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Il contratto: invalidità e nullità
Articolo 26.05.2008 (Serafino Ruscica)



Il contratto: invalidità e nullità

di Serafino Ruscica

Sommario. 1. L’invalidità del contratto ed i suoi rapporti con l’inefficacia - 2. Le “nuove nullità” del contratto: la nullità successiva e la nullità relativa.

1. L’invalidità del contratto ed i suoi rapporti con l’inefficacia

Nel nostro impianto codicistico non vi è traccia alcuna della categoria della invalidità, quasi a voler indicare un dichiarato disinteresse del legislatore alla creazione di una surrettizia figura onnicomprensiva.

Alla lacuna normativa tuttavia ha fatto eco una fervida opera della scienza giuridica, che ha dovuto invece avventurarsi nello studio di categorie dai contorni indefiniti e comunque non confermati da univoche indicazioni legislative.

Dottrina autorevole definisce il concetto di invalidità “come la irregolarità giuridica del contratto che comporta la sanzione della inefficacia definitiva”1 .

In questa definizione, volutamente generica, si può trovare la matrice comune di tutte quelle figure positive, che sebbene a tratti comuni, alternano difformità talvolta significative: si allude alla nullità, all’annullabilità, alla rescissione del contratto.

Indubbiamente il legislatore ha proceduto ad una graduazione delle irregolarità dalla più grave, la nullità, alle meno gravi, annullabilità e rescissione.

Il controllo giuridico dell’ordinamento assume così una veste formale destinata a garantire in maniera incisiva, una più equa distribuzione del rischio nella contrattazione ed una ordinata circolazione dei beni e dei servizi.

In questa finalità di sorveglianza, discreta nel recente passato, del potere di autodeterminazione della autonomia negoziale, più intensa oggi perché finalizzata ad un giudizio di meritevolezza degli interessi del regolamento negoziale, si sostanzia il giudizio di validità.

Con la recente legislazione a tutela del contraente - consumatore si è innalzata ad un livello superiore l’indagine in cui si inserisce la capacità creatività del legislatore, per cui la nullità da strumento di riconoscimento della mera difformità del negozio con lo schema legale, diviene lo strumento attraverso cui sanzionare il dilagare di condotte che contrastano con la creazione di un diritto contrattuale europeo, fondato su valori comuni e nuove tecniche di regolazione effettive, efficienti e democraticamente legittimate 2.

Da qui la nascita di nuove categorie di nullità, quali le nullità di protezione e le nullità virtuali.

E’ quindi un dato incontestabile che la dottrina appaia incerta e divisa non solo sulla definizione dogmatica del concetto di invalidità ma anche circa l’ambito del fenomeno all’interno del quale si fanno tradizionalmente rientrare seppur con ruoli diversi nullità, annullabilità ed inesistenza.

La dottrina dominante comprende nelle invalidità la nullità e l’annullabilità 3, tuttavia alcuni autori limitano il fenomeno alla nullità riscontrando analogie dell’annullabilità con l’impugnabilità, la resolubilità e rescindibilità del contratto4. La presenza di effetti precari, o eliminabili, non giustifica però l’assimilazione della risolubilità e della rescindibilità alle figure tipiche dell’invalidità.

Il fatto che i negozi risolubili e quelli rescindibili al pari di quelli annullabili, presentino un’efficacia precaria che può essere rimossa su iniziativa di parte non basta a superare la profonda differenza che distingue le rispettive situazioni negoziali e la correlativa disciplina giuridica.

L’annullabilità quale forma di invalidità presuppone un vizio congenito della fattispecie, in conseguenza del quale il diritto formula un giudizio che si risolve nell’attribuzione di effetti precari ed eliminabili5.

La risolubilità è dovuta ad un fatto che si verifica nella fase di attuazione del programma contrattuale e non in quella genetica: un fatto che non può riportarsi da un punto di vista della teoria generale ai vizi genetici del negozio.

Annullabilità e rescindibilità sembrano, invece, avere un identico campo di incidenza: il contratto rescindibile è caratterizzato però dal fatto che le modalità dell’atto sono state determinate da circostanze definite (stato di pericolo o di bisogno) che, offrendo ad una delle parti la possibilità di trarre un ingiusto profitto, hanno causato una sproporzione tra le due prestazioni.

La struttura della fattispecie annullabile, al pari di quella rescindibile, invece, presenta la lesione di interessi di una delle parti: diversa però è la causa che da luogo a tale lesione.

