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Testo unico sull’immigrazione, favoreggiamento immigrazione clandestina
Cassazione penale , sez. I, sentenza 22.01.2007 n° 1815

Testo unico sull’immigrazione – favoreggiamento immigrazione clandestina – ingresso nella comunità europea della Polonia – effetti – abolitio criminis – insussistenza [D.Lgs 286/98; art. 2 c.p.]

Anche se la Polonia è entrata a far parte dell’Unione Europea, permane il reato di favoreggiamento della immigrazione clandestina sia pure limitatamente ad una determinata categoria di soggetti, quali i cittadini polacchi che ora fanno fatto dell’Unione Europea. Non è infatti intervenuta alcuna legge che abbia modificato la fattispecie criminosa così depenalizzando la precedente condotta poiché la norma incriminatrice è rimasta invariata e la ratifica del Trattato di adesione all’Unione Europea non può considerarsi come norma integratrice del precetto penale sottoposta al regime di cui all’art. 2, comma 2, c.p., né come elemento esterno che ridisegni la fattispecie penale del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che tale resta in relazione a tutti i soggetti che abbiano la qualifica di cittadini di stati non appartenenti alla Unione Europea, ai sensi dell’art. 1 del D.Lgs. 286/98.

(Fonte: Altalex Massimario. Cfr. nota di Aldo Natalini ed eBook di Il reato di immigrazione clandestina Manuela Rinaldi)






SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA PENALE

Sentenza 11-22 gennaio 2007, n. 1815

(Presidente Fazzioli – Relatore Corradini)

Svolgimento del processo

Con sentenza in data 12 aprile 2006 la Corte d’Appello di Messina ha confermato la sentenza 23 maggio 2003 del GUP del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto che, a seguito di rito abbreviato, aveva dichiarato F. Giuseppe colpevole del reato di cui all’art. 12, commi 1, 3 e 5, del D.Lgs. 286/98 per avere favorito, a fini di lucro, l’ingresso illegale nel territorio dello Stato e comunque la permanenza di cittadine polacche provvedendo alla loro sistemazione iniziale in un appartamento di Terme Vigliatore per poi avviarle al lavoro domestico o di assistenza agli anziani, dal dicembre del 2000 all’aprile del 2001, e lo aveva condannato alla pena di tre anni e due mesi di reclusione oltre alla multa.

Il F. era stato accusato da un polacco di reclutare ragazze polacche per avviarle alla Prostituzione prelevandole da Messina dove giungevano con un pullman e conducendole in una casa di Terme Vigliatore o di Falcone, di cui aveva la disponibilità, ricevendone in cambio somme di denaro. La Corte di merito ha ritenuto provato, sulla base dei successivi accertamenti dei Carabinieri – che avevano tra l’altro individuato il F. in compagnia di numerose ragazze extracomunitarie ed in occasione di un controllo presso la sua abitazione avevano identificato due donne polacche prive di documenti e quindi entrate illegalmente in Italia – delle intercettazioni telefoniche, dei tabulati telefonici e dell’esame di diversi testi, che il F., previi contatti, si recasse effettivamente presso la stazione di Messina per prelevare le donne che giungevano con i pullman direttamente dalla Polonia e che quindi, a bordo di una Lancia Dedra, le conducesse in una casa di cui aveva la disponibilità per avviarle però non già alla prostituzione bensì al lavoro di badanti, all’uopo accompagnandole presso gli anziani, ricevendo in tal senso richieste telefoniche da tutta l’Italia, stante la notorietà che aveva assunto nell’intermediazione nei rapporti di lavoro domestico. Era stato altresì ritenuto provato che svolgesse tale rapporto di intermediazione per fini di lucro ricevendo una percentuale sugli incassi delle lavoratrici extracomunitarie che andava da 350.000 lire a 500.000 lire mensili a seconda dello stipendio che ricevevano le donne, come era emerso attraverso le intercettazioni telefoniche, oltre ad un compenso per l’affitto della casa che metteva a disposizione in attesa di reperire loro il lavoro.

Ha proposto ricorso per cassazione l’imputato personalmente deducendo:

- violazione degli artt. 129 c.p.p. e 2 c.p., poiché, a decorrere dal 1.5.2004, data in cui era stato ratificato il Trattato di adesione della Polonia all’Unione Europea, comprensivo dell’accordo di Schengen, i cittadini polacchi potevano circolare liberamente all’interno dell’Unione Europea, per cui non era più previsto come reato il favoreggiamento dell’ingresso illegale in Italia di cittadini polacchi;

- la responsabilità dell’imputato era basata soltanto su supposizioni in palese contraddizione con le risultanze istruttorie, poiché era rimasto accertato direttamente dai Carabinieri che le cittadine polacche prive di permesso di soggiorno ospitate dal F. erano soltanto due, di cui comunque non si sapeva quando erano entrate in Italia e quindi se il F. ne avesse o meno favorito l’ingresso ovvero le avesse ospitate successivamente, mentre per le altre donne, cui si riferivano le intercettazioni, non si sapeva se fossero o meno prive di permesso di soggiorno e comunque se fossero state poi effettivamente avviate ad un lavoro.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso l’imputato lamenta che, essendo ormai prevista la libera circolazione nell’ambito dei paesi della Comunità Europea dei cittadini polacchi, a fare data dal 2004, sarebbe cessata, da tale data, successiva alla commissione del reato, la antigiuridicità della condotta di favoreggiamento dell’ingresso illegale di cittadini polacchi nel territorio italiano a fini di lucro, a norma dell’art. 2 del c.p..

