ricorda
Non sei registrato?
Registrati ora
Il tuo carrello
Totale : € 0,00
Immigrazione clandestina e successione mediata di leggi penali
Cassazione penale , SS.UU., sentenza 16.01.2008 n° 2451 (Luca D'Apollo)

Deve escludersi che l'adesione della Romania all'Unione Europea abbia determinato l'abolizione del reato previsto dall'art. 14, comma 5 ter, d.lgs. n. 286/98, commesso dai cittadini rumeni prima del 1 gennaio 2007, giorno di entrata in vigore del trattato di adesione”.

È questo in breve il giudizio espresso dalle Sezioni Unite Penali, in ordine ai quesiti proposti dalla Sezione remittente (SEZ. I PENALE), che, nell’ordinanza dell’8 maggio 2007, n. 17578, aveva giusto una sentenza nomofilatica.

Il quesito dell’ordinanza di rimessione

Il quesito giuridico travagliato nella giurisprudenza di merito e legittimità è così riassumibile: “se la sopravvenuta circostanza che dal 1 gennaio 2007 la Romania è entrata a fare parte dell'UE giustifichi l'applicazione delle disposizioni di cui all'art. 2 cod. pen. e debba, quindi, fare pronunciare l'assoluzione, con la formula "perché il fatto non è previsto dalla legge come reato", nel processo a carico di un cittadino rumeno imputato dei reato previsto dall'art. 14, comma 5 ter, dei d.lgs. n. 286 del 1998 per l'inosservanza dell'ordine di lasciare il territorio italiano anteriormente emesso dal questore a seguito dei decreto prefettizio di espulsione”.

Le tesi proposte in merito erano due: l’applicazione dell’art. 2, comma 2, secondo cui dopo l’entrata in vigore dei trattati di adesione dei cd. Nuovi Paesi Membri (Polonia, Estonia, Repubblica Ceca, Svolenia, Romania, ecc.) si verificata un’ipotesi di abolitio criminis, in quanto il fatto di reato non è più previsto dalla legge come reato.

Secondo altro indirizzo presente nella recente giurisprudenza di legittimità l'ingresso della Romania nell'Unione europea potrebbe corrispondere ad una vicenda successoria di leggi penali nel tempo riconducibile non nella situazione di abolitio criminis prefigurata nel secondo comma dell'art. 2 del codice penale, ma nella particolare previsione del quarto comma del medesimo art. 2.

La questio iuris oggetto di rimessione alle Sezioni Unite Penali si intersecava con altra questione estremamente delicata: ovvero se costituisce successione di norme penali incriminatrici ex art. 2 c.p. anche la modifica di elementi fattuali o di norme extrapenali che incidono in via mediata sul fatto tipico di reato.

L’ordinanza di rimessione

È pertanto importante analizzare l’ordinanza di rimessione al fine di comprendere la decisione presa dalle Sezioni Unite.

L’ordinanza di rimessione è peraltro successiva ad altra importante sentenza sul tema dell’immigrazione: Cass., Sez. I, 11 gennaio 2007, Ferlazzo. Tale decisione riguarda il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina ex art. 12 dei d.lgs. n. 286 dei 1998. Trattandosi di un reato comune la qualifica soggettiva di straniero, venuta meno a seguito dell’ingresso nell’UE del Paese di origine del soggetto attivo del reato o dei soggetti fatti entrare in Italia, non incide direttamente sul disvalore del fatto tipico.

"nel caso di partecipazione dei Paese di appartenenza dell'autore dei fatto alla U.E., successiva alla violazione della norma incriminatrice, si tratta quindi, ad avviso di questo Collegio, di vicenda successoria di norme extrapenali che non integrano la fattispecie incriminatrice e tanto meno implicano una modifica della disposizione sanzionatoria penale, bensì determinano esclusivamente una variazione della rilevanza penale dei fatto con decorrenza dalla emanazione dei successivo provvedimento normativo di adesione dei nuovo Paese alla U.E., limitatamente ai casi che possono rientrare nel nuovo provvedimento, senza fare venire meno il disvalore penale dei fatto anteriormente commesso" (Cass., Sez. I, 11 gennaio 2007, Ferlazzo).

