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Obblighi di assistenza familiare, abbandono morale, sussistenza e limiti
Cassazione penale , sez. VI, sentenza 24.07.2007 n° 30151

Gli obblighi di assistenza familiare possono essere violati anche nel caso di abbandono morale, e non solo nell’ipotesi di mancato mantenimento economico.

Tali obblighi nei riguardi dei figli non possono automaticamente cessare al raggiungimento della maggiore età, perdurando finchè i figli non abbiano completato gli studi e non abbiano trovato un’occupazione retribuita ovvero non abbiano raggiunto un accettabile livello di autosufficienza economica. (1-4)

(*) Riferimenti normativi: art. 570 c.p..
(1) In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare e dissesto economico, si veda Cassazione penale 23086/2007.
(2) Sul problema della sussistenza dell’obbligo di assistenza familiare nel caso di decadenza della potestà, si veda Cassazione penale 16559/2007.
(3) Nel senso che l’obbligo di contribuire al mantenimento del minore sorge con la nascita del figlio e non dal suo riconoscimento si è espressa Cassazione penale 7552/2007.
(4) Si veda anche l'eBook di E. Salemi: Violazione degli obblighi di assistenza familiare.

(Fonte: Altalex Massimario 12/2007. Cfr. nota su Altalex Mese)






SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 24 luglio 2007, n. 30151

(Presidente Di Virginio – Relatore Paoloni)

Fatto e diritto

1. – V. P. era tratto a giudizio innanzi al Tribunale di Monza per rispondere dei reati di : A) omessa esecuzione continuata di provvedimento giudiziario (artt. 81, 388 comma 2 c.p.) per aver eluso l’esecuzione di ordinanza del Presidente del Tribunale di Monza del 17.1.1991, decurtando l’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato S. L. e delle due figlie affidate alla madre; B) violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 comma 1 c.p.) perché, «disinteressandosi sotto il profilo affettivo ed educazionale delle figlie (estrinsecatosi nel rifiutare ogni contatto con le stesse), si sottraeva per sua colpa agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà di genitore e alla qualità di coniuge»; reati commessi in Cinisello Balsamo con permanenza attuale (data della sentenza).

All’esito dell’istruttoria dibattimentale del giudizio di primo grado, svoltosi in contumacia dell’imputato e nel quale si costituivano quali parti civili S. L. consorte divorziata dell'imputato e la figlia R. P., il Tribunale di Monza con l'epigrafata sentenza del 9.5.2005 assolveva il P. dal reato sub A) per non essere il fatto previsto dalla legge come reato, affermandone invece la penale responsabilità per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare sub B). Per l'effetto lo condannava alla pena di otto mesi di reclusione nonché al risarcimento del danno (da quantificarsi in separata sede civile) in favore delle due parti civili, cui assegnava provvisionale esecutiva di euro diecimila ciascuna, subordinando la sospensione condizionale della pena inflitta al P. al pagamento di detta provvisionale entro il termine di sei mesi dalla pronuncia della sentenza.

2. - Avverso tale sentenza del Tribunale ha proposto, attraverso il proprio difensore, ricorso immediato per cassazione ex art. 569 c.p.p. V. P., deducendo i seguenti cinque vizi di legittimità del provvedimento decisorio: 1) inosservanza o erronea applicazione dell'art. 570 comma 1 c.p. anche in relazione all'art. 147 c.c.; 2) mancanza o manifesta illogicità della motivazione risultante dal testo della sentenza; 3) inosservanza o erronea applicazione degli artt. 163 e 165 c.p. e mancanza o manifesta illogicità della motivazione sul punto anche in riferimento all'art. 539 c.p.p.; 4) inosservanza o erronea applicazione dell'art. 185 c.p. e mancanza o manifesta illogicità della motivazione; 5) improcedibilità dell'azione per difetto di rituale denuncia-querela.

Con successivo atto depositato presso la cancelleria di questa Sezione il 12.4.2007 il P. ad integrazione del proposto ricorso ha presentato "motivi nuovi" di gravame. Motivi con cui si approfondiscono ed estendono le tematiche censorie già formulate con il primo (erronea applicazione dell'art 570 comma 1 c.p.), il terzo (erronea applicazione dell'art. 165 c.p.) ed il quarto (erronea applicazione dell'art. 185 c.p.) motivo di ricorso.

