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Fallimento e revocatoria
Cassazione civile , SS.UU., sentenza 28.03.2006 n° 7028 (Ilaria Di Punzio)
La vendita di un bene, da parte di un soggetto fallito entro l’anno, può essere revocata anche qualora il venditore abbia impiegato parte del ricavato per soddisfare un credito privilegiato?





Fallimento e revocatoria

(Cassazione, Sezioni Unite, 28 marzo 2006, n. 7028)

di Ilaria Di Punzio

Il quesito:

  • La vendita di un bene, da parte di un soggetto fallito entro l’anno, può essere revocata anche qualora il venditore abbia impiegato parte del ricavato per soddisfare un credito privilegiato?

La normativa.

Art. 67, R.D. n. 267/1942

Atti a titolo oneroso, pagamenti, garanzie

Testo precedente le modifiche apportate dal Decreto Legge 14 maggio 2005, n. 35, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 maggio 2005, n. 80.

Sono revocati, salvo che l'altra parte provi che non conosceva lo stato d'insolvenza del debitore:

1) gli atti a titolo oneroso compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano notevolmente ciò che a lui è stato dato o promesso;

2) gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili non effettuati con danaro o con altri mezzi normali di pagamento, se compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento;

3) i pegni, le anticresi e le ipoteche volontarie costituiti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento per debiti preesistenti non scaduti;

4) i pegni, le anticresi e le ipoteche giudiziali o volontarie costituiti entro l'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento per debiti scaduti.

Sono altresì revocati, se il curatore prova che l'altra parte conosceva lo stato d'insolvenza del debitore, i pagamenti dei debiti liquidi ed esigibili, gli atti a titolo oneroso e quelli costitutivi di un diritto di prelazione per debiti contestualmente creati, se compiuti entro l'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano all'istituto di emissione, agli istituti autorizzati a compiere operazioni di credito su pegno, limitatamente a queste operazioni, e agli istituti di credito fondiario. Sono salve le disposizioni delle leggi speciali.

Testo vigente

Sono revocati, salvo che l'altra parte provi che non conosceva lo stato d'insolvenza del debitore:

1) gli atti a titolo oneroso compiuti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento, in cui le prestazioni eseguite o le obbligazioni assunte dal fallito sorpassano di oltre un quarto ciò che a lui è stato dato o promesso;

2) gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili non effettuati con danaro o con altri mezzi normali di pagamento, se compiuti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento;

3) i pegni, le anticresi e le ipoteche volontarie costituiti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento per debiti preesistenti non scaduti;

4) i pegni, le anticresi e le ipoteche giudiziali o volontarie costituiti entro sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento per debiti scaduti.

Sono altresì revocati, se il curatore prova che l'altra parte conosceva lo stato d'insolvenza del debitore, i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili, gli atti a titolo oneroso e quelli costitutivi di un diritto di prelazione per debiti, anche di terzi, contestualmente creati, se compiuti entro sei mesi anteriori alla dichiarazione di fallimento.

Non sono soggetti all'azione revocatoria:

a) i pagamenti di beni e servizi effettuati nell'esercizio dell'attività d'impresa nei termini d'uso;

b) le rimesse effettuate su un conto corrente bancario, purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l'esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca;

c) le vendite a giusto prezzo d'immobili ad uso abitativo, destinati a costituire l'abitazione principale dell'acquirente o di suoi parenti e affini entro il terzo grado;

d) gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse su beni del debitore purché posti in essere in esecuzione di un piano che appaia idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell'impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria e la cui ragionevolezza sia attestata ai sensi dell'articolo 2501 bis, quarto comma, del codice civile;

e) gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere in esecuzione del concordato preventivo, dell'amministrazione controllata, nonché dell'accordo omologato ai sensi dell'articolo 182 bis;

f) i pagamenti dei corrispettivi per prestazioni di lavoro effettuate da dipendenti ed altri collaboratori, anche non subordinati, del fallito;

g) i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili eseguiti alla scadenza per ottenere la prestazione di servizi strumentali all'accesso alle procedure concorsuali di amministrazione controllata e di concordato preventivo.

