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Insufficienza di prestazione per colpevole inadempimento del lavoratore
Cassazione civile sez. lavoro, sentenza 02.02.2002 n° 1365




Il lavoratore non è obbligato al raggiungimento di un risultato, ma all'esplicazione delle proprie energie, nei modi e nei tempi stabiliti, anche se ciò non esclude che possano essere fissati parametri per l'accertamento che la prestazione sia eseguita con quella diligenza e quella professionalità medie proprie delle mansioni svolte. L'inadeguatezza del risultato della prestazione resa può ben essere ascrivibile alla stessa organizzazione dell'impresa o comunque a fattori non dipendenti dal lavoratore (1).

Conseguentemente, ove il datore di lavoro intenda far valere l'insufficienza della prestazione lavorativa, non può limitarsi a provare il mancato raggiungimento del risultato atteso, ma ha l'onere di dimostrare il colpevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore, quale fatto complesso alla cui valutazione deve concorrere anche l'apprezzamento degli aspetti concreti del fatto addebitato, tra cui il grado di diligenza richiesto dalla prestazione e quello usato dal lavoratore, nonché l'incidenza dell'organizzazione d'impresa e di fattori socio-ambientali.

Ai fini dell'affermazione della responsabilità del lavoratore, verso il datore di lavoro, per un evento dannoso verificatosi nel corso dell'espletamento delle mansioni affidategli, grava sul datore di lavoro la prova che l'evento dannoso sia causalmente correlato ad una condotta del lavoratore per violazione degli obblighi di fedeltà e di diligenza (art. 2104 e 2105 c.c.), restando al lavoratore la dimostrazione della non imputabilità dell'inadempimento (2).

(1) Cfr. Cass., sez. lav., 23 febbraio 1996, n. 1421; Cass. 20 agosto 1991, n. 8973.
(2) Cfr. Cass., sez. lav., 24 settembre 1996, n. 8435.

(Massima a cura della redazione)


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi sigg.ri Magistrati:
Dott. Guglielmo SCIARELLI, Presidente
Dott. Michele DE LUCA, Consigliere
Dott. Corrado GUGLIELMUCCI, Consigliere
Dott. Saverio TOFFOLI, Consigliere
Dott. Giovanni AMOROSO, Rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

NUOVO ISTITUTO ITALIANO D'ARTI GRAFICHE SPA, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DI RIPETTA 22, presso lo studio dell'avvocato VESCI GERARDO, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato CICOLARI ALESSANDRO, giusta delega in atti;
ricorrente

contro

G.A., Z.G., elettivamente domiciliati in ROMA LUNG.RE MICHELANGELO 9, presso lo studio dell'avvocato MARESCA ARTURO che li rappresenta e difende unitamente all'avvocato BOIOCCHI P. LUIGI, giusta delega in atti;
controricorrenti

avverso la sentenza n. 30/98 del Tribunale di BERGAMO, depositata il 23/04/98 R.G.N. 2661/96;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 14/11/01 dal Consigliere Dott. Giovanni AMOROSO;

udito l'Avvocato PERILLI per delega VESCI;

udito l'Avvocato ABATI per delega MARESCA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Riccardo FUZIO che ha concluso per il rigetto del ricorso.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con ricorso depositato in data 22 ottobre 1993 G.A. e Z.G., dipendenti del Nuovo Istituto Italiano di Arti Grafiche s.p.a. con sede in Bergamo, il primo con qualifica di operaio di livello C 1 del c.c.n.l. per i dipendenti di aziende grafiche e mansioni di addetto al cambio bobine ed il secondo con qualifica di operaio di livello B2 e mansioni di capomacchina, si rivolgevano al Pretore di Bergamo, in funzione di giudice del lavoro, chiedendo che venisse dichiarata la nullità o l'inefficacia della sanzione disciplinare loro irrogata dall'azienda con lettera in data 15.6.93 e consistita in due giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione, con conseguente condanna della società a rimborsare le retribuzioni indebitamente trattenute, oltre ad interessi e rivalutazione.

