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Comodato precario di immobile - facoltà del giudice di stabilire un termine
Cassazione civile Sez. III, Sentenza 17.10.2001 n° 12655




Nel comodato c.d. precario, ovvero in mancanza di determinazione della sua durata, il comodatario è tenuto a restituire la cosa non appena il comodante gliela richieda, ai sensi dell'art. 1810 cod. civ. Tale norma tuttavia, configurando un'ipotesi specifica della regola generale prevista nella prima parte del primo comma dell'art. 1183 cod. civ., non esclude l'applicazione della disposizione di cui alla seconda parte del citato primo comma dell'art. 1183, con la conseguenza che il giudice, in mancanza di accordo delle parti, possa stabilire il termine (per la restituzione della cosa oggetto di comodato) quando sia necessario per la natura della prestazione, ovvero per il modo o il luogo dell'esecuzione e, segnatamente quando, trattandosi di comodato di immobile ad uso di abitazione, il comodatario necessiti di una congrua dilazione per rilasciare vuoto l'immobile e per trovare altra sistemazione abitativa

- In tal senso Cass. 10.8.1988 n. 4921.

(Massima a cura della redazione)


SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III

SENTENZA 17-10-2001 n. 12655

(Pres. Giustiniani V - Rel. Limongelli A - P.M. Russo R (parz. Diff.) - BERTOLOTTI c. FUSARI)


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso al Pretore di Lodi Bertolotti Gabriele, premesso di aver concesso in comodato a termine una casa rustica alla propria nonna Fusari Margherita, convenne la Fusari in giudizio per sentir dichiarare cessato il rapporto alla scadenza contrattuale del 31.12.1996 o, in subordine, in data anteriore o corrispondente a quella (16.9.1997) di notificazione del ricorso e per sentir condannare la comodataria all'immediato rilascio dell'immobile. La convenuta resistette alla domanda. Assunta una prova testimoniale, il Pretore, con sentenza del 9.4.1998, dichiarò cessato il comodato alla data del 16.9.1997 e condannò la Fusari al rilascio della casa entro un anno dalla cessazione del rapporto. Compensò le spese processuali.

Il Bertolotti ha proposto appello e nel giudizio di secondo grado ha chiesto dichiararsi che la mancata restituzione dell'immobile alla data del 31.12.1996 era per lui "generatrice di danni".

Il Tribunale di Lodi, con sentenza del 22.3.1999, ha confermato la sentenza del Pretore, osservando: 1) che dalle deposizioni testimoniali non era dato desumere con certezza che le parti avessero concordemente stabilito la data del 31.12.1996 per la cessazione del rapporto, onde quest'ultimo doveva considerarsi cessato alla data di notificazione del ricorso introduttivo del primo grado di giudizio; 2) che il Pretore aveva correttamente concesso alla comodataria un termine per la restituzione dell'immobile; 3) che la domanda del Bertolotti intesa ad ottenere la dichiarazione giudiziale della potenzialità dannosa della mancata tempestiva restituzione dell'immobile era inammissibile perché proposta per la prima volta in sede di gravame; 4) che le spese processuali erano state giustamente compensate dal Pretore.

Ricorre il Bertolotti con cinque motivi. Resiste la Fusari con controricorso.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Col primo motivo il ricorrente insiste nel sostenere di aver pattuito con la comodataria la data del 31.12.1996 per la riconsegna dell'immobile e lamenta che senza adeguata motivazione il Tribunale abbia affermato che le acquisizioni processuali non consentivano di ritenere che il comodato fosse stato contrattualmente assoggettato ad un termine di scadenza.

La doglianza non ha fondamento, perché il Tribunale ha concordato col Pretore nel ritenere che, attesa la mancanza di supporti documentali e considerato il contrasto tra le deposizioni dei testi escussi, la tesi del comodato a termine non poteva reputarsi provata e questa motivazione è immune da vizi logici e giuridici e sfugge, quindi, al sindacato di legittimità.

Col secondo motivo il ricorrente denuncia violazione dell'art. 1810 cod. civ., lamentando che il Tribunale, dopo aver qualificato il rapporto di specie come comodato senza determinazione di durata, abbia ritenuto che esso potesse considerarsi cessato soltanto nel momento della notificazione dell'atto introduttivo del giudizio inteso a conseguire dalla comodataria il rilascio dell'immobile e non, invece, nel precedente momento in cui alla comodataria era stata richiesta per iscritto la restituzione del bene.

