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Separazione e divorzio, accordi tra coniugi, vizi del consenso o simulazione
Cassazione civile , sez. I, sentenza 22.11.2007 n° 24321

Separazione e divorzio - accordi tra coniugi – vizi del consenso o simulazione – giudizio camerale – inammissibilità – azione di annullamento – ammissibilità [art. 710 c.p.c.]

In tema di accordi tra i coniugi in vista della separazione, eventuali vizi del consenso e una eventuale simulazione dell’accordo, non sono deducibili attraverso il giudizio camerale ma attraverso un giudizio ordinario, secondo le regole generali, in particolare, deve ritenersi ammissibile l'azione di annullamento della separazione consensuale omologata per vizi della volontà.

(Fonte: Altalex Massimario 26/2007. Cfr. nota di Ermelinda Biesuz)






SUPREMA CORTE DI CASSAZONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 22 novembre 2007, n. 24321

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso in data 9.10.2002, E. V. chiedeva al Tribunale di Roma di modificare le condizioni della separazione consensuale dal marito R. M. S., pattuite con verbale in data 1.8.2000, omologato il successivo 8.8.2000, vuoi quanto alla convenzione di futura vendita (programmata per il periodo compreso tra il dicembre del 2001 ed il giugno del 2002) dell'immobile di proprietà comune (sito alla Via Sant'Erasmo n.31) già adibito a casa familiare ed assegnato alla stessa V., vuoi quanto alla misura del contributo di mantenimento stabilito, in favore suo e della figlia Cecilia, in lire 4.000.000 ed in lire 5.000.000 mensili rispettivamente, deducendo, sotto il primo profilo, la necessità, nell'interesse della minore affidatale, di sentir conservare l'assegnazione dell'alloggio in questione e, sotto il secondo profilo, il sopravvenuto miglioramento delle condizioni economiche del S..

Il Giudice adito, con decreto in data 19.3.2003, respingeva il ricorso, ravvisando nella pattuizione relativa alla vendita dell'immobile in parola un accordo insuscettibile di formare oggetto del procedimento di revisione ex art.710 c.p.c. e ritenendo la misura del mantenimento convenuto in sede di separazione tuttora adeguata alle esigenze della madre e della figlia.

Avverso la decisione, proponeva reclamo la V., assumendo che la pattuizione anzidetta incidesse sul diritto indisponibile della minore a conservare l'abitazione, la quale costituiva il centro dei suoi affetti, sì da rientrare, sotto tale aspetto, nell'ambito degli accordi stipulati in funzione della separazione, dì cui sì poteva domandare la successiva modifica, nonché deducendo, quanto alla richiesta di aumento del contributo posto a carico del S., che l'intervenuta cessazione del rapporto di lavoro intrattenuto dal marito con la Banca Fideuram aveva comportato la corresponsione di una rilevante somma a titolo di liquidazione, la quale giustificava la nuova determinazione del contributo medesimo, al fine di riequilibrare le rispettive condizioni economiche dei coniugi e di far fronte alle crescenti esigenze della vita di Cecilia.

Resisteva nel grado il reclamato, ribadendo la correttezza delle valutazioni del primo Giudice, anche per ciò che riguardava la richiesta di aumento dell'assegno a proprio carico, in considerazione del fatto che la sopravvenuta cessazione del rapporto di lavoro con la Banca Fideuram aveva comportato un peggioramento della sua situazione (essendo egli, al momento, disoccupato), non certo un miglioramento.