I ricorreni esponevano che la società aveva loro addebitato l'omissione dei dovuti controlli in occasione del secondo turno di lavoro del giorno 25 maggio 1993 alla rotativa alla quale erano addetti, allorchè si stava stampando un numero della rivista "Topolino"; era stato infatti accertato che la rivista cosí stampata presentava un'errata impaginazione, dovuta ad uno errato inserimento della carta nel percorso della macchina, dopo un fermo della macchina stessa dovuto a rottura della carta. Secondo la società, poichè rientrava di certo tra i compiti dei dipendenti suddetti quello di controllare assiduamente la regolarità della stampa e dell'impaginazione, entrambi avrebbero dovuto accorgersi dell'errore, rilevabile con un minimo di attenzione.

A tale riguardo, i ricorrenti, pur non contestando che nel corso del turno lavorativo da loro svolto fossero state stampate in modo imperfetto parte delle riviste sottoposte a lavorazione, escludevano che l'errato inserimento della carta fosse loro imputabile, dovendo lo stesso piuttosto attribuirsi ad errore di lavorazione degli addetti alla medesima macchina nel turno precedente. Osservavano, poi, quanto al mancato controllo, di aver svolto la loro prestazione con la normale attenzione e con l'ordinaria diligenza richiesta dalla natura della prestazione stessa, procedendo, come di consueto, al controllo a vista consistente nel tenere sotto osservazione alcuni elementi maggiormente risaltanti sulla striscia di carta stampata e di non aver notato alcunchè di anormale. Rimarcavano inoltre che neppure gli addetti al controllo del lavoro svolto sulle rotative, quali capi-turno e capi-reparto, avevano riscontrato irregolarità, talchè doveva ritenersi che l'errore verificatosi fosse estremamente difficile da rilevarsi e che l'eventuale mancanza di essi ricorrenti avrebbe dovuto comunque essere considerata lieve se non proprio inesistente, con conseguente sproporzione tra la sanzione inflitta e l'entità dell'inadempimento.

Costituitasi nel giudizio cosí proposto, il Nuovo Istituto Italiano di Arti Grafiche resisteva e svolgeva domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni derivati all'azienda dai fatti di cui sopra, come da prospetto analitico a suo tempo inviato ai lavoratori, per un importo totale di lire 133.251.770, di cui chiedeva il pagamento in via solidale ad entrambi i ricorrenti, oltre a rivalutazione ed a interessi.

Radicatosi in tal modo il contraddittorio, la causa veniva istruita mediante il libero interrogatorio delle parti e l'assunzione di prove testimoniali.

All'esito, il Pretore, con sentenza n. 570/95 del 10 agosto 1995, annullava le sanzioni disciplinari impugnate, condannava la società convenuta a restituire le retribuzioni trattenute e rigettava la domanda riconvenzionale di risarcimento danni.

Avverso la suddetta sentenza ha quindi proposto appello il Nuovo Istituto italiano di Arti Grafiche s.p.a. rimasto soccombente.

Nel giudizio di gravame si sono costituiti gli appellati, resistendo all'impugnazione e chiedendo la conferma della pronuncia di primo grado.

Il tribunale di Bergamo con sentenza 22 gennaio - 23 aprile 1998 respingeva l'appello condannando la società appellante al pagamento delle spese di lite.

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione la società con quattro motivi.

Entrambe le parti hanno presentato memorie.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso è articolato in quattro motivi.

Con il primo motivo la società deduce la contraddittorietà e illogicità della motivazione, nonché l'omesso e comunque illogico esame di un punto decisivo.

Facendo ampi richiami della sentenza impugnata e degli atti di difensivi dei gradi di merito, la difesa della società ripercorre la vicenda di cui è causa per sostenere che l'anomalia nella stampa si è potuta verificare sol perché il dovuto controllo dell'attività di produzione è stato omesso dai lavoratori intimati ovvero è stato effettuato in modo negligente.

