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Vita nascente: statuto giuridico del concepito e confine tra Soggetto e Persona
Articolo 08.11.2007 (Giuseppe Buffone)



La tutela della vita nascente

Lo statuto giuridico del concepito al confine tra Soggetto e Persona

di Giuseppe Buffone

Sommario: 1. capacità giuridica: teoria organica. - 1.b. Soggetto e persona - 2. la Nascita. - 3. il Concepito. - 4. interessi non patrimoniali - 5. danno da procreazione. - 6. diritto ad avere i genitori - 7. diritto a non nascere se non sani

[1] E’ addirittura paradossale riconoscerlo, ma ciò attorno a cui ruota l’ordinamento giuridico tutto rappresenta ancora oggi un volto non compiutamente svelato, un concetto per molti aspetti evanescente: la Persona, con specifico riguardo alla fase intrauterina dell’esistenza umana.

Nell’ordinamento giuridico vigente, ai fini della titolarità delle situazioni giuridiche soggettive (e quindi dell’imputazione del rapporto giuridico), è necessario il preliminare acquisto della capacità giuridica1. L’istituto si traduce nella capacità del soggetto di essere titolare di diritti e destinatario di doveri: la possibilità, quindi, di essere un centro di interessi cui imputare situazioni giuridiche soggettive. L’esercizio delle situazioni de quibus, invece, si traduce nell’idoneità ad attuare i diritti ed a svolgere le attività negoziali (capacità d’agire). Stretto ed essenziale, perciò, il rapporto tra soggetto e capacità, seppur, al riguardo, si siano nettamente distinti due autorevoli orientamenti dottrinali. Per un verso, autorevole voce di dottrina, ha sostenuto che le norme giuridiche siano norme di condotta che presuppongono un comportamento e quindi un soggetto. Questo, il soggetto, sarebbe centro dell’ordinamento ed il destinatario di tutte le norme: soggettività e capacità giuridica – in siffatta orbita - coincidono, (teoria organica). Per altra dottrina, sulla scia del formalismo di Kelsen, il soggetto sarebbe una mera presenza nella norma, al pari di tutti gli altri elementi formali, senza necessità di una sua autonomia al di là della norma stessa, (teoria atomistica). Se anche il secondo orientamento ha avuto il consenso in ambito di diritto internazionale pubblico, per quanto concerne il diritto civile, la teoria organica si è imposta in modo quasi del tutto pacifico. Ciò premesso, il presupposto logico – giuridico della tutela di un soggetto è la sua esistenza che coincide con l’acquisto della capacità giuridica, (generale). La ratio di questa disciplina risiede nella primaria necessità per l’ordinamento di individuare e riconoscere i soggetti cui esso si riferisce e che da esso meritano tutela: i soggetti – capaci giuridici sono coloro che rappresentano personalmente l’ordinamento stesso. Ma quali sono i soggetti2 del diritto di cui l’ordinamento si occupa?

[1.b] Una precisazione è d’obbligo: nell’ambito della teoria della soggettività giuridica3, opportunamente si distingue tra persona, in senso proprio, e soggetto, in senso tecnico. I due concetti non coincidono anche se possono, ovviamente, sovrapporsi. La questione non è irrilevante: proprio con riguardo allo statuto4 giuridico del concepito5 essa assume primaria importanza. Ed, infatti, pur ammettendo che lo stesso non sia “persona” intesa in senso statico, è pur vero che lo stesso, forse, potrebbe bene essere considerato “soggetto”. Certo è, come evidenziato dalla migliore dottrina, che il nascituro ha “la speranza di divenire persona” (V. Donato)6 e, pertanto, può essere tutelato quale connotazione della persona intesa dinamicamente ovvero quale “tutela della vita nascente”7. Ad ogni modo, il concepito è punto di riferimento di norme giuridiche ma, invero, difficilmente può essere definito “persona”, in senso tecnico – giuridico, senza ovviamente, alcun giudizio di valore etico o morale nell’affermazione in parola. La capacità giuridica sembra, in alcuni casi, prescindere dall’”essere” persona. Si potrebbe allora distinguere come se la capacità fosse una qualità che attiene al soggetto ma può sussistere anche quando questo “persona” non è. Così si rende il concetto di capacità indipendente ed il concepito, dunque, sarebbe una mera soggettività (V. Donato).

