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Erede a quota fissa
Articolo 11.12.2007 (Dario Colasanti)



Erede a quota fissa

di Dario Colasanti

(Parere tratto dal libro “Lo studio e la redazione del parere di diritto civile”,
Colasanti – Di Punzio, Maggioli, 2007, capitolo 30)

Tizione muore lasciando un patrimonio di un milione e mezzo di euro, di cui, in base al testamento olografo redatto poco prima del decesso, 2/3 sono attribuiti a Caia, giovane ed esuberante infermiera che lo aveva assistito negli ultimi mesi della sua vita, ed 1/3 al figlio Tizietto. Non viene invece per nulla menzionata la figlia Tizietta, in rotta da tempo con il genitore per essersi sposata senza il consenso paterno.

Caia è solerte nell’accettare la propria quota subito dopo la pubblicazione del testamento, avvenuta un mese dopo il decesso. Lo stesso dicasi per Tizietto che accetta con beneficio di inventario ai sensi dell’art. 484 c.c.

La figlia Tizietta, non volendo avere più nulla a che fare con tutto ciò potesse ricordarle il padre che l’aveva rinnegata, decide di non far valere i diritti che pure la legge le riconosceva ai sensi dell’art. 537 c.c., e rimane inerte per oltre 10 anni.

Quindi, dopo 11 anni dall’apertura della successione, Tizietto agisce in riduzione contro Caia perché fosse accertato che, a seguito dell’implicita rinuncia di Tizietta, la propria porzione riservata ex lege si era accresciuta della parte della sorella ex art. 522 c.c. e, di conseguenza, la disposizione testamentaria a favore di Caia era lesiva della sua quota di legittima.

Dopo aver affrontato il problema della tempestività dell’azione di Tizietto, il candidato rediga motivato parere a favore della bella Caia.

SINTESI DELLA QUESTIONE

Da quale momento decorre il termine prescrizionale dell’azione di riduzione?

La quota riservata ad uno dei figli si modifica ed aumenta a seguito dell’omesso esercizio dell’azione di riduzione da parte dell’altro figlio, legittimario pretermesso?

Le Sezioni unite, con la sentenza 20644/2004 (cui si rimanda per esteso nella giurisprudenza di riferimento), ha affrontato la questione del dies a quo della prescrizione dell’azione di riduzione, con riferimento alla diversa (ed ordinaria) ipotesi di non immediata accettazione della disposizione testamentaria lesiva. Rigettando gli orientamenti alternativi (decorrenza sin dall’apertura della successione oppure dalla pubblicazione del testamento), il Supremo consesso ha individuato il momento iniziale nell’accettazione da parte del chiamato, in quanto solo da tale istante diventa attuale la lesione della legittima. Si può dunque in astratto applicare lo stesso principio alla fattispecie descritta nella traccia, che presuppone che la lesione della legittima si verifica a seguito dell’espansione della quota per la rinuncia da parte di uno degli altri legittimari lesi.

Escluso che l’azione di riduzione sarebbe tardiva, si deve però contestare l’indicato presupposto della sopravvenuta lesione della legittima: infatti la rinuncia all’azione da parte di uno dei legittimari non influisce sull’entità della quota degli altri, che dunque non hanno diritto ad altro. Questo è stato chiarito sempre dalle Sezioni unite, con la sentenza 13524/2006 (su cui l’approfondimento), che hanno sconfessato la tesi per cui opererebbe l’istituto dell’accrescimento oppure l’opinione per cui la quota indisponibile dovrebbe essere rideterminata come se il rinunciante non fosse mai esistito.

SVOLGIMENTO DEL PARERE

Tizietto non subisce alcuna lesione della propria quota di legittima (pari ad 1/3) dal testamento con cui il padre ha lasciato a Caia i 2/3 del patrimonio. Tale affermazione è valida a prescindere dal fatto che la sorella Tizietta abbia o meno esercitato l’azione di riduzione a tutela della propria. Di conseguenza Caia può agevolmente resistere all’iniziativa dell’altro erede testamentario.

Così, dopo aver valutato la tempestività dell’azione di Tizietto, come pretende la traccia, è necessario concentrarsi sulla individuazione degli effetti che la rinuncia o l’inerzia di un legittimario provocano sulla determinazione della quota degli altri cosiddetti successori necessari. Sarà così possibile sconfessare la tesi perorata da Tizietto per cui la sua porzione è destinata ad accrescersi.

