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Danni per lite temeraria: liquidazione in base ai parametri della legge Pinto
Tribunale Roma, sez. VI civile, sentenza 18.10.2006

La domanda di danni per lite temeraria deve essere riferita, anche in mancanza di ulteriori specificazioni dell’interessato, al danno esistenziale/morale che, normalmente, scaturisce dalla domanda o resistenza caratterizzata da mala fede o colpa grave.

La liquidazione di tale danno può essere effettuata in applicazione dei medesimi parametri che la giurisprudenza applica in caso di applicazione della c.d. «legge Pinto».

Lo ha stabilito il Tribunale di Roma, con la sentenza 18 ottobre 2006, suggerendo una lettura in chiave costituzionale dell’art. 96 c.p.c., diretta a facilitarne l’impiego, sicché essa, scoraggiando le iniziative o le resistenze giudiziali che non hanno ragione di essere, possa fungere quale presidio di tutela del principio di ragionevole durata del processo sancito dall’art. 111 Costituzione.

(Altalex, 24 aprile 2007. Si rimanda all'articolo di approfondimento di Ilaria e Marianna Pulice)






Lite temeraria | Focus

Tribunale di Roma

Sezione VI civile

Sentenza 18 ottobre 2006

Svolgimento del processo

Con ricorso depositato il giorno 8 novembre 2005 W. Srl ha agito nei confronti di V. M. ed ha chiesto dichiararsi l’inesistenza, inefficacia o inopponibilità a sé del contratto di locazione stipulato dal resistente con riguardo al box di proprietà di essa ricorrente, sito in Roma, …omissis…con condanna del resistente, quale occupante senza titolo, al rilascio e al risarcimento dei danni; ovvero in subordine dichiararsi la risoluzione del menzionato contratto, con condanna al pagamento della morosità maturata; ovvero in subordine dichiararsi la cessazione del rapporto per scadenza del termine.

La società ricorrente, a fondamento della domanda, dopo aver premesso di essere proprietaria dell’immobile menzionato, ha sostenuto che esso sarebbe stato concesso in locazione al convenuto da una persona fisica la quale avrebbe operato in qualità di falsus procurator della società.

All’esito della fissazione dell’udienza di discussione e della notificazione del ricorso e del decreto, V. M. ha resistito alla domanda, deducendo anzitutto che l’immobile in contestazione era stato oggetto di pignoramento in epoca antecedente alla stipulazione del contratto di locazione.

Per l’effetto il resistente ha concluso per il rigetto dell’avversa domanda, ed in riconvenzionale per la condanna della società ricorrente al risarcimento dei danni, anche per lite temeraria.

La causa, istruita con produzione di documenti, è stata discussa e decisa all’udienza del giorno 18 ottobre 2006.

Motivi della decisione

1. — Va dichiarato il difetto di legittimazione attiva di W. Srl.

2. — Occorre anzitutto porre in evidenza che la società ha agito in giudizio quale proprietaria dell’immobile, omettendo di riferire che esso era stato oggetto di pignoramento, antecedente alla stipulazione del contratto di locazione, nel quadro di un procedimento di esecuzione forzata immobiliare instaurato ad istanza di un istituto bancario.

Di qui, avendo la parte resistente dato prova dell’esistenza del pignoramento, sorge la questione — sollevata da V. Maurizio e, comunque, rilevabile d’ufficio — se la legittimazione a spiegare l’azione proposta, in tale frangente, competa al proprietario ovvero al custode. Con la precisazione, al riguardo, che nessun rilievo riveste la circostanza della ipotetica titolarità della veste di custode da parte della società, quale debitrice esecutata, dal momento che W. Srl, come si è già detto, ha agito nella qualità di proprietaria, senza neppure allegare — in uno con l’intervenuto pignoramento — la titolarità della custodia.

3. — Sull’argomento, occorre rammentare che il pignoramento immobiliare produce non soltanto l’effetto, rilevante sul piano astratto del commercio giuridico, di determinare l’inefficacia degli atti di alienazione nei confronti del creditore pignorante e di quelli intervenuti nell’esecuzione (articolo 2913 Cc), ma anche l’ulteriore effetto, pratico ed immediato, di privare il proprietario del potere di godere della cosa, facendone propri i frutti e le altre utilità.