In sede di valutazione della decisione citata la Cass. Sez. I pen. ord. 8 maggio 2007, n. 17578 ritiene che la tesi sposata prende posizione sulla discussa tematica dell'ammissibilità dì " modificazioni mediate della norma incrirninatrice", optando a favore della tesi seguita da quella parte della dottrina che inquadra l'operatività delle fonti extrapenali nell'ambito dei presupposti della condotta, escludendo che esse vengano incorporate nella norma incriminatrice e che la loro modificazione possa fare venire meno il giudizio di disvalore inerente all'illecito penale precedentemente posto in essere e determinare, cosi, una situazione riconducibile nella figura dell'abolitio criminis.

In altri termini, secondo la linea di pensiero seguita dalla sentenza anzidetta, le fonti extrapenali che hanno sancito l'ingresso della Romania nell'Unione europea costituiscono il presupposto della condotta, ma non si incorporano nel precetto, in quanto non lo completano di dati senza i quali il tipo di illecito non risulta definito, nel senso che la norma extrapenale conferisce significato al precetto, contribuendo ad individuare il suo contenuto offensivo, ma si pone al di fuori di esso, per cui non può parlarsi di abolito criminis, se pure "in via mediata" (Cass. Sez. I pen. ord. 8 maggio 2007, n. 17578).

La stessa ordinanza di rimessione da conto che “in dottrina e in giurisprudenza è presente un opposto indirizzo interpretativo favorevole a ricondurre anche le modifiche "mediate" della legge penale nel regime regolato dall'art. 2 dei codice penale sul presupposto che sul campo di applicazione della norma incriminatrice esplicano diretta incidenza tutte quelle fonti normative che contribuiscono a concretare il contenuto dei precetto penale: con la conseguenza che una modificazione di quelle fonti si riflette sulla ampiezza della fattispecie e sul disvalore del fatto” (Cass. Sez. I pen. ord. 8 maggio 2007, n. 17578).

I giudici della prima sez. penale si soffermano sulla natura delle norme del TU immigrazione. Si afferma così che “la disciplina dell'immigrazione contenuta nel d.lgs. 25.7.1998, n. 286, fa esplicito riferimento a normativa extrapenale, il cui richiamo concorre a determinare la portata precettiva della prima. In particolare l'art. 1 ne specifica l'ambito di applicazione stabilendo che il presente testo unico, in attuazione dell'art. 10, secondo comma, della Costituzione, si applica, salvo che sia diversamente disposto, ai cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi, di seguito indicati come stranieri" (comma 1) e che il presente testo unico non si applica ai cittadini degli Stati membri dell'Unione europea, so non in quanto sì tratti di norme più favorevoli, e salvo il disposto dell'art. 45 della legge 6 marzo 1998, n. 40" (comma 2)” (Cass. Sez. I pen. ord. 8 maggio 2007, n. 17578).

Nel ragionamento del collegio si afferma che “la norma incriminatrice di cui all'art. 14, comma 5 ter, d.lgs n. 286 del 1998 delinea un reato "proprio", la cui configurazione ha come necessario presupposto, in capo al soggetto attivo, la specifica condizione di straniero ai sensi e per gli effetti del primo comma dell'art. 1: di talché, venuto meno tale elemento normativo della fattispecie a seguito dell'ingresso nell'Unione europea dello Stato di appartenenza, il reato non è più configurabile e il fatto perde la connotazione di disvalore. Ne segue che, verificandosi un mutamento dei precetto penale in relazione al variato ambito applicativo della norma, è consequenziale il riconoscimento dell'operatività della disciplina dell'art. 2, comma 2, c.p., tanto più che l'applicabilità di quest'ultima disposizione appare indubbia quando si considera che l'entrata nell'Unione europea comporta l'esercizio dei diritto dì libera circolazione sancito dal Trattato istitutivo della Comunità europea e, di riflesso, integra una causa di giustificazione che elimina l'antigiuridicità dell'ingresso clandestino in Italia” (Cass. Sez. I pen. ord. 8 maggio 2007, n. 17578).