La prima questione che è espressamente richiesto di esaminare, riguarda l’eventuale maturazione della prescrizione dell’azione di riduzione, esercitata a più di dieci anni di distanza dall’apertura della successione, nonché dalla pubblicazione del testamento e dall’accettazione della disposizione lesiva. In effetti, qualora si dovesse riscontrare che il relativo diritto è prescritto, l’iniziativa di Tizietto potrebbe essere agevolmente paralizzata.

Il codice, agli artt. 536 e ss., individua una ristretta cerchia di familiari, i cosiddetti legittimari, cui è riservata per legge una porzione del patrimonio del defunto, il quale rimane libero di decidere della sua successione per la restante parte (cosiddetta disponibile). In particolare l’art. 537 comma 2° attribuisce ai figli del de cuius, se sono più di uno, 2/3 del patrimonio, da dividersi in parti eguali (nel caso di specie 1/3 Tizietto, 1/3 Tizietta). Le donazioni e le disposizioni testamentarie che non rispettano le norme in materia di successione necessaria non sono invalide ma possono essere dichiarate inefficaci nei confronti del legittimario leso che esperisca l’azione di riduzione ex artt. 553 e ss.

La giurisprudenza ha chiarito che l’azione di riduzione non ha carattere reale ma personale (ad esempio Cass. 11809/1997), dunque si prescrive in dieci anni. Dubbi invece sono sorti sul giorno di decorrenza. Le Sezioni unite (sentenza 20644/2004) hanno di recente affermato che tale dies a quo va individuato nel momento dell’accettazione della disposizione testamentaria lesiva e non in quello dell’apertura della successione o della presunzione di conoscenza del testamento, che si attua con la sua pubblicazione ex artt. 620 e ss. Di conseguenza sia l’azione di Tizietta, sia l’azione di Tizietto sarebbero inevitabilmente tardive.

Tuttavia non si può ignorare che la decisione accennata riguardava una fattispecie simile alla situazione di Tizietta, ma notevolmente diversa da quella del fratello. In essa il vulnus del legittimario proveniva direttamente dell’accettazione della disposizione immediatamente lesiva. Le Sezioni unite hanno in pratica affermato che, se non c’è accettazione non c’è lesione della legittima, se non c’è lesione non c’è interesse ad agire in riduzione e quindi il termine prescrizionale non può decorrere.

Riferendo il principio sancito dalla Cassazione alla posizione di Tizietto, il dies a quo deve essere rimandato al momento in cui la sorella Tizietta non può più pretendere la sua quota di beni per la prescrizione dell’azione di riduzione di cui era titolare. Secondo Tizietto, infatti, da tale istante la sua quota riservata aumenterebbe da 1/3 a 2/3 e quindi solo da questo momento, e non prima, si origina la lesione che giustifica l’iniziativa ex art. 554.

Se dunque si conclude per la tempestività dell’azione del figlio del defunto, allora per tutelare le ragioni di Caia diviene fondamentale escludere che la prescrizione dell’azione di Tizietta determini l’aumento della quota di legittima spettante al fratello.

Al fine di sostenere l’espansione della propria quota da 1/3 a 2/3, Tizietto invoca l’art. 522, dettato in materia di successione legittima. Tale tipo di chiamata all’eredità opera quando il defunto non abbia regolato la propria successione per testamento o lo abbia fatto solo in parte. Il legislatore dunque interviene per svolgere una funzione suppletiva della volontà del defunto. Se le disposizioni di legge non possono funzionare perché uno dei chiamati rinuncia, l’art. 522 prevede che la quota del rinunziante vada ad aumentare quella dei concorrenti. Nel caso di specie, se non vi fosse stato testamento, i figli di Tizione sarebbero stati chiamati in parti uguali ex art. 566 e, a seguito della rinuncia di Tizietta, grazie all’art. 522, il fratello avrebbe avuto diritto anche alla quota di questa.

