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Responsabilità dell’avvocato
Articolo 30.07.2007 (Luca D'Apollo)
Nel caso in cui il nostro legale di fiducia propone tardivamente un atto d'appello, o fa scadere un termine per presentare un’istanza, un ricorso, un atto del processo, e di conseguenza l’impugnazione è dichiarata inammissibile, il ricorso è tardivo e inammissibile, la prova esclusa, la causa persa, il cliente può agire in giudizio?





Avvocato | Responsabilità

Responsabilità dell’avvocato

Brevi note sull’inadempimento del professionista e l’onere probatorio

di Luca D'Apollo

Sommario: 1. Premessa; 2. Rapporto avvocato-cliente: obbligazione di mezzi o di risultato?; 3. L’inadempimento: come valutarlo?; 4. Nesso causale; 5. Cassazione 6 febbraio 1998, n. 1286; 6. Errore del professionista e perdita di chance; 7. Cassazione 18 aprile 2007 n. 9238; 8. Conclusioni.

1. Premessa

Nel caso in cui il nostro legale di fiducia propone tardivamente un atto d'appello, o fa scadere un termine per presentare un’istanza, un ricorso, un atto del processo, e di conseguenza l’impugnazione è dichiarata inammissibile, il ricorso è tardivo e inammissibile, la prova esclusa, la causa persa i, il cliente può agire in giudizio?

Di che tipo di responsabilità si tratta? Quale danno lamenta? Cosa deve provare il cliente?

Proviamo a fare una breve analisi della questione.

2. Rapporto avvocato-cliente: obbligazione di mezzi o di risultato?

Il rapporto giuridico instauratosi tra cliente ed avvocato, viene solitamente definito come contratto di clientela ii: si parla al riguardo di mandato professionale.

In un lontano precedente della Cassazione iii si indicano le caratteristiche dell’attività legale specificando che “l’attività che l’ordinamento delle professioni di avvocato e procuratore, nonché le norme del codice di rito riservano agli iscritti negli albi forensi è quella di rappresentanza, assistenza e difesa delle parti in giudizio”.

Si ritiene che l' avvocato, in forza della procura alla lite, conferita dal cliente, instaura con il proprio assistito un rapporto fiduciario che ha per oggetto una prestazione d’opera intellettuale (art. 2230 cod. civ.) iv.

Siamo pertanto in presenza di un inadempimento contrattuale in cui il danno patito dal cliente dell'avvocato, deve essere individuato nel giudicato che si è formato.

In dottrina si sottolinea che “l'inadempimento del professionista non può essere desunto, senz' altro dal mancato raggiungimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, ma deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell' attività professionalev.

Trattandosi di un mandato o di una prestazione d’opera intellettuale ci si è interrogati se si è i presenza di un’obbligazione di mezzi o di risultato.

La giurisprudenza ormai concorde afferma che “l’obbligazione dell'avvocato è di mezzi e non di risultato poiché l'avvocato assume l'obbligo di prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato, ma non già di conseguirlovi.

Nel valutare l’inadempimento del professionista si applicherà pertanto il parametro della diligenza professionale fissato dall'art. 1176, secondo comma cod. civ., secondo cui “nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata”.

Pertanto la diligenza che il professionista deve impiegare nello svolgimento della sua attività è quella media, cioè la diligenza posta nell' esercizio della propria attività, dal professionista di preparazione professionale e di attenzione medie (Cass. 14-08-1997 n. 7618; Cass. 6-02- 1998 n. 1286; Cass. 8-08-2000 n. 10431).

Nel caso in cui l’attività professionale richieda la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà, la responsabilità è attenuata, in ragione della regola di responsabilità prevista nell' art. 2236 cod. civ., secondo cui “se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave”. (Cfr. Cass. 8-08-2000 n. 10431.)

La Cassazione afferma chiaramente che la responsabilità del professionista il cliente si ha “in caso di incuria e di ignoranza di disposizioni di legge e, in genere, nei casi in cui per negligenza ed imperizia, comprometta il buon esito del giudizio, dovendosi invece ritenere esclusa la detta responsabilità, a meno di dolo o colpa grave, solo nel caso di interpretazioni di legge o di risoluzione di questioni opinabili”. (Cass. 18-11-96, n. 10068).

