ricorda
Non sei registrato?
Registrati ora
Il tuo carrello
Totale : € 0,00
Regole nuove per la responsabilità del professionista?
Articolo 10.05.2008 (Mario Zana)
Ci sono fondati elementi per ritenere che nell’ultimo decennio il quadro delle regole giurisprudenziali sulle quali tradizionalmente si fondava la responsabilità civile del professionista sia sostanzialmente mutato nella direzione di una più efficace tutela del cliente...





Regole nuove per la responsabilità del professionista?

di Mario Zana

III° Congresso di aggiornamento professionale forense

Roma, 3–4–5 Aprile 2008

Sommario: 1. Premessa - 2. Superamento della distinzione obbligazioni di mezzi/obbligazioni di risultato sul piano sostanziale - 3. Segue: … e su quello processuale 4. Causalità civile e perdita di chance - 5. L’obbligo di informazione del cliente - 6. Conclusioni

1. Premessa

Alcuni recenti interventi della Cassazione in tema di responsabilità civile professionale s’impongono all’attenzione con il carattere dei grands arrêts, fondati come sono su articolate motivazioni che sottopongono a puntuali analisi tesi sostenute in dottrina e indirizzi giurisprudenziali fino ad allora seguiti: sentenze che per il rilievo delle regole enunciate appaiono destinate ad influenzare i giudici successivi anche oltre i confini delle specifico settore al quale si riferiscono.

Ove si consideri che in più di un’occasione tali pronunce, rese con l’autorevolezza delle Sezioni unite, portano la firma di Consiglieri Relatori già Estensori di precedenti pronunciamenti sulle stesse questioni di diritto aventi ad oggetto i punti nodali della costruzione realizzata dalla giurisprudenza sulla base del disposto degli artt. 1176, 1218, 2236 c.c., sembra giustificato ritenere che non si tratti di semplici mutamenti di indirizzo nell’interpretazione di questa o di quella norma, ma di una rilettura sistematica delle regole consolidate in una prospettiva diversa da quella tradizionale.

Vengono infatti sottoposti a revisione critica il significato e il ruolo della distinzione tra obbligazioni di mezzi e obbligazioni di risultato, i criteri di ripartizione dell’onere della prova nel giudizio di responsabilità, l’individuazione del nesso di causalità tra inadempimento e danno, l’obbligo di informazione nei confronti del cliente.

Il quadro che ne risulta porta ad individuare con sufficiente chiarezza la tendenza a riportare la relazione professionista-cliente alla logica codicistica del rapporto tra (semplice) debitore e (semplice) creditore; con il risultato di alterare gli equilibri auspicati dalla Relazione al Codice civile sub art. 2236 (n. 917), tanto da determinare un regime di tutela preferenziale degli interessi del cliente: come già avviene, a giudicare dagli ultimi sviluppi giurisprudenziali, nel settore della responsabilità medica, dove peraltro il grado di instabilità delle regole si giustifica in ragione della preminente (almeno a partire dalla fine degli anni ’70) considerazione del diritto alla salute del paziente.

L’affermazione merita di essere verificata attraverso l’esame delle sentenze più significative, allo scopo di cogliere gli elementi di novità che esse introducono nel sistema, lasciando, per così dire, parlare la giurisprudenza, che in definitiva è l’autrice delle regole che lo governano.

2. Superamento della distinzione obbligazioni di mezzi/obbligazioni di risultato sul piano sostanziale

Che la (fin troppo nota e discussa) distinzione tra obbligazioni di mezzi e obbligazioni di risultato abbia consentito alla giurisprudenza di stabilire un regime di prova dell’inadempimento senz’altro più favorevole al professionista-debitore, è un dato di fatto; così come l’indifferenza che le nostre Corti hanno mostrato per le critiche che la dottrina ha rivolto alla menzionata distinzione fin dal suo ingresso nel panorama giuridico italiano.

Bisogna attendere il 2005 perché la Cassazione faccia proprie tali critiche, sancendo il superamento della distinzione stessa sul piano del diritto sostanziale, verosimilmente sull’onda di altri pronunciamenti, che nel settore-pilota della responsabilità medica -come si dirà di seguito- ne avevano già decretato il tramonto proprio quale criterio regolatore dell’onere di prova nei giudizi di responsabilità.