Quanto a questo secondo effetto, infatti, per un verso, il debitore esecutato può continuare ad abitare nell’immobile pignorato, occupando i locali strettamente necessari a lui e alla sua famiglia, soltanto con l’autorizzazione del giudice dell’esecuzione, la quale è parimenti richiesta per la stipulazione del contratto di locazione (articolo 560 Cpc), e, per altro verso, le pertinenze e i frutti della cosa pignorata rimangono assoggettati al pignoramento, andando a confluire nel complessivo importo destinato al soddisfacimento delle ragioni creditorie (articolo 2912 Cc).

4. — In tale contesto si inserisce la disciplina della custodia, la quale è in linea generale dettata dall’articolo 65 Cpc, secondo cui: «La conservazione e l’amministrazione dei beni pignorati o sequestrati sono affidate a un custode quando la legge non dispone altrimenti».

Orbene, pur considerando la scheletrica formulazione della norma, non è possibile dubitare che il custode, unitamente a poteri di carattere strettamente sostanziale, detenga altresì corrispondenti poteri sul piano della legittimazione processuale, giacché sarebbe altrimenti senza scopo riconoscergli poteri sostanziali disgiunti dalla legittimazione a che essi siano fatti valere in sede giudiziaria.

Ed in effetti tanto la dottrina quanto la giurisprudenza convengono nel ritenere che il custode detenga un’ampia legittimazione processuale per tutto quanto attiene alla conservazione ed alla amministrazione del bene oggetto di pignoramento.

Così, ad esempio, è stata riconosciuta la legittimazione del custode per le azioni concernenti in genere la conservazione e l’amministrazione dei beni (Cassazione 381/74, inedita, concernente il custode dei beni sequestrati); per le azioni dirette ad ottenere il rilascio nei confronti dell’occupante sine titulo (Cassazione 2068/86, Riv. dir. proc., 1987, 487; Foro it., 1987, I, 3121: è sufficiente confrontare, riassuntivamente, la massima ufficiale al CED della S.C.); per la riscossione dei canoni dovuti in forza del contratto di locazione maturati successivamente al pignoramento (Cassazione 1193/96, Rass. loc. cond., 1996, 342: in questo caso non è invece sufficiente la lettura della massima al CED della S.C., la quale è riferita alla limitazione della legittimazione del proprietario-locatore alla riscossione dei soli canoni maturati fino al pignoramento); per le controversie relative ai rapporti concernenti i beni sottoposti a sequestro giudiziario (Cassazione 8146/97, inedita, che si segnala per la definizione del compendio sequestrato quale «patrimonio separato»); per la riscossione di quanto dovuto a titolo di danno e maggior danno ai sensi dell’articolo 1591 Cc, nonché della penale (Cassazione 12556/99, Giur. it., 2000, I, 1, 1373; Rass. loc. cond., 2000, 273; Arch. loc. cond., 2000, 37); per tutto quanto attiene, ancora una volta, alla tutela e conservazione delle cose sequestrate (Cassazione 9692/01, Giust. civ., 2002, I, 2238; Dir. fall., 2002, I, 28); per il pagamento dei canoni dovuti in forza del contratto di locazione (Cassazione 19323/05, inedita, a quanto sembra, la quale si segnala per l’espressa precisazione che, a tal riguardo, la legittimazione sostanziale spetta in via esclusiva al custode).

Sul piano del complessivo inquadramento, poi, si tende in prevalenza a ritenere che la menzionata legittimazione discenda dalla stessa posizione, di rilievo pubblicistico, che il custode detiene in quanto ausiliare del giudice, mentre paiono recessive le diverse opinioni che discutibilmente inquadravano in passato il fenomeno nell’ambito della sostituzione processuale ovvero della rappresentanza: le quali si prestavano, da un lato, all’obiezione che il congegno della sostituzione processuale, ai sensi dell’articolo 81 Cpc, deve essere espressamente prevista dalla legge, e, dall’altro lato, che la rappresentanza — in disparte la più che dubbia identificazione del rappresentato — non troverebbe alcuna fonte normativamente individuata.

5. — Poste tali premesse di carattere generale, è agevole osservare che l’azione in questo caso promossa dalla società ricorrente rientra senz’altro nel campo coperto dalla legittimazione del custode.

Ed invero, una volta stabilito che a quest’ultimo spetta, sul piano sostanziale, la custodia ed amministrazione della cosa, non può disconoscersi che egli sia legittimato ad agire tanto per far dichiarare l’inopponibilità del contratto di locazione stipulato, quale locatore, dal terzo non proprietario, quanto per conseguire la condanna al rilascio dell’immobile detenuto senza titolo ovvero, egualmente, la risoluzione del contratto per inadempimento con conseguente risarcimento del danno.