Con atto datato 23.4.2007 (pervenuto alla cancelleria di questa Sezione il 26.4.2007) il difensore delle costituite parti civili ha presentato una memoria, con cui si contestano le prospettazioni critiche del ricorrente contro la sentenza del Tribunale di Monza, in particolare evidenziandosi le ragioni di inammissibilità del ricorso del P. siccome proposto anche per vizi motivazionali non deducibili con il ricorso per saltum (art. 569 comma 3) ed inoltre eccependosi l'asserita intempestività del gravame.

Con memoria o informativa pervenuta alla cancelleria centrale di questa Corte il 27.4.2007 il difensore del P. ed il P. personalmente hanno comunicato di rinunciare per intero al secondo motivo di ricorso nonché al terzo ed al quarto motivo di ricorso nelle parti relative al dedotto vizio di motivazione sui punti oggetto di rispettiva censura per violazione di legge. In sostanza il ricorrente ha rinunciato alle doglianze riconducibili alla previsione di cui all'art. 606 – comma 1 lett. e) – c.p.p. per la palese ricaduta di tale tipologia di censura sulla disposizione dettata dall'art. 569 comma 3 c.p.p..

3. - In via preliminare va affrontata la questione della tempestività dell'impugnazione del P. sollevata con la memoria delle parti civili, tanto più che lo stesso ricorrente adduce - in termini speculari - con i motivi nuovi depositati il 12.4.2007 (sebbene incidentalmente ad integrazione del terzo motivo di ricorso) di non aver ricevuto notifica dell'avviso di deposito della sentenza con il relativo estratto contumaciale.

La motivazione della sentenza del Tribunale di Monza del 9.5.2005, riservata entro il termine fissato dal giudice ai sensi dell'art. 544 comma 3 c.p.p., è stata depositata il 17.6.2005. Il termine per proporre impugnazione avverso la sentenza è, quindi, quello di 45 giorni decorrente dalla notificazione dell'avviso di deposito della sentenza a norma dell'art. 585, comma 1 lett. c) e comma 2 lett. d), c.p.p. (in rel. art. 548 comma 3 c.p.p.). Come si desume dall'esame degli atti pervenuti a seguito del ricorso (ostensibili a questo giudice di legittimità, vertendosi in tema di presunto error in procedendo), l'avviso di deposito della sentenza con il relativo estratto risulta ritualmente notificato ai sensi dell'art. 157 comma 8-bis c.p.p. a mani dell'allora difensore di fiducia dell'imputato in data 23.9.2005. Il ricorso per cassazione presentato dal nuovo difensore di fiducia del giudicabile (con allegata nomina in data 2.11.2005 del P., che quindi ha avuto piena contezza della sentenza nei termini per proporre impugnazione) è stato depositato - per gli effetti di cui all'art. 582 comma 2 c.p.p. - presso la cancelleria della sezione distaccata di Eboli del Tribunale di Salerno il 5.11.2005, da dove è stato immediatamente trasmesso al Tribunale di Monza.

Il ricorso proposto da V. P. è, per tanto, tempestivo.

Per tipologica sincronia valutativa va in questa sede affrontata, per i suoi impliciti effetti di pregiudizialità, l'ulteriore questione procedurale proposta dal ricorrente con riguardo alla asserita mancanza di rituale querela della persona offesa incidente sulla procedibilità del reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare per cui è intervenuta condanna in primo grado. La questione è delineata nel quinto ed ultimo motivo di ricorso, sostenendosi che dagli atti di causa è rilevabile la presenza di due atti di denuncia-querela delle persone offese, uno dei quali in data 18.5.1995 non reca sottoscrizioni dei proponenti, loro autentica o verbale di ratifica del pubblico ufficiale addetto alla ricezione, mentre il secondo atto, privo di data, reca la sola firma non autenticata di S. L. e si riferirebbe a questioni di natura economica «nulla dicendo in ordine al reato per cui vi è stata condanna». Laonde il ricorrente adduce difetto di formale querela e conseguentemente invoca l'annullamento della sentenza del Tribunale di Monza per improcedibilità del reato di cui all'art. 570 comma 1 c.p..

Dall'esame del compendio degli atti di causa, in vero parziale, pervenuti a questa Corte (anche in questo caso conoscibili per la natura della dedotta eccezione) si ricava che S. L. e la figlia R. P. hanno depositato presso gli uffici della Procura della Repubblica di Monza formale denuncia-querela nei confronti di V. P. per i fatti per cui è stato giudicato in primo grado. Il documento è allegato all'atto di costituzione delle due parti civili e, del resto, riscontro della sua esistenza e ritualità è offerto da un verbale di sommarie informazioni rese il 14.12.2002 dalla L. presso la Sezione di P.G. della Procura di Monza, nel quale la donna, espressamente richiestane, conferma per intero il contenuto della denuncia-querela da lei presentata.