Puntuale il giudizio della Suprema Corte vii che in un recente arresto indica le linee giuda dell’analisi della fattispecie. Il collegio sottolinea che “le obbligazioni inerenti all'esercizio dell'attività professionale sono, di regola, obbligazioni di mezzi e non di risultato, in quanto il professionista, assumendo l'incarico, si impegna a prestare la propria opera per raggiungere il risultato desiderato ma non a conseguirlo”.

A giudizio del collegio al fine di poter valutare la responsabilità del professionista, rilevano le modalità dello svolgimento della sua attività in relazione al parametro della diligenza fissato dall'art. 1176, secondo comma, cod. civ., che è quello della diligenza del professionista di media attenzione e preparazione.

Nell’occasione la Corte si premura di sottolineare che rientra nell’art. 1176 , 2° co, cod. civ., “il compimento di atti interruttivi della prescrizione del diritto del suo cliente, i quali, di regola, non richiedono speciale capacità tecnica, salvo che, in relazione alla particolare situazione di fatto, che va liberamente apprezzata dal giudice di merito, si presenti incerto il calcolo del termine”.

Nel caso di specie la Corte afferma che “il professionista può essere chiamato a rispondere anche per semplice negligenza, ex art. 1176, secondo comma, cod. civ., e non solo per dolo o colpa grave ai sensi dell'art. 2236 cod. civ., allorché l'incertezza riguardi non già gli elementi di fatto in base ai quali va calcolato il termine, ma il termine stesso, a causa dell'incertezza della norma giuridica da applicare al caso concreto. Parimenti, l'esistenza di un contrasto giurisprudenziale in ordine alla questione relativa all'applicabilità del termine di prescrizione in caso di mancata proposizione della querela non esime il professionista dall'obbligo di diligenza richiesto dall'art. 1176 cod. civ.viii.

3. L’inadempimento: come valutarlo?

Sulla natura del danno patito dal cliente insoddisfatto attenta dottrina sottolinea come “non può essere identificato come l’esito favorevole della lite, in quanto come già diceva il Calamandrei nel 1931 ogni sentenza è il prodotto di una quantità di fattori imponderabili, molti dei quali sono irriproducibili al di fuori dell’ambiente in cui la sentenza è pronunciataix.

Pertanto la responsabilità del professionista dovrà essere ponderata sulla base di un’analisi probabilistica ipotetica: il giudice dovrà, infatti, verificare quale sarebbe stato l’esito del giudizio sostituendo mentalmente l’azione del professionista con quella ritenuta corretta.

Sul punto si espressa di recente la Suprema corte x: nel caso di specie una società Immobiliare convenne dinanzi al Tribunale di Venezia il legale che l'aveva difesa in un precedente giudizio commissariale (Commissario regionale agli usi civici del Veneto) ed in quello di appello seguente, in entrambi soccombenti; ne chiese l'affermazione della responsabilità professionale adducendo che la tardiva proposizione dell'appello era effetto della colpa dell’avvocato.

Il collegio sottolinea l’importante principio di diritto secondo cui “non potendo l'avvocato garantire l'esito favorevole del giudizio di appello, il danno, derivante dalla tardiva proposizione di questo, in tanto è ravvisabile, in quanto, e sia pure con criteri necessariamente probabilistici, si accerti che il gravame, se tempestivamente proposto, sarebbe stato giudicato fondatoxi.

È principio pacifico in giurisprudenza, pertanto che l'inadempimento del professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell'attività esercitata (cfr. Cass. sez. II, 11.8.2005, sent. n. 16846).

Anche nel 2006 la Corte di Cassazione ha avuto modo di esprimersi sul punto. Il caso sottoposto riferiva di un cliente che si lagnava del comportamento del proprio legale che, ancora una volta, in un giudizio di appello, aveva tenuto un comportamento negligente (nella specie, gli si imputava la redazione e notifica di un atto d'appello privo dell'indispensabile indicazione della data di udienza di comparizione).

La Corte sottolinea che “non potendo il professionista garantire l'esito comunque favorevole auspicato dal cliente, il danno derivante da eventuali sue omissioni in tanto è ravvisabile, in quanto, sulla base di criteri necessariamente probabilistici, si accerti che, senza quell'omissione, il risultato sarebbe stato conseguitoxii.