La Corte territoriale di Roma, con decreto del 16.3/5.4.2004, rigettava il reclamo, assumendo:

a) che, quanto alla modifica dell'accordo concernente la vendita dell'immobile in comproprietà, nessun evento sopravvenuto, atto ad integrare i giusti motivi per la revisione della pattuizione in argomento, risultasse allegato dalla V. a sostegno della sua richiesta, se non l'esigenza dalla stessa manifestata di sentir confermare, nell'interesse della minore, l'assegnazione in suo favore della casa familiare, la quale sarebbe venuta meno nel caso di vendita del predetto immobile, laddove, del resto, ove l'accordo in questione fosse da considerare frutto di una manifestazione di volontà viziata da circostanze capaci di incidere sulla formazione del consenso prestato da una delle parti, come appunto sul diritto indisponibile della minore a mantenere l'abitazione nell'alloggio dove era nata ed aveva sempre vissuto, lo strumento a ciò deputato si palesava essere quello dell'annullamento del negozio giurìdico, non certo quello della modifica delle condizioni della separazione ex art.710 c.p.c;

b) che, quanto alla richiesta di aumento del contributo di mantenimento a carico del S., la sopravvenuta cessazione del rapporto di lavoro di quest'ultimo con la Banca Fideruram, indipendentemente dalla mancata prova circa la misura dell'indennità di fine rapporto presumibilmente percepita dal medesimo S., non fosse tale da produrre effetti esclusivamente accrescitivi del reddito dell'obbligato, laddove, del resto, la V. godeva in proprio di rilevanti sostanze e non era gravata da spese abitative siccome assegnataria dell'immobile di Via Sant'Erasmo;

c) che meritasse altresì conferma il contributo paterno al mantenimento della figlia, potendosi ritenere lo stesso tuttora adeguato a sopperire alle necessità di una bambina di otto anni, avuto anche riguardo al paritetico onere di mantenimento a carico della madre.

Avverso tale decreto, ricorre per cassazione la V., deducendo due motivi di gravame, ai quali resiste il S. con controricorso.

Ambo le parti hanno presentato memorie.


MOTIVI DELLA DECISIONE


Con il primo motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente violazione e falsa applicazione dei principi vigenti in tema di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione e di relativa modifica ai sensi degli artt.155, quinto comma e seguenti, ce. e 710 e seguenti c.p.c, in relazione all'art.360, n.3, c.p.c, nonché omessa pronuncia ed omessa motivazione e contraddittorietà ed illogicità manifeste della stessa su un punto decisivo della controversia, in relazione all'art.360, nn.4 e 5, c.p.c, deducendo:

a) che il Tribunale aveva fondato la pronuncia di rigetto delle richieste della medesima ricorrente sulla pretesa impossibilità di ricomprendere tra i provvedimenti di revoca o modifica gli accordi di natura patrimoniale raggiunti tra i coniugi (nella specie, la previsione che fissava la vendita dell'immobile in comproprietà tra questi ultimi, adibito a casa familiare, tra il dicembre 2001 ed il giugno 2002);

b) che, in realtà, l'istanza formulata ab origine dall'odierna ricorrente riguardava la modifica delle condizioni di separazione relative all'assegnazione della casa anzidetta, senza risultare legata a tardive forme di "ripensamento" della stessa assegnataria;

c) che i negozi giuridici familiari non possono, comunque, in alcun modo incidere sulla materia dei diritti indisponibili e sul conseguente controllo dell'Autorità Giudiziaria;

d) che, in sede di merito, era stato specificatamente rilevato che l'accordo delle parti di procedere alla vendita dell'immobile di proprietà comune riguardava l'abitazione adibita a casa coniugale, assegnata in sede di separazione alla V. nella qualità di madre affidataria della figlia minore Cecilia, laddove l'istanza di modifica era legata alla sopravvenuta circostanza, non prevista all'atto della separazione stessa, relativa all'instabilità emotiva manifestata dalla bambina (di soli sei anni nel 2001) alla data del ventilato abbandono dell'abitazione familiare, ovvero alla sopravvenuta evenienza dei problemi insorti nell'anzidetta minore una volta posta di fronte alla determinazione di lasciare la casa coniugale;

e) che la ratio decidendi della Corte territoriale si rivela illegittima ed immotivata vuoi con riferimento alla piena compatibilità dell'istanza formulata dalla V. con l'ambito e la natura del giudizio di modifica ex art.710 c.p.c, vuoi in relazione alla possibilità che, per giungere a tale modifica dell'originaria pattuizione della separazione, la quale stabiliva un'assegnazione "a termine" o "temporanea" della casa familiare, ben si potesse dichiarare l'invalidità e/o l'inefficacia, per l'acclarata violazione del limite della disponibilità dei diritti, della clausola istitutiva di un impegno futuro di vendita dell'immobile.