A fondamento del proprio giudizio i Giudici remittenti richiamano una direttiva seguita più volte dalla giurisprudenza di legittimità, la cui principale espressione è, secondo la I Sez., rintracciabile nella sentenza delle Sezioni Unite riguardante la disciplina introdotta dal d.P.R. 27 giugno 1985, n. 350, che, nel recepire la direttiva comunitaria 77/780, riconobbe natura privatistica all'attività bancaria, ritenendo, pertanto, sussistente un'ipotesi di abolitio criminis con riguardo ai delitti di malversazione e di peculato precedentemente commessi dagli operatori bancari, per effetto del mutamento di disciplina extrapenale a cui il precetto faceva riferimento.

In tale sentenza il massimo consesso di questa Corte chiarì, in termini limpidi e convincenti, che "per legge incriminatrice deve intendersi il complesso di tutti gli elementi rilevanti ai fini della descrizione del fatto. Tra questi elementi, nei reati propri, è indubbiamente compresa la qualità del soggetto attivo. Se ne deve dedurre che, se la novatio legis riguarda la qualità del soggetto attivo, nel senso che, come nella specie, fa venire meno al dipendente bancario la qualità di incaricato di pubblico servizio, necessaria per integrare il reato di peculato, non può non applicarsi in favore di quel dipendente il principio di retroattività della legge più favorevole affermato dall'art. 2 c.p. La formulazione letterale del 21 comma dell'art 2 è abbastanza chiara nell'escludere la punibilità per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce più reato. E per quanti bizantinismi si vogliano fare, non si potrà mai contestare che il fatto ascritto al Tuzel e al Borgatti, se commesso oggi, non costituirebbe reato. Quel fatto storico, illecito al momento in cui fu commesso, non corrisponde più alla fattispecie astratta del reato" (Casa., Sez. Un., 23 maggio 1987, Tuzet).

La decisione delle Sezioni Unite

La decisione delle Sezioni Unite al di là del tema specifico offre una rara occasione di analisi ad ampio raggio sul tema delle norme integratrici del precetto penale.

In ragione del quesito richiesto nell’ordinanza di rimessione il Collegio nomofilattico avverte l’esigenza di scindere il problema della formula processuale da applicare dal problema sostanziale, se si discuta, cioè, di abolizione del reato o di modifica normativa mediata.

Nella scelta della formula processuale da utilizzare non vi sono ragione per interrogarsi sull'esistenza o meno dell’abolitio criminis: infatti “secondo l'indicazione che si trae dalla sequenza delle formule di proscioglimento contenuta nell'art. 129, comma 1, c.p.p. e dalla diversa ampiezza degli effetti liberatori per l'imputato, la formula "il fatto non sussiste" dovrebbe prevalere sulla formula "il fatto non è previsto come reato".

Il collegio si cimenta subito con la questione attesa: la successione mediata della norma incriminatrice.

In prima analisi ritiene che “nella giurisprudenza della Corte di cassazione, sulla punibilità dei reati previsti dagli artt. 12 e 14 d.lgs. n. 286/98, relativi a stranieri che successivamente abbiano acquistato la cittadinanza europea, non è ravvisabile alcun contrasto; è vero però che, come ha rilevato l'ordinanza di rimessione, esistono orientamenti difformi sugli effetti che in genere può determinare sul trattamento penale la modificazione di una norma extrapenale (..), cui quella penale faccia in qualche modo riferimento, e che se si dovesse accogliere l'opinione che questa modificazione si risolve sempre in un fenomeno di successione di leggi penali si dovrebbe concludere che, (…), l'acquisto della qualità di cittadino europeo fa escludere, a norma dell'art. 2, comma 2, c.p., la punibilità dei reati previsti dal d.lgs. n. 286/98, commessi precedentemente.”