Non è superfluo aggiungere che questa S.C. ha rilevato che in tema di formalità relative alla ricezione della querela deve escludersi che l'autorità ricevente debba sempre attestare espressamente il ricevimento dell'atto, essendo tale dovere correlato al diritto del querelante di ottenere la suddetta attestazione prevista dall'art. 107 disp. att. c.p.p. e non potendo perciò configurarsi un obbligo in tal senso anche in caso di mancata richiesta da parte dell'avente diritto. Con la conseguenza, quindi, che l'identificazione della persona che presenta l'atto di querela può essere desunta anche dalla sequenza in cui si snoda l'iter procedimentale (Cass. Sez. V, sent. 5.3.2004 n. 17662, De Silvio, rv. 229586).

Il quinto motivo del ricorso del P. è, per ciò, infondato. Il reato di cui all'art. 570 comma 1 c.p. era procedibile per l'esistenza di una rituale querela. Querela da correlarsi, come è ovvio, alla pacifica peculiare natura permanente del reato in esame, da cui si inferisce che la consumazione del reato non si verifica nel momento in cui si realizza la condotta omissiva integrante la fattispecie, ma si protrae per il tempo in cui dura l'omissione della prestazione dell'assistenza materiale e morale (omissione che può cessare, in uno alla permanenza del reato, per effetto di una condotta volontaria del reo che pone fine alla situazione antigiuridica oppure essere interrotta dalla pronuncia della sentenza di condanna di primo grado).

4. - Alla luce di quanto esposto in premessa, gli altri tre motivi di ricorso del P. possono riassumersi, ai sensi dell'art. 173 comma 1 disp. att. c.p.p., nel modo che segue.

Con il primo motivo, incentrato sull'erronea applicazione dell'art. 570 comma 1 c.p., il ricorrente lamenta l'impropria individuazione da parte del giudice di primo grado dei profili inerenti la condotta penalmente rilevante, la qualità delle persone offese e la specificazione degli obblighi di assistenza familiare. Sotto il primo aspetto indebitamente è stato apprezzato l'abbandono del domicilio domestico, situato dalla sentenza tra la fine del 1982 e l'inizio del 1983, contegno giustificato dalla separazione consensuale intervenuta tra il P. e la L. proprio in quel periodo, separazione poi sfociata della declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Consequenziale è, poi, il dato che l'ex consorte dell'imputato non poteva vantare diritti di sorta (coabitazione, assistenza) dopo lo scioglimento del vincolo coniugale. Con riguardo ai comportamenti diversi dall'abbandono del domicilio, segnatamente imperniati sul suo presunto non farsi più vivo e sul disinteresse mostrato verso le due figlie, la lettura offertane dalla sentenza di primo grado distorce - ad avviso del ricorrente - l'elemento oggettivo della fattispecie, atteso che gli obblighi penalmente sanzionati sono soltanto quelli che derivano da diritti-doveri di carattere materiale ed economico «che il codice civile attribuisce al consorzio familiare, seppure non disgiunti dalle implicazioni di carattere morale che dalla loro violazione conseguano». Esulerebbe dalla previsione dell'art. 570 c.p. ogni comportamento meramente morale che possa genericamente e/o deduttivamente rientrare nella generale nozione di assistenza familiare. Doverosamente letta alla luce dell'art. 147 c.c., l'assistenza evocata dall'art. 570 c.p. è per il ricorrente riferibile ai soli figli minori o, tutto al più, ai figli che pur maggiorenni non abbiano terminato gli studi o non abbiano un lavoro, non essendo altrimenti autosufficienti.

L'ulteriore inferenza è che il Tribunale ha esageratamente allargato i limiti funzionali e temporali degli obblighi giuridici facenti capo al genitore (la sentenza fa riferimento, ai fini del trattamento sanzionatorio, alla protrazione del reato per circa venti anni), tralasciando di considerare che da tempo le due figlie del ricorrente (una sola delle quali costituitasi parte civile) hanno raggiunto una propria autonomia lavorativa, reddituale e familiare (formando propri nuclei familiari anche con figli). Sicché il giudice avrebbe dovuto prendere riscontrare l'avvenuta cessazione della permanenza del reato e dichiararne la maturata prescrizione.