Ma la disposizione citata non può essere estesa alla cosiddetta successione necessaria, cioè alle regole che assicurano ai legittimari una quota del patrimonio del defunto. Tali norme non svolgono una funzione suppletiva della volontà del de cuius, altrimenti mancante, ma hanno lo scopo di limitare e correggere quella già espressa per donazioni o testamento, lasciandone il rispetto all’iniziativa dell’interessato con l’azione di riduzione. Quindi se il legittimario leso decide di rinunciare ad avvalersi di tale strumento, non si crea alcuna lacuna circa le modalità di successione come invece avviene nella successione legittima. Non vi è quindi alcuna ragione di ricorrere all’istituto suppletivo dell’accrescimento ex art. 522. Questo significa che rimangono efficaci le disposizioni testamentarie o le donazioni, pur se esorbitanti rispetto alla quota disponibile.

Quanto detto è confermato dalla recente sentenza delle Sezioni unite n. 13524 del 2006 per cui, ai fini della individuazione della quota di riserva, occorre fare riferimento al momento dell’apertura della successione e non a quella che si viene a determinare a seguito del mancato esperimento dell’azione di riduzione da parte di qualcuno dei legittimari.

Si conclude quindi ribadendo che la quota di legittima di Tizietto è pari ad 1/3 e non si espande a seguito dell’inerzia della sorella. Di conseguenza egli non subisce alcuna lesione dalla disposizione testamentaria a favore di Caia e la sua domanda di riduzione deve ritenersi infondata.

GIURISPRUDENZA DI RIFERIMENTO

Corte di Cassazione, Sezioni unite, sentenza del 25 ottobre 2004, n. 20644

Corte di Cassazione, Sezioni unite, sentenza del 12 giugno 2006, n. 13524

DETERMINAZIONE DELLA QUOTA DI RISERVA IN CASO DI RINUNCIA DA PARTE DI UN LEGITTIMARIO

Qualora il defunto lasci una pluralità di legittimari, lesi da donazioni o disposizioni testamentarie che eccedono la quota disponibile, il mancato esperimento dell’azione di riduzione da parte di uno di essi non si ripercuote sulla quota spettante agli altri e non l’incrementa. Sono, invece, il donatario, l’erede o il legatario, destinatari della disposizione lesiva, a beneficiare della scelta del legittimario rinunciante o inerte, in quanto, per la relativa quota, possono conservare l’attribuzione a loro favore.

In questo modo le Sezioni unite hanno risolto il contrasto esistente tra alcune decisioni non recenti, riguardanti i criteri per determinare la quota indisponibile nel suo complesso e, in particolare, la porzione spettante al singolo legittimario, qualora uno o più degli altri, che concorrerebbero con lui nella ripartizione della riserva, non esercitino il loro diritto.

1) L’ambiguità legislativa. La disciplina della successione necessaria, ai sensi degli articoli 536 e ss., che riserva ai componenti della cerchia familiare più stretta parte del patrimonio del de cuius, nel sistema vigente è caratterizzata dalla variabilità della quota in base al numero e alla categoria dei legittimari.

a) Variabilità della quota. Facendo alcuni esempi, l’art. 537 comma 1° c.c. destina all’unico figlio metà del patrimonio ereditario. Il comma secondo, con riferimento all’ipotesi di più fratelli, eleva la porzione indisponibile a 2/3, da dividersi in parti uguali. L’art. 542 c.c. attribuisce ai figli la metà ed al coniuge 1/4, per un totale di 3/4. Se il figlio è uno solo, allora la quota di legittima si riduce a 2/3, uno per ciascun riservatario. Alla stregua di tali disposizioni, dunque, il legittimario chiamato a succedere in una porzione minore (o totalmente pretermesso) può tutelarsi attraverso l’esperimento dell’azione di riduzione (articoli 553 e ss. c.c.).

b) Lacuna in caso di rinuncia o inerzia. Del resto il legislatore non si è preoccupato di chiarire cosa succeda qualora uno o più dei legittimari lasciati dal defunto non faccia valere il proprio diritto, così da non contestare la disposizione lesiva. Ciò può avvenire nel caso in cui il legittimario rinunci alla propria quota riservata o all’azione di riduzione, con dichiarazione apposita o, ad esempio, accettando il legato in sostituzione di legittima di cui all’articolo 551 c.c., oppure stipulando un contratto di divisione ereditaria. Ma una tale eventualità si può verificare anche per la mera inerzia del legittimario, che lasci scadere il termine prescrizionale decennale dell’azione di riduzione.