La risposta al quesito proposta, secondo le Sezioni Unite, deve essere ricercata facendo riferimento ai criteri già affermati in tema di successione di leggi penali dalle Sezioni unite con la sentenza 26 marzo 2003, n. 25887, Giordano.

In quella sentenza le Sezioni unite hanno escluso la possibilità di accogliere la teoria della doppia punibilità in concreto e hanno affermato che per individuare il campo di applicazione del secondo comma dell'art. 2 c.p. non ci si può limitare a considerare se il fatto, punito in base alla legge anteriore, sia punito, o meno, anche in base a quella posteriore. Perciò non può escludersi che un fatto, divenuto non punibile per la legge extrapenale posteriore, rimanga punibile per la legge anteriore, vigente al momento della sua commissione.

Si riporta la parte argomentativa della sentenza che chiarisce i precedente dictum a SU, sul problema della punibilità delle condotte sussumibili in contesti normativo. Temporali diversi:

L'indagine sugli effetti penali della successione di leggi extrapenali va condotta facendo riferimento alla fattispecie astratta e non al fatto concreto: non basta riconoscere che oggi il fatto commesso dall'imputato non costituirebbe più reato, ma occorre prendere in esame la fattispecie e stabilire se la norma extrapenale modificata svolga in collegamento con la disposizione incriminatrice un ruolo tale da far ritenere che, pur essendo questa rimasta letteralmente immutata, la fattispecie risultante dal collegamento tra la norma penale e quella extrapenale sia cambiata e in parte non sia più prevista come reato. In questo caso ci si trova in presenza di un'abolitio criminis parziale, analoga a quella che si verifica quando è la stessa disposizione penale ad essere modificata con l'esclusione di una porzione di fattispecie che prima ne faceva parte (si pensi ad esempio alle modificazioni subite dal reato di abuso d'ufficio o da quello di false comunicazioni sociali).

La successione avvenuta tra norme extrapenali non incide invece sulla fattispecie astratta, ma comporta più semplicemente un caso in cui in concreto il reato non è più configurarle, quando rispetto alla norma incriminatrice la modificazione della norma extrapenale comporta solo una nuova e diversa situazione di fatto.

In altre parole, nel caso in esame occorre stabilire se la qualità di appartenenti all'Unione Europea, acquistata dai cittadini della Romania e degli altri Stati che sono di recente entrati a far parte dell'Unione, ha inciso sulla fattispecie dell'art. 14, comma 5 ter, d.lgs. n. 286/98, con effetto retroattivo o ha solo dato luogo a una modificazione della situazione di fatto, che ha reso lecita la loro permanenza in Italia dal momento dell'ingresso dei rispettivi Stati nell'Unione.

L'ordinanza di rimessione alle Sezioni unite ha prospettato la possibilità che nel caso in esame la punibilità venga esclusa in applicazione del quarto comma dell'art. 2 c.p., anziché del secondo comma dello stesso articolo, con l'opportuno effetto in tal caso di rendere inoperante la vicenda successoria rispetto alle condanne divenute irrevocabili. Però il quarto comma dell'art. 2 c.p., come si desume dal suo contenuto dispositivo e si ritiene generalmente, riguarda la modificazione delle incriminazioni e non la loro abolizione, riguarda cioè l'ipotesi in cui, in seguito a una successione di leggi penali, il fatto continua a costituire reato ma è trattato in modo diverso, e pone la regola che in tale ipotesi deve applicarsi la disposizione più favorevole, “salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile” Nel caso in esame occorre invece stabilire se l'incriminazione sia stata o meno abolita in seguito alla modificazione della legge extrapenale, e una risposta affermativa non può non comportare anche il superamento delle eventuali sentenze irrevocabili di condanna, di cui, a norma del secondo comma dell'art. 2 c.p., dovrebbero cessare l'esecuzione e gli effetti penali”.