Con il terzo motivo di ricorso (per il secondo essendovi stata rinuncia), fondato sulla violazione degli artt. 163 e 165 c.p. in relazione all'art. 539 c.p.p., il ricorrente censura la disposta subordinazione della concessa sospensione condizionale della pena al versamento della provvisionale immediatamente esecutiva in favore delle parti civili, essendosi trascurato di considerare le finalità di prevenzione sociale dell'istituto (possibilità di ravvedimento dell'imputato) e soprattutto imponendosi un termine ristretto di adempimento (sei mesi) nonché concedendosi la provvisionale senza definire, ancorché in via equitativa, l'effettiva entità del danno di cui si è ritenuta raggiunta la prova.

Con il quarto motivo di ricorso (approfondito con i motivi nuovi) si deduce violazione dell'art. 185 c.p. per essere stati riconosciuti il risarcimento del danno e la provvisionale anche all'ex coniuge S. L., pur non potendo costei considerarsi persona offesa del reato di cui all'art. 570 comma 1 c.p. (asseritamente riguardante le sole figlie) a seguito dell'intervenuto proscioglimento dal concorrente reato di cui all'art. 388 comma 2 c.p., solo rispetto al quale la L. avrebbe potuto assumere la ridetta veste di persona offesa.

5. - Il primo motivo di ricorso è parzialmente fondato, individuandosi nella denunciata sentenza del Tribunale di Monza erronee o inespresse interpretazioni della legge penale afferenti all'analisi valutativa degli elementi storico-fattuali, modali e relazionali integranti la regiudicanda e, per ciò, meritevoli di essere sottoposti ad un più completo e doveroso vaglio del giudice del merito per gli effetti di cui all'art. 569 comma 4 c.p.p..

A. - Il Tribunale di Monza ha incluso quale condotta attuativa del contestato reato il repentino allontanamento del P. dal domicilio coniugale e familiare. Ora nessuno dubita che l'abbandono del domicilio familiare possa rientrare nella generica previsione normativa della violazione degli obblighi di assistenza familiare sotto la specie di condotta contraria all'ordine delle famiglie. Sennonché nel caso di specie la contestazione elevata nei confronti dell'imputato non reca menzione di siffatto comportamento del P.. Ma, anche sottacendo la latente tematica della correlazione tra accusa e sentenza (col sostenere che l'abbandono domiciliare rientri per implicito nell'enunciazione della condotta contraria all'ordine familiare presente in imputazione), il Tribunale non ha ritenuto di verificare se ed in quale misura la ridetta condotta dell'imputato si coniugasse alla specifica situazione di crisi coniugale, prima di fatto e poi giuridicamente ratificata, del rapporto matrimoniale tra il P. e la moglie (Cass. Sez. VI, sent. 20.9.1995 n. 11414, Incle, rv. 202987: «In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare, l'abbandono della casa coniugale è giustificato - e, quindi, non idoneo ad integrare la fattispecie criminosa di cui all'art. 570 c.p. - non soltanto quando segua la proposizione della domanda di separazione o di annullamento o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, considerate dall'art. 146 c.c. come giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare, ma anche quando esistano - a prescindere dalla proposizione di una delle dette domande giudiziali - ragioni di carattere interpersonale che non consentano la prosecuzione della vita in comune.»). E, in via subordinata e conseguente, non ha - quanto meno - chiarito quale collocazione temporale avesse assunto la non giustificata condotta di abbandono della casa coniugale da parte dell'imputato.

B. - Non possono condividersi le censure del ricorrente sulla pretesa dicotomia introdotta dal Tribunale tra assistenza materiale e assistenza morale, quali elementi strutturali della fattispecie criminosa, soltanto gli obblighi inerenti la prima (pur non privi di effetti morali indiretti) dovendosi reputare penalmente sanzionabili, dal momento che - anche alla stregua del consolidato indirizzo di questa Corte regolatrice - l'art. 570 comma 1 c.p. comprende condotte violatrici di esigenze di assistenza materiale ed altresì di assistenza soltanto morale. Di tal che - come correttamente ritenuto dal giudice di primo grado - commette il reato anche colui che si disinteressi completamente dei figli e del coniuge, sebbene separato, rendendosi inadempiente nei loro confronti circa gli obblighi di assistenza morale connessi alla sua qualità di coniuge e di padre (la somministrazione dei mezzi di sussistenza o sopravvivenza non esaurendo gli obblighi scaturenti da tali qualità). Tuttavia non può non rilevarsi che il Tribunale, pur differenziando le posizioni della moglie S. L. e delle due figlie R. ed Anna, non ha distinto il concreto atteggiarsi della condotta antigiuridica del P., individuata nel suo disinteresse per le figlie (nonostante il grave disagio psicologico vissuto dalla figlia Anna, di cui era edotto) e - in ultima analisi - nel suo "sparire" dall'orizzonte affettivo e relazionale delle tre donne e soprattutto delle figlie, correlandolo alle specifiche posizioni della L. e delle due figlie e non ne ha precisato la concreta incidenza lesiva rispetto ad ognuna delle tre persone offese. Anzi, nell'onnicomprensiva valutazione del disvalore della condotta del P., il Tribunale ha introdotto una sorta di nebulosa ricostruttiva dell'elemento materiale del reato, finendo per accreditare il rilievo di violazione dell'art. 570 comma 1 c.p. espresso dal ricorrente quando adduce la confusione operata dal giudicante tra obblighi di assistenza morale e obblighi morali di assistenza, non prevista dalla legge e violatrice della necessaria verifica di specificità della tipizzazione normativa del reato nel caso concreto sottoposto al suo giudizio.