Siffatta impostazione sembra, peraltro, recepita dal legislatore che, in un testo normativo di recente conio, ha espressamente preso posizione in materia di status giuridico del concepito (anche nella fase embrionale8). La Legge 19 febbraio 2004, n. 40 recante "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita", all’art. 1 (finalità), infatti, così recita: “Al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. Con questo enunciato normativo, ictu oculi, il disposto riconosce al concepito expressis verbis la natura giuridica di soggetto; richiamando quanto sin qui detto ciò non comporta, al contempo, il riconoscimento a siffatto soggetto della natura di “persona” ma, ovviamente, ne comporta l’inscrizione nel novero delle soggettività giuridiche i cui interessi sono presi in considerazione dall’ordinamento giuridico.

[2]. Per quanto concerne la disciplina di diritto comune, ai sensi dell’art. 1 del codice civile, la capacità giuridica si acquista al momento della nascita, fatto – fonte della capacità di imputazione delle situazioni giuridiche soggettive. Il problema, in verità, che si sono sempre posti autori della dottrina e la giurisprudenza sin dall’origine dell’istituto, è stato la individuazione del momento a quo della nascita e quindi la sua definizione in termini il più possibile efficaci a livello giuridico. La prima autorevole diatriba risale all’epoca repubblicana dell’antica societas romana; per i Sabiniani la nascita avveniva con qualsiasi segno di vita mentre per i Proculiani era necessario che il neonato emettesse un vagito. Superati i contrasti attraverso il ricorso alla scienza, parametro di certezza, risulta oggi consolidato e pacifico l’indirizzo che riconduce la soluzione ai criteri medico – legali per l’accertamento della vita del neonato. Si ha la nascita, quindi, quando ricorrono due importanti presupposti: la fuoriuscita del feto dall’alveo materno ed il compimento di un atto respiratorio; sono i due connotati che delineano l’autonomia vitale del nascituro, che, se anche morisse subito dopo il primo respiro, sarà considerato come nato e morto. In realtà, per parte della dottrina, sarebbe necessaria anche la prova della vitalità, ovvero la circostanza per cui il neonato abbia vissuto per almeno 180 giorni di vita intrauterina. Il requisito, tuttavia, non è richiesto dalla giurisprudenza. Questa, infatti, si è adeguata ai criteri scientifici di accertamento della nascita, anche attraverso il ricorso alle cd. prove docimasiche, senza, tuttavia, prevedere una disciplina del tutto identica. Sarà, pertanto, sufficiente, separazione materiale dalla madre ed il respiro. Differentemente dalla cultura antica, non è rilevante lo stato somatico del nascituro o lo stato di salute dello stesso: quand’anche si tratterà di un monstrum, (soggetto deforme, secondo il diritto romano), questi avrà capacità giuridica. Quando detto sino ad ora, tuttavia, non è esaustivo della disciplina prevista dal nostro codice. L’art. 1 c.c. , infatti, al comma II, prevede che “i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Si introduce, insomma, una figura soggettiva che, secondo i canoni del codice stesso, non è una persona – soggetto e non ha capacità giuridica. Come ne possa, perciò, discendere una tutela ha creato non poche diatribe.