Il collegio passa all’analisi delle tesi dottrinali sul tema soffermandosi sul concetto di “fatto” ex art. 2 c.p..

Anche nella dottrina le opinioni sono diverse e si articolano variamente tra due estremi. Da un lato c'è la tesi di chi ritiene che ogni disposizione che rileva nella descrizione della fattispecie penale finisce, ai fini dell'art. 2 c.p., a connotarsi penalmente e a far assumere rilevanza alle modificazioni che la riguardano; dal lato opposto la tesi di chi invece è convinto che le modificazioni di leggi diverse da quella penale non rilevino se il nucleo penale della fattispecie non cambia. Le modificazioni secondo questa tesi sono assimilabili a quelle relative ai presupposti di fatto e quindi danno origine a una diversità di fatti concreti, rimanendo prive di rilevanza ai fini del secondo comma dell'art. 2 c.p..

In mezzo coloro che distinguono tra leggi extrapenali le cui modificazioni sono rilevanti e leggi le cui modificazioni non lo sono, da individuare anche facendo ricorso a criteri valutativi, per riuscire a differenziare i casi in cui la modificazione ha determinato, anche per il passato, il venir meno della lesività del fatto da quelli in cui invece non ha determinato questo effetto.

Al primo dei due estremi si colloca una tesi estremamente lineare, la quale dalla premessa che il significato del termine "fatto" nel primo e nel secondo comma dell'art. 2 c.p. deve essere uguale deduce che qualunque modificazione mediata, se da un lato non può avere l'effetto di rendere punibile un fatto che prima non lo era, dall'altro non può non far cessare la punibilità di un fatto che prima lo era.

Se per "fatto" ai fini dell'art. 2, comma 1, c.p. si deve ... assumere il fatto storicamente determinato in tutti gli aspetti rilevanti ai fini dell'applicazione di una disposizione incriminatrice - si è detto - non si vede perché lo stesso concetto non debba più valere ai fini dell'art. 2, comma 2, c.p.”

La tesi è suggestiva, però è dubbio che il "fatto" dell'art. 2, comma 1, c.p. sia quello “storicamente determinato in tutti i suoi aspetti rilevanti”, ivi compresi quelli disciplinati dalle norme extrapenali.

E' vero che la modificazione di una norma extrapenale non potrebbe dar luogo a un'applicazione retroattiva, ma non sembra che ciò dipenda dal concetto di "fatto" accolto dall'art. 2, comma 1. c.p.p., perché è assai difficile ipotizzare che un fatto divenuto reato per la successiva modificazione di una legge extrapenale possa essere integrato da condotte precedenti, posto che in precedenza potevano esistere, e non sempre, gli elementi di fatto, ma non anche le qualificazioni normative presupposte dalla norma penale”.

Le Sezioni Unite giungono alla risoluzione secondo cui:

(…)non può concludersi che il concetto di "fatto" accolto dal primo comma dell'art. 2 c.p. è necessariamente comprensivo di tutti gli elementi normativi extrapenali e che questo concetto è recepito anche dal secondo comma dello stesso articolo.

E' vero che c'è una corrispondenza tra il primo e il secondo comma dell'art. 2 c.p., ma questa corrispondenza si riscontra nei casi in cui, come si vedrà, la legge extrapenale, per il ruolo che svolge nella fattispecie o per sua natura, è in grado di operare retroattivamente. E' in questi casi infatti che l'innovazione, per lo sbarramento del primo comma, non può avere un effetto di incriminazione retroattiva, mentre può avere l'effetto abolitivo previsto dal secondo comma.