Nel contratto annullabile la lesione è determinata da un vizio della volontà, eventualmente causato (dolo o induzione in errore) da un comportamento altrui; nel contratto rescindibile la volontà si è regolarmente formata e la lesione di interessi dipende da una sproporzione tra le prestazioni dedotte in contratto.

In conclusione annullabilità e rescindibilità sono situazioni del negozio inconfondibili sia sul piano strutturale sia sul piano della disciplina6.

Maggiore risonanza hanno, comunque, le tesi che includono nello schema dell’invalidità, insieme, la nullità e l’annullabilità e quelle che, invece, escludono alternativamente l’una o l’altra, postulando scelte di vario ordine nella definizione del concetto.

Il tentativo di ricercare il fondamento delle invalidità nella mancanza o nel difetto di un requisito intrinseco alla fattispecie ha urtato contro la difficoltà di distinguere requisiti costitutivi essenziali e requisiti non costitutivi o inessenziali, nè miglior fortuna ha avuto il tentativo di rintracciare un criterio discretivo negli effetti posto che, infatti, dalla invalidità deriva o può derivare l’inefficacia - o un efficacia precaria che è anche inefficacia in senso potenziale - ma dall’inefficacia non può necessariamente risalirsi all’invalidità 7.

Le difficoltà di approccio dogmatico cui si è accennato hanno, quindi, in sintesi, portato la dottrina alla conclusione per cui l’invalidità può essere una mera sintesi verbale, indicativa delle varie forme di patologia giuridica del contratto, cioè nullità, annullabilità ed inesistenza.

Il giudizio in termini di validità - invalidità indica la qualifica di un fatto della vita al fine dell’attribuzione o della negazione ad esso di efficacia giuridica 8.

Tale giudizio pur trovando il suo ambito di applicazione più naturale in relazione agli atti dichiarativi negoziali, è però riferibile più genericamente anche alle dichiarazioni non negoziali, vale a dire alle dichiarazioni di scienza e alle dichiarazioni non negoziali di volontà.

Più semplicemente la invalidità è il risultato di una valutazione negativa: essa è, pur sempre, però una qualificazione.

Mentre anche in relazione al profilo dell’efficacia giuridica, la invalidità non è il fenomeno diametralmente opposto alla validità, posto che esistono atti validi, ma improduttivi di effetti tipici.

Quanto al rapporto tra invalidità ed illiceità si rivela in dottrina che entrambe queste qualificazioni si riferiscono a comportamenti giuridicamente rilevanti, ma l’illiceità ha un ambito più vasto essendo operante rispetto a tutti i comportamenti umani (commissivi, omissivi, reali e dichiarativi): l’atto invalido e l’atto illecito sono valutati negativamente, ma mentre l’invalidità deriva dall’inosservanza dei requisiti formali o sostanziali predeterminati negli schemi legali e incide esclusivamente sugli effetti giuridici, la illiceità, è una qualificazione di tipo diverso che data la sua peculiare funzione ha come reazione la sanzione (pena, o risarcimento del danno).

Non è escluso però che le due fattispecie concorrano: si pensi alle ipotesi previste negli artt. 1338 c. c. ed alla fattispecie del contratto integrante il reato nelle quali alla invalidità di un negozio si aggiunge, collegato alla qualifica di illiceità il risarcimento del danno o la sanzione penale 9 .

Mentre buona parte degli studiosi definisce la invalidità come una categoria autonoma ed unitaria ma dotata di una elasticità tale da contenere, pur tuttavia, tipologie tra loro eterogenee10 , dall’altra la tesi minoritaria evidenzia, al contrario, la non ipotizzabilità di una elaborazione unitaria dell’invalidità, trattandosi di nozione troppo ampia ed evanescente11 .

Si parla, talvolta, di una invalidità totale o parziale che sul piano oggettivo può condurre all’inefficacia dell’intero negozio o di parte di esso; oppure di una invalidità assoluta o relativa, in cui il negozio è da considerare inefficace verso tutti o solo verso alcuni e, non da ultima, di una invalidità attuale o potenziale con riferimento al negozio in cui la inefficacia sia originaria o segua a pronuncia del giudice.

