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Avvocati, responsabilità professionale, questioni opinabile
Tribunale Bari, sez. III civile, sentenza 17.04.2008 n° 978

Avvocati - responsabilità professionale – questioni opinabile – mancanza di dolo o colpa grave – responsabilità – insussistenza [artt. 2236 e 1176 c.c.]

In tema di responsabilità professionale, occorre distinguere le ipotesi di negligenza o imperizia che compromettono il buon esito del giudizio, dalle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili: in questa ultima circostanza è esclusa la sua responsabilità dell’avvocato a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave. (1) (2) (3) (4) (5)

(1) In materia di responsabilità del praticante avvocato, si veda Cassazione civile 8445/2008.
(2) I n materia di attività forense, responsabilità e prova, si veda Cassazione civile 9238/2007.
(3) In tema di avvocati, si veda il focus, Avvocati: casi e principi giurisprudenziali.
(4) Sul tema del dies a quo dell’azione di responsabilità verso l’avvocato, si veda Cassazione civile 16658/2007.
(5) Tra le pubblicazioni più recenti, si veda Plenteda, La responsabilità dell'avvocato - Rischi risarcitori e strumenti di tutela, Halley, 2008 (collana diretta da Luigi Viola).

(Fonte: Altalex Massimario 20/2008. Cfr. nota di Raffaele Plenteda)






Tribunale di Bari

Sezione III Civile

Sentenza 12 - 17 aprile 2008, n. 978

(Giudice Angarano)

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato in data 25.11 2002, A. F. si opponeva al decreto ingiuntivo n. 5768/2002 emesso dal Tribunale di Bari. su ricorso dell'avv. T. M. L., con il quale gli veniva ingiunto il pagamento della somma di C 7.724.62 a titolo di compenso professionale per l'opera prestata dalla stessa nel giudizio civile n. 507/2000 pendente innanzi al Tribunale di Trani. Deduceva l'opponente di non aver corrisposto l'intero compenso professionale all’avv. T., poiché la stessa si era resa responsabile dei "passaggio in giudicato" di una delibera assembleare erroneamente impugnata. Esponeva, in particolare, che rilasciato mandato, I'avv. T. aveva proposto atto di citazione presso il Tribunale di Trani per sentire invalidare due delibere assembleari della cooperativa Edilizia "Città Ideale" con cui si era proceduto al rinnovo delle cariche sociali (in data 20.1 1900) e all'esclusione di esso deducente dalla compagine sociale (in data 10.1 .2000 ). Precisava che, in seguito ad una nuova delibera della medesima cooperativa del 31.7.2001, l'odierno opponente era stato nuovamente escluso dalla compagine sociale, che la professionista aveva proposto istanza in corso di causa di sospensione di detta ultima, che, tuttavia, con ordinanza del 3.10.2001, il Giudice designato aveva dichiarato inammissibile la istanza, ritenendo che il nuovo provvedimento assembleare avrebbe dovuto impugnarsi con autonomo atto. Deduceva, per l'effetto, la propria violazione dell'art. 1 176 comma 2 c.c. in quanto la professionista aveva causato la definitiva a esclusione dalla Cooperativa de quo: che, in ragione di ciò esso deducente aveva revocato il mandato in data 12.2.2002 e successivamente aveva rifiutato ex art. 1460 c.c. il pagamento richiesto. Esponeva, ancora. che. a seguito della sua esclusione dalla Cooperativa-Città ideale", l'alloggio di cui era prenotatario era stato assegnato ad altro socio. sig. B. A., per l'effetto chiedeva con domanda riconvenzionale la condanna dell'avv. T. al risarcimento dei danno conseguente alla perdita dell'immobile quantificato in € 79. 5 x.00 (valore dell'immobile perso). ovvero della somma pari ad € 1.045,00 o in quell'altra maggiore o minore ritenuta di giustizia, oltre interessi legali dall'emananda sentenza tino al soddisfo. L'opponente contestava, altresì la somma per cui era stato emesso decreto ingiuntivo, deducendo che, diversamente da quanto richiesto con ricorso i diritti di procuratore richiesti dall'avv. T. al cliente con missiva del 17.5.2002 (da ritenersi quale atto di messa in mora) erano pari ad € 694.00 e non ad € 1.127,75 che inspiegabili erano le voci "Esame conclusione di ogni parte". "Nota spese", "Dattilo e collazione", "Memoria di replica", "Difesa", inserite nella parcella redatta, poiché, al momento della revoca del mandato nel proc. 507/2000 pendente innanzi al Tribunale di Trani, la causa non era neppure in fase istruttoria: che aveva già corrisposto all'avv. T. la complessiva somma di € 2.530.63, a mezzo assegni bancari; che, pertanto tutto ciò considerato l'opponente era debitore al massimo di € 809.82 oltre Iva, Cpa, rimborso forfettario e spese per il parere di congruità. Tutto ciò premesso I'A. chiedeva a questo Tribunale revocarsi il decreto ingiuntivo n. 5768/2002, dichiararsi la responsabilità professionale dell'avv. T. e condannarsi la stessa, in accoglimento della domanda riconvenzionale al pagamento delle somme indicate con compensazione della somma ancora dovuta all'opposta, il tutto con vittoria di spese.