[3]. Il concepito è l’essere umano allo stato primordiale del suo sviluppo biologico, ed in senso giuridico, la definizione comprende tutto il periodo che precede la nascita: prima di essere nato, il concepito non ha capacità giuridica e tutti i diritti riconosciuti dipendono da quell’evento. L’argomento è stato inevitabilmente influenzato dall’evoluzione storica del diritto e della società che ha portato ad una maggiore conoscenza scientifica e ad una maggiore esigenza di tutela della dignità e dell’uomo. Ma il problema è proprio capire quando si possa parlare di essere vivente, di persona umana, e, al di là di mere scoperte biologiche, quando se ne possa parlare in relazione ad una reazione dell’ordinamento. La tematica, infatti, comprende problematiche di bioetica, di politica, di scienza e di religione: il diritto, per quanto possibile, deve cercare di rimanere puro ed estraneo ad ideologie orientate o finalizzate ad un fine diverso da quello della tutela stessa. Nel nostro ordinamento in tanto si ha capacità giuridica in quanto si nasca. Per dottrina prevalente, il concepito non acquista capacità giuridica finché non è nato. Altra teoria contesta questa impostazione sostenendo che al concepito vengano in modo non equivoco riconosciuti diritti, cosicché se ne riconosce implicitamente la soggettività e la capacità. Si critica questa tesi sulla base di riscontri univoci: se, infatti, a titolo di esempio, in capo al concepito sussistesse capacità giuridica, allora alla sua morte dovrebbe conseguire una successione: ma così non è .La giurisprudenza della Cassazione non ha avuto modo di occuparsi in modo dettagliato dell’argomento, se non per alcuni profili, ed ha trattato della quaestio, spesso, attraverso obiter dicta. La soluzione, infine, sposata sembra ragionevole: il concepito sarebbe tutelato come un’aspettativa legittima, in ragione dei principi fondamentali del nostro sistema. Per altri, invece, si dovrebbe parlare di soggettività attenuata. Un’altra giurisprudenza, peraltro, ha ricostruito l’istituto in termini di capacità giuridica provvisoria. Altro indirizzo interessante ha parlato di acquisto della capacità giuridica in modo retroattivo in quanto l’art. 1 c.c. prevedrebbe, di fatto, una condizione sospensiva che, realizzata, determina l’acquisto ex tunc e non ex nunc. E’ opportuno, a questo punto, analizzare quali siano stati gli spunti che hanno portato i giuristi a riconoscere la rilevanza giuridica del concepito. Si tratta di interessi patrimoniali e non patrimoniali. Innanzitutto il concepito ha capacità di succedere ai sensi dell’art. 462 c.c. e può essere destinatario di una donazione (art. 784 c.c.): questo è rappresentato dai genitori ai sensi dell’art. 320 c.c. In entrambi i casi, tuttavia, si parla sempre di interesse del nascituro e non diritto: si ritiene, infatti, che l’acquisto del diritto sia sottoposto ad una condizione sospensiva coincidente con la nascita. Se il nascituro indicato come successore non nasce, non erediterà nulla dal de cuius; se destinatario di una donazione non verrà alla luce, anche in questo caso non acquisterà alcun diritto. La tutela degli interessi patrimoniali del concepito, quindi, assume la forma della tutela di un aspettativa, ed è una sorta di tutela medio tempore con funzione conservativa e di garanzia. Il nascituro, inoltre, è possibile destinatario dei benefici ex art. 85 d.p.r. 1124/1965 ed ex art. 21, II legge 990/1969 (oggi v. d.lgs. 209/05), normative di riferimento rispettivamente per gli infortuni sul lavoro e la responsabilità per danni da sinistri stradali (oggi si veda il cd. Codice delle Assicurazioni private).