Con il secondo motivo la società deduce la violazione dell'art. 2727 c.c. per violazione delle norme che disciplinano la prova per presunzioni.

Con il terzo motivo la società deduce la violazione dell'art. 116 c.p.c. oltre che illogicità della motivazione ed omesso esame di un punto decisivo. In particolare la difesa della società censura la sentenza impugnata per aver ritenuto attendibile la deposizione C.

Con il quarto motivo la società denuncia la violazione dell'art. 2104 c.c. In particolare deduce che nella diligenza del lavoratore rientra anche il dovere di accorgersi della difformità del prodotto e di intervenire perché ciò non avvenga; sicché la difformità del prodotto finito comporta necessariamente la negligenza del dipendente.

2. Il ricorso - nei suoi quattro motivi che possono essere trattati congiuntamente in quanto strettamente connessi - è infondato.

2.1. In generale deve ribadirsi - secondo quanto già affermato da questa Corte (Cass., sez. lav., 23 febbraio 1996, n. 1421) - che il lavoratore è obbligato a un facere e non a un opus e la inadeguatezza del risultato della prestazione resa può ben essere ascrivibile alla stessa organizzazione dell'impresa o comunque a fattori non dipendenti dal lavoratore; conseguentemente, ove il datore di lavoro intenda far valere l'insufficienza della prestazione lavorativa, non può limitarsi a provare il mancato raggiungimento del risultato atteso, ma è onerato della dimostrazione di un colpevole inadempimento degli obblighi contrattuali del lavoratore, quale fatto complesso alla cui valutazione deve concorrere anche l'apprezzamento degli aspetti concreti del fatto addebitato, tra cui il grado di diligenza richiesto dalla prestazione e quello usato dal lavoratore, nonché l'incidenza dell'organizzazione d'impresa e di fattori socio-ambientali; le relative valutazioni del giudice di merito, ove sorrette da motivazione adeguata e prive di vizi logici ed errori manifesti, sono incensurabili in cassazione.

Quindi il lavoratore non è obbligato al raggiungimento di un risultato, ma all'esplicazione delle proprie energie, nei modi e nei tempi stabiliti, anche se ciò non esclude che possano essere fissati parametri per l'accertamento che la prestazione sia eseguita con quella diligenza e quella professionalità medie proprie delle mansioni svolte (Cass. 20 agosto 1991, n. 8973).

Inoltre ai fini dell'affermazione della responsabilità del lavoratore, verso il datore di lavoro, per un evento dannoso verificatosi nel corso dell'espletamento delle mansioni affidategli, grava sul datore di lavoro la prova che l'evento dannoso sia causalmente correlato ad una condotta del lavoratore per violazione degli obblighi di fedeltà e di diligenza (art. 2104 e 2105 c.c.), restando al lavoratore la dimostrazione della non imputabilità dell'inadempimento (Cass., sez. lav., 24 settembre 1996, n. 8435).

2.2. Ciò posto in diritto, deve considerarsi che nel ricorso vengono prospettate censure non riconducibili a violazione dei principi appena enunciati, né ad altra violazione di legge, né altresí ad alcuna delle ipotesi previste dall'art. 360 c.p.c. Neppure è puntualmente prospettato alcun vizio di motivazione perché non è dedotta una specifica insufficienza della motivazione, né una contraddizione tra parti della motivazione stessa. Si tratta invece di censure di merito, allegate come vizio motivazionale, ma non deducibili nel giudizio di legittimità.