In realtà l'art. 2 c.p. non offre argomenti per sostenere che, benché nella rubrica si riferisca letteralmente solo alla legge penale, detti delle regole da valere anche per tutte le leggi extrapenali, richiamate in qualche modo dalla disposizione incriminatrice; leggi che possono essere le più varie e possono venire in considerazione anche indirettamente, attraverso una pluralità di rinvii, dalla legge penale a quella extrapenale e da questa ad altre leggi.

Non decisivi gli argomenti dell’ordinanza di rimessione: la sentenza SU 16 luglio 1987, Tuzet

Le Sezioni Unite “smontano” l’argomento “principe” dell’ordinanza di rimessione che sosteneva l’assunto secondo cui la modifica soggettiva del reo, quale elemento del fatto tipico, è una modifica del precetto penale, per cui si avrà successione di norme incriminatrici ex art. 2 c.p..

Sul punto le Sezioni Unite affermano che:

Prima di concludere che nella previsione dell'art. 2, comma 3, c.p., oltre alle modificazioni di norme extrapenali integratrici della norma penale, rientrano quelle di altre norme extrapenali, solo se si tratta di norme retroattive, occorre considerare un precedente in senso diverso delle stesse Sezioni unite. Si tratta della sentenza 23 maggio 1987 - 16 luglio 1987, Tuzet, nella quale le Sezioni unite, dopo aver premesso che “per legge incriminatrice deve intendersi il complesso di tutti gli elementi rilevanti ai fini della descrizione del fatto”, hanno riconosciuto effetto retroattivo a una novazione legislativa che aveva fatto venir meno per i dipendenti bancari la qualità di incaricati di pubblico servizio, e hanno conseguentemente dichiarato non punibile un reato di peculato commesso precedentemente.

Va detto che alle Sezioni unite non era stata sottoposta specificamente la questione relativa alle modificazioni mediate della norma penale e che la sentenza non ha approfondito il tema ma si è limitata ad alcune affermazioni di principio, dopo aver riconosciuto che “la giurisprudenza ... in materia di successione di norme integratrici si mantiene oscillante e sembra influenzata nelle opposte soluzioni dalla specificità dei casi”.

E all'influenza della specificità del caso non si sono sottratte neppure le Sezioni unite.

La sentenza Tuzet era chiamata ad affrontare una questione risalente, relativa alla qualificazione dei dipendenti degli istituti di credito, che una precedente sentenza delle Sezioni unite (10 ottobre 1981-19 novembre 1981, Carfì) aveva risolto riconoscendo loro la qualità di incaricati di pubblico servizio. La soluzione non era rimasta immune da critiche; la questione non si era sopita e ne erano state inutilmente investite anche la Corte costituzionale e la Corte di giustizia delle Comunità europee. La prima (sent. 1^ luglio 1983, n. 205) aveva concluso con un non liquet, in quanto la questione di legittimità costituzionale sollevata coinvolgeva scelte in tema di diritto penale dell'impresa bancaria che spettavano alla discrezionalità del legislatore, mentre la seconda (sent. 7 aprile 1987) aveva dichiarato che “né le disposizioni, né l'obiettivo della direttiva n. 77/780 si oppongono a che sia conferita ai dipendenti degli enti creditizi la qualità di pubblico ufficiale o di persona incaricata di un pubblico servizio ai fini dell'applicazione del diritto penale di uno Stato membro”.

Così la questione era ritornata alle Sezioni unite, che con la sentenza Tuzet hanno mutato orientamento, affermando che per effetto della direttiva comunitaria n. 77/780 e delle norme di attuazione (1. 5 marzo 1985, n. 74 e D.P.R. 27 giugno 1985, n. 350) era cambiata la regolamentazione degli istituti di credito e correlativamente i dipendenti avevano perso la qualità di incaricati di pubblico servizio. La modificazione normativa non aveva però impedito ad altre decisioni della Corte di cassazione (Sez. 6^, 13 novembre 1985, Ercolano; Sez. 2^, 20 marzo 1986, Di Gianni) di ribadire il precedente orientamento, mentre la sentenza Tuzet, come è stato rilevato in dottrina, era giunta a una conclusione diversa operando un “ribaltamento della tesi emersa nella decisione Carfì, attraverso un discreto ma sistematico smantellamento dei principali elementi di prova addotti dalle Sezioni unite del 1981 a favore della soluzione panpublicistica".

