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Rifiuto delle trasfusioni ad opera del Testimone di Geova
Cassazione civile , sez. III, sentenza 23.02.2007 n° 4211 (Giuseppe Buffone)

Con la decisione depositata lo scorso 23 febbraio, la terza sezione civile della Cassazione torna ad occuparsi di una quaestio juris di massima importanza e di grande attualità afferente ai rapporti tra trattamenti sanitari salvifici e credo religioso del paziente: TS veniva, a seguito di un incidente stradale, ricoverato presso il pronto soccorso dell’Ospedale Santa Chiara ed immediatamente trasferito nel reparto di rianimazione perché affetto da rotture multiple e rottura dell’arteria principale con emorragia in atto. Nel corso del successivo intervento chirurgico veniva sottoposto a trasfusione sanguigna nonostante avesse dichiarato che, in ossequio alle proprie convinzioni religiose - essendo Testimone di Geova - non voleva gli venisse praticato tale trattamento. Proponeva domanda per il risarcimento del danno che veniva respinta dal giudice di prime cure con sentenza confermata in appello. Ricorre in Cassazione il TS ed il Collegio respinge l’impugnazione enunciando il seguente principio di diritto:

Se le trasfusioni sanguigne si rendono necessarie per scongiurare il pericolo di vita del paziente, il sanitario che le effettui, seppur a conoscenza del rifiuto del paziente stesso (nella fattispecie in quanto Testimone di Geova), pone in essere un comportamento scriminato ex articolo 54 c.p. che esclude la sussistenza di un qualsiasi danno risarcibile

Il Punctum Dolens: se il TdG rifiuta la trasfusione sanguigna

Nella fattispecie, afferma la Cassazione, sul Collegio degli ermellini incombe l’onere di accertare, “se il rifiuto al trattamento trasfusionale, esternato dal paziente TdG al momento del ricovero, potesse ritenersi operante anche al momento in cui le trasfusioni si resero necessarie”. Per la verità, il thema decidendum, è di più ampio respiro: non involge, infatti, solo l’operatività del consenso ma la sua stessa validità, profilo giuridico espressamente – seppur timidamente – affrontato in parte motiva. E’ opportuno, tuttavia, precisare che se il Collegio si pone siffatto problema è, in primis, perché riconosce – e non potrebbe non riconoscere – piena dignità, anche agli effetti giuridici, al credo religioso sotteso alla quaestio facti. Ed infatti, il primo tassello posto dal Collegio, deputato a restringere l’area del decisum, afferisce alle peculiarità del caso: in tanto il principio di diritto espresso ha validità in quanto l’intervento medico sia stato eseguito conseguentemente al verificarsi di uno stato di necessità (altrimenti non evitabile) . Per intenderci: il TdG, se in possesso delle sue piene capacità ricognitive e di autodeterminazione, ha il diritto di “rifiutare le cure”1 sub specie di rifiuto delle trasfusioni sanguigne2, trattamento terapeutico comunque invasivo che se imposto tinge la condotta sanitaria dei colori del delitto, con conseguente maturazione del diritto al ristoro3 anche ex art. 2059 c.c4.

Pertanto, la querelle concerne esclusivamente il caso in cui, allorché il paziente sia in stato di incoscienza, la sua vita sia in grave pericolo di irreversibile compromissione cui far fronte , quale extrema ratio, mediante trattamento trasfusionale5 (in materia si veda la recentissima legge 21 ottobre 2005, n. 219, rubricata: “Nuova disciplina delle attivita' trasfusionali e della produzione nazionale degli emoderivati”).

Il rifiuto delle trasfusioni nella confessione religiosa dei TdG

Il problema affrontato dal Collegio, sfociato nella lite giudiziaria, nasce dal rifiuto, opposto dai Testimoni di Geova, alle trasfusioni sanguigne, rifiuto motivato in virtù delle proprie convinzioni religiose (la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è riconosciuta dallo Stato come confessione religiosa ai sensi dell'art. 2 L. n. 1159/1929 e dell'art. 10 R.D. n. 289/1930).

Secondo la religione de qua6, le trasfusioni di sangue non possono essere effettuate dai credenti in virtù del dictum "astenetevi dal sangue" (Atti 15:297): peraltro, i testimoni di Geova considerano lecite terapie trasfusionali con sostanze diverse dal sangue[ quali, ad esempio, il Ringer Lattato o il Plasma expander. Secondo studi in argomento, la proibizione delle trasfusioni di sangue, presso i TdG, entrò in vigore nel 1945, quando fu annunciata sulla rivista "la Torre di Guardia" del 1 luglio 1945, nell'articolo intitolato "Santità del Sangue". Inoltre, colui che violasse la regula de qua viene espulso dalla Congregazione (secondo una norma in vigore dal 1961, mediante la pubblicazione de "La Torre di Guardia" del 15 luglio, alle pp. 446-448). La delicatezza della materia è affiorata allorché su "la Stampa" del 4 gennaio 1977 si parlò di Debora, una bambina di 14 mesi, ricoverata all'ospedale di Pescara la quale era stata salvata, nell’occasione, solo per l'intervento del magistrato che aveva ordinato la trasfusione nonostante l' opposizione della madre. E’ noto, peraltro, il caso giudiziario risolto nell’arresto Cass. pen., 13 dicembre 19838: nella specie è stata annullata con rinvio la sentenza dei giudici di appello, che aveva confermato la condanna a titolo di concorso in omicidio volontario di due genitori testimoni di Geova rifiutatisi di far sottoporre a periodiche trasfusioni di sangue la loro bambina affetta da talassemia così non impedendone la morte, per vizio di motivazione in ordine alla ritenuta sussistenza del dolo omicidiario, posto che l'esistenza del dolo eventuale sotto forma di accettazione del rischio del verificarsi dell'evento letale avrebbe dovuto essere accertata tenendo conto della circostanza che il tribunale per i minorenni aveva emesso provvedimenti diretti a risolvere in via definitiva il problema relativo all'assistenza terapeutica della minore.