4. Nesso causale

Il puntum dolens della questione concerne l’accertamento del nesso causale.

Pacifico l’orientamento pretorio che dagli anni ’60 richiedeva al cliente di individuare un nesso di causalità tra errore e danno, richiedeva un'analisi “sul sicuro fondamento dell'azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata e perciò " la certezza morale" xiii che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente”.

Nelle decisioni dell’epoca la Cassazione riteneva che "il cliente che chieda il ristoro dei danni subiti a seguito del rigetto di un'azione giudiziaria dopo la scadenza del termine di prescrizione deve provare che quest'ultima sarebbe stata con certezza accolta se tempestivamente proposta e che, quindi, il rigetto di essa sia dipeso, con rapporto di causa ed effetto, dalla irregolarità della prestazione dell'attività intellettuale. Pertanto consegue che il giudice di merito una volta accertato che la tardiva proposizione della domanda sia dipesa dalla colpa del difensore è tenuto ad esaminare, ai fini della condanna del medesimo al risarcimento dei danni, se la domanda avrebbe dovuto essere accolta, ove proposta nel termine" xiv.

In un lontano precedente la Cassazione xv evidenzia il fulcro del problema: in modo didascalico per l’interprete il collegio illustra che "l'accoglimento della domanda di risarcimento proposta dal cliente contro il proprio difensore per il caso di colpevole condotta omissiva presuppone che sia accertata l'esistenza di un danno economico e che questo dipenda direttamente ed effettivamente dal suddetto comportamento. L'affermazione della responsabilità del difensore implica pertanto l'indagine, positivamente svolta, sul sicuro e chiaro fondamento dell'azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, quindi la certezza morale che gli effetti di una diversa attività del professionista medesimo sarebbero stati più favorevoli per il cliente".

La critica che si attaglia a tale modo di ragionare sottolinea come la prova richiesta risulta oltre molto difficile: bisogna dimostrare, infatti, che l’attività dell'avvocato, “se correttamente e tempestivamente intervenuta, avrebbe comportato la certezza che la causa sarebbe stata vinta” xvi.

Sulla sia dell’evoluzione dell’accertamento causale negli altri campi del diritto, anche nella materia de qua, al criterio della "certezza", degli effetti si è aggiunto quello della "ragionevole certezza", in modo da temperare i rigorismi della tesi precedente.

In tal modo, si è voluto evitare al cliente una prova impossibile, consistente nel dimostrare in concreto e con certezza assoluta che la corretta attività del legale avrebbe comportato l'esito positivo della causaxvii.

Anche la giurisprudenza aderiva a tale impostazione e affermava che in caso di responsabilità professionale per condotta omissiva e di danno subito dal cliente l’onus probandi consiste nell’accertamento “del sicuro fondamento dell’attività che il professionista avrebbe dovuto compiere, e, dunque, la ragionevole certezza che gli effetti di quella sua diversa attività, ove svolta, avrebbe determinato l’esito vittorioso del processoxviii.

La giurisprudenza mette in luce come “il cliente che chieda al proprio difensore il ristoro dei danni che egli assume subiti a seguito della mancata impugnazione della sentenza di primo grado non può limitarsi a dedurre l'astratta possibilità della riforma in appello di tale pronuncia in senso a lui favorevole, ma deve dimostrare l'erroneità della pronuncia in questione oppure produrre nuovi documenti o altri mezzi di prova idonei a fornire la ragionevole certezza che il gravame, se proposto, sarebbe stato accolto" xix.

La giurisprudenza della cassazione sottolinea la necessità di una precisa allegazione e dimostrazione probatoria del danno subito pena il rigetto dell’azione risarcitoria: non ci può essere condanna del professionista adducendo la sua negligente nello svolgimento dell'attività professionale se si chiede una generica declaratoria di responsabilità.

L'attore dovrà fornire la prova, oltre che della negligenza o errore professionale del convenuto, anche dell'esistenza di un concreto danno patrimoniale e del necessario nesso di causalità xx.

Pertanto, il cliente che chieda al proprio difensore il ristoro dei danni subiti a seguito della mancata impugnazione della sentenza di primo grado non può limitarsi a dedurre l'astratta possibilità della riforma in appello in senso a lui favorevole di tale pronuncia, ma deve dimostrare l'erroneità di questa, oppure produrre nuovi documenti o altri mezzi di prova idonei a fornire la ragionevole certezza che il gravame, se proposto, sarebbe stato accolto.