La sentenza, resa a Sezioni unite (28 luglio 2005, n. 15781), interviene a comporre un contrasto giurisprudenziale circa l’applicabilità delle disposizioni, di cui all’art. 2226 c.c., in tema di decadenza e prescrizione dell’azione di garanzia per vizi e difetti dell’opera, dettate in riferimento al contratto d’opera manuale, alla diversa ipotesi in cui i vizi e i difetti si manifestino in relazione al contratto d’opera intellettuale; in particolare, alla prestazione del professionista che abbia assunto l’obbligazione della redazione di un progetto di ingegneria o della direzione dei lavori, ovvero di entrambi i compiti, cumulando i ruoli di progettista e direttore dei lavori.

Il contrasto di giudicati traeva origine dalla diversa qualificazione dell’obbligazione del professionista nelle ipotesi sopra individuate, ora, come obbligazione di mezzi: con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2226, ed applicabilità invece dell’ordinaria prescrizione decennale, ex art. 2946 c.c.; ora, come obbligazione di risultato: sottoponendo quindi i casi richiamati ai brevi termini di decadenza e prescrizione, di cui all’art. 2226 c.c.

La Corte, nel risolvere il contrasto, sancisce l’inapplicabilità dei brevi termini dell’azione di garanzia per vizi, ex art. 2226 c.c., alla prestazione d’opera intellettuale sulla base del criterio di incompatibilità con i tempi necessari per una valutazione tecnica del progetto e/o dell’opera prestata; negando alla menzionata distinzione il ruolo fin qui attribuitole.

In sintesi, preso atto che secondo la definizione tradizionale “nelle obbligazioni di mezzi la prestazione dovuta prescinde da un particolare esito positivo dell’attività del debitore, che adempie esattamente ove svolga l’attività richiesta nel modo dovuto …. nel senso che la diligenza è tendenzialmente considerata quale criterio determinativo del contenuto del vincolo”; mentre nelle obbligazioni di risultato “ciò che importa è il conseguimento del risultato stesso …. in altri termini, è il risultato cui mira il creditore, e non il comportamento, ad essere direttamente in obligatione”, le Sezioni unite rilevano che “tale impostazione non è immune da profili problematici, specialmente se applicata proprio alle ipotesi di prestazione d’opera intellettuale, in considerazione della struttura stessa del rapporto obbligatorio e tenendo conto, altresì, che un risultato è dovuto in tutte le obbligazioni”, richiedendosi in ogni caso -il riferimento è all’obbligazione dell’appaltatore, che deve comunque utilizzare idonee procedure e modalità di esecuzione- “la compresenza sia del comportamento del debitore che del risultato, anche se in proporzione variabile”. Peraltro, si fa notare come in giurisprudenza, pur affermandosi che di regola le obbligazioni del professionista sono di mezzi, si operi non di rado “una sorta di metamorfosi dell’obbligazione di mezzi in quella di risultato, attraverso l’individuazione di doveri di informazione e di avviso …. definiti accessori ma integrativi rispetto all’obbligo primario della prestazione, ed ancorati a principi di buona fede, quali obblighi di protezione, indispensabili per il corretto adempimento della prestazione professionale in senso proprio”: il riferimento è all’obbligo di informazione del paziente; nonché, in campo ingegneristico, all’obbligo per il progettista di accertare con precisione i confini, le dimensioni e le altre caratteristiche dell’area sulla quale la costruzione dovrà essere realizzata, ovvero di sondare il suolo e il sottosuolo su cui deve sorgere l’opera.

Rileva la Corte che in realtà il contenuto dell’obbligo del professionista si trae dalle “comuni regole di correttezza e di diligenza …. in particolare, per quanto attiene alla diligenza, l’art. 1176, comma 2 c.c., ne qualifica il contenuto allorché si tratti di valutare il comportamento del professionista (la cui diligenza deve essere conforme alla natura dell’attività professionale da svolgere), con la conseguenza che al rapporto scaturente dal contratto di prestazione d’opera intellettuale debbono essere applicate, in linea generale e di tendenza (salvo quanto previsto dalla specifica normativa dettata per tale tipo di rapporto) le norme che determinano le conseguenze dell’inadempimento (art. 1218 c.c.) e che consentono di operare la definizione di inadempimento nel quadro dell’attuazione del rapporto”.

In altri, e più espliciti termini, “il regime di responsabilità del professionista (la c.d. colpa professionale) è sempre il medesimo”, posto che la distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato “non ha …. alcuna incidenza” su di esso; così come la stessa distinzione “sembra perdere ogni peso, sempre nell’ambito della responsabilità professionale, in materia di eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., trovando tale eccezione accoglimento a prescindere dalla natura dell’obbligazione da adempiere”.