Si parla spesso del concetto di inefficacia del contratto, cioè di quella inefficacia rimediale (o in senso stretto) con la quale l’ordinamento giuridico intende porre rimedio a tutte quelle situazioni che rendono impossibile la conservazione del contratto (ci riferiamo alla inefficacia che segue alla nullità, alla annullabilità e via discorrendo), che differisce dalla inefficacia non rimediale (o in senso ampio) in cui la inefficacia non segue ad una valutazione dell’ordinamento ma discende direttamente dalla volontà delle parti (è il caso del termine e della condizione). E’ evidente che l’inefficacia rimediale è la conseguenza apprestata dall’ordinamento alla irregolarità del contratto e che nulla ha da condividere, con la ipotesi di inefficacia in senso ampio che è una delle modalità, scelta dalle parti, di programmazione degli effetti di un contratto. Ne rappresenta un esempio la sorte del contratto stipulato dopo che sia stata annullata l’illegittima aggiudicazione in un pubblico appalto. In proposito la giurisprudenza che ha aderito alla tesi dell’inefficacia del contratto afferma che:

L’annullamento dell'aggiudicazione in sede giurisdizionale, allorché questa intervenga dopo la stipula del contratto di appalto, comporta che quest'ultimo diviene inefficace; la categoria dell'inefficacia successiva ricorre allorché il negozio, pienamente efficace al momento della sua nascita, diviene inefficace per il sopravvenire di una ragione nuova di inefficacia, da intendersi come inidoneità funzionale in cui venga a trovarsi il programma negoziale per l'incidenza ab externo di interessi giuridici di rango poziore, incompatibili con l'interesse negoziale, nel qual caso l'ordinamento è chiamato a risolvere un problema di contrasto con situazioni effettuali: non viene in rilievo l'atto sotto il profilo genetico (validità o invalidità), bensì la sua efficacia.

Consiglio di Stato, sez. V, decisione 12 febbraio 2008, n. 490.

Ontologicamente la validità e l'invalidità sono predicati del contratto considerato come atto, e sono l'esito del giudizio di conformità o non conformità (e quest'ultima sanzionata) di tale atto alle disposizioni di legge.

L'efficacia e l'inefficacia sono invece predicati del contratto considerato come rapporto, e sono l'esito del giudizio di operatività o non operatività di tale rapporto, o, se si vuole, di idoneità o inidoneità dell'atto a causare un rapporto contrattuale come tale efficace.

Un valido contratto causa, di norma, un rapporto efficace, ma può causare, anche, un rapporto inefficace: l'esempio è dato dal contratto sospensivamente condizionato.

Anche un contratto invalido può causare un rapporto efficace 12: di norma cagiona, però, un rapporto inefficace (così il contratto nullo o annullato o dichiarato rescisso).

Dunque se l'invalidità è un predicato del contratto considerato come atto essa può comportare, sul diverso e logicamente successivo piano degli effetti, la conseguenza della inefficacia definitiva.

Infatti, superate incertezze iniziali 13, è del tutto acquisita la figura della inefficacia definitiva in senso stretto: l'inefficacia sorta quando non sia intervenuta la condizione sospensiva in concreto apposta o si sia realizzata la condizione risolutiva (art. 1353 c.c.) oppure quando difetti un presupposto (di efficacia) dell'atto, come accade nel contratto sottoposto a condizione collocata nel passato o nel presente (condizione impropria o supposizione) e non esistente14.

Un criterio di distinzione non formale ma materiale si incentra sul fondamento degli istituti: mentre la nullità è posta a tutela di interessi della collettività, l'inefficacia è a tutela di interessi singolari15 , "a fondamento di [...] ogni ipotesi di nullità, scopo immediato e primario rimane pur sempre la tutela di un interesse generale dei consociati. La inefficacia, invece, anche se relativa, presuppone in ogni caso l'esistenza di un interesse negoziale rilevante ed è posta direttamente e immediatamente a tutela di un soggetto rimasto estraneo all'atto, anziché delle parti o di una di esse, come avviene nella inefficacia assoluta. Con ciò, ma solo di riflesso, essa soddisfa anche a una esigenza di ordine pubblico".

La nullità, in una prima specie, è sanzione del mancato assolvimento di oneri imposti da norme imperative dettate da ragioni di ordine pubblico (così le norme sui requisiti essenziali del contratto: art. 1418 e 1325 c.c.): c.d. nullità per mancato assolvimento di oneri.

In subordine la nullità, inoltre, è sanzione dell'atto completo ma in contrasto con precetti imperativi di ordine pubblico: norme precettive o proibitive di legge (art. 1343, 1344, 1345, 1418 c.c.): c.d. nullità da illiceità16.

La tutela di interessi superiori è ragione della particolare disciplina della nullità dettata dagli art. 1418 ss. c.c.: tendenziale inefficacia definitiva dell'atto; tendenziale non convalidabilità;

imprescrittibilità dell'azione; legittimazione (di regola) generalizzata all'impugnativa dell'atto nullo; rilevabilità di ufficio del vizio17 .