All'udienza di prima comparizione si costituiva in giudizio l’avv. T. M. L. chiedendo il rigetto delle avverse domande e la conferma del decreto ingiuntivo opposto, oltre al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c. da liquidarsi in via equitativa dal giudice eccependo che tutta l'attività indicata dalla nota spese ritenuta congrua dal Consiglio dell'Ordine era stata effettivamente da lei svolta e che la somma di € 2.530.63, da ridursi ad € 1.807,59 era stata da lei percepita in acconto alle spese di altri mandati professionali. In particolare deduceva che dal 1999 al 2001 l'A. a causa di presunte sue morosità, era stato oggetto di ripetuti tentativi di esclusione dalla Cooperativa Edilizia "Città ideale", di cui era socio e Presidente del C.d.A: che con atto di citazione del 1.6.1999 essa deducente aveva impugnato una prima delibera di "rinnovo cariche sociali" adottata dalla Cooperativa il 9.10.1999 perché l`assemblea era stata convocata da soci di minoranza e in violazione dell'art. 2367 c.c. e dell'art. 21 comma 3 dello Statuto Sociale (il giudizio pendeva innanzi al Tribunale di Trani); che durante il giudizio aveva presentato istanza accolta dal Giudice di sospensione della delibera stessa; che con successivo atto di citazione del 6.2.2000 aveva impugnato le due delibere indicate dall'opponente (Tribunale di Trani, R.G. n. 507/2000); che in tale giudizio il Giudice istruttore su richiesta di parte aveva sospeso l'esecuzione della delibera avente ad oggetto l'esclusione del socio, mentre non si era pronunciato su quella relativa al rinnovo delle cariche sociali. Aggiungeva che il C.d.A. il 31.7.2001 aveva nuovamente escluso il socio A.; che questa volta, però essa deducente aveva presentato ricorso in corso di causa ex art. 669 quater c.p.c. per la sospensione della stessa, perché adottata da un C.d.A. la cui legittimazione era in corso di accertamento giudiziale; che il G. l. aveva ritenuto inammissibile l'istanza. Esponeva ancora, che con atto di citazione del 23.4.2001 (Tribunale di Trani) aveva convenuto in giudizio gli amministratori di fatto della Cooperativa in oggetto per il risarcimento del danno derivante dalla indebita esclusione del socio A. e dalla mancata assegnazione dell'alloggio di cui lo stesso era proprietario. Rilevava, pertanto, che l’unica censura formulabile nei suoi confronti poteva essere quella di non essersi opposta con autonomo giudizio avverso l'esclusione dell'A. del 31.7.2001; che tuttavia tale delibera, essendo stata adottata da un organo illegittimamente costituito (a tal proposito era ancora pendente il giudizio dinanzi al Tribunale di Trani (R.G. n. 507/2000) doveva ritenersi nulla, quindi impugnabile in ogni momento; che, pertanto, nessuna responsabilità professionale le poteva addebitarsi.

Istruita la causa le parti precisavano le proprie conclusioni all'udienza del 25.10.2007, alla quale la stessa veniva riservata per la decisione, con termini ex art. 190 c.p.c. per il deposito delle comparse conclusionali e delle note di replica.

Motivi della decisione

Il presente giudizio ha ad oggetto la pretesa della Avv. T. già fatta oggetto del ricorso per decreto ingiuntivo, di pagamento dei propri onorari professionali maturati nell'ambito del giudizio n. 507/2000, pendente innanzi al Tribunale di Trani, nel quale la medesima ha assistito A. F. A fronte di tale istanza quest'ultimo spiegando opposizione avverso il D.L, ha eccepito per un verso il parziale pagamento, per altro verso di nulla dovere in ragione dell'inadempimento del professionista alle obbligazioni rivenienti dal contratto e, comunque, la non spettanza di alcune voci di diritti e la non proporzionalità del compenso rispetto alla attività concretamente prestata. In via riconvezionale, poi, il medesimo ha agito per il risarcimento del danno asseritamene subito a seguito dell'altrui inadempimento.