A quest’ultimo proposito, vale la pena notare che di recente la Sez. I della Cassazione ha ritenuto legittimo il rifiuto del compenso (ex art. 1460 cod. civ.) al progettista, sul presupposto che “l’obbligazione di redigere un progetto di costruzione di un’opera pubblica è di risultato, impegnando il professionista alla presentazione di un progetto concretamente utilizzabile, anche dal punto di vista tecnico e giuridico” (sent. 2/2/2007, n. 2257): laddove l’aggettivazione del risultato sembra evocare una “metamorfosi” di segno opposto a quella richiamata dalle Sezioni unite.

Il superamento della distinzione avviene dunque su un piano di diritto sostanziale; anche se la motivazione non trascura di aderire ad un precedente (Cass., 7/2/1996, n. 973) - ma non a SS.UU. 30/10/2001, n. 13533, di cui si riferirà di seguito (svista del Relatore?) - nel quale la Corte aveva già affermato che il meccanismo di ripartizione dell’onere della prova, ai sensi dell’art. 2697 c.c., in materia di responsabilità contrattuale è identico, sia che il creditore agisca per l’adempimento dell’obbligazione, ex art. 1453 c.c., sia che domandi il risarcimento per l’inadempimento contrattuale, ex art. 1218 c.c., “senza richiamarsi in alcun modo alla distinzione tra obbligazioni di mezzi e di risultato”.

Le argomentazioni delle Sezioni unite trovano puntuale riscontro in una successiva sentenza della Sezione III (13/4/2007, n. 8826) in materia di responsabilità medica, laddove la menzionata distinzione viene giudicata “il frutto di una risalente elaborazione dogmatica accolta dalla tradizionale interpretazione e tralatiziamente tramandatasi, priva invero di riscontro normativo e di dubbio fondamento”; ponendosi quindi in rilievo che “anche nelle c.d. obbligazioni di mezzi lo sforzo diligente del debitore è in ogni caso rivolto al perseguimento del risultato dovuto”, e che, d’altro canto, “nelle ipotesi tipicamente indicate come obbligazioni di risultato (es., l’obbligazione del depositario) non è comunque garantito il risultato, giacché l’impegno del debitore è pur sempre obbligatorio, e non si sostanzia invero in un’assicurazione”.

Da ultimo, pronunciandosi in punto di responsabilità per danni da emotrasfusioni, le Sezioni unite (sent. 11/1/2008, n. 577), sono tornate, seppur incidenter tantum, sul valore della distinzione, ritenendola “dogmaticamente superata”, pur riservandole una “funzione descrittiva”.

3. Segue: …e su quello processuale

La crisi della menzionata distinzione era già in atto sul piano (processuale) della rilevanza tradizionalmente attribuitale ai fini della distribuzione dell’onere di prova dell’inadempimento, accollando al creditore la prova del comportamento non diligente (id est, l’inadempimento) nel caso di obbligazioni ritenute di mezzi; e al debitore la prova della causa non imputabile nel caso di obbligazioni ritenute di risultato.

Il punto di partenza è costituito dalla sentenza 30/10/2001, n. 13533, delle Sezioni unite, già ricordata, intervenuta a comporre un contrasto giurisprudenziale tra una tesi maggioritaria, nel senso che il regime probatorio è diverso secondo che il creditore richieda l’adempimento ovvero la risoluzione; e una tesi minoritaria, tendente a ricondurre ad unità il regime probatorio da applicare in riferimento a tutte le azioni previste dall’art. 1453 c.c..

La Corte aderisce al secondo orientamento sulla base di criteri di ragionevolezza per identità di situazioni probatorie, di riferibilità o di vicinanza della prova, di distinzione strutturale tra responsabilità contrattuale e da fatto illecito, enunciando il principio che “in tema di prova dell’inadempimento di una obbligazione, il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l’adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell’onere della prova del fatto estintivo dell’altrui pretesa, costituito dall’avvenuto adempimento”; ed estendendolo all’ipotesi in cui il creditore deduca l’inesatto inadempimento: cosicché “al creditore istante sarà sufficiente la mera allegazione dell’inesattezza dell’adempimento (per violazione di doveri accessori, come quello di informazione, ovvero per mancata osservanza dell’obbligo di diligenza, o per difformità quantitative o qualitative dei beni), gravando ancora una volta sul debitore l’onere di dimostrare l’avvenuto, esatto adempimento”.