È di tutta evidenza, infatti, che simili azioni intentate sul piano processuale non costituirebbero altro che il mero riflesso del dovere di custodire ed amministrare il bene nell’arco temporale intercorrente tra il pignoramento (ed il conseguente sorgere della custodia) e l’aggiudicazione del bene subastato.

6. — La conclusione così raggiunta, tuttavia, non risolve definitivamente la questione sottoposta all’esame del tribunale, dal momento che occorre ancora interrogarsi se la menzionata legittimazione appartenga in esclusiva al custode, ovvero si tratti di legittimazione concorrente con quella del proprietario.

Quest’ultima soluzione, però, è palesemente da scartare, poiché — indipendentemente dai problemi applicativi e pratici cui con tutta evidenza condurrebbe — si scontra con l’ovvia considerazione che al proprietario non possono competere poteri di ordine processuale i quali risultino del tutto disgiunti dai corrispondenti poteri, sul piano sostanziale, di custodia e gestione.

Detto in altri termini, dunque, non è pensabile che il proprietario di un bene ormai pignorato possa agire — vuoi in dipendenza dell’accertata occupazione senza titolo da parte del resistente, vuoi in conseguenza della dichiarazione di risoluzione del contratto di locazione ritenuto validamente stipulato — per conseguire il godimento di quel bene che, come si è visto, più non gli compete, ovvero per conseguire il pagamento di quel corrispettivo che parimenti non gli spetta, essendo rimasto colpito, unitamente ai frutti della cosa in genere, dall’intervenuto pignoramento.

Né rileva alcunché l’indirizzo giurisprudenziale che pare avere ipotizzato una concorrente legittimazione del proprietario «quando l’ufficio preposto all’amministrazione dei beni assoggettati all’esecuzione tralasci di farlo». E ciò sul presupposto che «la perdita della disponibilità giuridica del proprio bene è per il locatore non assoluta, ma relativa, essendo ordinata a protezione dei creditori, rispetto ai quali sono resi inefficaci gli atti del debitore da cui possa derivare per loro un pregiudizio» (Cassazione 12556/99).

Difatti, indipendentemente dalla condivisibilità del precedente assunto — il quale pare imbattersi nell’osservazione che, secondo tale ricostruzione, il proprietario agirebbe a tutela di un diritto attualmente insussistente, ma solo ipoteticamente destinato, se così può dirsi, a riespandersi in caso di estinzione della procedura esecutiva —, nella specie vi è un evidente ostacolo in fatto ad ammettere una simile legittimazione concorrente.

Ed infatti, la ricorrente non ha fatto cenno alcuno alla titolarità della custodia, sicché non può escludersi che quest’ultima spetti proprio ad essa, così come può ipotizzarsi che competa ad un terzo. Ed allora, delle due l’una: a) o W. Srl è essa stessa custode, ed allora non potrebbe evidentemente agire in proprio, dovendosi al contrario stigmatizzare, semmai, che non abbia agito nella qualità; b) o custode è un terzo, e allora non risulta neppure dedotto che «l’ufficio preposto all’amministrazione dei beni assoggettati all’esecuzione» abbia tralasciato «di farlo».

7. — Ovvio, in conclusione, che la società ricorrente risulti priva di legitimatio ad causam, spettante invece al custode.

8. — Una brevissima osservazione merita l’assunto della ricorrente secondo cui la parte resistente non avrebbe avuto interesse a sollevare l’eccezione di difetto di legittimazione attiva (oltre a quella di difetto di interesse).

A tal riguardo, non mette conto soffermarsi sul rilievo, nella materia, di Cassazione 7157/91 — che con tutta evidenza non è stata richiamata a proposito —, invocata dalla ricorrente a sostegno della propria tesi, giacché è assorbente lo scontato rilievo che il difetto di legittimazione ad causam è senza dubbio rilevabile d’ufficio.

9. — Quanto alla domanda risarcitoria, connessa ad asserite mancanze poste in essere dalla proprietaria nella gestione della cosa, spiegata in via riconvenzionale dal resistente — indipendentemente dai rilievi che le considerazioni prima svolte potrebbero comportare sulla legittimazione passiva della società — è assorbente la considerazione che il ricorrente in riconvenzionale non ha dato la prova di alcuno specifico pregiudizio determinato nel quantum, neppure sussistendo i presupposti per la liquidazione equitativa ai sensi dell’articolo 1226 Cc.