Il motivo non è fondato.

La Corte territoriale, dopo avere preliminarmente rilevato "come le condizioni economiche della separazione consensuale inter partes - stabilite con verbale in data 1°.8.2000 omologato il successivo 8.8.2000 - recepiscano un accordo in proposito raggiunto fra i coniugi, con la conseguenza che la pattuizione relativa...alla vendita della casa coniugale di V. Sant'Eramo 31 (programmata per il periodo intercorrente fra dicembre 2001 e giugno 2002)...risulta frutto di autonoma e concorde manifestazione di volontà delle parti", per ciò che riguarda la modifica di tale accordo, "concernente (appunto) la vendita dell'immobile in comproprietà", ha quindi osservato:

a) che "nessun motivo sopravvenuto risulta allegato dalla V. a sostegno della sua richiesta, se non l'esigenza dalla stessa manifestata nell'interesse della minore di sentir confermare l'assegnazione in suo favore della casa coniugale (assegnazione che verrebbe meno nel caso di vendita del predetto immobile)";

b) che, "in altra parte dei suoi scritti difensivi, la reclamante ribadisce poi che anche una pattuizione siffatta è rivedibile nelle forme di cui all'art.710 c.p.c., in quanto incide su diritti indisponibili - quale quello della minore a mantenere l'abitazione nella casa in cui è nata ed ha sempre vissuto - ed è quindi soggetta al controllo di validità dell'autorità giudiziaria";

c) che le argomentazioni svolte dalla stessa V. a sostegno della richiesta formulata risultano "in entrambi i casi priv(e) di pregio";

d) che, ""infatti, sia che la reclamante deduca una sorta di "ripensamento" maturato quando essa si è resa conto dell'esigenza della figlia di continuare ad abitare nell'immobile in questione, ovvero che eccepisca una nullità della pattuizione in proposito concordata con il S...., resta evidente da un lato l'insussistenza di alcun evento sopravvenuto atto ad integrare i giusti motivi per la revisione della pattuizione invocata, e d'altro lato la stessa insuscettibilità di un accordo siffatto ad essere modificato con il procedimento di cui agli artt.710 e segg. c.p.c."";

e) che, "quando invero le condizioni della separazione siano il frutto di un accordo negoziale raggiunto dai coniugi in relazione a fatti dagli stessi conosciuti, ovvero dei quali essi avrebbero dovuto tenere legittimamente conto al momento della conclusione dell'accordo (come nella specie era l'eventuale interesse della minore a continuare ad abitare nella casa di Via S.Erasmo), il mero mutamento delle valutazioni che li determinarono a stipulare la convenzione di separazione non può comportare il venir meno della validità della pattuizione pregressa";

f) che, "ove ai contrario si deduca che l'accordo predetto sia frutto di una manifestazione dì volontà viziata da circostanze atte ad incidere sulla formazione del consenso prestato da una delle parti, lo strumento a ciò deputato è quello ordinano dell'annullamento del negozio giuridico, non certo la modifica di cui all'art.710 c.p.c., di cui deve pertanto conclusivamente ribadirsi in questa sede la mancanza dei presupposti".