La doglianza è inammissibile perché il ricorrente, trascurando di ottemperare al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione (Cass. 1.2.1995 n. 1161; Cass. 4.2.1997 n. 1028; Cass. 5.4.1997 n. 2965; Cass. 29.1.1999 n. 802) non ha riprodotto in ricorso il testo integrale della richiesta pregiudiziale di rilascio, così precludendo a questa Corte la possibilità di valutarne la decisività, in termini di idoneità a realizzare lo scopo perseguito.

Col terzo motivo il riscorrente denunzia una ulteriore violazione dell'art. 1810 cod. civ., lamentando che il Tribunale, in luogo di condannare la comodataria all'immediato rilascio dell'immobile che le era stato chiesto in restituzione dal comodante, abbia confermato la statuizione con cui il Pretore aveva concesso alla comodataria il termine di un anno per rilasciare il bene, senza considerare che la concessione di un "termine di grazia", prevista dalla normativa sulle locazioni, non trova riscontro nella disciplina del comodato.

La doglianza è infondata.

Nel comodato precario - come quello di specie - il comodatario è, bensì, tenuto a restituire la cosa non appena il comodante gliela richieda, ai sensi dell'art. 1810 cod. civ., ma questa norma, configurando un'ipotesi specifica della regola generale prevista nella prima parte del primo comma dell'art. 1183 cod. civ., non esclude l'applicazione della disposizione di cui alla seconda parte del citato primo comma dell'art. 1183, con la conseguenza che il giudice, in mancanza di accordo delle parti, possa stabilire il termine (per la restituzione della cosa oggetto di comodato) quando sia necessario per la natura della prestazione, ovvero per il modo o il luogo dell'esecuzione e, segnatamente quando, trattandosi (come appunto nel caso in esame) di comodato di immobile ad uso di abitazione, il comodatario necessiti di una congrua dilazione per rilasciare vuoto l'immobile e per trovare altra sistemazione abitativa (Cass. 10.8.1988 n. 4921).

Col quarto motivo il ricorrente denunzia violazione degli artt. 100 e 345 cod. proc. civ. Sostiene che la domanda, da lui proposta al Tribunale per sentir dichiarare che la mancata tempestiva restituzione dell'immobile era per lui "generatrice di danno", avrebbe dovuto ritenersi implicita nella domanda proposta nel primo grado di giudizio per ottenere la dichiarazione di cessazione del comodato e la condanna della comodataria alla immediata restituzione dell'immobile.

Lamenta che, invece, il Tribunale abbia considerato tale (implicita) domanda inammissibile perché nuova e cioè proposta per la prima volta nel giudizio di appello.

La doglianza è priva di fondamento.

L'azione proposta dal Bertolotti dinanzi al Pretore si articolava in una "causa petendi" consistente nella cessazione del rapporto di comodato e in un "petitum" consistente nel rilascio dell'immobile da parte della comodataria. Nell'ulteriore azione proposta dal Bertolotti dinanzi al Tribunale la "causa petendi" era rappresentata dal danno che il Bertolotti sosteneva di aver subìto ed il "petitum" consisteva nell'accertamento del rapporto causale tra il ritardo nel rilascio dell'immobile da parte della comodataria ed il danno lamentato dal comodante. Le due azioni erano, quindi, radicalmente diverse tra loro (la seconda equivalendo in sostanza ad una domanda di condanna generica al risarcimento del danno) e, pertanto, non merita censura la pronunzia con cui il Tribunale, ai sensi dell'art. 345 cod. proc. civ., ha escluso l'ammissibilità della seconda azione, in quanto proposta per la prima volta in sede di gravame.

Col quinto motivo il ricorrente denunzia violazione dell'art. 91 cod. proc. civ., dolendosi che il Tribunale abbia immotivatamente confermato la compensazione delle spese del primo grado di giudizio disposta dal Pretore.

La doglianza è infondata.

La decisione del giudice di merito in materia di spese processuali è censurabile in sede di legittimità, sotto il profilo della violazione di legge, soltanto quando le spese siano state poste, totalmente o parzialmente, a carico della parte totalmente vittoriosa.

Non è, invece, sindacabile, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione, l'esercizio del potere discrezionale del giudice di merito di compensare, in tutto o in parte, le spese medesime (Cass. 27.12.1999 n. 14576; Cass. 22.4.2000 n. 5305; Cass. 1.12.2000 n. 15373).

Il ricorso va, dunque, rigettato. Stimasi di compensare le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione rigetta il ricorso e compensa le spese del giudizio di cassazione.


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