[4]. Il problema maggiore si pone in relazione agli interessi non patrimoniali che non trovano una disciplina organica o specifica e devono essere trattati in relazione ai principi generali dell’ordinamento. All’inizio si riteneva che non potesse essere riconosciuto alcun diritto non patrimoniale al concepito, sulla base di due considerazioni: innanzitutto le norme che riconoscono tutela al nascituro sono di carattere eccezionale e quindi tassative, (per cui se ne poteva parlare solo in relazione agli artt. 254 e 261 c.c.), secondariamente non avendo capacità giuridica non è un soggetto destinatario dei diritti stessi. L’argomentazione è stata superata rilevando che, subentrata la Costituzione, il codice civile deve adeguarsi ai principi fondamentali dello Stato che, in determinate norme prevedrebbe un riconoscimento ufficiale di alcuni “diritti” del concepito. Nello specifico si è così – innanzitutto - parlato di “diritto a nascere sano”9, che troverebbe il suo fondamento negli artt. 2 e 32 della Costituzione10. La situazione giuridica soggettiva in esame integrerebbe un vero e proprio diritto del nascituro, inteso a tutelarne l’integrità psico-fisica, quindi la salute: una tutela, cioè, in funzione della nascita affinché la stessa recasse con sé uno stato di benessere. La tesi è stata, medio tempore, supportata da rilevanti modifiche a livello di diritto interno ed esterno: la comunità europea da un lato ha sensibilizzato verso una maggiore tutela dell’embrione e del feto, usciti dalla categoria delle “cose” per entrare in quella delle “strutture bioniche umane”. Dall’altro la normativa interna ha introdotto un riconoscimento formale del nascituro: con la legge sull’aborto (rectius: interruzione della gravidanza), art. 1 legge 194/78 e con la normativa in materia di consultori familiari, art. 1 legge 405/75. Ad oggi, quindi, il “diritto del concepito a nascere sano” può dirsi del tutto pacifico in giurisprudenza, seppure siano ancora contrastanti gli indirizzi in relazione agli strumenti di tutela. Del tutto significativa è poi la legge 40 del 2004 che, secondo taluni, avrebbe scritto una importante pagina in materia di status giuridico del nascituro. La normativa in esame, infatti, all’art. 1 afferma: “al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito. La disposizione normativa, expressis verbis, inscrive il concepito nel registro dei “soggetti”. Certo, siffatta locuzione non risolve il problema afferente alla configurabilità, in caso di concepito – ma anche in caso di embrione – di un soggetto definibile come “persona umana”.

[5]. Che sia inteso come soggetto o come persona, è indubbio che al concepito va riconosciuto il diritto a nascere sano con tutela anche nella fase intrauterina, a prescindere dall’esistenza (condicio sine qua non, però, per esercitare il diritto stesso). Dubbio è, invece, se possa o meno riconoscersi tutela anche nella situazione complessa del cd. danno da procreazione11: ci si chiede, cioè, se sia risarcibile il danno del nascituro nato malato per effetto della malattia trasmessa dai genitori (che è comunque un pregiudizio al diritto a nascere sano). Si tratta, più specificamente, dell’eredocontagio ovvero della trasmissione di una patologia dalla madre al feto per il tramite del sangue placentare. Autorevole dottrina ha contestato aspramente pronunce giurisdizionali che condannavano il genitore che - cosciente della malattia - aveva deciso di avere un bambino, nato poi, a sua volta con una patologia trasmessa: secondo la critica mossa, sarebbe un paradosso condannare un fatto che è contemporaneamente fonte della nascita che da la vita e fonte della condotta che determina la patologia (si pensi al bimbo nato da malattia veneria trasmessa dalla madre). Vorrebbe, inoltre, significare che è meglio la non – vita alla vita “viziata”, o addirittura che alcune coppie non dovrebbero avere capacità di procreare. Il danno da procreazione risulta ad oggi rigettato in modo quasi maggioritario e pacifico per la giurisprudenza, che ritiene il diritto alla procreazione un diritto inviolabile della persona e perciò improduttivo di fatti ingiusti. Sulla stessa considerazione che la stessa legge sull’aborto tra madre e nascituro, fa prevalere la tutela della madre, poiché già in vita, (come sancito da una autorevole sentenza della Corte Costituzionale).