Il vizio di insufficiente motivazione di una sentenza sussiste infatti, allorché essa mostri, nel suo insieme, una obiettiva deficienza del criterio logico che ha condotto il giudice di merito alla formazione del proprio convincimento mentre il vizio di contraddittoria motivazione, anch'esso denunziabile in cassazione, presuppone che le ragioni poste a fondamento della decisione risultino sostanzialmente contrastanti in guisa da elidersi a vicenda e da non consentire l'individuazione della ratio decidendi, ossa l'identificazione del procedimento logico-giuridico posto alla base della decisione adottata (cfr. ex plurimis Cass. 13 gennaio 1999, n. 287; 2 febbraio 1999, n. 3183; 3 agosto 1999, n. 8383).

Quindi il controllo in sede di legittimità dell'osservanza dell'obbligo della motivazione non può trasmodare in una inammissibile rinnovazione del giudizio di merito; né può servire a mettere in discussione il convincimento in fatto espresso nella sentenza impugnata, che come tale è incensurabile, ma costituisce lo strumento attraverso il quale è possibile valutare la legittimità della base di quel convincimento; sicchè il vizio di motivazione non sussiste quando il giudice abbia semplicemente attribuito agli elementi vagliati un significato non conforme alle attese ed alle deduzioni della parte.

2.3. Nella specie il tribunale si è attenuto ai principi sopra ricordati e quindi da una parte ha escluso che il mancato conseguimento del risultato della prestazione lavorativa (ossia la corretta stampa dei fogli di una rivista commissionata alla società) comportasse per ciò solo negligenza dei lavoratori appellati; d'altra parte ha puntualmente e con scrupolo esaminato le modalità della prestazione stessa, quale in concreto espletata dai lavoratori suddetti in occasione dell'errore nell'attività di stampa, denunciato dalla società, ed ha ritenuto che non sussistesse la prova di una negligenza colpevole dei medesimi.

Deve in particolare considerarsi che la sentenza impugnata ha evidenziato come dalle risultanze dell'espletata istruttoria era emerso che nell'attività di stampa non vi erano procedure di controllo prefissate, ma c'era solo il controllo a vista effettuato con riferimenti ottici; soprattutto non c'era un obbligo di controllo puntuale del risultato in progress.

A valle della fase di stampa - osserva ancora il tribunale - c'era poi il controllo delle segnature che nella specie non evidenziò nessuna irregolarità (teste C.); irregolarità neppure segnalata da una spia rossa di controllo (teste M.), né dal capoturno D. che, sopraggiungendo sul posto di lavoro dei lavoratori resistenti, non ebbe a notare nulla.

In sostanza il tribunale si è fatto carico di valutare tutte le risultanze dell'espletata istruttoria ed è pervenuto alla conclusione che non emergeva il comportamento colpevole e negligente addebitato dalla società ai lavoratori; conclusione che - si ripete - rappresenta un giudizio di merito non sindacabile in sede di legittimità perché motivato in modo sufficiente e non contraddittorio.

Né raggiunge la soglia della contraddittorietà intrinseca o dell'insufficienza motivazionale il fatto che sia rimasta una qualche ambiguità quanto al possibile controllo costituito dal periodico raffronto della segnatura stampata con il campione, che probabilmente avrebbe potuto evidenziare l'errore di stampa in corso. La sentenza, pur non escludendone l'obbligatorietà, afferma che il controllo mediante la verifica dei riferimenti ottici (l'unico di cui c'è la prova che doveva essere effettuato e che è stato effettuato) era sufficiente; valutazione questa non incongrua se si considera anche la circostanza - risultata pacificamente dall'istruttoria - della mancanza di un prefissato protocollo di attività di controllo, mancanza che costituisce spia di un'insufficienza nella programmazione dell'attività produttiva, ascrivibile semmai alla direzione aziendale.

3. Il ricorso va quindi rigettato.

Sussistono giustificati motivi per compensare tra le parti le spese di questo giudizio di cassazione.

PER QUESTI MOTIVI

rigetta il ricorso e compensa tra le parti le spese di giudizio.

Cosí deciso in Roma, il 14 novembre 2001.

Avv. Monica Sircana

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