In sostanza, ad avviso del ricorrente, posto che il comma 1 dell’art. 12 del D.Lgs 298/98 contemplerebbe solamente la condotta di ingresso clandestino, mentre le donne polacche, pur se prive di visto di ingresso e di permesso dì soggiorno, potrebbero oggi entrare legalmente in Italia, il fatto non costituirebbe più reato, ai sensi dell’art. 2, comma 2, c.p..

La circostanza che la Polonia sia entrata a fare parte dell’Unione Europea alcuni anni dopo la commissione, da parte dell’imputato, della condotta incriminata, non consente però di affermare che non sia più previsto come reato il favoreggiamento della immigrazione clandestina sia pure limitatamente ad una determinata categoria di soggetti, quali i cittadini polacchi che ora fanno fatto dell’Unione Europea. Non è infatti intervenuta alcuna legge che abbia modificato la fattispecie criminosa così depenalizzando la precedente condotta poiché la norma incriminatrice è rimasta invariata e la ratifica del Trattato di adesione all’Unione Europea, al pari della ratifica di altri analoghi Trattati che hanno negli anni più recenti interessato l’ingresso nella Unione Europea di numerosi nuovi paesi, non può considerarsi come norma integratrice del precetto penale sottoposta al regime di cui all’art. 2, comma 2, c.p., né come elemento esterno che ridisegni la fattispecie penale del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina che tale resta in relazione a tutti i soggetti che abbiano la qualifica di cittadini di stati non appartenenti alla Unione Europea, ai sensi dell’art. 1 del D.Lgs 286/98.

Tale qualifica viene certamente in considerazione ai fini della applicazione della norma penale di cui si tratta, ma solo nel senso che costituisce un presupposto della condotta che può riflettersi sulla rilevanza penale del fatto concreto, senza invece concorrere a delineare il precetto penale di cui all’art. 12 del Tu sull’immigrazione il quale è rimasto inalterato con tutto il suo contenuto offensivo derivante dalla situazione di sfruttamento dell’essere umano in condizioni di particolare debolezza poiché non dotato di cittadinanza di un paese facente parte dell’Unione Europea e quindi dei diritti alla libera circolazione, alla libera permanenza ed alla tutela che spettano ai cittadini dei paesi appartenenti alla Ue.

Nel caso di partecipazione del paese di appartenenza dell’autore del fatto alla Ue, successiva alla violazione della norma incriminatrice, si tratta quindi, ad avviso di questo Collegio, di vicenda successoria di norme extrapenali che non integrano la fattispecie incriminatrice e tanto meno implicano una modifica della disposizione sanzionatoria penale, bensì determinano esclusivamente una variazione della rilevanza penale del fatto con decorrenza dall’emanazione del successivo provvedimento normativo di adesione del nuovo paese all’UE, limitatamente ai casi che possono rientrare nel nuovo provvedimento, senza fare venire meno il disvalore penale del fatto anteriormente commesso (v. Cassazione, sezione terza, 5457/99, RV. 213565; Cassazione, sezione quarta, 9233/04, Buglione, con riguardo all’analogo caso della Lettonia, la cui partecipazione all’UE è stata ratificata con legge 24 dicembre 2004 n. 9233).

È poi da escludere pure che ricorra una ipotesi di abolito criminis, fosse pure parziale, come tale rilevante ai sensi dell’art. 2, comma 4, c.p., in relazione a fatti, commessi prima dell’ingresso della Polonia nella Ue, che non siano riconducibili alla fattispecie criminosa di cui si tratta, poiché la fattispecie non ha subito modificazioni in conseguenza di una successione di leggi penali che non vi è stata (Cassazione, Sezioni unite, 25887/03, Giordano).

Questa Corte ha già affermato che la condotta punibile relativa all’immigrazione clandestina riguarda il compimento di atti diretti a procurare l’ingresso nel territorio dello Stato in violazioni delle disposizioni del Tu e quindi di ogni tipo di violazione e mira ad impedire ogni ingresso illegittimo, indipendentemente dal fatto che possa essere illegale o clandestino ai sensi dell’art. 4, cioè per violazione della normativa sul visto, dovendosi valutare se la condotta di immigrazione illegale sia solo quella relativa all’ingresso nello Stato, inteso come atto di transito alla frontiera o qualcosa di più ampio comprendente ad esempio anche la disciplina della permanenza nello Stato per motivi di lavoro; avendo presente in particolare che sia lo straniero che il cittadino italiano sono comunque tenuti al rispetto ed alla osservanza degli obblighi previsti dalla normativa vigente, ivi compresi quelli espressamente dettati per esigenze di ordine e sicurezza pubblica.