[6]. Danno risarcibile12, invece, è stato ritenuto quello alla salute cagionato da terzi o dai genitori ma non per effetto della procreazione: i danni che subisce il concepito durante la vita intrauterina, cioè, sono risarcibili dopo la nascita dello stesso13. Per un orientamento, tuttavia, non sarebbe possibile risarcire i danni non patrimoniali in quanto il feto non è capace di soffrire. La giurisprudenza ha superato questa obiezione sostenendo che sia invece risarcibile ma dal momento in cui, una volta nato, il soggetto percepisca la sofferenza conseguente al fatto lesivo della sfera soggettiva. Il caso specifico è quello dell’uccisione del genitore del concepito14: se venga uccisa la madre, la morte conseguente del nascituro non è risarcibile, mentre se muoia il padre, questa perdita si. Il discrimine, a ben vedere, è lo stesso degli interessi patrimoniali, poiché il risarcimento consegue alla nascita: per questo sarà risarcibile l’uccisione del padre, ma solo se il nascituro nasca, (cosa praticamente impossibile in caso di decesso della madre). Ma per giungere a questa considerazione è stato necessario superare diverse obiezioni, alcune radicate nella tradizione storica interpretativa di alcuni istituti. Innanzitutto si faceva notare che l’evento dannoso seguiva il fatto ingiusto dopo un lungo lasso di tempo, in violazione della presunta necessaria contemporaneità tra fatto ed evento ai fini del danno ingiusto ex art. 2043 c.c.. L’obiezione è stata superata sia dalla giurisprudenza che dalla dottrina, sulla base di una interpretazione ragionevole e corretta dell’istituto ex art. 2043 c.c. e, tra l’altro, valorizzando la categoria dei cd. danni lungolatenti15: l’elemento della contemporaneità non è elemento della responsabilità aquiliana ma soprattutto non è più da considerarsi, l’art. 2043 c.c., come norma destinata alla riparazione delle lesioni dei soli diritti, riguardando anche gli interessi legittimi ed ogni situazione giuridica soggettiva meritevole di tutela, (Cass. SS.UU. 500/1999). La censura è stata superata anche sulla base della ricostruzione dell’istituto sul piano causale: fatto – evento ed evento – effetti sono due momenti della fattispecie che vengono regolati, il primo rapporto ex artt. 40 – 41 c.p. ; il secondo ex art. 1223 c.c. (per il richiamo operato dall’art. 2056 c.c.). Il fondamento della tutela accordata in caso di perdita del genitore è da rinvenire nel diritto del concepito ad avere i genitori, ex artt. 30 e 31 della Costituzione, altro valore costituzionale, quindi, che supera il limite dell’art. 1 c.c. Tra l’altro l’art. 32 cost. parla al I comma di “individui” e non persone, termine più ampio di proposito adottato nel comprendere anche le figure soggettive diverse dalla persona umana16. Ne discende, per quanto sin qui affermato, che bene sarà risarcito il danno non patrimoniale in capo al concepito, quaestio juris che orbita nel generale problema del “già e non ancora”17 nella responsabilità civile.