Tuttavia abbiamo ancora decisioni in cui si riaffaccia il concetto di “certezza morale”, riproponendo un accertamento eziologico eccessivamente stringente in capo al cliente. Sul punto da ultimo la Cassazione nel 2005 sostiene che “l'affermazione della responsabilità [del professionista] implica l'indagine — positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l'onere di fornire — circa il sicuro e chiaro fondamento dell'azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, in definitiva, la certezza morale che gli effetti di una diversa sua attività sarebbero stati più vantaggiosi per il cliente medesimoxxi.

5. Cassazione 6 febbraio 1998, n. 1286

Una svolta nell’analisi delle problematiche in questione si è avuta con la sentenza della Suprema Corte n. 1286/1998 xxii.

La Corte ha avuto l’occasione di chiarire le spinose questioni relative al nesso di causalità e all’onus probandi.

Ha in particolare applicato alla responsabilità dell'avvocato, il principio della perdita della chance, in cui il giudicante afferma che il rapporto eziologico tra la condotta e l'evento di danno sussiste anche quando l'attività del professionista, "se correttamente e tempestivamente intervenuta, avrebbe avuto non già la certezza, bensì serie ed apprezzabili possibilità di successo".

Con specifico riguardo all’onero probatorio la sentenza n. 1286 del 1998 ha ritenuto che anche la semplice probabilità che una corretta attività dell’avvocato avrebbe determinato l’esito positivo della causa, può essere a base del convincimento del giudice.

A giudizio della Corte infatti “l’avvocato, nell’espletamento della attività professionale, deve tendere a conseguire il buon esito della lite per il cliente e pertanto sussiste la sua responsabilità se, probabilmente e presuntivamente, applicando il principio penalistico di equivalenza delle cause (artt. 40 e 41 c.p.) esso non è stato raggiunto per sua negligenzaxxiii.

6. Errore del professionista e perdita di chance

Si ritiene applicabile al caso in questione la tecnica della responsabilità da perdita di chance, nella sua duplice versione ontologica, quale danno in sè, ovvero perdita patrimoniale: danno emergente.

In tal caso la posta di danno è risarcibile ex sè scissa dal bene finale cui si aspira, in quanto già presente nel patrimonio del cliente.

Altresì la perdita di chance può manifestarsi nella sua veste eziologica, quale lucro cessante: perdita di guadagno. In tal caso si parla di perdita della chance di vincere la causa nei successivi gradi di giudizio: occasione perduta di utilizzare una diversa strategia processuale, probabilmente vincente.

7. Cassazione 18 aprile 2007 n. 9238

Nel 2007 la corte puntualizza il proprio orientamento in merito alla responsabilità del professionista.

La Corte di Cassazione con la sentenza del 18 aprile 2007 n. 9238 xxiv ha stabilito che ai fini dell'accertamento della responsabilità professionale dell'avvocato "incombe al cliente il quale assume di avere subito un danno, l'onere di provare la difettosa od inadeguata prestazione professionale, l'esistenza del danno ed il rapporto di causalità tra la difettosa od inadeguata prestazione professionale ed il danno".

Il fatto produttivo di responsabilità era da individuare, nel caso di specie, non tanto nella commissione di errori nello svolgimento dell'attività professionale, ma piuttosto nella omissione totale di tale attività da parte del legale che ne era stato più che tempestivamente incaricato, e per di più nella omissione di incombenti processuali elementari che certamente non presupponevano la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà.

Il collegio della Terza Sezione Civile ha quindi precisato che "per quanto riguarda la difettosità o inadeguatezza della prestazione professionale, il cliente ha l'onere di fornire la prova di idonei dati obiettivi in base ai quali il giudice valuterà se, in relazione alla natura del caso concreto, l'attività svolta dal professionista possa essere giudicata sufficiente" e che "l'affermazione di responsabilità di un legale implica l'indagine sul sicuro fondamento dell'azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata e perciò la “certezza morale” che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente".

La corte ribadisce l’orientamento meno rigoroso sostenendo che "al criterio della certezza degli effetti della condotta si può pertanto sostituire quello della probabilità di tali effetti e della idoneità della condotta a produrli".