C. - Fermo restando che fino ad un certo periodo (che, però, il Tribunale non si cura di indicare), collegabile alla definitiva chiusura del vincolo coniugale, la condotta omissiva del P. investe anche la posizione della moglie, il Tribunale - ancora nell'inosservanza del dovere di specificità ricostruttiva dei fatti - non ha affrontato la problematica della durata dell'apprezzabilità del contegno omissivo del P. verso le due figlie dopo il rispettivo superamento della minore età. Non v'è dubbio che gli obblighi di assistenza del singolo genitore nei riguardi dei figli non possano automaticamente cessare al raggiungimento della maggiore età, perdurando finché i figli non abbiano completato gli studi e/o non abbiano trovato una occupazione retribuita ovvero non abbiano raggiunto un accettabile livello di autosufficienza economica (solo a tal punto venendo in gioco, parafrasando il ricorso, meri obblighi etici giusnaturalistici di assistenza o solidarietà da parte del genitore). Nondimeno non è possibile evocare la natura permanente del reato per accreditare una impropria sorta di imperitura sussistenza del reato ex art. 570 comma 1 c.p. (alla data della sentenza, nel 2005, R. ed Anna P. hanno già raggiunto, rispettivamente, la non più verdissima età di 36 e di 34 anni). Si rendeva, quindi, doveroso per il giudice di merito verificare la temporalità della condotta violatrice degli obblighi assistenziali da parte dei P. in rapporto alla evoluzione (una volta divenute maggiorenni) delle peculiari situazioni individuali delle due persone offese. Verifica vieppiù necessitata, al pari di quelle sottese ai precedenti profili sub A) e sub B), in riferimento alla definizione della data di cessazione del reato (recte della permanenza criminosa) per l'evidente incidenza - tenuto conto del lungo sviluppo delle vicende costituenti la regiudicanda - sulla ipotizzabile estinzione del reato per prescrizione. Verifica che poteva e deve essere effettuata sulla base di valutazioni di elementi fattuali precluse in questa sede di legittimità (anche per la tipologia del gravame ex art. 569 c.p.p.).

I precedenti rilievi investono segmenti essenziali della fattispecie ascritta al P. (rivelatori della sua stessa sussistenza) e determinano la cassazione dell'impugnata sentenza, assorbendo gli altri due residui motivi di ricorso (apprezzabili solo come diretta conseguenza dei profili tematici appena trattati) e rendendone ultroneo l'esame in questa sede.

È opportuno rimarcare che i rilievi esposti paiono celare difetti che impongono vizi di motivazione del provvedimento decisorio oggi annullato, astrattamente sussumibili nell'alveo dell'art. 606, comma 1 lett. a), c.p.p. ed, in quanto tali, non valutabili in presenza di un ricorso immediato per cassazione. Così non è, sol che si osservi che non si è alla presenza di carenze, contraddizioni o illogicità del percorso motivazionale della sentenza, quanto piuttosto e semplicemente di lacune che individuano veri e propri vuoti di motivazione riconducibili nell'ampio genus della violazione di legge (art. 606, comma 1 lett. b e lett c, c.p.p.) in virtù del combinato disposto degli artt. 570 c.p., 111 comma 6 Cost. e 125 comma 3 c.p.p., postulanti che ogni provvedimento giurisdizionale sia sorretto da motivazione.

Conclusivamente deve annullarsi l'epigrafata sentenza del Tribunale di Monza, rinviando gli atti - per un nuovo giudizio di merito che dissolva le segnalate carenze - alla competente Corte di Appello di Milano ai sensi dell'art. 569 comma 4 c.p.p..

P.Q.M.

La Corte di Cassazione annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio alla Corte di Appello di Milano.

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