[7] Controverso è, invece, se sia o meno configurabile e, perciò, tutelabile un “diritto a non nascere se non sano” in capo al concepito. Questi, per esempio, i fatti. In taluni casi una madre non viene informata correttamente dello stato di salute del feto nell’embrione e, in particolare, delle gravissime malformazioni da cui lo stesso affetto. Ciò in quanto il ginecologo ha omesso di effettuare la sua prestazione con diligenza (es. errato esame ecografico). La madre, sicura di dare alla luce un figlio sano, partorisce un neonato tremendamente deforme che, in condizioni tali, si appresta a vivere una vita struggente (“wrongful life”, definita dalla dottrina anglosassone). Dinnanzi ad una nascita “indesiderata”, la madre – in rappresentanza del figlio – agisce contro il ginecologo chiedendo che sia condannato al risarcimento del danno: sostiene, in sintesi, che se ella avesse saputo dello stato del figlio, sicuramente avrebbe interrotto la gravidanza evitando al bimbo una vita sofferente. Chiede, cioè, che venga riconosciuto al bimbo un diritto a non nascere se non in condizioni di salute. Ma è ipotizzabile un diritto a non nascere se non sani? La più recente giurisprudenza è di contrario avviso (Cass. civ. 14488/200418). Diversi i motivi per cui non sarebbe configurabile un diritto in capo al concepito a non nascere: in primo luogo si eccepisce la mancanza di capacità giuridica in capo al nascituro; in secondo luogo si offrono argomenti concreti: come desumere la volontà di non nascere? Un diritto del genere, inoltre, sarebbe contrario al diritto alla vita ex art. 2 cost. e sarebbe comunque, se ammesso, un gesto simile all’eutanasia per cui, inammissibile nel nostro diritto civile, (atti di disposizione del proprio corpo vietati, art. 5 c.c.). Di recente la legge 40/2004 ha introdotto una disciplina per la procreazione assistita che introduce un capo rubricato “tutela del nascituro”, ma, come è facile notare, non riguarda la tutela diretta del concepito; sembrerebbe, tuttavia, deporre nel senso da escludere il diritto in parola. Sempre recentemente, una esemplare pronuncia della Suprema Corte di Cassazione ha direttamente affrontato l’ammissibilità di un diritto del concepito a non nascere se non sano, cd. wrongful life. La questione è stata affrontata e risolta dalla Corte di Cassazione in un arresto recente – sentenza 16123/200619 - avente ad oggetto un caso del tutto simile a quello risolto da Cass., 29/4/2004, n. 14488. In siffatto arresto, la Suprema Corte. afferma che l'ordinamento positivo tutela il concepito e l'evoluzione della gravidanza esclusivamente verso la nascita, e non anche verso la "non nascita", essendo pertanto al più configurabile un "diritto a nascere" e a "nascere sani", suscettibile di essere inteso esclusivamente nella sua positiva accezione, sia sotto il profilo privatistico della responsabilità contrattuale o extracontrattuale o da "contatto sociale", sia sotto il profilo latamente pubblicistico, della predisposizione di tutti gli istituti normativi e di tutte le strutture di tutela, cura e assistenza della maternità idonei a garantire (nell'ambito delle umane possibilità) di nascere sano. E’ esclusa invece la configurabilità in capo al concepito di un "diritto a non nascere" o a "non nascere se non sano", poiché dal combinato disposto degli artt. 4 e 6 della legge n. 194 del 197820 si evince che: a) l'interruzione volontaria della gravidanza è finalizzata solo ad evitare un pericolo per la salute della gestante, serio (entro i primi 90 giorni di gravidanza) o grave (successivamente a tale termine); b) trattasi di un diritto il cui esercizio compete esclusivamente alla madre; c) le eventuali malformazioni o anomalie del feto rilevano esclusivamente nella misura in cui possano cagionare un danno alla salute della gestante, e non già in sé e per sé considerate (con riferimento cioè al nascituro). E come emerge ulteriormente:

a) dalla considerazione che il diritto di "non nascere" sarebbe un diritto adespota (in quanto ai sensi dell'art. 1 cod. civ. la capacità giuridica si acquista solamente al momento della nascita e i diritti che la legge riconosce a favore del concepito - artt. 462, 687, 715 cod. civ. - sono subordinati all'evento della nascita, ma appunto esistenti dopo la nascita), sicché il cosiddetto diritto di "non nascere" non avrebbe alcun titolare appunto fino al momento della nascita, in costanza della quale proprio esso risulterebbe peraltro non esistere più;

b) dalla circostanza che ipotizzare un diritto del concepito a "non nascere" significherebbe configurare una posizione giuridica con titolare solamente (e in via postuma) in caso di sua violazione, in difetto della quale (per cui non si fa nascere il malformato per rispettare il suo "diritto di non nascere") essa risulterebbe pertanto sempre priva di titolare, rimanendone conseguentemente l'esercizio definitivamente precluso.

La Cassazione. ne trae, quale corollario, la conseguente esclusione della configurabilità ed ammissibilità del c.d. aborto "eugenetico", prescindente dal pericolo derivante dalle malformazioni fetali alla salute della madre, rilevando che l'interruzione della gravidanza al di fuori delle ipotesi di cui agli artt. 4 e 6 legge n. 194 del 1978 (accertate nei termini di cui agli artt. 5 ed 8), oltre a risultare in contrasto con i principi di solidarietà di cui all'art. 2 Cost. e di indisponibilità del proprio corpo ex art. 5 cod. civ., costituisce reato anche a carico della stessa gestante (art. 19 legge n. 194 del 1978). E’ per converso il diritto del concepito a nascere, pur se con malformazioni o patologie, ad essere propriamente - anche mediante sanzioni penali - tutelato dall'ordinamento.