Le disposizioni di questo articolo non si applicano all'istituto di emissione, alle operazioni di credito su pegno e di credito fondiario; sono salve le disposizioni delle leggi speciali.

Il caso.

Un imprenditore aliena un locale commerciale. Utilizza una parte del prezzo riscosso per il pagamento del credito garantito da ipoteca accesa sul predetto immobile da un terzo. Entro l’anno dalla vendita, viene dichiarato il fallimento dell’alienante. Il curatore fallimentare esperisce, ex art. 67, comma 2, legge fallimentare, azione per la revocatoria del predetto contratto. L’acquirente si costituisce in giudizio eccependo l’irrevocabilità dell’alienazione per assenza di un effettivo danno alla massa attiva fallimentare, poiché, il ricavato del bene, pur se recuperato, sarebbe stato comunque attribuito al creditore privilegiato. I tribunali di merito accolgono la domanda del curatore. Il soccombente propone ricorso per cassazione.

La soluzione accolta dalla Corte di Cassazione (Cassazione, Sezioni Unite, 28 marzo 2006, n. 7028)

Secondo la Suprema Corte la risposta al quesito deve essere positiva. La pronuncia oltre a risolvere il conflitto esistente tra la più risalente e la più recente giurisprudenza di legittimità, chiarisce la natura della revocatoria fallimentare di cui al comma 2 dell’art. 67 L.F., ponendola a confronto con lo strumento fornito dal comma 1 della stessa norma e con quella affine della revocatoria ordinaria. L’iter logico giuridico seguito dai giudici può essere ricondotto ad alcuni punti fondamentali:

  • L’elemento discretivo tra la revocatoria fallimentare e quella ordinaria sta in ciò: mentre la prima può essere applicata solo quando il debitore si trovi in uno stato di decozione economica già inveratasi (e successivamente accertata dalla sentenza dichiarativa di fallimento), la seconda si riferisce ad atti di disposizione compiuti in una situazione di insolvenza solo potenziale. Per questo, solo la concessione della revocatoria ordinaria presuppone la dimostrazione di un quid pluris, di un effettivo pregiudizio delle ragioni del creditore e, cioè, l’insufficienza dei beni, rimasti nel patrimonio del debitore, a soddisfare la garanzia patrimoniale prevista dall’art. 2740 c.c.

  • Nell’ambito della revocatoria fallimentare, è, altresì, necessario distinguere tra quella disciplinata al comma 1 nn. 1 e 2 e quella di cui al comma 2 dell’art. 67 L.F. Il comma 1, infatti, richiede una notevole sproporzione del negozio compiuto, tale da costituire un danno per la massa dei creditori. Non così nel secondo comma, in cui il periodo sospetto è notevolmente più breve e manca qualsiasi riferimento ad uno specifico requisito del danno.

  • Da ciò si desume che la revocatoria di cui al comma 2 dell’art. 67 L.F. ha carattere distributivo e non indennitario e che la relativa nozione di danno deve essere inquadrata nella specialità del sistema fallimentare.

  • In tal senso, il danno consiste nella lesione della par condicio creditorum che, con presunzione legale assoluta, viene fatta discendere dal compimento dell’atto vietato nel periodo indicato dal legislatore.

  • La destinazione del prezzo ricavato dalla vendita al pagamento di un credito privilegiato, non esclude la lesione della par condicio: essa risulta lesa dal fatto stesso dell’uscita del bene dal patrimonio del fallito. Né fa venir meno l’interesse del curatore al recupero della res: solo all’esito della ripartizione dell’attivo, infatti, sarebbe possibile verificare se il pagamento avrebbe o meno pregiudicato le ragioni degli altri creditori privilegiati, alcuni dei quali, peraltro, potrebbero insinuarsi nella procedura dopo l’esercizio della revocatoria.



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