Insomma la diversa qualificazione data ai dipendenti bancari dalla sentenza Tuzet, più che di una modificazione normativa, era stato il frutto di una diversa interpretazione, alla quale le Sezioni unite avevano inteso riconoscere valore retroattivo, come avviene normalmente per le operazioni interpretative.

Perciò dalla sentenza Tuzet non possono trarsi argomenti decisivi per sostenere che tutte le modifiche mediate della norma penale sono riconducibili all'art. 2, comma 2, c.p., né può condividersi la tesi che, come è stata riconosciuta efficacia retroattiva alla perdita, da parte dei dipendenti bancari, della qualità di persone incaricate di un pubblico servizio, analogamente deve riconoscersi efficacia retroattiva alla perdita, da parte dei cittadini rumeni, della qualità di stranieri.

Le conclusioni

La fattispecie dell'art. 14, comma 5 ter, d.lgs. n. 286/98 è rimasta immutata e la modificazione intervenuta nella disciplina dei permessi può incidere sulla condizione dello straniero, consentendogli di ottenere un permesso che prima gli era precluso, ma non può far venir meno la punibilità di un fatto già commesso.

Diversa a quanto pare dovrebbe essere la conclusione se a cambiare fosse proprio la definizione di straniero contenuta nell'art. 1, d.lgs. n. 286/98. Se dalla categoria venisse escluso il cittadino di uno Stato in attesa di adesione all'Unione sarebbe la stessa fattispecie penale a risultare diversa e a vedersi sottrarre una parte della sua sfera di applicazione, secondo lo schema tipico dell'abolizione parziale, riconducibile all'art 2, comma 2, c.p. (Sez. un. 26 marzo 2003, n. 25887, Giordano).

È pienamente condivisibile il giudizio della Corte quando ritiene che:

Se si dovesse ritenere il contrario, rispetto ai cittadini degli Stati in attesa di entrare a far parte dell'Unione Europea si verificherebbe una situazione paradossale, che darebbe luogo a procedimenti penali inutili, per reati destinati a venire meno nel momento in cui diventerebbe efficace l'adesione. Inoltre, come è stato giustamente rilevato, “la consapevolezza dell'agente che di lì a breve il proprio Stato entrerà nella CE lo indurrebbe a trasgredire senza timore alcuno l'art. 14, comma 5 ter, d.lgs. 286 del 1998, confidando poi nella successiva abolitio criminis”.

In definitiva le norme che hanno modificato lo status dei rumeni, facendoli diventare cittadini dell'Unione Europea, non possono considerarsi integratrici della norma penale, né possono operare retroattivamente.

L’adesione all’Ue da parte della Romania, non incide sul disvalore penale della fattispecie già commessa: pertanto non si ha una successione di norme penali nel tempo e non sarà applicabile l’art. 2, comma 2, c.p..

E' quindi esclusa l'assoluzione dell'imputato perché il fatto non è più previsto come reato.

(Altalex, 29 gennaio 2008. Nota di Luca D'Apollo. Cfr. eBook di Il reato di immigrazione clandestina Manuela Rinaldi)






Penale | Reati contro l'immigrazione

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE PENALI

Sentenza 27 settembre 2007 – 16 gennaio 2008, n. 2451

Massima e Testo Integrale



COLLABORA
Partecipa attivamente alla crescita del web giuridico: consulta le modalitˆ per collaborare ad Altalex . Inviaci segnalazioni, provvedimenti di interesse, decisioni, commenti, articoli, e suggerimenti: ogni prezioso contributo sarˆ esaminato dalla redazione.
NOTIZIE COLLEGATE
Il nuovo statuto delle terre e rocce da scavo (Articolo 30.11.2012 (Pasquale Giampietro) )