Così inquadrato il thema decidendum, non essendovi alcuna contestazione in ordine al mandato appare preliminare l'indagine sul corretto adempimento da parte della creditrice opposta alle obbligazioni rivenienti dal contratto di prestazione d'opera professionale dovendosi riservare all'esito la determinazione dell'eventuale residuo credito della stessa.

L'opponente sostiene che l'Avv. T. avrebbe male adempiuto alle obbligazioni assunte omettendo la tempestiva impugnazione della delibera della Cooperativa edilizia "Città Ideale" del 31.7.2001, avente ad oggetto la sua esclusione dalla cooperativa stessa.

Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, "l'avvocato deve considerarsi responsabile nei confronti del proprio cliente, al sensi degli artt. 2236 e 1176 c.c. in caso di incuria o di ignoranza di disposizioni di legge ed, in genere, nei casi in cui per negligenza o imperizia, compromette il buon esito del giudizio mentre nelle ipotesi di interpretazione dileggi o di risoluzione di questioni opinabili deve ritenersi esclusa la sua responsabilità a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave. Pertanto, l'inadempimento del suddetto professionista non può essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato utile cui mira il cliente, ma soltanto dalla violazione del dovere di diligenza adeguato alla natura dell'attività esercitata, ragion per cui l'affermazione della sua responsabilità implica l'indagine - positivamente svolta sulla scorta degli elementi di prova che il cliente ha l'onere di fornire - circa il sicuro e chiaro fondamento dell'azione che avrebbe dovuto essere proposta e diligentemente coltivata e, in definitiva, la certezza morale che in difetto di una diversa sua attività sarebbe stata più vantaggiosa per il cliente medesimo" (in termini Cass. N. 6967/2006). Inoltre la responsabilità del prestatore di opera intellettuale nei confronti del proprio cliente per negligente svolgimento dell'attività professionale presuppone la prova del danno e del nesso causale tra la condotta del professionista ed il danno del quale è chiesto il risarcimento" (vd. Cass. n. 65377/2006).

Nel caso in esame I'avv . T. non impugnò con autonomo atto di citazione la delibera del C.d.A. del 31.7.2001; presentò invece, un'istanza in corso di causa nel procedimento n. 507/2000 avente ad oggetto la impugnativa di altre precedenti delibere. A fronte di tale iniziativa il Giudice di quel giudizio si pronunciò per l'inammissibilità rilevando per l'appunto, che il giudizio di merito aveva ad oggetto la impugnazione di delibere diverse da quelle fatta oggetto di istanza che, a propria volta avrebbe dovuto essere oggetto di autonoma impugnazione. Invero, benché debba affermarsi che la richiesta di sospensiva della delibera nell'ambito di un giudizio avente ad oggetto l'impugnativa di ulteriori delibere sia effettivamente inammissibile, non può per ciò solo ritenere che la opposta abbia male adempiuto alle obbligazioni rivenienti dal contratto. Quest'ultima, infatti, si è difesa in giudizio evidenziando che la suddetta delibera era stata adottata da un C.d.A. non regolarmente nominato, quindi privo di poteri, che proprio l'irregolarità della nomina di tale C.d.A., per cui ancora pende il procedimento n. 507/2000 innanzi al Tribunale di Trani, rendeva nulli tutti i provvedimenti dallo stesso adottati, compresa la delibera del 31.7.2001; che la stessa, pertanto, restava sempre impugnabile soggiacendo alla disciplina dell'art. 3779 c.c. e non a quella dell'art. 3777 c.c.

Invero, tale assunto è contestato dall'odierno opponente il quale, viceversa, ha dedotto che la delibera in oggetto non sarebbe nulla, ma meramente impugnabile quindi soggetta al termine decadenziale di impugnazione e che, di conseguenza l'avv. T., non impugnandola tempestivamente, avrebbe determinato la propria definitiva esclusione dalla Cooperativa “Città Ideale”, con perdita del diritto all'assegnazione di un'abitazione al prezzo agevolato di € 79.253,00.