Nella dottrina recente si è però revocato in dubbio che la nullità tuteli esclusivamente interessi generali, sostenendosi che a volte è posta a presidio di interessi privati, come quelli di determinate categorie di contraenti deboli 18.

Anche la nullità si ripercuote sugli effetti finali, inibendoli allo stesso modo dell'inefficacia19 , per cui ogni tentativo di distinzione tra le due categorie che faccia leva sull’efficacia si appalesa - a prescindere dalla sua astratta esattezza - di nessuna applicabilità pratica.

E’ comunque innegabile che intorno a rilevanti fattispecie in cui la violazione di norme imperative (proibitive o precettive, o anche di configurazione) è sanzionata con la inefficacia, ferve il dibattito sulla natura del vizio.

Gli esempi ricorrenti sono dati dal contratto simulato (inefficace secondo l'art. 1414 c.c.), da alcuni ritenuto valido20 , da altri nullo21; dalle clausole vessatorie non specificamente approvate per iscritto (che l'art. 1341, comma 2, c.c. dichiara inefficaci). Nulle per la giurisprudenza:

In tema di condizioni generali di contratto, l'esigenza della specifica approvazione per iscritto di una clausola onerosa o vessatoria, quale quella derogativa della competenza territoriale, la cui mancanza comporta nullità assoluta e rilevabile anche di ufficio della clausola medesima, postula una sottoscrizione autonoma e separata rispetto a quella riferentesi agli altri patti contrattuali e, pertanto, non può ritenersi soddisfatta nel caso in cui il contraente per adesione apponga un'unica firma in calce al modulo a stampa predisposto dall'altro contraente oppure, apponendone due, con la seconda si limiti ad approvare genericamente e globalmente tutte le clausole previste nel contratto, "ai sensi degli art. 1341 e 1342 c.c.". Infatti, l'approvazione di tali clausole deve essere specifica e separata così da richiamare l'attenzione del sottoscrittore su di essa, ancorché non sia necessaria la ripetizione del suo contenuto.

Cass. Civ., 5 dicembre 2003, n. 18680, in Giust. civ. Mass. 2003, 12.

...e parte della dottrina22; inefficaci per altra dottrina23 e per parte della giurisprudenza:

È legittima l'esclusione da una gara d'appalto indetta da una p.a. dell'offerta nella quale la prescritta dichiarazione di approvazione ai sensi e per gli effetti degli art. 1341 e 1342, c.c. di determinate clausole del disciplinare di gara è stata inserita nel testo dell'offerta anziché aggiunta in calce e sottoscritta separatamente, come peraltro imposto dallo stesso disciplinare; tanto perché l'esigenza della specifica approvazione scritta delle clausole cosiddette vessatorie - in assenza della quale le medesime clausole sono nulle o comunque inefficaci - è rispettata solo quando alla dichiarazione sia data autonoma e separata collocazione nel contesto dell'atto e sia seguita da una distinta sottoscrizione.

T.A.R. Roma Lazio sez. III, 25 marzo 2003, n. 2569, in Foro amm. TAR 2003, 985.

Più recentemente dalle clausole di mero gradimento (sanzionate con l'inefficacia dall'art. 22 l. 24 giugno 1985 n. 281); oggi dalle clausole abusive nei contratti dei consumatori, dichiarate inefficaci dall'art. 1469- quinquies c.c..

2. Le “nuove nullità” del contratto: la nullità successiva e la nullità relativa

Le evoluzioni normative dell’ultimo decennio in parte orientate dall’esigenze di adeguamento ad una legislazione unica europea in tema di contratti e tutela dei contraenti - consumatori hanno prodotto nella legislazione nazionale nell’ordine, il d.lgs. 50/1992, di attuazione della dir. 85/577 CE in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali; il d.lgs. n. 111/1995, di attuazione della dir. 90/314/CE, relativa ai viaggi, alle vacanze ed ai circuiti “tutto compreso”; il d.lgs. n. 58/1998 (t.u. in materia di intermediazione finanziaria), in cui confluita la disciplina relativa ai servizi di investimento nel settore dei valori mobiliari (d.lgs. 415/1996, di attuazione della dir. 93/22/CE); il d.lgs. 427/1998, che ha attuato la dir. 94/47/CE, sulla tutela dell’acquirente in multiproprietà; il d.lgs. 185/1999, di attuazione della dir. 97/7/CE, in tema di contratti a distanza; il d.lgs. 24/2002, di attuazione della dir. 99/44/CE, in materia di vendita e garanzia di beni di consumo, la quale ha introdotto nel codice gli artt. 1519-bis-1519-nonies; il d.lgs. 231/2002, di attuazione della dir. 2000/35/CE, in materia di ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, con sfera di applicazione peraltro limitata ai soli rapporti tra imprese; il d.lgs. 70/2003, di attuazione della dir. 2000/31/CE, in materia di commercio elettronico; da ultimo, il d.lgs. 190/2005, di attuazione della dir. 2002/65/CE, relativa alla “commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori”.