La soluzione adottata da questa Corte è stata nel senso che l’unica interpretazione possibile della normativa è che il legislatore abbia voluto punire il compimento di tutti gli atti che realizzano l’immigrazione di stranieri in violazione delle norme del testo unico, fra le quali vi sono anche le norme sull’ingresso e la permanenza dello straniero per motivi di lavoro o per altri motivi ed in particolare ogni qualvolta la permanenza nel territorio dello Stato deve considerarsi illegale fin dal suo inizio, con l’atto di ingresso in Italia, perché già conseguenza di un’azione illegale, in quanto, pur essendo in ipotesi determinato da motivi di lavoro, questi vengono occultati, per motivi di profitto ovvero perché l’ingresso sia clandestino ai sensi dell’art. 10 del Tu in quanto avvenuto al dì fuori dei valichi di frontiera, sottraendosi ai controlli di frontiera, come previsto dall’art. 4 del Tu sull’immigrazione (cfr. Cassazione, 7 aprile 2004, n. 17973; Cassazione, Sezione prima, 12 maggio 2004, Deinita, RV. 228254; Cassazione, Sezione sesta, 16 dicembre 2004, Buglione, RV. 230950; Cassazione, Sezione prima, 27 ottobre 2004, Passaro, RV. 229823). Lo spirito della legge sull’immigrazione, nel suo complesso, vuole infatti evitare qualsiasi artificio diretto a fare entrare in Italia persino i lavoratori, anche provenienti da paesi che abbiano stipulato particolari accordi per la libera circolazione dei propri cittadini, per impiegarli in violazione delle leggi sul lavoro, tanto è vero che si è procurato di disciplinare l’ingresso dello straniero per motivi di lavoro (art. 22) e da ciò se ne può dedurre che se l’ingresso è illegalmente avvenuto per fini di lavoro o addirittura per finalità diverse, non meritevoli di alcuna protezione, si tratta di ingresso comunque illegale con conseguente individuazione della ipotesi criminosa contestata all’imputato.

Ciò comporta che la condotta di favoreggiamento dell’ingresso del cittadino straniero nel territorio nazionale determinato per motivi di permanenza stabile, mediante sottrazione ai controlli di frontiera, previsti dagli artt. 10 e 4 del Tu come condizioni per la lega1ità dell’ingresso, deve qualificarsi come ingresso illegale o clandestino che dir si voglia e tale permane fino a quando il soggetto che entra illegalmente nel territorio nazionale resti uno straniero nel senso inteso dall’art. 1 dal Tu sull’immigrazione e sia favorito dalla attività dell’autore del fatto illecito, mente non potrà più essere posta in essere la condotta – sotto il profilo fattuale prima ancora che giuridico – di sfruttamento o favoreggiamento della immigrazione clandestina una volta che il soggetto acquisti la cittadinanza di un paese UE ovvero addirittura la cittadinanza italiana.

L’applicazione dell’art. 2 del c.p., invocata dal ricorrente, non rileva in definitiva nel caso in esame poiché il fatto continua a costituire reato conservando, nella previsione legislativa, tutto il proprio disvalore (v. Cassazione, sezione terza, 5457/99, RV. 213565) e ciò specie se si considerano le finalità di sfruttamento e di lucro del reato contestato che connotano l’antigiuridicità dello specifico comportamento.

Il primo motivo di ricorso deve essere pertanto respinto.

Il secondo motivo di ricorso è pretestuoso.

Il ricorrente lamenta mancanza di motivazione in ordine alla valutazione della prova sotto il profilo che soltanto per due donne polacche, identificate dai carabinieri all’interno della casa del F., sarebbe stato dimostrata la mancanza di permesso di soggiorno, pur non essendovi la prova che il F. ne avesse favorito l’ingresso clandestino in Italia posto che erano uscite dalla Polonia più di un mese prima, mentre per le altre, interessate dalle intercettazioni, non sarebbe stato dimostrato che non avessero i documenti in regola.

La Corte territoriale ha però, con argomentazioni ineccepibili sotto il profilo logico e del tutto conformi al parametro normativo, indicato i motivi per cui ha ritenuto provato che l’ingresso delle donne fosse avvenuto illegalmente, previi accordi diretti con il F., visto che si recava a prelevarle alla stazione di Messina non appena erano giunte in Italia in pullman dopo due o tre giorni ininterrotti di viaggio dalla Polonia, e che non fosse neppure prospettabile che le donne avessero fatto ingresso regolare e cioè con un regolare contratto di lavoro, poiché, in tal caso, si sarebbero recate direttamente dal loro datore di lavoro e non avrebbero versato più di un terzo del loro stipendio al F., considerato anche che comunque le due donne identificate dai Carabinieri all’interno della casa del F. avevano certamente fatto ingresso illegale, potendo contare sull’ospitalità, ovviamente non gratuita, dell’imputato che quindi ne aveva favorito l’ingresso e la permanenza in Italia.

Il ricorso deve pertanto essere respinto perché infondato su sotto tutti i profili addotti, con le conseguenze di legge in punto di spese (art. 616 c.p.p.).

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.



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