ricorda
Non sei registrato?
Registrati ora
Il tuo carrello
Totale : € 0,00
L’invisibile confine tra le competenze legislative statali e regionali
Corte Costituzionale , sentenza 01.08.2008 n° 322

Il riparto della funzione legislativa tra lo Stato e le Regioni, come indicato dall’art. 117 Cost., pone profondi problemi sia sotto il profilo della definizione del contenuto delle materie sia sotto quello del relativo coordinamento.

Il Legislatore in occasione della riforma del 2001 ha redatto un testo normativo assai vago e talvolta fuorviante, sol se si considera, per esempio, all’utilizzo delle espressioni “tutela della concorrenza”, “ordinamento civile” o “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono esser garantiti su tutto il territorio nazionale”, contenute nel secondo comma dell’art. 117 Cost., che spingono l’interprete ad interrogarsi sul significato da attribuire a tali lemmi al fine di individuare l’estensione della competenza legislativa esclusiva dello Stato.

Alla Corte Costituzionale è spettato (e spetterà) l’arduo compito di delimitare i contorni di tale assetto, cercando di volta in volta di bilanciare le spinte federaliste delle Regioni, scaturenti da un bacino potenzialmente indeterminato (ovverosia la c.d. competenza residuale di cui all’art. 117, comma 4, Cost.), con quelle centraliste dello Stato, miranti ad estendere la sua competenza esclusiva (art. 117, comma 2, Cost.).

La produzione giurisprudenziale sulla questione del riparto di competenze è vastissima e giuridicamente complessa, tanto che diventa pressoché impossibile individuare un sistema di regulae iuris capace di definirne i profili in modo chiaro ed univoco.

Tuttavia, una chiave di lettura indispensabile per la comprensione dell’attuale assetto costituzionale sembra poter esser individuata nel concetto di “materia trasversale”.

Nel definire l’estensione delle singole materie descritte nel nuovo secondo comma dell’art. 117 Cost., in molte occasioni la Corte Costituzionale ha avuto modo di statuire che «non si tratta di una "materia" in senso stretto, ma di una competenza del legislatore statale idonea ad investire tutte le materie, rispetto alle quali il legislatore stesso deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull'intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle. […] La nuova formulazione dell'art. 117, terzo comma, rispetto a quella previgente dell'art. 117, primo comma, esprime l'intento di una più netta distinzione fra la competenza regionale a legiferare in queste materie e la competenza statale, limitata alla determinazione dei principi fondamentali della disciplina. Ciò non significa però che i principi possano trarsi solo da leggi statali nuove, espressamente rivolte a tale scopo. Specie nella fase della transizione dal vecchio al nuovo sistema di riparto delle competenze, la legislazione regionale concorrente dovrà svolgersi nel rispetto dei principi fondamentali comunque risultanti dalla legislazione statale già in vigore»1.

Alcune materie attribuite al Legislatore statale in via esclusiva, dunque, costituiscono in realtà non una materia avente un ambito in sé e per sé, bensì una competenza trasversale capace, potenzialmente, di incidere come una lama su di una qualsiasi materia, anche di competenza regionale concorrente od esclusiva: a riguardo, in Dottrina, si è parlato di “materia - non materia”2.

La materia “tutela della concorrenza”, richiamata dalla sentenza qui in commento, costituisce secondo l’interpretazione della Corte proprio una competenza trasversale dello Stato.

Emblematica in tal senso è la sentenza n. 14 del 2004. Si tratta di una pronuncia estremamente importante perché mira a «stabilire fino a qual punto la riserva allo Stato della predetta competenza trasversale sia in sintonia con l’ampliamento delle attribuzioni regionali disposto dalla revisione del Titolo V», muovendo alla ricerca dei limiti entro quali lo Stato, nell’esercizio di tale potestà, può insinuarsi nella sfera delle competenze legislative delle Regioni.