Non può ritenersi, tuttavia, che vi sia stata imperizia o negligenza nell'attività dell'odierna opposta, né che vi sia stato dolo o colpa grave nella risoluzione di questioni opinabili. Infatti, ammesso che la sentenza relativa al proc. n. 507/2000 accolga la domanda dell'attore, dichiarando la nullità della delibera di rinnovo cariche sociali (come, peraltro, già avvenuto con la sentenza n. 1139/2004 per il proc. 1/1999, avente il medesimo oggetto), è sicuramente opinabile e non certa allo stato dell'odierna giurisprudenza la questione della nullità o annullabilità della delibera adottata da un C.d.A. privo di poteri. La responsabilità dell'avvocato, in situazioni opinabili, sussiste solo per dolo e colpa grave, che nel caso di specie appaiono inesistenti. Anzi, a ben vedere, da un lato, diligentemente, l'avv. T. instaurò nel 2001 un giudizio di risarcimento nei confronti degli amministratori della società per i danni che l'A. aveva subito a seguito dell'illegittima esclusione; dall'altro lato, la giurisprudenza risolve nel senso della nullità questioni simili a quella in oggetto, come nel caso di transazione stipulata dall'amministratore della società senza l'autorizzazione dell'assemblea con deliberazione adottata senza la maggioranza di legge (cfr Cass. n. 9901/2007 secondo cui la violazione della disciplina della formazione della volontà sociale è causa di nullità assoluta ed insanabile degli atti adottati).

La eccezione di inadempimento sollevata dal debitore opponente non appare, pertanto, fondata. Escluso, di conseguenza, che quest'ultimo possa sottrarsi al pagamento in ragione della medesima deve procedersi alla determinazione del corrispettivo spettante al professionista sebbene nella valutazione di quest'ultimo possa tenersi conto della attività effettivamente prestata e dei risultati raggiunti in virtù di quanto espressamente previsto dall'art. 5 delle tariffe professionali.

Sul punto tuttavia è bene premettere che, in seguito alla sentenza n. 13533 del 2001 resa dal Supremo Collegio a Sezioni Unite, in tema di prova dell'inadempimento di un'obbligazione, il creditore che agisca per l'adempimento dell'obbligazione deve soltanto provare la fonte del suo diritto, limitandosi ad una mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, sul quale grava l’onere di provare il fatto estintivo dell'altrui pretesa.

Ciò detto, deve subito precisarsi che il decreto ingiuntivo è stato emesso per la somma complessiva di € 7724,62 di cui € 139,24 per spese sostenute, € 1127,75 per diritti € 4506,08 per onorari oltre Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali come per legge.

In ordine alle spese sostenute alcuna contestazione è stata mossa dall'opponente sicché le medesime vanno senza dubbio riconosciute alla creditrice.

Quanto ai diritti, invece, deve effettivamente rilevarsi la esistenza di una difformità tra quanto indicato nella nota specifica posta a fondamento del ricorso per decreto ingiuntivo, e prima ancora della richiesta di parere di congruità, ove risulta effettivamente la minor somma di € 694,11 e quanto fatto oggetto di successiva pretesa. A fronte dello specifico motivo di opposizione la creditrice, poi, non ha dato alcuna giustificazione di tale discrasia sicché a tale titolo non può che tenersi conto della attività indicata nell'unica nota spese in atti. Deve, poi, escludersi la voce "esame conclusioni di ogni parte" che non trova riscontro in atti. Difatti, non può ritenersi, come afferma l'odierna opposta che per lapsus calami si sia voluto indicare l'esame degli scritti difensivi, atteso che tale attività rientra nell'”esame documentazione controparte" già indicata nella nota specifica. A titolo di diritti deve, pertanto, riconoscersi al professionista la minor somma di € 6,00. Per quanto attiene gli onorari non essendo vincolante per il Giudice il parere di congruità del Consiglio dell'Ordine e rilevando che la causa in oggetto era della medesima tipologia di quella precedentemente instaurata sempre per conto dell'A. e sempre presso il Tribunale di Trani (R.G. 2431/1999), e pertanto relativa a questioni già approfondite dall'avv. T., si ritiene corretto liquidare gli stessi in misura prossima ai minimi per un importo di € 1000,00 non ravvisandosi una particolare complessità del giudizio. Deve aggiungersi che non trova corrispondenza con alcuna attività processuale la voce "difesa", inserita nella nota specifica e dell'ammontare di € 813.41 e comunque da ridurre ad € 410,00.