L’unica previsione che affronta il problema è l’articolo 536, comma 3° c.c., che richiama l’istituto della rappresentazione. Ma al di fuori del caso in cui i discendenti dei figli legittimi o naturali vengano alla successione in luogo di questi, la soluzione è lasciata all’interprete.

E’ stata così delegata a dottrina e giurisprudenza una questione di estremo rilievo pratico: infatti si ripercuote sull’entità della quota che il singolo legittimario leso può pretendere ma anche sull’ammontare complessivo della porzione indisponibile, che rileva a diversi fini (ad esempio per la restituzione dell’immobile ai sensi dell’articolo 560 c.c.).

2) Tesi dell’accrescimento. Parte della dottrina (Barbero, Sistema istituzionale del diritto privato italiano, Torino, 1965, II, 1038 e ss.), e una risalente sentenza (Cassazione 3888/76), hanno ritenuto applicabile quanto il legislatore ha previsto per la successione legittima ai sensi dell’articolo 522 c.c. Quindi la parte del rinunziante accrescerebbe quella di coloro che avrebbero concorso con lui.

a) Esemplificazione. Ciò significa che la determinazione della quota indisponibile dovrebbe avvenire tenendo conto della situazione esistente al momento della morte del de cuius, senza prendere in considerazione le eventuali variazioni nel concorso tra i legittimari. Viceversa, per determinare la porzione spettante al singolo legittimario che abbia agito in riduzione, si dovrebbero valutare le scelte e le vicende dei concorrenti. Così la rinuncia, o la prescrizione dell’azione, provocherebbe l’incremento della quota degli altri. Ad esempio, riprendendo le ipotesi prima accennate, in caso di più figli, l’esperimento dell’azione di riduzione da parte di uno solo, gli consentirebbe di pretendere 2/3 del patrimonio. Qualora concorrano figli e coniuge, la rinuncia di quest’ultimo consentirebbe ai primi di suddividersi i 3/4 del patrimonio.

b) Argomenti. Alla base dell’estensione dell’articolo 522 c.c. vi è l’opinione per cui successione legittima e successione necessaria sono figure da ricomprendere nello stesso genus della vocazione legale: sarebbe dunque applicabile la medesima disciplina.

c) Critica. Ma l’impostazione appena descritta è stata censurata dalla dottrina prevalente e definitivamente ripudiata dalle Sezioni unite. Infatti, tra la successione necessaria e quella legittima, manca l’omogeneità indispensabile per sostenere l’estensione dell’articolo 522 c.c. La prima è volta a correggere la volontà del de cuius, e dunque la presuppone, mentre la seconda ha lo scopo di sopperire alla sua mancanza. Inoltre i successori legittimi sono veri e propri chiamati all’eredità, mentre il legittimario pretermesso, secondo l’opinione maggioritaria, non lo è, assumendo la qualità di erede solo a seguito del vittorioso esperimento dell’azione di riduzione.

3) Tesi dell’espansione della quota di riserva. La dottrina e la giurisprudenza prevalenti (Mengoni, Successioni per causa di morte, Trattato di diritto civile e commerciale diretto da Cicu e Messineo, XLIII, 2, Milano, 1992, pp. 159 e ss.; Cassazione 2424/1987, 1529/1995), hanno affermato che la rinuncia di un legittimario fa sì che la quota indisponibile debba essere rideterminata come se costui non vi fosse mai stato. Non opera, quindi, il meccanismo dell’accrescimento con riferimento alla porzione riservata, fissata al momento dell’apertura della successione, ma muta il criterio di determinazione della quota di cui il de cuius non può liberamente disporre.

a) Esemplificazione. Di conseguenza, riprendendo gli esempi precedenti, qualora solo uno dei figli esperisca l’azione dell’articolo 563 Cc, a costui non spetteranno i 2/3 del patrimonio in base all’art. 537, comma 2° Cc ma solo la metà di esso, in base a quanto prevede il 1° comma per il figlio unigenito. Nel caso di rinuncia del coniuge, ai figli non sarebbe più applicabile l’art. 542 comma 2° Cc, per cui la quota di riserva è 3/4, ma l’art. 537, comma 2° in base al quale ad essi vanno i 2/3 del patrimonio. Si può notare, quindi, che in tali ipotesi la porzione del singolo legittimario aumenta rispetto a quello che gli sarebbe spettato se tutti i concorrenti avessero fatto valere il loro diritto, mentre la quota indisponibile tendenzialmente diminuisce (per questo la denominazione data a questa teoria sembra impropria).

b) Argomenti. La dottrina ha giustificato tale approdo innanzitutto richiamando l’efficacia retroattiva della rinuncia all’eredità dell’art. 521 Cc. Ciò comproverebbe che per il legislatore non rileva la situazione di fatto esistente al momento della morte del de cuius ma, all’opposto, quella relativa a chi effettivamente concorre nella ripartizione dell’asse ereditario.