10. — È invece fondata la domanda di risarcimento del danno per lite temeraria.

10.1. — Sull’an di detta domanda non possono nutrirsi dubbi di sorta.

La società ricorrente ha taciuto la circostanza del pignoramento nonostante essa fosse evidentemente rilevante, anche secondo la tesi difensiva poi sviluppata dalla stessa società in seguito alla costituzione della parte convenuta, al fine di sostenere l’assunto — che si è peraltro visto essere del tutto privo di fondamento — di una propria permanente legittimazione ad causam. Insomma, anche a voler ritenere che la tesi della sussistenza di una legittimazione concorrente del proprietario, a fianco di quella del custode, potesse meritare di essere sostenuta, è incomprensibile come W. Srl abbia creduto di poter tacere la circostanza del pignoramento, così prospettando un quadro radicalmente diverso da quello entro cui la lite doveva essere decisa: essa ha cioè introdotto il giudizio al fine di conseguire per sé un bene della vita (il rilascio del bene o il reddito da esso prodotto) che, quale debitrice pignorata, mai e poi mai poteva spettarle. Ed è palese che una simile condotta non possa essere stata perpetrata se non, quantomeno, a causa di marcata negligenza, tale da integrare gli effetti (si ripete: quantomeno) della colpa grave. Si versa senz’altro, in conclusione, in una situazione di coscienza della infondatezza della domanda e delle tesi sostenute, ovvero di difetto della normale diligenza per l’acquisizione di detta consapevolezza, che, secondo l’indirizzo della Sc, integra gli estremi dell’elemento soggettivo di cui all’art. 96 Cpc (tra le molte, Cassazione 9060/03).

10.2. — Alcuni approfondimenti occorrono, invece, sull’identificazione e liquidazione del danno di cui all’art. 96 Cpc.

10.2.1. — È noto che, secondo un’opinione molte volte ribadita dalla Sc, l’art. 96 Cpc contiene la disciplina integrale e completa della responsabilità processuale aggravata, la quale si pone con carattere di specialità rispetto all’art. 2043 Cc, di modo che tale responsabilità rientra concettualmente nel genere della responsabilità per fatti illeciti (tra le molte, Cassazione 13455/04).

l’art. 96 Cpc nell’ambito del comparto aquiliano, secondo quest’inquadramento, comporta dunque che il danno al quale la norma fa riferimento debba essere identificato con la perdita ed il mancato guadagno di cui all’art. 1223 Cc, per il tramite dell’art. 2056 Cc, e che l’onere della prova debba essere ripartito secondo la regola generale stabilita dall’articolo 2697 Cc.

Per questo, si trova sovente ripetuto che l’art 96 Cpc, nel disciplinare come figura di torto extracontrattuale la responsabilita processuale aggravata per mala fede o colpa grave della parte soccombente, non deroga al principio secondo il quale colui che intende ottenere il risarcimento dei danni deve dare la prova sia dell’an che del quantum: ed il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza.

Orbene, questa impostazione ha condotto nei fatti ad un pressoché totale oblio della norma, la cui applicazione, pur dinanzi ad una palese sussistenza dell’elemento soggettivo da essa contemplato, ha costantemente finito per infrangersi contro la difficoltà, intuitivamente elevata, di fornire una dettagliata deduzione e prova del pregiudizio subito.

10.2.2. — L’atteggiamento interpretativo così riassunto non può più essere condiviso e, anzi, una lettura in chiave costituzionale dell’art. 96 Cpc impone di facilitarne l’impiego, sicché essa — scoraggiando le iniziative o le resistenze giudiziali che non hanno ragione di essere — possa fungere quale presidio di tutela del principio di ragionevole durata del processo sancito dall’art. 111 Costituzione.

In tal senso merita incondizionata adesione l’affermazione dell’Assemblea Plenaria della Corte Suprema di Cassazione, riunitasi il 21 luglio 2005 ai sensi dell’art. 93 O.G., la quale, in riferimento alla novella dell’art. 385 Cpc, ha osservato: «Sanzionare in modo più efficace ogni forma di abuso del processo rappresenta una misura di razionalizzazione indispensabile se si vuole mantenere l’attuale regime di sostanziale gratuità della giustizia senza determinare sprechi ingiustificati e insostenibili di una risorsa inevitabilmente scarsa, quale è quella del processo. Da più parti è avvertita la necessità di superare l’attuale disciplina della responsabilità aggravata, resa sostanzialmente inoperante dalla difficoltà di dare la prova del danno patrimoniale conseguente all’abuso del processo».

