenta o minacciosa può concretizzarsi in qualsiasi atteggiamento, attivo od omissivo, capace di impedire o intralciare la regolarità dell’atto di ufficio, con esclusione della c.d. mera resistenza passiva (come il fatto di buttarsi a terra, aggrapparsi ad un oggetto per non farsi portare via), non potendo tale condotta integrare il delitto in esame nemmeno nel caso in cui il funzionario sia costretto ad utilizzare la forza per vincere una simile resistenza. Sul punto la giurisprudenza ha precisato che “l'atto di divincolarsi posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria configura violenza ai fini della sussistenza del reato di cui all'art. 337 c.p. e non mera resistenza passiva quando non costituisce una sorta di reazione spontanea ed istintiva alla costrizione operata dal pubblico ufficiale ma un vero e proprio impiego di forza diretto a neutralizzare l'azione del pubblico ufficiale ed a sottrarsi alla presa, guadagnando la fuga” (Cass., sez. VI, 4.9.2003, n. 35125).

Non può essere definita “resistenza passiva”, come tale inidonea a rendere configurabile il reato di cui all'art. 337 c.p., la formazione, da parte di manifestanti, di una “catena umana” costituita da una doppia fila di persone che si contrappongano alle forze dell'ordine anche mediante spintoni e calci, onde impedire loro di aprire un varco per il transito di veicoli, senza che in contrario possa rilevare né l'asserita limitazione dei suddetti atteggiamenti violenti ai soli soggetti che si trovino in seconda fila né il fatto che le forze dell'ordine abbiano comunque realizzato in pochi minuti il loro obiettivo, atteso (a quest'ultimo proposito) che il reato di resistenza si consuma nel momento stesso in cui viene posta in atto la violenza o la minaccia e non occorre che l'azione consegua pienamente il suo obiettivo, essendo sufficiente che essa ostacoli attivamente il compimento, da parte del pubblico ufficiale, di un atto del suo ufficio (Cass., sez. VI, 9.3.2000, n. 2944).

Quello che si richiede, per la configurabilità dell’elemento oggettivo, è che la condotta dell’agente costituisca un concreto impedimento per l’esercizio del pubblico ufficio, con uno sviamento delle finalità previste normativamente, frustrando la continuità dell’attività della Pubblica Amministrazione (Cass., sez. VI, 26.9.2003, n. 37041).

E’ discusso se la semplice fuga possa integrare la fattispecie in commento. Secondo la teoria prevalente in dottrina la risposta deve essere negativa, a meno che questa sia accompagnata da manovre che concretino l’esplicazione di una vera e propria intimidazione contro il pubblico funzionario (Cass., 544/87).

Una volta specificati i contorni del delitto di resistenza al pubblico ufficiale occorre procedere ad una breve disamina dell’esimente disciplinata dall’art. 4 del D. Lgs. 288/44. La disposizione in commento, infatti, afferma come non si debba applicare la normativa relativa al delitto de quo nel caso in cui il pubblico ufficiale abbia dato causa al fatto, eccedendo con atti arbitrari i limiti delle sue attribuzioni.

Come evidenziato anche dalla giurisprudenza che si commenta, si tratta di una disposizione il cui fondamento giuridico è quello di riportare in vita i principi contenuti nell’impianto del codice Zanardelli (artt. 192 e 199), non riproposti dall’originaria formulazione del codice Rocco. In particolare, ratio della norma è quella di garantire la libertà dei privati contro gli eccessi arbitrari dei funzionari pubblici, sulla base della considerazione che sarebbe iniquo punire condotte che costituiscano una naturale reazione a episodi connotati da gravi scorrettezze poste in essere da soggetti dotati di particolare potere autoritativo e certificativo. Come si legge in letteratura, viene nuovamente accordata al cittadino la possibilità di vedere soddisfatte le proprie ragioni attinenti ad un bene giuridico particolarmente pregnante come quello della libertà morale.

E’ discussa la natura giuridica di tale istituto, da una parte della dottrina inquadrato quale esimente incapace di intaccare la tipicità del fatto e la sua antigiuridicità, mentre secondo una diversa impostazione essa sarebbe riconducibile nel novero delle cause di giustificazione.

Secondo un orientamento fatto proprio da una cospicua giurisprudenza di legittimità la figura in esame avrebbe la natura giuridica di esimente, ovvero di un fatto – o causa – capace di esimere dall’applicazione della pena nel caso concreto, senza andare ad intaccare la tipicità del fatto o la sua antigiuridicità.

Secondo la tesi maggioritaria, sostenuta in particolar modo dalla dottrina, al contrario, l’istituto contemplerebbe una vera e propria causa di giustificazione speciale, la quale escluderebbe l’antigiuridicità del fatto, rendendo lecita una situazione che, in mancanza di esso, costituirebbe reato.

L’accoglimento dell’una o dell’altra delle teorie ora esposte non è privo di conseguenze giuridiche, in quanto se consideriamo l’istituto come causa di giustificazione se ne deve ammettere la putatività.

Presupposti per l’applicazione della figura in commento sono: a) l’eccesso; b) L’atto arbitrario; c) la reazione.

Per quanto attiene al primo elemento, con l’espressione “eccedendo i limiti delle sue attribuzioni”, il Legislatore ha inteso indicare come il soggetto attivo, rappresentato dal pubblico ufficiale, dall’incaricato di un pubblico servizio o dal pubblico impiegato, debba porre in essere un comportamento non consentito dall’ordinamento giuridico nel suo complesso. L’eccesso, secondo l’opinione dottrinaria maggioritaria, potrà concretizzarsi, indifferentemente, in un eccesso di potere, in una violazione di legge, in una incompetenza, oppure in un vizio di merito, consistente nello scorretto uso del potere discrezionale.