8. Conclusioni

Il cliente che lamenta il cattivo operato del proprio legale (non più di fiducia) dovrà provare:

  1. l’inadempimento del professionista ex art. 1176 e 2236 cod. civ.;

  2. il nesso di causalità: con una difficile prospettazione ipotetica, convincendo il giudice che doveva adottarsi una diversa strategia processuale o che esiste una lapalissiana negligenza o omissione del professionista

  3. il sicuro fondamento dell’azione: ovvero le mie ragioni potenzialmente sussistevano, ma l’operato maldestro dell’avvocato me le ha fatte sfumare

Il tutto ci sembra eccessivamente farraginoso soprattutto nei casi in cui si tratti di negligenze o omissioni.

Inoltre così ragionando si frustra l’insegnamento recente delle sezioni unite civili che il 6 aprile – 30 ottobre 2001 con la sentenza n. 13533, statuivano il principio secondo cui “il creditore, sia che agisca per l’adempimento, sia che chieda la risoluzione o il risarcimento del danno, deve dare la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto e, se previsto, del termine di scadenza, mentre, in relazione al lamentato inadempimento, può limitarsi ad una semplice allegazione: sarà il debitore convenuto a dover fornire la prova del fatto estintivo del diritto, costitutivo dell’avvenuto adempimento”.

La portata potenzialmente espansiva del principio di diritto in parola ci conduce ad una semplificazione probatoria in capo al cliente deluso dal avvocato.

Questi infatti, essendo creditore di una prestazione d’opera (la stessa per intenderci che si vanta verso il medico) dovrà dimostrare, secondo le sezioni unite del 2001, solo il titolo giustificativo del proprio diritto di credito.

In relazione all’inadempimento di cui si doglie il debitore (cliente deluso) ha soltanto l’onere di “allegare”, si badi, non “provare”. Riprendendo il diktum delle sezioni unite del 2001 “sarà il debitore convenuto – cioè il professionista, l’avvocato - a dover fornire la prova del fatto estintivo del diritto, costitutivo dell’avvenuto adempimento”.

Come per il campo medico anche nel campo della responsabilità dell’avvocato quest’importante pronuncia delle sezioni unite viene rivista, imponendo un complicato e diabolico onere probatorio in capo al debitore, ed altresì la prova (non l’allegazione) dell’inadempimento dimostrando l’errore, la negligenza o l’omissione del professionista.

Il tutto si complice se il professionista ritiene che il caso a lui sottoposto era di particolare difficoltà, invocando la regola di responsabilità attenuata ex art. 2236 cod. civ..

A nostro parere la materia de qua deve essere rivisitata: alla luce delle recente decisioni della Corte di Cassazioni continua ad applicarsi un orientamento tradizionale, non rispettoso delle regole probatorie ex art. 1218 e 2697 così come chiarite dalla decisione delle Sezioni Unite civili, nel 2001.

_______________

i Nella casistica pretoria è stato considerato responsabile l’avvocato che, esaminate le condizioni di legittimità e validità di una notificazione ex art. 143. c.p.c. ha concluso per la ritualità quando ne era evidente la nullità (Trib. Roma 27.11.92 in Nuova Giur. Civ. Comm., 1994, I, 267, in Grisafi, www.studiogrisafi.com); che ha lasciato trascorrere i termini entro i quali doveva compiere gli atti per i quali aveva ricevuto il mandato (Cass. 22.03.94 n. 2701 e Cass. 08.05.93 n. 5325, in Grisafi, op. cit.); che trascuri di richiedere nel corso dell’istruttoria prove di evidente utilità o che chieda prove obiettivamente contrarie all’interesse del cliente (Cass. 18.05.88 n. 3463, in Grisafi, op. cit); che rinunci al mandato senza compiere le attività istruttorie necessarie non avvertendo il cliente affinché possa provvedervi direttamente o a mezzo di nuovo difensore (Cass. 08.05.93 n. 5325, in Grisafi, op. cit.); che abbia errato nella notificazione dell’appello civile a più parti (Trib. Salerno 29.02.80 in Il Foro Napoletano, 1981, I, 271).

ii Così Grisafi, La responsabilità dell'avvocato, in www.studiogrisafi.com

iii Cass. 28-5-76, n. 1929, in codice civile commentato 2007, ed. Simone.