Così ricalcolato, il credito della T. nei confronti di A. F., è pari ad € 139,24 per spese € 632,14 per diritti ed € 2000,00 per onorari, oltre Iva, Cpa e rimborso forfettario spese generali in misura pari al 10% come per legge, per un totale di € 3.683,15.

Deve esaminarsi a questo punto la eccezione di pagamento sollevata da quest'ultimo. L'A. ha provato di aver corrisposto all'Avv. T. somme portate da quattro assegni, di cui uno circolare e tre bancari, tutti allegati in atti e tutti intestati alla creditrice e depositati in copia conforme all'originale. Invero la opposta ha, a propria volta, dedotto di aver incassato di dette somme solo quella minore di € 1.807,59 e che, comunque, detti pagamenti siano imputabili ad altri crediti. Quanto alla prima deduzione deve rilevarsi che il pagamento a mezzo assegni circolari, una volta accettato dal creditore, determina la immediata estinzione del credito non essendo ipotizzabile la mancanza di provvista presso l'istituto di credito emittente. Viceversa l'accettazione da parte del creditore di una somma di danaro portata da un assegno bancario di corrispondente importo non estingue l'obbligazione, se il titolo di credito non va a buon fine. Ciò detto, quanto agli assegni bancari in atti non vi è prova dell'effettivo incasso, ciononostante deve rilevarsi che la creditrice non ha nemmeno dedotto quale dei titoli prodotti dal debitore ed alla stesa intestati non sarebbe stato effettivamente incassato e per quali ragioni. Devono, pertanto ritenersi provati pagamenti per la complessiva somma di 2.530,63. Quanto alla imputazione la semplice sussistenza di ulteriori ragioni di credito non può portare automaticamente a ritenere i medesimi imputabili ad altro titolo. Al contrarlo, quando il debitore abbia dimostrato di avere corrisposto somme idonee ad estinguere il debito incombe al creditore che pretenda di imputare l'adempimento ad altro credito - l'onere della prova delle condizioni di una diversa imputazione (1064/2005). Quest'ultima, per altro, in mancanza di una espressa imputazione del debitore al momento del pagamento o del creditore al rilascio della quietanza non può che avvenire ai sensi dell'art. 1193 c.c. Spettava, pertanto, alla creditrice dimostrare che le somme corrisposte andavano imputate ad altri crediti in quanto, in ordine, precedentemente scaduti, meno garantiti, più onerosi per il debitore, o da ultimo più antichi. Detta prova non può ritenersi raggiunta. Residua, pertanto, un credito dell'Avv. T. pari a complessivi € 1.152,52 sul quale vanno corrisposti gli interessi legali secondo quanto già statuito nel decreto ingiuntivo opposto.

Quanto alla domanda riconvezionale spiegata dall'A., la stessa non può che essere rigettata non essendosi ravvisato l'inadempimento denunciato per le ragioni sopra esposte. Da ultimo e per mera precisazione, si sottolinea che l'opponente non ha nemmeno fornito la prova, ai sensi dell'art. 2697 c.c., del pregiudizio subito a seguito della presunta responsabilità del professionista, che, in ogni caso, non può dirsi provato con la mera allegazione della mancata assegnazione di un'abitazione della Cooperativa "Città Ideale".

Non può essere accolta, infine, la domanda dell'odierna opposta di risarcimento ex art. 96 c.p.c., in ragione della parziale fondatezza della opposizione. La sproporzione tra quanto richiesto con l'originario ricorso per decreto ingiuntivo e quanto liquidato in questa sede che ha reso comune legittima la spiegata opposizione costituisce giusto motivo di compensazione delle spese di lite.

P.Q.M.

definitivamente pronunciando sulla domanda proposta da A. F. con atto di citazione notificato in data 2.11.2002 nei confronti di T. M. L., in opposizione a decreto ingiuntivo n. 5768/2002, così provvede:

- accoglie per quanto di ragione la opposizione e, per l'effetto, revoca il decreto ingiuntivo n. 5768/2002 emesso dal Tribunale di Bari;

- accoglie per quanto di ragione la domanda avanzata da T. M. L. nei confronti di A. F. con l'originario ricorso per decreto ingiuntivo e, per l'effetto, condanna quest'ultimo al pagamento della residua somma di € 1.152,5 2 oltre interessi legali dalla domanda

- rigetta ogni ulteriore domanda

- dichiara interamente compensate tra le parti le spese del giudizio.


Avv. Alessandro Bottiglieri

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