Sarà opportuno, dunque, riportare alcuni passi del ragionamento giuridico della Corte: «Specificamente, il tema su cui occorre soffermarsi in via preliminare può essere ridotto all'interrogativo se lo Stato, nell'orientare la propria azione allo sviluppo economico, disponga ancora di strumenti di intervento diretto sul mercato, o se, al contrario, le sue funzioni in materia si esauriscano nel promuovere e assecondare l'attività delle autonomie. Vera questa seconda ipotesi lo Stato dovrebbe limitarsi ad erogare fondi o disporre interventi speciali in favore di Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni, i quali sarebbero quindi da considerare come gli effettivi titolari di una delle leve più importanti della politica economica. Per sciogliere il dilemma è necessario collocare gli interventi pubblici in un più ampio contesto sistematico. […] Dal punto di vista del diritto interno, la nozione di concorrenza non può non riflettere quella operante in ambito comunitario, che comprende interventi regolativi, la disciplina antitrust e misure destinate a promuovere un mercato aperto e in libera concorrenza. Quando l'art. 117, secondo comma, lettera e), affida alla potestà legislativa esclusiva statale la tutela della concorrenza, non intende certo limitarne la portata ad una sola delle sue declinazioni di significato. Al contrario, proprio l'aver accorpato, nel medesimo titolo di competenza, la moneta, la tutela del risparmio e dei mercati finanziari, il sistema valutario, i sistemi tributario e contabile dello Stato, la perequazione delle risorse finanziarie e, appunto, la tutela della concorrenza, rende palese che quest'ultima costituisce una delle leve della politica economica statale e pertanto non può essere intesa soltanto in senso statico, come garanzia di interventi di regolazione e ripristino di un equilibrio perduto, ma anche in quell'accezione dinamica, ben nota al diritto comunitario, che giustifica misure pubbliche volte a ridurre squilibri, a favorire le condizioni di un sufficiente sviluppo del mercato o ad instaurare assetti concorrenziali. […] Si tratta allora di stabilire fino a qual punto la riserva allo Stato della predetta competenza trasversale sia in sintonia con l'ampliamento delle attribuzioni regionali disposto dalla revisione del Titolo V. È il criterio sistematico che occorre utilizzare al fine di tracciare la linea di confine tra il principio autonomistico e quello della riserva allo Stato della tutela della concorrenza».

Il criterio per la ripartizione tra il livello centrale e quello regionale è individuato nel seguente modo: «In tale prospettiva, proprio l'inclusione di questa competenza statale nella lettera e) dell'art. 117, secondo comma, Cost., evidenzia l'intendimento del legislatore costituzionale del 2001 di unificare in capo allo Stato strumenti di politica economica che attengono allo sviluppo dell'intero Paese; strumenti che, in definitiva, esprimono un carattere unitario e, interpretati gli uni per mezzo degli altri, risultano tutti finalizzati ad equilibrare il volume di risorse finanziarie inserite nel circuito economico. L'intervento statale si giustifica, dunque, per la sua rilevanza macroeconomica […]. Appartengono, invece, alla competenza legislativa concorrente o residuale delle Regioni gli interventi sintonizzati sulla realtà produttiva regionale tali comunque da non creare ostacolo alla libera circolazione delle persone e delle cose fra le Regioni e da non limitare l'esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale (art. 120, primo comma, Cost.). Non può essere trascurato che sullo sfondo degli aiuti pubblici alle imprese vi è la figura dell'imprenditore con le relative situazioni di libertà di iniziativa economica, che postulano eguali chances di accesso al mercato […].

Da tale pronuncia emerge chiaramente come il riparto di competenze tra Stato e Regioni non possa dirsi fondato esclusivamente sulla base delle materie indicate dall’art. 117 Cost., oltre alle quali diventa imprescindibile servirsi di altri strumenti ermeneutici, tra i quali, soprattutto, quello che discerne tra i vari livelli di interesse, nazionale o regionale.

A tal proposito è da condividere quanto è stato giustamente osservato in Dottrina: «Agli occhi della Corte, mi pare, le materie 'tengono' finché sono espressione di interessi statali o regionali distinti, tuttavia, quando all’interno di una medesima materia emerge la necessità di soddisfare esigenze diverse, di carattere sia generale che locale, il criterio per operare il riparto non è quello delle materie, ma quello della dimensione degli interessi. Estendendo, in un certo senso, la logica che presiede alla potestà concorrente alle altre potestà (statale esclusiva e regionale residuale), questo significa che nello stesso settore materiale possono convivere competenze legislative diverse. Quella statale, quando si tratta di garantire una disciplina comune ed uniforme, richiesta da istanze unitarie e non frazionabili; quella regionale, diversificata sotto il profilo territoriale, per rispondere ad esigenze particolari e specifiche»3.

Sotto questo punto di vista, se la Corte continuerà, come ha fatto finora, a far uso della dicotomia interesse nazionale – interesse regionale al fine di trovare un bilanciamento tra le relative competenze, allora sarà legittimo chiedersi in che cosa abbia innovato la riforma del Titolo V della nostra Carta rispetto all’assetto previgente.