Dipendente, permesso di soggiorno, datore di lavoro, responsabilità (Cassazione penale , sez. I, sentenza 31.08.2011 n° 32934 )

Trasporto di persone, risarcimento danni, onere della prova (Corte d'Appello di Roma, sez. IV civile, sentenza 24.06.2011 )

Il reato di immigrazione clandestina (eBook , segnalazione del 16.07.2010 (Manuela Rinaldi) )

Immigrazione, successione leggi penali nel tempo, cittadini rumeni (Cassazione penale , SS.UU., sentenza 16.01.2008 n° 2451 )

Reati commessi da extracomunitari, ingresso della Romania nell’Unione Europea (Cassazione penale , sez. I, sentenza 08.05.2007 n° 17578 )

(Cassazione penale , SS.UU., sentenza 26.03.2003 n° 25887 )

Testo unico sull'immigrazione - Titolo II (Decreto legislativo , testo coordinato, 25.07.1998 n° 286 , G.U. 18.08.1998 )

Testo unico sull'immigrazione - Titolo III (Decreto legislativo , testo coordinato, 25.07.1998 n° 286 , G.U. 18.08.1998 )

Testo unico sull'immigrazione (Decreto legislativo , testo coordinato, 25.07.1998 n° 286 , G.U. 18.08.1998 )

Testo unico sull'immigrazione - Titolo IV (Decreto legislativo , testo coordinato, 25.07.1998 n° 286 , G.U. 18.08.1998 )


8 moduli con difficoltà crescente - Accreditato 8 ore CNF

Il corso si articolerà in otto units con difficoltà crescente. Le prime tre ore saranno di livello basic, le successive tre ore saranno di livello intermedio, le ultime due di livello avanzato. Le lezioni ...

avv.Elvira Ippolito-Patrocinante in Cassazione

civile, fallimentare, esecuzioni; è disponibile per domiciliazioni per Giudice di Pace di San Severo, Tribunale di Foggia Lucera


Calcolo danno macrolesioni con le tabelle dei principali Tribunali italiani

Milano-Roma 2013
abbinamento accertamento tecnico preventivo affidamento condiviso Agenzia delle Entrate amministratore di condominio anatocismo appello appello incidentale arresti domiciliari assegno di mantenimento assegno divorzile atto di precetto autovelox avvocato bando di concorso carceri codice della strada Codice Deontologico Forense codice penale codice procedura civile cognome collegato lavoro comodato compensi professionali concorso in magistratura concussione condominio contratto preliminare contributo unificato convivenza more uxorio danno biologico danno morale Decreto decreto Balduzzi decreto del fare decreto ingiuntivo decreto salva Italia demansionamento difesa d'ufficio dipendenti non agricoli Equitalia esame esame avvocato Esame di avvocato falso ideologico fermo amministrativo figli legittimi figli naturali figlio maggiorenne filtro in appello fondo patrimoniale Gazzetta Ufficiale geografia giudiziaria giudici ausiliari giudici di pace giustizia guida in stato di ebbrezza indennizzo diretto Inps insidia stradale interessi legali ipoteca legge di stabilità legge pinto lieve entità mansioni superiori mediazione civile mediazione obbligatoria milleproroghe ne bis in idem ordinanza-ingiunzione overruling parametri forensi parere civile parere penale pedone precetto processo civile telematico processo telematico procura alle liti provvigione pubblica amministrazione querela di falso responsabilità medica riassunzione ricorso per cassazione riforma forense riforma fornero sentenza Franzese sequestro conservativo sfratti silenzio assenso soluzioni proposte sospensione della patente sospensione feriale spending review Stalking tabella tabelle millesimali tariffe forensi tassi usurari tracce di esame tribunali usucapione usura