iv Si veda Sagna, La responsabilità dell’avvocato, in diritto&diritti (www.diritto.it)

v Sagna, op. cit.

vi Cassazione civile , 26 Febbraio 2002, n. 2836 sez. III, in Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1376

vii Cassazione, sez. II, 18.7.2002 sent. n. 10454; Cass. 8-8-2000, n. 10431 in codice civile commentato 2007, ed. Simone.

viii Cassazione, sez. II, 18.7.2002 sent. n. 10454; di recente sul tema della responsabilità dell’avocato per scadenza dei termini processuali si veda Tribunale Como, sez. I civile, sentenza 10.06.2006 n° 1234, in www.altalex.com

ix Così Grisafi, op. cit.

x Cassazione civile , 26 Febbraio 2002, n. 2836 sez. III, in Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1376

xi Così Cassazione civile , 26 Febbraio 2002, n. 2836 sez. III, in Resp. civ. e prev. 2002, 6, 1376

xii Cassazione sez. II, 27.3.2006, sent. n. 6967, in codice civile commentato 2007, ed. Simone.

xiii Cass. 11 maggio 1977, n. 1831.

xiv Cass. 29 novembre 1968, n. 5848, in Rep. Giust. civ., 1968, I, 276

xv Cass. 11 maggio 1977, n. 1831.

xvi Così si esprime efficacemente Facci, op. cit. Si veda sul punto Cass. 2 agosto 1973, n. 2230; Cass. 7 novembre 1974, n. 3403, in Arch. civ., 1975, 53; Cass. 13 dicembre 1969, n. 3958, in Temi, 1970, 679.

xvii Così si esprime Facci, op. cit.

xviii Così Cassazione 05.06.1996 n. 6264 in Resp. Civ. prev., 1997, 1169

xix Cass. 27 gennaio 1999, n. 722, in Danno e resp., 1999, 1123, con nota di Lazzari; "Nello stesso senso anche Trib. Milano 25 marzo 1996, in Resp. civ. prev., 1997, 1170, con nota di De Fazio, Responsabilità del legale e perdita della chance di vincere il processo, secondo la quale "quand'anche il cliente abbia effettivamente incaricato il suo legale di proporre appello, la mancata interposizione dell'impugnazione non può di per sé generare responsabilità a carico del difensore, occorrendo dimostrare che l'appello, qualora azionato, avrebbe avuto serie probabilità di accoglimento". Si veda anche Trib. Roma 11 ottobre 1995, in Danno e resp., 1996, con nota di Cosentino, Colpa professionale dell'avvocato e chance di vittoria del cliente.

xx Cass. 5 aprile 1984, n. 2222, in Dir. prat. ass., 1985, 306

xxi Cass. sez. II, 11.8.2005, sent. n. 16846, in codice civile commentato, 2007, ed. Simone.

xxii Cass. 6 febbraio 1998, n. 1286, in Resp. civ. prev., 1998, 650, con nota di De Fazio, Responsabilità dell'avvocato: per la perdita del processo e per la perdita della chance di vincere il processo; in Danno e resp., 1998, 343, con nota di Magni, Responsabilità dell'avvocato per negligente perdita della lite tra certezza e probabilità di un diverso esito del giudizio; in Danno e resp., 1999, 441, con nota di Fabrizio-Salvatore, La colpa professionale dell'avvocato: in crisi la distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato; in Nuova giur. civ. comm., 1999, I, 358, con nota di Lepre, Nuovi spunti in tema di responsabilità civile dell'avvocato; in Foro it., 1998, I, 1917; in Foro pad., 1999, I, 2.

xxiii Cassazione civile sez. III, 6 febbraio 1998, n. 1286 in Giust. Civ. Mass. 1998, 269. Nella specie il difensore, costituitosi parte civile per l'offeso, non lo aveva informato dell'udienza dibattimentale, e perciò era stato dichiarata la decadenza della costituzione, nè aveva citato i testi ammessi sulla dinamica dell'incidente occorso al suo assistito e l'imputato era stato assolto con formula piena. Per un commento della sentenza si veda anche Grisafi, op. cit.

xxiv Per un primo commento della sentenza si veda Plenteda, Responsabilità dell’avvocato: la prova del nesso causale.


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