Risulta, dunque, palese dall'illustrazione che precede come la pronuncia della Corte territoriale, sul punto, poggi sopra una duplice, ed autonoma, ratio decìdendi ("resta evidente da un lato l'insussistenza di alcun evento sopravvenuto atto ad integrare i giusti motivi per la revisione della pattuizione invocata, e d'altro lato la stessa insuscettibilità di un accordo siffatto ad essere modificato con il procedimento di cui agli artt.710 e segg. c.p.c"), onde, essendo state dette ragioni entrambe censurate dall'odierna ricorrente, deve, nella specie, trovare applicazione il principio secondo cui, ove la pronuncia impugnata sia sorretta da una pluralità di ragioni, distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, il rigetto delle doglianze relative ad una di tali ragioni rende inammissibile, per difetto di interesse, l'esame relativo alle altre, pure se tutte tempestivamente sollevate, in quanto il ricorrente non ha più ragione di avanzare censure che investono una ulteriore ratio decidendi, giacché, ancorché esse fossero fondate, non potrebbero produrre in nessun caso l'annullamento della decisione medesima (Cass. 23 ottobre 2001, n.12976; Cass. 10 settembre 2004, n.18240; Cass. 30 giugno 2005, n.13956; Cass. 21 ottobre 2005, n.20454).

Orbene, nella specie, la seconda delle due sopraindicate ragioni (assorbente siccome relativa, giusta quanto accennato, alla "stessa insuscettibilità di un accordo siffatto ad essere modificato con il procedimento dì cui ali 'art. 710 e segg. c.p.c") si sottrae alle doglianze della ricorrente, rendendo così inammissibili, per i motivi dianzi illustrati, le doglianze delle quali, pure, è stata fatta oggetto la prima (concernente, cioè, "l'insussistenza di alcun evento sopravvenuto atto ad integrare i giusti motivi per la revisione della pattuizione invocata") delle riportate ragioni.

Giova, al riguardo, premettere come questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n.3149; Cass. 4 settembre 2004, n.17902) abbia già avuto modo di affermare che, applicandosi l'art. 156, settimo comma, ce. in vìa analogica alla separazione consensuale, i "giustificati motivi" che autorizzano il mutamento delle relative condizioni consistono in fatti nuovi sopravvenuti, modificativi della situazione in relazione alla quale gli accordi erano stati stipulati, onde, rispetto all'atto di separazione omologato, né gli eventuali vizi del consenso né la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c, nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l'allegazione dell'esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli eventuali vizi dell'accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali, là dove, in particolare, stante la natura negoziale dell'accordo che dà sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi e non essendo ravvisabile, nell'atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti, ma rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra coniugi (salvo che per quanto riguarda i patti relativi all'affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, sui quali il giudice è dotato di un potere d'intervento più penetrante), deve ritenersi ammissibile l'azione di annullamento della separazione consensuale omologata per vizi della volontà, la cui esperibilità -non limitata alla materia contrattuale, ma estensibile ai negozi relativi a rapporti giuridici non patrimoniali, genus cui appartengono quelli di diritto familiare - presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti.