In detta prospettiva occorre allora sottolineare che, se l’art. 96 Cpc, inserendosi nel contesto della disciplina aquiliana, risponde essenzialmente ad una logica risarcitoria, ciò non esclude che la stessa disposizione manifesti anche una — assolutamente evidente — funzione sanzionatoria di una condotta riprovevole e dannosa per l’intera collettività: detta funzione, di qui, non può non tradursi in una agevolazione, sotto il profilo dell’allegazione e prova, degli oneri gravanti sul danneggiato.

Quest’ultima conclusione, la quale possiede valenza generale, trova riscontro in due significativi elementi recenti di ordine normativo e giurisprudenziale.

Per un verso, infatti, merita rilevare che l’art. 385 Cpc, nella sua versione attuale, consente di colpire colui che in sede di ricorso per cassazione agisca o resista con mala fede o colpa grave con una condanna che, anche d’ufficio, senza ulteriori sostegni, può dilatarsi fino al doppio delle spese legali previste nel massimo: e non può dubitarsi che detta norma segni una strada che non può rimanere insignificante per l’interprete che si trovi ad amministrare l’applicazione dell’art. 96 Cpc.

Per altro verso, va posto l’accento su quell’indirizzo giurisprudenziale, derivato dalla giurisprudenza della CEDU, secondo cui, in caso di danno da eccessiva durata del processo, pur non essendo in re ipsa il pregiudizio, lo è però la prova di esso, nel senso che la sussistenza di un danno morale, sotto forma di sofferenza interiore, è ordinariamente correlata alla protrazione di qualunque processo oltre i limiti della sua ragionevole durata (il riferimento è alle note Cassazione, Su, 1339/04; 1340/04; la successiva giurisprudenza vi si è adeguata, a quanto consta senza eccezioni).

Con riguardo a quest’ultimo aspetto, dopo aver ricordato che nell’attuale assetto della giurisprudenza di legittimità e di quella costituzionale il risarcimento del danno non patrimoniale è sempre ammesso, ogni qual volta venga in questione la lesione di un interesse dotato di copertura costituzionale (Cassazione 8828/03; 8827/03; Corte costituzionale 233/03), occorre dire che,

— sul piano del danno esistenziale (su cui v. per tutte Cassazione, Su, 6572/06), l’azione in giudizio o la resistenza infondata comporta perdita di tempo (esame dell’atto, colloqui con il legale, ricerca della eventuale documentazione utile ed altri supporti istruttori, presenza in udienza ecc.), che, se non è sottratto all’attività lavorativa remunerativa, è sottratto alle attività di svago;

— sul piano del danno morale, se produce sofferenza interiore il prolungarsi del giudizio oltre i limiti di durata ragionevole, a maggior ragione ne produce, nei confronti della controparte, l’atteggiamento di azione o resistenza in giudizio ab origine connotati da mala fede o colpa grave.

Ecco, allora, che, mentre la domanda di danni per lite temeraria deve per ciò stesso essere riferita, anche in mancanza di ulteriori specificazioni dell’interessato, al danno esistenziale/morale che, normalmente, scaturisce dalla domanda o resistenza caratterizzata da mala fede o colpa grave, la liquidazione del danno ben può essere effettuata in applicazione dei medesimi parametri che la giurisprudenza applica in caso di applicazione della c.d. «legge Pinto».

10.3. — Il danno, allora, tenuto conto delle circostanze del caso, può essere qui equitativamente liquidato, all’attualità, nell’importo di euro 2.500,00.

11. — Le spese seguono la prevalente soccombenza della ricorrente.

P.Q.M.

Definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da W. Srl nei confronti di V. M., nonché sulla riconvenzionale da quest’ultimo spiegata, ogni altra conclusione disattesa, così provvede:

1.- dichiara il difetto di legittimazione attiva;

2.- condanna la società ricorrente al risarcimento del danno da lite temeraria nei confronti del resistente nella misura di euro 2.500,00.

3.- condanna la parte ricorrente al rimborso, in favore della parte resistente, delle spese sostenute per questo giudizio, liquidate in complessivi euro 3.000,00, di cui euro 250,00 per esborsi e euro 1.250,00 per diritti.



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