Il passo ulteriore lo compie la Sezione III della Cassazione con due sentenze rese a breve distanza l’una dall’altra (28/5/2004, n. 10297 e 21/6/2004, n. 11488) in tema di responsabilità medica, operando una decisiva svolta nell’orientamento consolidato, che chiedeva al paziente la prova dell’inadempimento del medico (o della struttura sanitaria): sulla premessa che “la relazione che si instaura tra medico (nonché tra struttura sanitaria) e paziente dà luogo ad un rapporto di tipo contrattuale (quand’anche fondato sul solo contatto sociale)”, si afferma che in base alla regola, di cui all’art. 1218 c.c., “non compete al paziente provare la colpa, né, tantomeno, la gravità di essa, dovendo il difetto di colpa o la non qualificabilità della stessa in termini di gravità (nel caso di cui all’art. 2236 c.c.) essere allegate e provate dal medico”.

L’affermata unitarietà del criterio di ripartizione dell’onere della prova travolge i delicati equilibri precedentemente introdotti dalla stessa Corte con la nota distinzione tra interventi di facile e interventi di difficile esecuzione (sent. 21/12/1978, n. 6141), adottata poi uniformemente (anche oltre i confini della prestazione sanitaria) quale correttivo della difficile posizione processuale del creditore conseguente alla distinzione fondamentale (obbligazioni di mezzi/obbligazioni di risultato): se ne deduce, infatti, che “la distinzione tra prestazione di facile esecuzione e prestazione implicante la soluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà non rileva più quale criterio di distribuzione dell’onere della prova, ma dovrà essere apprezzata per valutare il grado di diligenza ed il corrispondente grado di colpa, restando comunque a carico del sanitario la prova che la prestazione era di particolare difficoltà” (più di recente, Cass. 9/11/2006, n. 23918).

Il regime di prova, così stabilito, trova successive conferme nella giurisprudenza in tema di responsabilità medica. Basterà citare Cass. 13/4/2007, n. 8826, che, tra l’altro, precisa ulteriormente la portata dell’art. 2236, quale norma implicante “solamente una valutazione della colpa del professionista in relazione alle circostanze del caso concreto”.

Il quadro relativo all’onere probatorio viene poi completato prevedendo espressamente che spetta al creditore (ancora una volta, il paziente) la prova del nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari, “restando a carico di questi ultimi la prova che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile” (Cass. 24/5/2006, n. 12362).

Siffatta ripartizione dell’attività delle parti nel giudizio di responsabilità professionale ha ricevuto l’autorevole avallo delle Sezioni unite nella già citata sentenza n. 577 dell'11/1/2008, con la precisazione che “l’allegazione del creditore non può attenere ad un inadempimento, qualunque esso sia, ma ad un inadempimento, per così dire, qualificato, e cioè astrattamente efficiente alla produzione del danno”: il che sposta l’attenzione sul (necessariamente) connesso problema della causalità in sede civile, al quale andrà ora fatto cenno per i riflessi che i criteri in esse elaborati sono destinati ad esercitare in materia.

4. Causalità civile e perdita di chance

L’intenzione di mettere ordine nella molteplicità di criteri logici di volta in volta adottati per individuare il collegamento tra condotta ed evento dannoso risulta con molta evidenza nella complessa motivazione di Cass. 16/10/2007, n. 21619, in tema di responsabilità per condotta omissiva del sanitario.

In estrema sintesi, riaffermata la netta distinzione tra causalità materiale e causalità giuridica, richiamate le diverse soluzioni che sono state fin qui avanzate per riferire il danno alla sua causa (quali: certezza, quasi certezza, certezza morale, probabilità, credibilità, possibilità, verosimiglianza, senso comune), e posti in rilievo i tratti essenziali che distinguono la causalità civile da quella penale, la Corte individua il “principio guida” per una corretta individuazione della prima “in termini di rispondenza, da parte dell’autore del fatto illecito, delle conseguenze che ‘normalmente’ discendono dal suo atto, a meno che non sia intervenuto un nuovo fatto rispetto al quale egli non ha il dovere o la possibilità di agire (la c.d. teoria della regolarità causale e del novus actus interveniens)”: il nesso causale diviene così “la misura della relazione probabilistica concreta (e svincolata da ogni riferimento soggettivo) tra comportamento e fatto dannoso”.