La modifica più consistente è stata, tuttavia, quella relativa all’introduzione nel titolo II del libro IV del nuovo Capo XIV-bis intitolato “Dei contratti del consumatore” (artt. 1469-bis-1469-sexies), in attuazione della dir. 93/13/CE (art. 25, l. 52/1996).

Com’è noto, la gran parte delle disposizioni che formano il cuore del corpus normativo che regola i contratti del consumatore, è di recente confluita nel Codice del consumo (d.lgs. 206/2005).

Tutto ciò ha risvegliato un notevole interesse della dottrina sull’istituto della nullità del contratto 24.

Questo rinnovato interesse è testimoniato dal rifiorire di contributi dottrinali di notevolissimo spessore sull’argomento25 .

Le novità normative che si sono succedute già nel corso degli anni novanta hanno imposto una rivisitazione dell’analisi di alcune categorie tradizionali in tema di studi sulla nullità ed indotto la giurisprudenza a dare nuovo vigore ad istituti in parte desueti o di rara applicazione (come è accaduto per esempio per la nullità c.d. parziale) e viceversa portare ad una affievolimento d’interesse per il rimedio dell’annullabilità 26.

Anticipando le conclusioni del dibattito potremmo, in via di estrema sintesi, affermare che sembrano pertanto delinearsi alcuni caratteri guida del nuovo modo di essere della nullità, con rilevanti ripercussioni anche sul ruolo della giurisprudenza nella soluzione istituzionale delle controversie.

La nullità non è più intesa come rimedio estremo e drastico di cancellazione totale del negozio posto contro l'interesse generale, la nullità è ora intesa come rimedio duttile, di conformazione del negozio posto da una parte contro l'altra e contro l'interesse generale (alla libera esplicazione della autonomia privata da parte dei contraenti deboli); la nullità infatti non è più tanto del contratto, quanto nel contratto: riguarda singole clausole e non intacca il resto dell'autoregolamento.

La nullità è concepita dal legislatore come strumento giurisdizionale di controllo della dinamica negoziale e di promozione della buona fede nella conclusione dei contratti pertanto attraverso il doveroso rilievo della nullità la giurisprudenza è chiamata (suo malgrado?) ad assumere un ruolo maggiormente attivo: con il compito di affiancare le autorità amministrative indipendenti deputate al controllo delle dinamiche di mercato27.

Si assiste “ad una vera e propria inflazione di figure di nullità disseminate a piene mani dal legislatore”. Nullità nuove, protettive, speciali poiché da un alto non si lasciano ricondurre al novero delle tradizionali cause di nullità, dall’altro, presentano sensibili deviazioni sotto il profilo del trattamento giuridico rispetto alla disciplina disegnata dagli artt. 1418/1424 c.c.28

Le nuove nullità presentano proprie peculiarità quanto alla legittimazione, la rilevabilità d’ufficio, la necessaria parzialità, delle medesime, la unidirezionalità della tutela apprestata.

Queste nuove nullità sono più leggere, più contenute, meno distruttive delle invalidità di diritto comune”29 .

Il rimedio della nullità assume una nuova conformazione diventando strumento di protezione di interessi particolari facenti capo a singoli o a gruppi: “interessi seriali”, cioè di categorie che si affacciano sulla scena del mercato nelle vesti di contraenti deboli 30.

Si assiste quindi ad una frantumazione della categoria unitaria della nullità in una pluralità di modelli e di corrispondenti statuti normativi eterogenei e distanti tra loro31.

Tutto ciò ha portato la dottrina ad interrogarsi sulla possibilità di valutare se tali figure di nullità nel loro diverso atteggiarsi sotto il profilo del trattamento giuridico, siano pur sempre riconducibili nell’alveo del tradizionale modello codicistico, magari attraverso un procedimento interpretativo analogico, o se le nuove nullità possano costituire un coerente modello alternativo e concorrente rispetto a quello disegnato dagli art. 1418/1424 c.c.. 32

Questi peculiari tratti della legislazione di origine comunitaria incidono incrinando notevolmente un altro dogma del diritto dei contratti: quello della c. d. sanctity of contract, ovvero il principio di insindacabilità dell’equilibrio contrattuale, in quanto frutto dell’autonomia dei contraenenti, e che suppone, quindi eguali posizioni di partenza nel gioco della contrattazione mentre negli scambi di un mercato ormai globalizzato si moltiplicano le occasioni di disparità di posizioni economiche sostanziali tra i contraenti.