Alla luce di tutto quanto sin qui detto, è abbastanza chiaro che la materia in esame – seppur così rilevante in quanto involgente diritti della persona orbitante nella sfera esistenziale – è per gran parte frutto di un diritto di matrice pretoriale a conferma, peraltro, che – come sostenuto da grande Autore – l’ordinamento non è: l’ordinamento si fa” (Betti).

__________________

1 Autorevole, in argomento, la dottrina di Perlingieri, Il diritto civile nella legalità costituzionale, Napoli 1991.

2 Bianca Diritto civile I, la norma giuridica, i soggetti, Giuffrè, Milano, 1993.

3 Per un panorama autorevole sulla teoria del soggetto, v. Falzea, Il soggetto nel sistema dei fenomeni giuridici, Milano, 1939; Teoria generale, in Enc. dir., VI, Milano, 1960.

4 Busnelli., Lo statuto del concepito, in Dem. dir., 1988.

5 Baldini G., Il nascituro e la soggettività giuridica, in Dir. fam. e pers., 2000, II.

6 V. Donato; da ultimo, l’autore si sofferma sul fondamento assiologico del consenso informato, in Contributi di diritto civile, Torino, 2004, 21.

7 Biscontini G., Ruggeri L., La tutela della vita nascente. A proposito di un recente progetto di legge, Università degli Studi di Camerino, Scuola di specializzazione in diritto civile, Napoli, E.S.I., 2003.

8 Per quanto concerne l’embrione, nella fase intrauterina ed in quella extrauterina, Grasso, Sulla soggettività del concepito e dell'embrione prodotto in vitro, in Dir. e giur., 1997.

9 Venneri, Diritto del nascituro a nascere sano, in Rass. dir. civ. comm., 1994, fasc. 4.

10 Sull’argomento, Coviello, La tutela della salute dell'individuo concepito, in Dir. fam e pers., 1978.

11 “Danno da procreazione” è il danno trasmesso al nascituro al momento del concepimento, come ad es. la trasmissione di una malattia genetica. Questo danno non è risarcibile, perché vorrebbe dire riconoscere un diritto a nascere da genitori sani e così un dovere in capo ai genitori non sani di non procreare. Tuttavia per alcuni orientamenti si avrebbe comunque una forma di responsabilità in capo ai genitori, in caso di colpa, (es. malattie infettive). In argomento, Ferrando, Libertà, responsabilità e procreazione, Cedam, Padova, 1999; Rescigno, Il danno da procreazione, in Riv. dir. civ., 1956, I.

12 In materia: ZENO ZENCOVICH V., Il danno al nascituro, in Nuova giur. civ. comm., 1994, fasc. 5, I.

13 In argomento, v. Carusi., Responsabilità contrattuale ed illecito anteriore alla nascita del danneggiato, in Giur. it., 1994, fasc. 4, I, I.

14 Caferra, Il danno morale del nascituro per l'uccisione del genitore, in Foro it., 1974, I.

15 In materia di danni e responsabilità, per un’analisi assolutamente completa e recente v. L. Viola, Tractatus dei danni, 2007 Halley.

16 Con riguardo alla salute del concepito, si veda Coviello, opera cit..

17 Morozzo Della Rocca, Il danno morale al concepito, ovvero il ''già e non ancora'' nella responsabilità civile, nota a Cass., sez. IV, 13-11-2000, in Corr. giur., 2001, n. 3.

18 Cass. civ., sez. III, 29/07/2004, n.14488 in Mass. Giur. It., 2004.

19 In: Cassazione, CED, 2007.

20 Quanto al testo normativo in parola v. ZANCHETTI M., La legge sull'interruzione volontaria della gravidanza, Commentario a cura di M. Bianca, Padova, 1992.



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