Vale la pena precisare che l’apprezzamento della causalità materiale nell’ambito della responsabilità contrattuale comporta un doppio passaggio logico: la preesistenza di un rapporto tra danneggiante (debitore) e danneggiato (creditore) vale, infatti, ad individuare già a priori la condotta del debitore (inadempiente o in ritardo) come il fatto a cui riferire il danno; rendendo quindi necessario verificare (per così dire, in seconda battuta) la sussistenza della “relazione probabilistica concreta” tra inadempimento (o ritardo) e danno. Significativo in tal senso un passaggio della motivazione, in cui si sottolinea il significato del primo comma dell’art. 1227 c.c.: laddove si intende chiaramente che “il legislatore ha preso in esame l’ipotesi in cui il fatto del creditore/danneggiato interviene a spezzare il legame, a monte, tra comportamento del soggetto agente ed evento, escludendo così la totale imputabilità del fatto all’agente e limitando di conseguenza la responsabilità di quest’ultimo”. La precisazione acquista un particolare significato ove si consideri che la pronuncia in esame interviene in relazione ad un caso di responsabilità medica: campo ormai assegnato senza eccezioni alle regole della responsabilità contrattuale.

I risultati a cui giunge la Corte possono riassumersi in tre punti fondamentali:

1) l’indipendenza della causalità civile da quella penale, sia sotto il profilo della verifica del collegamento tra evento dannoso e danni risarcibili, sia sotto il profilo dell’imputazione dell’evento di danno;

2) a differenza della causalità penale, che segue l’orientamento “dell’elevato grado di credibilità razionale dell’accertamento giudiziale” (sent. Franzese, Cass. Pen, SS.UU., 10/7/2002 – 11/09/2002, n. 30328), la causalità civile “si attesta sul versante della causalità relativa (o “variabile”) ed è caratterizzata dall’accedere ad una soglia meno elevata di probabilità” (nella fattispecie, è stato ritenuto “più probabile che non” il nesso di causa tra il comportamento omissivo del sanitario e le lesioni subìte dal danneggiato): ciò non significa mero arbitrio del giudice, posto che il giudizio deve essere adeguatamente motivato, in una logica svincolata da una stretta dipendenza dalle “formule peritali”, sulla base delle prove raggiunte, della verifica controfattuale (trattandosi di comportamento omissivo), nonché di un rigoroso rispetto degli oneri probatori dalla legge imposti alle parti;

3) da questa, che viene definita la dimensione della “causalità ordinaria”, va nettamente distinta la causalità da perdita di chance, “attestata tout court sulla mera possibilità di conseguimento di un diverso risultato … , da intendersi, rettamente, non come mancato conseguimento di un risultato soltanto possibile, bensì come sacrificio della possibilità di conseguirlo”: nella fattispecie, veniva in considerazione la guarigione del paziente, “come ‘bene’, come diritto attuale, autonomo e diverso rispetto a quello alla salute”.

L’aver definito due distinte “causalità civili” quali “differenti dimensioni di analisi”, entro le quali articolare l’indagine sul nesso di causalità con riferimento ad uno stesso evento dannoso, apre la strada ad una chiarificazione dei termini del complesso problema del danno da “perdita di chance”, che da tempo ha travalicato i confini del settore lavoristico, interessando, tra gli altri, il settore della responsabilità professionale: in primo luogo, la responsabilità medica, ma anche, seppur in misura più limitata, e comunque, non sempre expressis verbis, quella di avvocati (cfr. Cass., 26/02/2002, n. 2836) e commercialisti (Cass., 13/12/2001, n. 15759).

La netta distinzione, individuata dalla Corte sulla scorta della già avanzata elaborazione compiuta in argomento da Cass. 4/3/2004, n. 4400, tra le due “categorie concettuali” della “probabilità” e della “possibilità” si traduce, in ultima analisi, nell’alternativa tra la richiesta di risarcimento per il danno subìto, e la richiesta di un ristoro (verosimilmente da valutarsi in via equitativa) per la privazione di una possibilità di evitare l’evento negativo: nei casi in cui il danno non risultasse ricollegabile in modo processualmente certo, o più probabile che non, all’evento dannoso, sarà possibile - posto che l’indagine istruttoria sia stata stimolata anche in questa seconda direzione - chiedere in via alternativa riparazione del pregiudizio per perdita di chance.