L’ottica moderna da cui attingere il significato di interesse generale è sicuramente quella di un’entità non più trascendente rispetto alle posizioni delle parti, ma di immanenza alla sfera di una di esse: viene così in rilievo l’interesse alla protezione di uno dei contraenti, perché ritenuto appartenente ad una categoria che versa in una condizione di debolezza e, quindi, necessitante di una tutela specifica 33.

La nullità relativa, propriamente intesa, ha tutta l’aria di essere una vera e propria contraddizione in termini: la nullità può essere fatta valere da qualsiasi interessato, ma sono previste eccezioni, ricorrendo le quali la nullità può essere fatta valere solo da specifici legittimati. Quindi il legislatore (art. 1421 c.c.), nello stesso inciso, in cui afferma il principio generale dell’assolutezza dell’azione di nullità, poi lo smentisce.

Si è aperta così la caccia alla sistemazione dogmatica della categoria: per alcuni un contratto potrebbe essere nullo nei confronti di alcuni soggetti, valido nei confronti di altri; altri vede nella nullità relativa un fenomeno a metà strada tra la annullabilità e la nullità e parla di nullità relativa atipica e via discorrendo.

Certo è che la nullità relativa non va confusa con la annullabilità. Si tratta di istituto solo apparentemente ibrido, ma alla fine sempre riconducibile nell’ambito della nullità. Infatti, se della annullabilità ha la caratteristica della limitazione della legittimazione attiva, della nullità conserva la caratteristica di essere a tutela di interessi non solo individuali, e quest’ultima caratteristica è da sola qualificante.

Non a caso essa è utilizzata in particolari settori di contrattualistica: la materia consumeristica e quella di tutela del mercato.

Quali allora le caratteristiche peculiari di queste nullità, che il nostro legislatore, sembrava autorizzare come ipotesi eccezionali e assolutamente straordinarie?

Intanto la caratteristica peculiare è la sua azionabilità e la legittimazione di parte. Al dogma della legittimazione assoluta, finisce così, con l’affiancarsi il dogma della legittimazione relativa. Così, con lo sviluppo delle nullità di protezione, l’ordinamento richiede un interesse ad hoc che può essere fatto valere solo dalla parte portatrice dello stesso e, dato l’ambito di operatività esteso, il sistema diventa così a doppio binario per la presenza, proprio, delle due tipologie di legittimazione.

Riguardo alla nullità successiva, essa è divenuta, invece, oggetto inevitabile di riflessione a seguito della recente legislazione introduttiva di ipotesi di nullità in varie tipologie di contratti di durata.

È, infatti, sorto il problema del trattamento dei contratti stipulati anteriormente alle nuove leggi ma ancora in esecuzione al momento della loro entrata in vigore.

Si pensi in proposito all'art. 2 della legge antitrust (l. 10 ottobre 1990, n. 287), che stabilisce la nullità delle intese restrittive della concorrenza e dunque vietate, alle nuove regole nei contratti bancari e finanziari di durata raccolte negli art. 115 ss. del testo unico del credito (d.lgs. 1° settembre 1993, n. 385), alla sanzione della nullità per rinvio agli usi per la determinazione degli interessi (art. 117, comma 6); e poi con riferimento all'art. 1938 c.c. - novellato dall'art. 10 della legge sulla trasparenza nelle operazioni bancarie (l. 17 febbraio 1992, n. 154) - che prevede che la fideiussione per obbligazioni future deve essere prestata con la previsione dell'importo massimo garantito; e ancora in relazione all'art. 1815, comma 2, c.c. - novellato dall'art. 4 della legge antiusura (l. 7 marzo 1996, n. 108) - che prevede la nullità per la pattuizione di interessi usurari; e poi ancora in relazione alla introduzione nel codice degli art. 1469-bis ss. c.c. sui contratti del consumatore (ad opera dell'art. 25 l. 6 febbraio 1996, n. 52).

