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La determinazione del risarcimento del danno in caso di risoluzione contrattuale
Articolo 17.10.2008 (Arcangelo G. Annunziata)



La determinazione del risarcimento del danno in caso di risoluzione contrattuale

di Arcangelo G. Annunziata

Nell’ipotesi di risoluzione del contratto, si ritiene che il pregiudizio che la parte subisce non sia rappresentato dal valore della prestazione inadempiuta, in quanto la risoluzione “importa la perdita del diritto a tale prestazione e non prospetta quindi un risarcimento inteso a surrogare nel patrimonio del danneggiato il valore del bene non più dovuto” (Bianca 1979 a, Dell’inadempimento delle obbligazioni in generale sub artt. 1218 – 1229. in Comm. Cod. civ., a cura di Scialoja e Branca 2 ed., Zanichelli – Il Foro Italiano, Bologna – Roma; Il diritto privato nella Giurisprudenza a cura di Paolo Cendon – La responsabilità civile – UTET 1998, Torino, pagg. e 122 e segg.).

Ad avviso dell’indicata dottrina, il pregiudizio deve, invece, essere individuato nel guadagno che la parte non inadempiente avrebbe conseguito mediante la realizzazione del contratto (Bianca 1979°, 279).

Ciò premesso, con riferimento alla questione della individuazione dell’epoca alla quale farsi riferimento per la determinazione del risarcimento, si ritiene che questa vada riferita al momento in cui il compratore ha proposto la domanda di risoluzione (si veda Cassazione civile, sez. II, 30 gennaio 2007, n. 1956: in tema di responsabilità contrattuale, il risarcimento del danno dovuto al promissario acquirente per la mancata stipulazione del contratto definitivo di vendita di bene immobile, imputabile al promittente venditore, consiste nella differenza tra il valore commerciale del bene medesimo al momento della proposizione della domanda di risoluzione del contratto - cioè, al tempo in cui l'inadempimento è diventato definitivo…omissis….).

Si è giustamente considerato, infatti, che a risolvere tale questione soccorra la regola prevista dall’art. 1453 c.c. che indica nella data della domanda di risoluzione il momento in cui l’altra non può più adempiere la propria obbligazione.

Pertanto, da tale disposizione si deduce, da un lato, che fino alla proposizione della domanda di risoluzione il debitore può adempiere, sicché è solo con la domanda di risoluzione che il danno conseguente al mancato acquisto del bene si produce nel patrimonio del creditore e, dall’altro, che proposta la domanda di risoluzione il risolvente dimostra di non avere più interesse all’adempimento, sicché questi non potrebbe ottenere dalla risoluzione del contratto più di quanto avrebbe conseguito mediante la realizzazione del contratto medesimo (il danno va commisurato all’incremento patrimoniale netto che la parte avrebbe conseguito mediante la realizzazione del contratto).

In particolare, si ritiene che il contraente fedele, rinunziando (con la richiesta di risoluzione) alla pretesa di adempimento del rapporto contrattuale, non possa pretendere quell’eventuale superiore guadagno che il contratto gli avrebbe reso nel tempo successivo alla sua rinunzia (ossia alla domanda di risoluzione). Si sostiene, infatti, che, per un verso, l’interesse del creditore all’adempimento dopo tale momento non è suscettibile di ulteriori lesioni, non avendo egli più diritto all’esecuzione del contratto, e, per altro verso, che ai fini risarcitori, non può essere assunta la violazione di un interesse alla esecuzione del contratto che vada oltre il momento in cui a tale esecuzione si è rinunziato. Di qui l’ulteriore conclusione a cui necessariamente si perviene: non può tenersi conto di quell’ulteriore lucro che il compratore, successivamente alla domanda di risoluzione, avrebbe realizzato utilizzando la prestazione rinunziata, mentre può riconoscersi il danno da mora, per mancata attuazione del rapporto negoziale fino a quel momento (Bianca, Dell’inadempimento, op cit. pagg. 320 e ss.; Bianca, La vendita e la permuta, nel Trattato di dir. civ. it. Diretto da Vassalli, Torino, 1972, pp. 684 e seg. e nt. 7, 778, 980 seg.).

Infatti, la tesi che assume come rilevante il momento della liquidazione porta con sé evidenti limiti di applicazione, dal momento che può condurre in concreto a conseguenze esorbitanti: il risolvente, infatti, pur avendo rinunciato all’esecuzione del contratto, potrebbe conseguire un vantaggio patrimoniale maggiore dell’effettivo danno subito, trasformando l’azione di risoluzione in uno strumento per il conseguimento di un ingiustificato incremento patrimoniale, convertendo il danno da inadempimento da danno istantaneo a danno permanente fino al momento della decisione.

Infatti, se il danno da risarcire è rappresentato dalla differenza tra il valore commerciale del bene e il prezzo convenuto, che non è stato pagato (o pagato interamente), il danno che in ogni caso la parte adempiente ha diritto di avere risarcito a norma dell’art. 1453 c.c. deve essere valutato al momento in cui il creditore scegliendo il rimedio della risoluzione ha reso il pregiudizio patito definitivo.

In altri termini, la proposizione della domanda di risoluzione del contratto per inadempimento comporta la cristallizzazione delle posizioni delle parti, nel senso che il convenuto non può più eseguire la sua prestazione e l’attore non ha più il diritto di pretenderla, avendo dimostrato con la risoluzione del contratto il proprio disinteresse all’adempimento; ne consegue che il giudice dovrà accertare se via sia stato inadempimento imputabile al debitore soltanto con riferimento alle prestazioni già scadute ed accertare il mancato guadagno del creditore nella misura che gli sarebbe spettata in base al puntuale adempimento del contratto.