Poiché, nella specie, attraverso l'incensurato (di per sé) apprezzamento della Corte territoriale, è rimasto accertato vuoi che l'odierna ricorrente, in sede di reclamo, ha ribadito che "anche una pattuizione siffatta (ovvero quella, inserita tra le condizioni della separazione consensuale intervenuta tra i coniugi, relativa alla vendita della casa coniugale di Via Sant'Erasmo) è rivedibile nelle forme di cui all'art.710 c.p.c, in quanto incide su diritti indisponibili - quali quello della minore a mantenere l'abitazione nella casa in cui è nata ed ha sempre vissuto - ed è quindi soggetta al controllo di validità dell'autorità giudiziaria", vuoi che la medesima ricorrente ha altresì eccepito "una nullità della pattuizione in proposito concordata con il S.", la ratio decidendi dell'impugnato decreto, là dove il Giudice di merito ha affermato che "ove al contrario si deduca che l'accordo predetto sìa frutto di una manifestazione di volontà viziata da circostanze atte ad incidere sulla formazione del consenso prestato da una delle parti, lo strumento a ciò deputato è quello ordinario dell'annullamento del negozio giuridico, non certo la modifica di cui aU'art.710 c.p.c, di cui deve pertanto conclusivamente ribadirsi in questa sede la mancanza dei presupposti", si palesa, di per sé, del tutto coerente con il principio, sopra illustrato e del resto richiamato dalla stessa Corte territoriale, secondo cui, costituendo presupposto giuridico del ricorso alla procedura camerale di modifica delle condizioni della separazione consensuale, ex artt.710 e 711 c.p.c, l'allegazione dell'esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli eventuali vizi (come l'annullabilità, ma anche la nullità) che inficiano la validità dell'accordo di separazione resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali. Né, d'altra parte, ai fini del riconoscimento della "piena compatibilità dell'istanza formulata (dall'attuale ricorrente) con l'ambito e la natura del giudizio di modifica ex art.710 (e 711) c.p.c", appare possibile sostenere, come pure sostiene la medesima ricorrente, che l'istanza anzidetta "riguardava la modifica delle condizioni di separazione concernenti l'assegnazione della casa coniugale" e, segnatamente, l'assegnazione "a termine" o "temporanea" della suindicata abitazione, stabilita in sede di separazione consensuale a favore della V. nella qualità di madre affidataria della figlia minore Cecilia, là dove, poi, per giungere a tale modifica dell'originaria pattuizione, ben si poteva (assume ancora la ricorrente) dichiarare l'invalidità e/o l'inefficacia della clausola istitutiva di un impegno futuro di vendita del relativo immobile. Giova, al riguardo, premettere:

a) che l'accordo mediante il quale i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può racchiudere una pluralità di pattuizioni, oltre a quelle che integrano il suo contenuto tipico e che a questo non sono immediatamente riferibili, nel senso esattamente, cioè, che l'accordo stesso, secondo quanto osservato anche in dottrina là dove si rinviene la distinzione tra contenuto "necessario" (siccome collegato direttamente al rapporto matrimoniale) e contenuto "eventuale" (o "accessorio") dell'accordo di separazione (siccome collegato in via soltanto estrinseca con il patto principale), è suscettibile di riguardare negozi i quali, pur trovando la loro occasione nella separazione consensuale, non hanno causa in essa, risultando appunto semplicemente "occasionati" dalla separazione medesima senza dipendere dai diritti e dagli obblighi che derivano dal perdurante matrimonio, onde tali negozi non si configurano come convenzioni matrimoniali ex art. 162 ce. (caratterizzate da un sostanziale parallelismo di volontà e interessi, nonché postulanti lo svolgimento della convivenza coniugale ed il riferimento ad una generalità di beni, anche di futura acquisizione), ma costituiscono espressione di libera autonomia contrattuale, sempre che non comportino una lesione di diritti inderogabili (Cass. 15 marzo 1991, n.2788; Cass. 12 settembre 1997, n.9034; Cass. 24 aprile 2007, n.9863);

b) che, in particolare, l'accordo mediante il quale i coniugi, nel quadro della complessiva regolamentazione dei loro rapporti in sede di separazione consensuale, stabiliscano il trasferimento di beni immobili (e, segnatamente, come nella specie, di quello che costituisce la casa familiare), dà vita ad un contratto atipico, il quale, volto a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l'ordinamento giuridico ai sensi dell'art. 1322 ce, nonché caratterizzato da propri presupposti e finalità senza risultare, del resto, necessariamente collegato alla presenza di uno specifico corrispettivo o di uno specifico riferimento ai tratti propri della donazione, risponde, di norma, ad un originario spirito di sistemazione, in occasione appunto dell'evento di "separazione consensuale" (laddove il fenomeno acquista ancora maggiore tipicità normativa nella distinta sede del divorzio congiunto), di tutta quell'ampia serie di rapporti (anche del tutto frammentari) aventi significati (o, eventualmente, anche solo riflessi) patrimoniali maturati nel corso della (spesso anche lunga) quotidiana convivenza matrimoniale (Cass. n.9034/1997, cit; Cass. 23 marzo 2004, n.5741; Cass. 17 giugno 2004, n.l 1342; Cass. 14 marzo 2006, n. 5473; Cass. n.9863/2007, cit);