Inoltre viene reputato decisivo un argomento tratto dall’articolo 538 Cc, che ammette la successione necessaria degli ascendenti (nella misura di un terzo), solo in assenza dei figli. Si ritiene inaccettabile ed iniqua l’interpretazione per cui la rinuncia o l’inerzia dei figli esistenti precluderebbe ogni diritto agli ascendenti. Di conseguenza si dovrebbe procedere all’applicazione dell’articolo 538 Cc, come se i figli rinuncianti non fossero mai esistiti.

c) Critica. Le Sezioni unite hanno demolito anche questa ricostruzione. Innanzitutto il dato letterale di molte norme si riferisce ai legittimari “lasciati” da chi muore e non a quelli che vengono alla successione. Inoltre viene evidenziata l’inconsistenza dell’argomento fondato sull’articolo 538 Cc. Non si vede perché dovrebbe essere iniquo che agli ascendenti non sia riservato alcunché, qualora i figli del de cuius abbiano deciso di non avvalersi dell’azione di riduzione.

Infine, e soprattutto, la soluzione della variabilità della quota indisponibile, in relazione alle variazioni dei legittimari concorrenti, deve essere scartata per esigenze di certezza. Il testatore non potrebbe regolarsi nel disporre dei propri beni. In particolare, fino al momento della prescrizione dell’azione di ogni legittimario inerte, non si potrebbe stabilire la quota spettante ad ognuno.

4) Tesi della cristallizzazione della quota. Sulla base delle considerazioni accennate, il Supremo collegio nomofilattico, come già dottrina minoritaria (Ferrari, L’accrescimento, Trattato di diritto privato diretto da Rescigno, 6, II, Torino, 1982, pp. 60 e ss.) e non recenti sentenze (Cassazione 3500/1975; 5611/1978), ha affermato che la quota indisponibile, così come la porzione spettante ad ogni singolo riservatario, debbano essere determinate sulla base dei legittimari esistenti al momento dell’apertura della successione e non subiscano alcun mutamento a causa della rinuncia o dell’inerzia di qualcuno di essi.

a) Esemplificazione. Di conseguenza al figlio, cui sia riservato 1/3 del patrimonio in applicazione dell’articolo 537 comma 2°, oppure 1/4 in base all’articolo 542, comma 2° Cc, ha diritto sempre e solo al rispetto di tale quota, pur se il fratello o il coniuge del de cuius non esercitino l’azione di riduzione.

b) Argomenti. La soluzione accolta dalla Suprema corte sembra assolutamente da condividere, non solo per i convincenti argomenti contenuti in motivazione, cui si rimanda nella stesura per esteso contenuta nella giurisprudenza di riferimento, ma anche perché in questo modo viene data all’ambiguo dettato normativo l’esegesi più rispettosa del principio di libertà di testare e donare. Infatti la disciplina della successione necessaria costituisce eccezione al suddetto cardine del diritto successorio, così che di essa deve essere preferita l’interpretazione idonea a salvare il più possibile le donazioni o le disposizioni testamentarie lesive. Mentre con le tesi dell’accrescimento e dell’espansione della quota, nonostante l’intenzione abdicativa di alcuni dei legittimari, la porzione di chi agisce in riduzione tende a crescere, invece la teoria della cristallizzazione ottiene il risultato opposto, limitando al minimo l’inefficacia delle attribuzioni volute dal defunto.

Applicando il principio di diritto sancito dalla sentenza in commento, dunque, viene meglio tutelata la volontà del de cuius, in conformità con gli assiomi del sistema.


Avv. Chiara Magnani

Mi occupo prevalentemente di condominio, locazioni, recupero crediti ed esecuzioni


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