Rifiuto delle cure sub specie di trasfusioni: autodeterminazione terapeutica

Quanto al casus decisus, tuttavia, nella fattispecie esaminata dalla Corte, non viene in rilievo un minore rappresentato dal genitore ma un adulto dotato di piena capacità d'agire e di autodeterminazione in ordine al trattamento terapeutico. La Terza Sezione si pone, dunque, il problema di accertare, se il rifiuto al trattamento trasfusionale, esternato dal paziente TdG al momento del ricovero, potesse ritenersi operante anche al momento in cui le trasfusioni si resero necessarie, presupposto indefettibile per escludere una illiceità ab origine dell'intervento medico. Decidendo la questione, la Corte, "pur consapevole dell’importanza morale e culturale, prima ancora che giuridica della questione, ritiene che la motivazione dell’impugnata sentenza non sia censurabile": nel momento in cui le trasfusioni si rendano necessarie a scongiurare il pericolo di vita del paziente, il sanitario che le effettui, seppur a conoscenza del rifiuto del paziente stesso, pone in essere un comportamento scriminato ex articolo 54 c.p. che esclude la sussistenza di un qualsiasi danno risarcibile, perché - puntualizza il Collegio - questo è il problema da risolvere: "non circa il valore assoluto e definitivo di un dissenso pronunciato in virtù di un determinato credo ideologico e religioso ma la correttezza della motivazione con cui il giudice ha ritenuto che il dissenso originario, con una valutazione altamente probabilistica, non dovesse più considerarsi operante in un momento successivo, davanti ad un quadro clinico fortemente mutato e con imminente pericolo di vita e senza la possibilità di un ulteriore interpello dei paziente ormai anestetizzato". In conclusione, la Corte si sofferma, in via di obiter dicta, sull'attuale movimento tellurico di riforme afferenti al cd. testamento biologico ma precisa che la quaestio juris decisa esula dai temi prettamente collegati all'istituto delle direttive anticipate di trattamento terapeutico: non si tratta di vagliare la legittimità di un "rifiuto delle cure" ma la validità di un dissenso in un momento di incoscienza del paziente allorché la sua vita può essere compromessa.

(Altalex, 8 marzo 2007. Nota di Giuseppe Buffone)

________________

1 Santuosso, Dalla salute pubblica all’autodeterminazione, Le scienze quaderni, Bioetica, 88, II/1996; Barni, Santuosso, Amedea, Medicina e diritto, Milano, 1995; per reperire documenti, materiale ed altro materiale afferente ai rapporti tra medicina e bioetica v. anche http://www.unicz.it/didattica/corsi/anatomia_umana/index.htm, a cura del Prof. T. Barni.

2 Sui rischi ricollegati all’attività trasfusionale, v. André, Dreyfus, Salmon, Incidents et accidents de la trasfusion sanguine, Parigi, Masson, 1956.

3 Flores A., Il danno biologico post-trasfusionale: aspetti assicurativo-pratici”, XXIX Conv. naz. studi, Cernobbio, X/90, (I 8).

4 In argomento, v. Castellaneta, Costretta alla trasfusione, la Repubblica, 19/4/1995 (II 15).

5 In materia, oltre al significativo apporto a livello europeo, esistono in Italia precise linee guida al fine di un buon uso del sangue che, è opportuno ricordare, integra gli estremi di una attività pericolosa (art. 2050 c.c.) per effetto delle complicazioni possibili (in primis infezioni da batteri, virus o parassiti).

6 Come noto, taluni negano al credo dei testimoni di Geova la natura di vera e propria religione. L’assunto non può essere condiviso. Secondo una ricerca del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) del 2002, i Testimoni di Geova sono la seconda religione in Italia, se si considerano i cittadini italiani, o la terza (dopo i musulmani contando tutti gli abitanti). I Testimoni di Geova appartengono ad una comunità di origine cristiana fondata nel 1870. Il nome viene ripreso da un versetto biblico in Isaia 43:10 "Voi siete i miei testimoni". Utilizzano il termine Geova per indicare il nome di Dio, forma italianizzata del nome biblico originale "יהוה" o "YHWH". La Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è riconosciuta dallo Stato come confessione religiosa ai sensi dell'art. 2 L. n. 1159/1929 e dell'art. 10 R.D. n. 289/1930. La Congregazione cristiana dei testimoni di Geova è stata riconosciuta come ente morale, con personalità giuridica, con decreto del Presidente della Repubblica 31 ottobre 1986, n. 783, su conforme parere del Consiglio di Stato. Tra la Repubblica Italiana e la Congregazione Cristiana dei Testimoni di Geova è stata stipulata un'intesa ai sensi dell'art. 8 della Costituzione. Il testo, datato 18 novembre 1999 e approvato a maggioranza dal Consiglio dei ministri il 21 gennaio 2000, è stato sottoscritto dal Governo il 20 marzo 2000. A questo schema di intesa non è ancora seguita però la legge d'esecuzione (di competenza parlamentare), il che implica che non se ne può assumere l'immediata efficacia nel diritto statuale.

7 “..astenervi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla impudicizia. Farete cosa buona perciò a guardarvi da queste cose. State bene”. Si adduce a sostegno, anche Genesi 9,3-6.

8 Foro It., 1984, II, 361, nota di FLORIS.






SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 23 febbraio 2007, n. 4211

Massima e Testo Integrale



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