c) che l'assegnazione della casa familiare disposta in favore dell'altro coniuge in occasione della separazione, sia giudiziale (ex art. 155, quarto comma, ce.) sia consensuale (Cass. 27 maggio 1995, n.5902), come pure in sede di divorzio (ex art.6, comma sesto, della legge n.898 del 1970, quale sostituito dall'art. 11 della legge n.74 del 1987), è opponibile, ancorché non trascritta, al terzo acquirente in data successiva per nove anni dalla data dell'assegnazione, ovvero anche oltre i nove anni qualora il titolo sia stato in precedenza trascritto, onde il suddetto terzo acquirente è tenuto, negli stessi limiti di durata di tale opponibilità, a rispettare il godimento del coniuge del suo dante causa, nell'identico contenuto e nell'identico regime giuridico propri dell'assegnazione, alla stregua di un vincolo di destinazione collegato all'interesse dei figli (Cass. Sezioni Unite 26 luglio 2002, n.l 1096; Cass. 29 agosto 2003, n.12705; Cass. 3 marzo 2006, n.4719).

Nella specie, dunque, in ragione della suindicata "opponibilità" al terzo acquirente dell'assegnazione in parola, appare palese come la clausola della separazione consensuale istitutiva dell'impegno futuro di vendita dell'immobile adibito a casa coniugale, in quanto tale assegnata (in quella medesima sede) all'odierna ricorrente nella veste di affidataria della figlia minore, lungi dal risultare "inscindibile" rispetto a quest'ultima pattuizione (relativa appunto all'assegnazione dell'abitazione familiare) siccome capace di determinarne il venir meno o, se non altro, la durata (la quale risulterebbe "a termine" o "temporanea", secondo l'assunto della ricorrente), si configuri, piuttosto, come del tutto "autonoma" rispetto al regolamento concordato dai coniugi in ordine alla stessa assegnazione, così da riguardare un profilo sicuramente compatibile con siffatta assegnazione in quanto sostanzialmente non lesivo della sua rispondenza all'interesse (della minore) tutelato attraverso detto istituto e da soggiacere, quindi, alla regola dell'immodificabilità, nelle forme e secondo la procedura di cui agli artt.710 e 711 c.p.c, di simili negozi.

Con il secondo motivo di impugnazione, lamenta la ricorrente violazione e falsa applicazione dei principi vigenti in tema di determinazione dell'assegno di mantenimento dovuto dal coniuge onerato in favore dell'altro, anche quale contributo al mantenimento della figlia, in relazione all'art.360, n.3, c.p.c, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, in relazione all'art.360, n.4 e n.5, c.p.c, violazione e falsa applicazione dei principi vigenti in tema di ammissione e valutazione delle prove ex arti 15 c.p.c, in relazione all'art.360, n.3, c.p.c, deducendo: che la Corte territoriale ha ritenuto di non accogliere le richieste di modifica avanzate dalla V. con riferimento alle statuizioni di ordine economico, senza neppure esaminare (e conseguentemente motivare circa) le questioni sollevate in corso di causa dalla difesa della reclamante;

a) che, invero, la capacità economico-patrimoniale del S. ha avuto nel corso degli ultimi due anni un considerevole incremento, così come il suo già altissimo tenore di vita, mentre, nel contempo, la medesima V. non solo non può vantare analoga progressione di reddito, ma deve far fronte quotidianamente alle sempre più pressanti e crescenti esigenze della figlia, al fine soprattutto di permettere a quest'ultima la conservazione di quel tenore di vita che ha finora contraddistinto la sua vita;