Le conclusioni a cui è giunta la Corte sub 1) e 2) hanno da ultimo ricevuto conferma dalle Sezioni unite (11/1/2008, n. 581), che sottolineano come sostanzialmente diversa sia la regola probatoria nel processo penale e in quello civile, “in quanto nel primo vige la regola della prova ‘oltre il ragionevole dubbio’ …. mentre nel secondo vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del ‘più probabile che non’, stante la diversità dei valori in gioco nel processo penale tra accusa e difesa, e l’equivalenza di quelli in gioco nel processo civile tra le due parti contendenti”.

5. L’obbligo di informazione del cliente

Un ruolo determinante nel giudizio di responsabilità assume infine l’obbligo di informazione che il professionista deve adempiere nei confronti del cliente, in particolare, nel settore dell’attività medica, e, in tempi più recenti, dell’avvocato e del notaio.

La giurisprudenza più recente individua la fonte di detto obbligo nella criterio della diligenza, di cui all’art. 1176, comma 2, c.c. per l’attività dell’avvocato e del notaio, mentre in relazione alla prestazione medica lo fa discendere direttamente dai principi costituzionali, ex artt. 13 e 32, comma 2, Cost., nonché dalla legislazione speciale in tema di consenso ai trattamenti sanitari.

Quanto ai contenuti dell’informazione, la tendenza è nel senso che essa deve comprendere tutti gli aspetti e le prevedibili implicazioni dell’attività professionale, tanto in riferimento al momento dell’assunzione dell’incarico, quanto alla fase di attuazione del rapporto.

Così, si è ritenuto che “nell’adempimento dell’incarico professionale conferitogli, l’obbligo di diligenza da osservare ai sensi del combinato disposto di cui agli art. 1176, 2º comma, e 2236 c.c., impone all’avvocato di assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, (anche) ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato, o comunque produttive del rischio di effetti dannosi”; e che “la prova del puntuale espletamento di tali incombenti, attenendo al corretto adempimento dell’obbligo professionale a carico dell’avvocato con diretto riferimento al dovere di informazione [deve essere] fornita dal professionista” (Cass. 30/07/2004, n. 14597): con ciò, aderendo al già segnalato indirizzo instaurato dalle Sezioni unite in tema di onere della prova (sent. 30/10/2001, n. 13533).

Ma, più recentemente, Cass., 18/4/2007, n. 9238, ha stabilito che ai fini dell’accertamento della responsabilità professionale dell’avvocato “incombe al cliente, il quale assume di aver subìto un danno, l’onere di provare la difettosa od inadeguata prestazione professionale”.

Anche al notaio si impongono puntuali obblighi di informazione nei riguardi del cliente; con la conseguenza che “il mancato adempimento …. integra un elemento essenziale della sua prestazione professionale”, costituendo violazione delle obbligazioni derivanti dal contratto di prestazione d’opera professionale” (Cass. 11/1/2006, n. 264). Parimenti, si afferma che “tra gli obblighi accessori del notaio stipulante rientra l’attività di consulenza rispetto allo scopo tipico dell’atto, con la conseguenza che qualora oggetto della prestazione sia la cessione di un credito da appalto che il cedente vanta nei confronti di un ente pubblico (cessione che, diversamente da quella tipica prevista dagli artt. 1260 ss. c.c., comporta che l’adesione dell’amministrazione interessata è indispensabile per il perfezionamento della fattispecie), il notaio non può limitarsi a trattare solo i rapporti interni tra le parti, ma deve indicare loro le peculiare disciplina del negozio” (Cass. 22/6/2006, n. 14450).

Più complesso è l’iter seguito dalla giurisprudenza in tema di consenso ai trattamenti sanitari: dal “consenso tacito” (Cass. 26/3/1981, n. 1773) al “consenso informato”, secondo una parabola ascendente, sia - come già accennato - quanto al livello dei principi di riferimento, sia quanto all’estensione dei contenuti dell’informazione, che, secondo un indirizzo ormai assolutamente costante, deve vertere “sulla natura dell’intervento, sulla portata ed estensione dei suoi risultati e sulle possibilità e probabilità dei risultati conseguibili”, estendendosi “allo stato di efficienza e al livello di dotazioni della struttura sanitaria in cui il medico presta la sua attività”, nonché “ai rischi specifici rispetto a determinate scelte alternative e alle varie fasi degli stessi che assumono una propria autonomia gestionale” (Cass. 30/7/2004, n. 14638). Spetterà poi al medico (o alla struttura sanitaria) dimostrare in giudizio di aver esaurientemente informato il paziente (Cass. 23/5/2001, n. 7027).