Il problema dato dalla natura irretroattiva di tali leggi da un lato e dalla perdurante esecuzione di contratti di durata stipulati in precedenza dall'altro è stato risolto dalla giurisprudenza secondo cui gli effetti di un rapporto contrattuale sorto prima dell'entrata in vigore [... di tali leggi] devono essere disciplinati dalla legge vigente nel tempo in cui quegli effetti si realizzano, in applicazione del principio dell'efficacia immediata della legge in vigore (art. 11 disp. prel.), cui fa eccezione quello, che pertanto avrebbe dovuto essere espressamente previsto, dell'ultrattività della legge previgente".

Il che ha portato a distinguere il momento della stipulazione da quello della produzione degli effetti.

Le norme di cui agli art. 1469 bis ss. c. c., in tema di clausole abusive, si applicano anche ai contratti stipulati prima della loro entrata in vigore.

Tribunale Roma, 21 gennaio 2000 in Giur. romana 2000, 430.

Considerato che deve escludersi la nullità delle clausole relative agli interessi contenute in un contratto di mutuo concluso nell'anno 1989, poiché esso non è stato stipulato successivamente all'entrata in vigore della legge n. 108 del 1996, non si apprezza alcuna violazione dei principi generali di correttezza e buona fede per non aver la banca mutuante aderito alla richiesta di rinegoziazione del mutuo formulata dai mutuatari.

Tribunale Roma, 6 giugno 2005 Dir. e prat. soc. 2005, 22 75.

La disposizione dettata dall'art. 1469 bis, comma 3, n. 19 c.c. ha natura di norma processuale e si applica nelle cause iniziate dopo la sua entrata i vigore, anche se relative a controversie derivanti da contratti stipulati prima.

Cassazione civile, sez. un., ordinanza 1 ottobre 2003, n. 14669.

Dal momento della sentenza declaratoria della nullità.

La declaratoria della natura vessatoria di una clausola contrattuale, ai sensi dell'art. 1469 sexies c. c., ha effetto anche per i contratti stipulati anteriormente alla sentenza.

Corte appello Roma, sez. II, 24 settembre 2002, in Giur. romana 2003, 138.

Pertanto, nell'ambito dei contratti di durata bisogna distinguere il momento dell'atto dalla dinamica degli effetti. Mentre la stipulazione rimane regolata dalla legge in vigore nel momento in cui è avvenuta, gli effetti che ne derivano sono disciplinati dalla legge in vigore nel momento in cui essi si realizzano.

Relativamente ad un rapporto contrattuale di durata, l'intervento nel corso di essa, di una nuova disposizione di legge diretta a porre, rispetto al possibile contenuto del regolamento contrattuale, una nuova norma imperativa condizionante l'autonomia contrattuale delle parti nel regolamento del contratto, in assenza di una norma transitoria che preveda l'ultrattività della previgente disciplina normativa non contenente la norma imperativa nuova, comporta che la contrarietà a quest'ultima del regolamento contrattuale non consente più alla clausola di operare, nel senso di giustificare effetti del regolamento contrattuale che non si siano già prodotti, in quanto, ai sensi dell'art. 1339 c. c., il contratto, per quanto concerne la sua efficacia normativa successiva all'entrata in vigore della norma nuova, deve ritenersi assoggettato all' efficacia della clausola imperativa da detta norma imposta, la quale sostituisce o integra per l'avvenire (cioè per la residua durata del contratto) la clausola difforme, relativamente agli effetti che il contratto dovrà produrre e non ha ancora prodotto.

Cass. civ., sez. III, 26 gennaio 2006, n. 1689, in Giust. civ. Mass. 2006, 1.

A questo punto è sorto il problema della qualifica (e della disciplina) del vizio sopravvenuto che affligge il contratto.

Sono prospettabili, e infatti prospettate, due tesi: quella della nullità sopravvenuta e quella della inefficacia sopravvenuta, entrambe con effetto dal momento della entrata in vigore della nuova disciplina confliggente con il regolamento contrattuale in esecuzione. La prima soluzione è però resa difficile dalla problematicità insita nella figura della nullità successiva, dovuta al fatto che la nullità è strutturalmente vizio genetico dell'atto e non difetto funzionale del rapporto.

Benché parte della dottrina34 e della giurisprudenza ammettano la figura, appare più corretto ritenere che l'intervento successivo del legislatore non possa incidere l'atto (validamente) perfezionato rendendolo invalido ma solo il rapporto contrattuale in corso, caducandone l'efficacia (c.d. "inefficacia successiva").

Si tratta, con ogni probabilità, di una vicenda risolutiva (si è detto: con efficacia ex nunc, v. art. 1458, comma 1, c. c.) di tutti gli effetti in origine scaturiti dall'atto e successivamente divenuti incompatibili, in forza dell'innovazione legislativa, con la volontà ordinamentale 35.