A sollecito di tale interrogativo meritano di esser riportati alcuni passi di una pronuncia, oramai risalente: «A differenza di tutti gli altri limiti costituzionalmente posti all'autonomia legislativa delle regioni (o province autonome), l'interesse nazionale non presenta affatto un contenuto astrattamente predeterminabile né sotto il profilo sostanziale né sotto quello strutturale. Al contrario, si tratta di un concetto dal contenuto elastico e relativo, che non si può racchiudere in una definizione generale dai confini netti e chiari. Come ogni nozione dai margini incerti o mobili, che acquista un significato concreto soltanto in relazione al caso da giudicare, l'interesse nazionale può giustificare interventi del legislatore statale di ordine tanto generale e astratto quanto dettagliato e concreto. La ragione di ciò sta nel fatto che, per raggiungere lo scopo che si prefiggono, le leggi deputate a soddisfare l'interesse nazionale nelle sue mutevoli valenze non possono non seguirne sino in fondo i molteplici e vari percorsi, i quali, in taluni casi, pongono in evidenza problemi la cui risoluzione può avvenire soltanto mediante una disciplina dettagliata e puntuale.

Proprio in considerazione di questa sua particolare natura, l'interesse nazionale, se non può essere brandito dal legislatore statale come un'arma per aprirsi qualsiasi varco, deve esser sottoposto, in sede di giudizio di costituzionalità, a un controllo particolarmente severo. […].

Nel corso della sua giurisprudenza questa Corte ha elaborato, con riguardo all'interesse nazionale, determinati criteri di giudizio, sulla base dei quali occorre sottoporre le disposizioni impugnate alle seguenti verifiche:

a) che il discrezionale apprezzamento del legislatore statale circa la ricorrenza e la rilevanza dell'interesse nazionale non sia irragionevole, arbitrario o pretestuoso, tale da comportare un'ingiustificata compressione dell'autonomia regionale (v. spec. sent. n. 49 del 1987);

b) che la natura dell'interesse posto a base della disciplina impugnata sia, per dimensione o per complessità, tale che una sua adeguata soddisfazione, tenuto conto dei valori costituzionali da rispettare o da garantire, non possa avvenire senza disciplinare profili o aspetti che esorbitano dalle competenze regionali (o provinciali) e tuttavia sono necessariamente connessi con il tema oggetto della normativa in questione (c.d. infrazionabilità dell'interesse: v. sentt. nn. 340 del 1983, 177, 195 e 294 del 1986, 49 e 304 del 1987);

ovvero che, anche se non necessariamente infrazionabile, l'interesse invocato appaia, a una valutazione ragionevole, così imperativo o stringente oppure esiga una soddisfazione così urgente da non poter esser adeguatamente perseguito, avendo sempre presenti i valori costituzionali da garantire, dall'intervento normativo di singole regioni (o province autonome) (sentt. nn. 49 e 304 del 1987);

c) che, in qualsiasi caso, l'intervento legislativo dello Stato, considerato nella sua concreta articolazione, risulti in ogni sua parte giustificato e contenuto nei limiti segnati dalla reale esigenza di soddisfare l'interesse nazionale posto a proprio fondamento (sent. n. 49 del 1987)».

Si tratta della sentenza del 24 febbraio 1988, n. 177. A distanza di vent’anni. pur a fronte del mutato testo costituzionale, la pronuncia contiene dei principi che sono tutt’ora vivi e rispetto ai quali la giurisprudenza costituzionale più recente si pone “in scia”.

Esaurita questa breve ma pur sempre necessaria premessa, va dunque esaminato il percorso logico giuridico operato dalla Consulta nella sentenza n. 322 del 1 agosto 2008.

Tale pronuncia si pone in stretta relazione con la sentenza n. 401 del 2007 con cui la Corte Costituzionale aveva statuito che «i lavori pubblici «non integrano una vera e propria materia, ma si qualificano a seconda dell'oggetto al quale afferiscono» e pertanto possono essere ascritti, di volta in volta, a potestà legislative statali o regionali (sentenza numero 303 del 2003). Non è, dunque, configurabile né una materia relativa ai lavori pubblici nazionali, né tantomeno un ambito materiale afferente al settore dei lavori pubblici di interesse regionale. Tali affermazioni non valgono soltanto per i contratti di appalto di lavori, ma sono estensibili all'intera attività contrattuale della pubblica amministrazione che non può identificarsi in una materia a sé, ma rappresenta, appunto, un'attività che inerisce alle singole materie sulle quali essa si esplica. Ne consegue che i problemi di costituzionalità sollevati dalle ricorrenti devono essere esaminati in rapporto al contenuto precettivo delle singole disposizioni impugnate, al fine di stabilire quali siano gli ambiti materiali in cui esse trovano collocazione».