Il solo eccesso non è sufficiente, però, a concretizzare la fattispecie in esame, posto che questo deve essere accompagnato dal fatto realizzato con atti arbitrari.

Secondo una prima teoria, sostenuta in passato, si ha eccesso con atti arbitrari ogni volta che il pubblico funzionario compia un atto o un fatto che non era autorizzato a compiere né da una legge, né dai principi generali dell’ordinamento giuridico.

La tesi ora accennata è stata sottoposta a critica da parte di una diversa corrente di pensiero, secondo la quale, se il Legislatore avesse ritenuto sufficiente la mera contrarietà all’ordinamento giuridico, non avrebbe avvertito la necessità di aggiungere l’espressione “con atti arbitrari”, considerato come con la locuzione “eccesso” si esaurisca ogni possibile forma di contrasto con il diritto.

Secondo la giurisprudenza dominante della Suprema Corte costituisce atto arbitrario del funzionario “qualsiasi comportamento che obiettivamente (non per mere valutazioni soggettive) manifesti o rilevi un carattere di prepotenza o di sopruso, determinato dalla consapevole volontà dell’agente di perseguire fini, o usare mezzi, che non sono compatibili, in senso largo, col nostro ordinamento giuridico” (Cass., sez. VI, 20.4.1983, n. 3308).

Sul punto è discusso, così in letteratura come in giurisprudenza, se possa essere considerato atto arbitrario l’atto meramente inurbano o scorretto. Anche in questo caso si fronteggiano due opinioni contrastanti. Secondo una prima impostazione, i modi semplicemente irritanti o sgarbati non potrebbero essere ricondotti nell’ambito di applicazione dell’istituto, potendo, eventualmente, l’atto sgarbato dare luogo all’attenuante della provocazione (Cass., sez. VI, 15.4.1975, n. 4132).

Una diversa teoria, sostenuta anche dalla pronuncia che si commenta, afferma, al contrario, come debba rientrare nel concetto di “prepotenza” e di “sopruso” dell’atto arbitrario anche il comportamento poco corretto o inurbano, ovvero quello posto in essere con modalità non consentite dal dovere di correttezza imposto dalla legge ai funzionari pubblici (Cass., sez. VI, 27.2.1998, n. 2715).

L'atto illegittimo non si identifica con quello arbitrario. Il primo, invero, si concreta in un atto puramente e semplicemente contrario alla legge, mentre il secondo è quello consapevolmente abusivo, vessatorio e oppressivo, esprimendo l'atteggiamento psichico di chi sostituisce il proprio capriccio ed i propri fini personali all'interesse pubblico (Cass., sez. VI, 1.7.1980, n. 8274).

Infine, una breve considerazione deve essere effettuata per quanto riguarda la reazione del soggetto destinatario dell’atto arbitrario, in quanto per poter applicare la scriminante in oggetto è necessario che vi sia un particolare nesso di causalità tra l’atto arbitrario e la reazione. In altre parole, occorre che la reazione del soggetto che si trovi in contatto con il funzionario pubblico sia determinata effettivamente dall’arbitrarietà del pubblico ufficiale. Dal punto di vista temporale, inoltre, è necessario che tra il compimento dell’atto arbitrario e la reazione del soggetto destinatario del medesimo non intercorra un lasso di tempo eccessivamente lungo, tale da interrompere il nesso eziologico di cui sopra (Cass., sez. VI, 19.5.1998, n. 1433).

La reazione, a sua volta, deve essere proporzionata all’atto arbitrario, con la conseguenza che, se tale proporzione non dovesse sussistere, tale scriminante non potrebbe trovare applicazione. Al fine di valutare la proporzione tra reazione e atto si dovrà avere particolare riguardo alla gravità dell’aggressione subita rispetto alla reazione, nonché ai mezzi di reazione utilizzati dalla vittima.

Ritornando al caso che a noi interessa, appare evidente come, in astratto, la condotta tenuta dall’imputato ben poteva essere ricondotta all’interno del delitto di resistenza al pubblico ufficiale, posto che, attraverso la condotta violenta, anche se lieve, venne posto in essere un ostacolo all’espletamento dell’attività dei militari. Sennonché la giurisprudenza in commento ha evidenziato come il prevenuto, avendo sentore dell’iniziativa arbitraria dei carabinieri, reagì nell’unico modo che il caso gli suggeriva allo scopo di porre fine ad una situazione mortificante ed illegale.

Come confermato dalla sentenza 2263/06, affinché possa trovare applicazione la causa di non punibilità occorre, oltre alla illegittimità dell’atto, un quid pluris, rappresentato dall’atteggiamento del pubblico ufficiale che pone in essere l’atto di cui sopra. Come evidenziato anche da una recente giurisprudenza “in materia di atti arbitrari del pubblico ufficiale, ai fini della sussistenza dell'esimente di cui all'art. 4 del decreto legislativo luogotenenziale n. 288 del 1944, non basta che il pubblico ufficiale ecceda dai limiti delle sue attribuzioni, ma è necessario altresì che tenga una condotta improntata a vessazione, sopruso, prevaricazione, prepotenza nei confronti del privato destinatario” (Cass., sez. VI, 23.11.2002, n. 39685).

Per concludere, la Suprema Corte ha affermato come sia al comportamento del pubblico ufficiale che occorre prestare attenzione, in guisa da verificare se esso sia avvertito dalla controparte come una manifestazione di un atteggiamento psicologico improntato a prepotenza e sopruso. Solo in tal caso la reazione immediata della vittima, analogamente a quanto accade in tema di reazione in stato d’ira determinato da un fatto ingiusto altrui, ai sensi dell’art. 599, secondo comma, c.p..


Avv. Simone Restelli

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