b) che, in particolare, la circostanza della sopravvenuta cessazione del rapporto di lavoro tra il S. e la Fideuranvnon è stata correttamente valutata dalla Corte di merito, la quale ha omesso di considerare che tale evento ha determinato la corresponsione, in favore del predetto S., dell'importo di una liquidazione in misura pari a circa due miliardi di lire;

c) che, a tale scopo, oltre alla documentazione depositata, era stato chiesto nei due gradi di merito l'ordine di esibizione, ex art.210 c.p.c, di tutta la documentazione relativa alla pratica di liquidazione, oltre alla documentazione aggiornata del CUD e degli estratti conto bancari dell'ultimo biennio;

d) che nulla è stato disposto dalla Corte territoriale su tali istanze, salvo poi leggere, nell'impugnato decreto, che la richiesta della V. è rimasta "non provata";

e) che detto Giudice, in effetti, sul piano istruttorio, non ha avviato alcuna indagine seria e concreta, nonostante le specifiche circostanze di fatto concretamente dedotte in giudizio;

f) che, ad ulteriore sostegno della relativa istanza di modifica, la V., in corso di causa, aveva altresì dedotto una serie di elementi i quali dimostravano, anche con riferimento al criterio del tenore di vita del S., l'aumento delle capacità economiche di quest'ultimo;

g) che, in un quadro simile, era stata dedotta la vicenda relativa all'acquisto, da parte del S., di un'autovettura del costo di circa 100.000,00 euro;

h) che la produzione documentale effettuata da controparte per cercare di sminuire questo sintomatico esempio di un altissimo tenore di vita non è stata idonea a dimostrare una realtà diversa da quella emersa attraverso la documentazione prodotta dalla ricorrente.

Il motivo è, per un verso, infondato e, per altro verso, inammissibile.

Giova, al riguardo, premettere che il decreto pronunciato in camera di consiglio dalla Corte di Appello in sede di reclamo, ex art. 739 c.p.c., avverso i provvedimenti emanati dal Tribunale, sempre in camera di consiglio, sull'istanza di modifica delle condizioni di separazione dei coniugi, ha carattere decisorio e definitivo, dal momento che la statuizione sulla domanda con le forme del procedimento camerale, conseguente alla nuova formulazione dell'art.710 c.p.c. (per effetto della legge n.331 del 1988) cui rinvia l'ultimo comma dell'art.711 c.p.c, fa escludere l'ammissibilità del ricorso ordinario per cassazione (ex art.360 c.p.costante la preclusione contenuta nel terzo comma del citato art.739 c.p.c. (applicabile a tutti i procedimenti in camera di consiglio in forza dell'effetto estensivo previsto dall'art.742 bis c.p.c), ma non incide sulla natura contenziosa del procedimento, il quale ha ad oggetto diritti soggettivi ed è definito con un decreto che, nonostante sia modificabile in ogni tempo, ha natura sostanziale di sentenza, onde è suscettibile di venire impugnato per cassazione mediante il ricorso straordinario ai sensi dell'art. 111, comma settimo (a seguito delle modifiche introdotte dall'art. 1 della legge costituzionale 23 novembre 1999, n.2), della Costituzione, con relativa limitazione del sindacato di questa Corte al solo vizio di violazione di legge, cui è riconducibile l'inosservanza dell'obbligo della motivazione allorché questa sia materialmente omessa (ovvero quando si verifichi una radicale carenza della medesima), oppure si estrinsechi in argomentazioni del tutto inidonee a rivelare la ratio decìdendi del provvedimento impugnato (motivazione apparente) o fra loro logicamente inconciliabili o comunque obiettivamente incomprensibili (motivazione perplessa), senza alcuna possibilità di dedurre eventuali lacune od inadeguatezze di essa (riferibili al disposto dell'art.360, primo comma, n.5, c.p.c.) e di verificarne, quindi, la sufficienza e razionalità, segnatamente in relazione alle risultanze probatorie (Cass. 4 gennaio 2000, n.ll; Cass. 16 novembre 2000, n.14855; Cass. 9 febbraio 2001, n.1855; Cass. 29 marzo 2001, n.4586; Cass. 28 giugno 2002, n.9484; Cass. 30 dicembre 2004, n.24265; Cass. 4 febbraio 2005, n.2348; Cass.16 maggio 2005, n.10229; Cass. 18 agosto 2006, n.18187; Cass. 28 agosto 2006, n. 18627).