Va notato che l’aver sganciato l’obbligo di informazione dal criterio della diligenza, per ricollegarlo direttamente ai principi costituzionali, consente di affermare la responsabilità del sanitario (e di riflesso della struttura per cui egli agisce) indipendentemente dalle modalità di esecuzione della prestazione: “la correttezza o meno del trattamento, infatti, non assume alcun rilievo ai fini della sussistenza dell’illecito per violazione del consenso informato, in quanto è del tutto indifferente ai fini della configurazione della condotta omissiva dannosa e dell’ingiustizia del fatto, la quale sussiste per la semplice ragione che il paziente, a causa del deficit di informazione non è stato messo in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volontà consapevole delle sue implicazioni”; con la conseguenza che “sul piano del danno-conseguenza, venendo in considerazione il peggioramento della salute e dell’integrità fisica del paziente, rimane del tutto indifferente che la verificazione di tale peggioramento sia dovuta ad un’esecuzione del trattamento corretta o scorretta” (Cass. 14/3/2006, n. 5444).

6. Conclusioni

In conclusione, ci sono fondati elementi per ritenere che nell’ultimo decennio il quadro delle regole giurisprudenziali sulle quali tradizionalmente si fondava la responsabilità civile del professionista sia sostanzialmente mutato nella direzione di una più efficace tutela del cliente: dal depotenziamento della distinzione tra obbligazioni di mezzi e obbligazioni di risultato, da sempre strumento di difesa processuale del prestatore d’opera intellettuale; alla definizione in termini probabilistici del nesso di causalità tra comportamento del professionista e danno subìto dal cliente; all’obbligo di un’esauriente informazione da assolvere nei confronti di quest’ultimo.

Le nuove regole, forgiate ed attuate nel campo della responsabilità medica, che a ragione può definirsi il settore-pilota di questa evoluzione, stentano ad attecchire negli altri microsistemi. Se ne è avuto qualche significativa conferma nel corso dell’indagine: la menzionata distinzione continua a costituire la premessa di buona parte delle recenti pronunce della Cassazione (per non parlare della giurisprudenza di merito): e non solo in formale ossequio ad una radicata tradizione; l’onere della prova viene ancora assai frequentemente ripartito in disaccordo con i principi stabiliti dalle Sezioni unite; il nesso di causalità continua ad essere individuato con una variegata gamma di criteri, spesso non distinguendosi tra danno da inadempimento e pregiudizio della possibilità di un esito più favorevole della prestazione: si ricorda, per mera esemplificazione, che anche recentemente si è ritenuto che “l’affermazione di responsabilità di un legale implica l’indagine sul sicuro fondamento dell’azione che avrebbe dovuto essere proposta o diligentemente coltivata, e perciò la ‘certezza morale’ che gli effetti di una diversa attività del professionista sarebbero stati vantaggiosi per il cliente” (Cass. 18/4/2007, n. 9238). Con buona pace delle “differenti dimensioni di analisi” della causalità delineate dalla stessa Sezione III.

E tuttavia, il livello delle argomentazioni formulate a sostegno dei nuovi indirizzi, unito all’autorevolezza delle conferme giunte dalle Sezioni unite, fanno ritenere che si sia ormai superato il punto di non ritorno.



COLLABORA
Partecipa attivamente alla crescita del web giuridico: consulta le modalitˆ per collaborare ad Altalex . Inviaci segnalazioni, provvedimenti di interesse, decisioni, commenti, articoli, e suggerimenti: ogni prezioso contributo sarˆ esaminato dalla redazione.
NOTIZIE COLLEGATE
La responsabilità del medico: conferme e novità giurisprudenziali (Focus di Massimario.it agg. al 14.09.2011 (Luigi Viola) )

La responsabilità del praticante avvocato (Focus di Massimario.it agg. al 07.05.2008 (Claudio Venditti) )

Responsabilità civile del Ministero della Salute per danni cagionati da sangue infetto (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 11.01.2008 n° 581 (Massimo Marasca) )

Responsabilità della struttura sanitaria: natura giuridica e onere della prova (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 11.01.2008 n° 577 (Solange Manfredi) )

Danni da sangue infetto, causalità civile, prescrizione, responsabilità del Ministero (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 11.01.2008 n° 581 )

Medici e ospedali: qualificazione giuridica della responsabilità e onere probatorio (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 11.01.2008 n° 577 (Giuseppe Mommo) )