Per inciso, accogliere l'una o l'altra tesi non comporta apprezzabili differenze nella pratica, essendo l'inefficacia un istituto sfornito di autonoma disciplina ed essendo questa tratta dalle regole sulla nullità36.

__________________

1 Bianca, Diritto Civile, 3, Il Contratto, 613 ss..

2 Rodotà, I saggi, Il codice civile e il processo costituente europeo, in Riv. Crit. Dir. Priv., 2005 I, 98 e ss..

3 Scognamiglio, Contributo alla teoria del negozio giuridico, Napoli, 1969, 349 ss..

4 Messineo, Annullabilità ed annullamento (diritto privato) in Enc. Dir., II, 470.

5 Tommasini, Invalidità, Enc. Dir. XXII, Milano 1972, 576.

6 Tomassini, op. cit., 580.

7 Tomassini, op. cit., 583.

8 Falzea, Voce “Efficacia Giuridica” in Enc. Dir. XIV, 475.

9 Scognamiglio, op. cit., 360.

10 Caringella - De Marzo, Il contratto, Milano, 2007, 778.

11 Tommasini, op. cit., 580.

12 Sacco - G. De Nova, Il contratto, Trattato di diritto civile, diretto da R. Sacco, Utet, 486.

13 Valle, op. cit., 1203.

14 Galgano, in Galgano, Peccenini, Franzoni, Memmo, Cavallo Borgia, Simulazione, nullità del contratto, annullabilità del contratto, in Commentario del codice civile Scialoja-Branca (a cura di) Galgano, Bologna-Roma 1998.

15 Scalisi, Invalidità e inefficacia. Modalità assiologiche della negozialità, in Riv. Dir. Civ., 2003, 205.

16 Conso, Il concetto e le specie di invalidità, Milano 1955, 61 ss..

17 Di Marzio, La nullità del contratto, Cedam, 1999, 102.

18 Passagnoli, Nullità speciali, Giuffrè, 1995.

19 Scalisi, op. cit., 207.

20 Galgano, in Galgano, Peccenini, Franzoni, Memmo, Cavallo Borgia, Simulazione, nullità del contratto, annullabilità del contratto, in Commentario del codice civile Scialoja-Branca a cura di Galgano, Bologna-Roma 1998, 1.

21 Cariota Ferrara, Il negozio giuridico nel diritto privato italiano, Napoli, 636 ss.

22 Sacco - G. De Nova, Il contratto, Trattato di diritto civile, diretto da R. Sacco, Utet, 486.

23 G.B. Ferri, Nullità parziale e clausole vessatorie, in Riv. dir. comm. 1977, I, 11.

24 Alpa, Il codice del consumo, d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, in I Contratti, 2005, 1017 ss.; G. De Cristofaro, Il “codice del consumo”: un’occasione perduta? in Studium iuris, 2005, 1137 ss.; e di Gentili, Codice del consumo ed esprit de géométrie, in I Contratti, 2006, 159 ss., spec. 167 ss,.

25 Passagnoli, Nullità speciali, Giuffrè, 1995. Putti, La nullità parziale, Esi, 2002; Diana, La nullità parziale del contratto, Giuffrè, 2004; Venosta, Le nullità contrattuali nell’evoluzione del sistema,Giuffrè, 2004; F. Di Marzio, La nullità del contratto, Cedam, 1999.

26 Scalisi, Invalidità e inefficacia. Modalità assiologiche della negozialità, in Riv. Dir. Civ. , 2003, 202.

27 Di Marzio, op. cit., 104.

28 Mantovani, Le nullità ed il contratto nullo, in Trattato del Contratto diretto da V. Roppo, Rimedi, IV, Vol. I, 2006, 11.

29 Gentili, Nullità, annullabilità, inefficacia (nella prospettiva del diritto europeo) in I contratti 2003, 202.

30 Mantovani, op. cit., 15.

31 Scalisi, op. cit., 206.

32 Mantovani, op. cit.,18.

33 Caringella - De Marzo, Il contratto, Milano, 2007, 778.

34 Scalisi, op. cit., 206.

35 Scognamiglio, Contributo alla teoria del negozio giuridico, Napoli, 1969, 349 ss..

36 Di Marzio, op. cit., 115.


Avv. Alberto Lombardo

Disponibile per domiciliazioni presso la Corte d'Appello e il Tribunale di Genova e gli Uffici del Giudice di Pace di Genova e Chiavari (civile - commerciale). Tel. 0185/325207, Fax 0185/301607.


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