Tanto premesso, si osserva come la Corte territoriale, nell'impugnato decreto, abbia affermato:

a) che, quanto alla richiesta di aumento del contributo di mantenimento a carico del S., convenuto nel verbale di separazione consensuale omologato nella complessiva misura di lire 9.000.000 mensili, di cui lire 4.000.000 per la moglie e lire 5.000.000 per la figlia, la sopravvenuta cessazione del rapporto di lavoro dell'obbligato con la Banca Fideruram, indipendentemente dalla mancata prova circa la misura dell'indennità di fine rapporto presumibilmente percepita dal medesimo S., non fosse tale da produrre effetti esclusivamente accrescitivi del reddito di quest'ultimo, laddove, del resto, la V. godeva in proprio di rilevanti sostanze e non era gravata da spese abitative siccome assegnataria dell'immobile di Via Sant'Erasmo;

b) che meritasse altresì conferma il contributo paterno al mantenimento della figlia, potendosi ritenere lo stesso tuttora adeguato a sopperire alle necessità di una bambina di otto anni, avuto anche riguardo al paritetico onere di mantenimento della minore a carico della madre.

Discende, dunque, da quanto precede che, nella specie, per un verso, non è indubitabilmente ravvisabile, in capo al provvedimento impugnato, alcuna delle ipotesi di "mancanza" della motivazione nel senso cui si è dianzi accennato, laddove, per altro verso, le censure proposte al riguardo dalla ricorrente, per loro natura, si palesano attinenti, piuttosto, alla sufficienza e alla razionalità dell'anzidetta motivazione, secondo quanto è dato di argomentare:

a) dallo stesso riferimento, nella rubrica del motivo in esame, al profilo di "omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia in relazione ali'art.360, nn.4 e 5, c.p.c.";

b) dal richiamo della ricorrente alla mancata valutazione, da parte della Corte territoriale, di circostanze (come, in particolare, la "sopravvenuta cessazione del rapporto di lavoro tra il S. e la Fideuram" o l'acquisto di un'autovettura particolarmente costosa) tali da denotare il considerevole incremento, negli ultimi due anni, della capacità economico-patrimoniale del medesimo S., o, più in generale, di circostanze tali da denotare la minor progressione di reddito della V. o la crescita delle esigenze della figlia;

c) dal richiamo della ricorrente alla mancata valutazione, da parte di detta Corte, della "documentazione depositata" o al mancato ingresso di mezzi istruttori (esibizione o quant'altro), ancorché richiesti.

Il ricorso, pertanto, deve essere (complessivamente) rigettato.

La sorte delle spese del giudizio di cassazione segue il disposto deirart.385, primo comma, c.px., liquidandosi dette spese in complessivi euro 2.600,00, di cui euro 2.500,00 per onorari, oltre le spese generali (nella misura percentuale del 12,50 % sull'importo degli onorari medesimi) e gli accessori (I.V.A. e Cassa Previdenza Avvocati) dovuti per legge.

P. Q. M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al rimborso in favore del controricorrente delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi euro 2.600,00, di cui euro 2.500,00 per onorari, oltre le spese generali e gli accessori dovuti per legge.

Così deciso in Roma, il 3 luglio 2007.


Avv. Davide Scaglione

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