Invero, in dottrina si sono prospettate sull’argomento opinioni diverse ciascuna delle quali suggerisce una pluralità di criteri temporali per l’individuazione e la stima del danno.

Tuttavia, sinteticamente, si è giustamente considerato che due sarebbero gli elementi guida da tener presente per la risoluzione del problema: la natura del bene e il tipo di illecito commesso.

Quando il danno cagionato dal fatto aquiliano o dall’inadempimento si concreta nella perdita o nel mancato acquisto di un bene diverso dal denaro, esso va stimato secondo i valori correnti in cui viene liquidato, mentre quando il danno consiste nella perdita o nel mancato acquisto di una somma di denaro deve essere stimato in base ai valori correnti al momento del suo verificarsi.

Un’eccezione sussiste per i casi di impossibilità sopravvenuta della prestazione e di risoluzione del contratto, rispetto alle quali si ritiene che la stima (anche quando si concretizza nella perdita o nel mancato acquisto di bene diverso dal denaro) vada effettuata riferendosi ai valori correnti al momento dell’inadempimento, senza che si possa addossare, per il futuro, alla parte che subisce passivamente la scelta delle risoluzione le ulteriori conseguenze dell’inadempimento (LUMINOSO, Risoluzione per inadempimento, vol. I, t. 1, in Comm del c.c. a cura di Scialoja e Branca, Bologna – Roma, 1990, pp. 243 ss; LUMINOSO, il momento da prendere a base per la determinazione e la stima del danno da risoluzione, in Resp. civ. e prev. 1989, pp. 1073 e ss,anche per ulteriori citazioni).

A ben vedere, infatti, una volta richiesta la risoluzione, il contraente fedele ben può tornare sul mercato e procurarsi altrove il bene oggetto del contratto, per cui l’unico danno che il risolvente subisce come conseguenza diretta dell’inadempimento è al più la differenza di prezzo tra il bene oggetto del contratto e il prezzo del nuovo bene acquistato.

Una parte autorevole della dottrina, che ha trovato adeguato seguito anche in giurisprudenza, ritiene, pertanto, che, nei casi di risoluzione, la valutazione e l’accertamento del danno vadano riferiti al momento della proposizione della domanda giudiziale di risoluzione o del verificarsi della risoluzione stragiudiziale ex artt. 1454, 1456 0 1457 c.c. (si veda anche Ascarelli, Obbligazioni pecuniarie, nel Comm. al cod. civ. a cura di Scialoja e Branca, Bologna – Roma, 1968, pp. 451 segg., 516 segg., pp. 526 e nt. 1, 531 - il quale, in verità, sembrerebbe considerare risarcibili anche danni ulteriori e diversi da quelli prodottisi fino al momento della domanda della risoluzione che siano però conseguenza immediata e diretta della stessa: successivo aumento di prezzo della cosa in misura superiore alla svalutazione monetaria, danno derivante dalla rivendita del bene ad un prezzo più favorevole e superiore, danno derivante dal maggior prezzo al momento dell’acquisto di un nuovo bene da parte del compratore).

La tesi che assume a tempo di riferimento della stima del danno quello del suo verificarsi (e quindi il momento della proposizione della domanda di risoluzione) appare l’unica accettabile e coerente con quanto prescritto dall’art 1223 c.c. in materia di risarcibilità delle conseguenze dirette ed immediate, dall’art. 1225 c.c. in materia di prevedibilità del danno e del suo quantum e dall’art. 1227, comma 2, c.c. in materia di evitabilità del danno (G. VALCAVI, Evitabilità del maggior danno ex art. 1227, secondo comma c.c., e rimpiazzo della prestazione non adempiuta, in Foro it. 1984, p. 2820; Id , Sulla prevedibilità del danno da inadempienza colposa contrattuale, in Foro it., 1990 I pp. 1946 ss.)

Nel nostro sistema, infatti, il risarcimento del danno contrattuale, a differenza di quello aquiliano, è commisurato a ciò che poteva prevedersi al momento del sorgere dell’obbligazione nel caso in cui dipenda da un’inadempienza colposa invece che dolosa (l’inadempienza deve presumersi colposa, mentre quella dolosa va specificatamente provata).

Il danno contrattuale, in sostanza, sulla base della presunzione di cui si è detto, dovrebbe essere liquidato, in linea di massima, nel limite del prevedibile.

Infatti, ai sensi dell’art. 1227, 2 comma, c.c. il risarcimento non si estende a quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza.

A tanto si aggiunga che l’art. 1225 c.c. limita, come si è visto, il risarcimento del danno nei limiti del prevedibile e il lucro cessante, ai sensi dell’art. 2056, II co., c.c. deve essere liquidato “con equo apprezzamento delle circostanze del caso”.

Appare allora evidente, dal combinato disposto delle suddette norme, che, in caso di risoluzione, è necessario limitare gli effetti del risarcimento al momento della domanda di risoluzione, perché diversamente opinando si consentirebbe al danneggiato di poter conseguire un ingiusto vantaggio patrimoniale dalla propria colpevole inerzia.

Questo criterio appare, del resto, l’unico ipotizzabile con riguardo anche alla concezione patrimoniale del danno, considerato che quest’ultimo può consistere nel mancato godimento del valore di uso del bene e non necessariamente nella perdita o mancato guadagno relativo al suo valore di scambio.



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