Responsabilità del medico, struttura sanitaria pubblica o privata, indifferenza (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 11.01.2008 n° 577 )

Danni da sangue infetto: l'intervento delle Sezioni Unite (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 11.01.2008 n° 581 (Cesira Cruciani) )

Avvocati: casi e principi giurisprudenziali (Focus di Massimario.it agg. all' 08.01.2008 (Luigi Viola) )

Responsabilità del medico, omissione, nesso causale, accertamento, probabilità (Cassazione civile , sez. III, sentenza 16.10.2007 n° 21619 )

Sul nesso di causalità in materia di responsabilità civile (Cassazione civile , sez. III, sentenza 16.10.2007 n° 21619 (Sandra Scarabino) )

Responsabilitá dell’avvocato: la prova del nesso causale (Cassazione civile , sez. III, sentenza 18.04.2007 n° 9238 (Raffaele Plenteda) )

Attività forense, responsabilità, prova (Cassazione civile , sez. III, sentenza 18.04.2007 n° 9238 )

Medico strutturato, obbligazioni di risultato, responsabilità dell’ente ospedaliero (Cassazione civile , sez. III, sentenza 13.04.2007 n° 8826 )

Responsabilità contrattuale del medico e della asl di appartenenza (Cassazione civile , sez. III, sentenza 13.04.2007 n° 8826 (Ilaria Di Punzio) )

Deficit informativo: sanitario responsabile anche se il trattamento è corretto (Cassazione civile , sez. III, sentenza 14.03.2006 n° 5444 (Luca D'Apollo) )

Avvocato: incarico professionale, adempimento e dovere di diligenza (Cassazione civile , sez II, sentenza 30.07.2004 n° 14597 )

Spetta al medico dimostrare che l'intervento è di difficile esecuzione (Cassazione civile , sez. III, sentenza 28.05.2004 n° 10297 )

Responsabilità medica, perdita di chance e nesso di causalità (Cassazione civile , sez. III, sentenza 04.03.2004 n° 4400 )

Sul nesso causale in caso di responsabilità del medico per morte del paziente (Cassazione penale , SS.UU, sentenza 11.09.2002 n° 30328 )

Sulla responsabilità dell'avvocato per tardiva proposizione dell'appello (Cassazione civile Sez. III, Sentenza 26.02.2002 n° 2836 )

Adempimento e risoluzione del contratto - stesso regime probatorio (Cassazione civile , SS.UU., sentenza 30.10.2001 n° 13533 )


Seminario online di aggiornamento professionale, accreditato 4 ore CNF

I seminari in materia di processo telematico, mirano a fornire all’Avvocato una preparazione di base in vista dell’imminente entrata a regime del Processo Civile telematico. L'intero percorso formativo &egr ...

avv.francesca schiavo

professionista esperta in diritto del lavoro e previdenza, famiglia e minori .Tribunale di Roma, Corte d'appello di Roma


Calcolo danno macrolesioni con le tabelle dei principali Tribunali italiani

Milano-Roma 2013
abbinamento accertamento tecnico preventivo affidamento condiviso amministratore di condominio anatocismo Appello appello incidentale arresti domiciliari assegno di mantenimento assegno divorzile atto di precetto autovelox avvocato bando di concorso carceri codice della strada Codice deontologico forense codice penale codice procedura civile cognome collegato lavoro comodato compensi professionali concorso in magistratura concussione condominio contratto preliminare contributo unificato convivenza more uxorio danno biologico danno morale decreto decreto Balduzzi decreto del fare decreto ingiuntivo decreto salva Italia demansionamento difesa d'ufficio equitalia esame avvocato esame di avvocato falso ideologico fermo amministrativo figli legittimi figli naturali figlio maggiorenne filtro in appello fondo patrimoniale Gazzetta Ufficiale geografia giudiziaria giudici di pace giustizia guida in stato di ebbrezza indennizzo diretto inps insidia stradale interessi legali ipoteca legge di stabilità legge Pinto mansioni superiori mediazione civile mediazione obbligatoria milleproroghe ne bis in idem ordinanza-ingiunzione overruling parametri forensi parere civile parere penale pedone precetto processo telematico procura alle liti provvigione querela di falso responsabilità medica riassunzione ricorso per cassazione riforma forense riforma fornero sequestro conservativo sfratti silenzio assenso soluzioni proposte sospensione della patente spending review stalking tabella tabelle millesimali tariffe forensi tassi usurari tracce di esame tribunali usucapione usura