Ancora una volta, dunque, la dicotomia interesse nazionale – interesse regionale è la stella polare che deve guidare l’interprete nell’attribuire le competenze legislative allo Stato o alle Regioni nell’ambito dei “lavori pubblici”.

La Consulta è poi passata a vagliare, nello specifico, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), secondo cui «Le Regioni, nel rispetto dell'articolo 117, comma secondo, della Costituzione, non possono prevedere una disciplina diversa da quella del presente Codice in relazione: alla qualificazione e selezione dei concorrenti; alle procedure di affidamento, esclusi i profili di organizzazione amministrativa; ai criteri di aggiudicazione; al subappalto; ai poteri di vigilanza sul mercato degli appalti affidati all'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture; alle attività di progettazione e ai piani di sicurezza; alla stipulazione e all'esecuzione dei contratti, ivi compresi direzione dell'esecuzione, direzione dei lavori, contabilità e collaudo, ad eccezione dei profili di organizzazione e contabilità amministrative; al contenzioso. Resta ferma la competenza esclusiva dello Stato a disciplinare i contratti relativi alla tutela dei beni culturali, i contratti nel settore della difesa, i contratti segretati o che esigono particolari misure di sicurezza relativi a lavori, servizi, forniture».

Ebbene, secondo il Giudice delle leggi tale norma, che detta una disciplina posta a tutela della concorrenza, assurge ad espressione di un interesse di livello nazionale, rientrante nella competenza esclusiva dello Stato. Si riporta il passo dell’argomentazione espressa della Corte: «con riferimento alle disposizioni contenute nell'art. 4, comma 3, del Codice, che ha già formato oggetto di esame, che la disciplina del procedimento di scelta del contraente, finalizzata alla stipulazione dei contratti della pubblica amministrazione, attiene, principalmente, alla materia della tutela della concorrenza di competenza legislativa esclusiva dello Stato. Siffatta competenza rende non costituzionalmente illegittima la disciplina normativa di quegli aspetti del procedimento amministrativo, delineata dal Codice sulla base peraltro di precedenti fonti normative oggetto di reiterazione, che incidono direttamente sulle modalità di scelta del contraente e, dunque, sulla effettività della concorrenza tra i partecipanti alla gara. E tra tali aspetti rientrano certamente gli strumenti di controllo del possesso, da parte dei concorrenti, dei requisiti economico-finanziari e tecnico-organizzativi idonei a fornire valide garanzie di serietà che devono caratterizzare, appunto, la partecipazione alla gara stessa. La uniformità di disciplina in relazione a questo profilo è essenziale per soddisfare l'esigenza, più volte richiamata in sede comunitaria, di parità di trattamento e di non discriminazione degli offerenti, allo scopo di assicurare, tra l'altro, le libertà di circolazione delle merci, di stabilimento e di prestazione dei servizi».

Di conseguenza, essendo pacifico che in un ambito di competenza esclusiva dello Stato «le Regioni non possono prevedere una disciplina diversa da quella del presente codice», il Supremo Consesso ha dichiarato non fondata la questione di legittimità sollevata da alcune Regioni in riferimento alla citata norma.

La pronuncia n. 322 del 1 agosto 2008, qui in commento, costituisce l’altra faccia della medesima medaglia.

La Consulta, infatti, che si è trovata a dover vagliare la legittimità costituzionale di alcuni articoli della Legge della Regione Veneto n. 17 del 2007, recante “Modifiche alla Legge regionale 7 novembre 2003, n. 27 “Disposizioni generali in materia di lavori pubblici di interesse regionale e per le costruzioni in zone classificate sismiche, articoli impugnati dal Governo per presunta violazione della competenza legislativa esclusiva dello Stato, ha ribadito innanzitutto che «nel settore degli appalti pubblici, l'eventuale «interferenza» della disciplina statale con competenze regionali «si atteggia in modo peculiare, non realizzandosi normalmente in un intreccio in senso stretto con ambiti materiali di pertinenza regionale, bensì [mediante] la prevalenza della disciplina statale su ogni altra fonte normativa» (sentenza n. 401 del 2007)» e che, appunto, in precedenza già «è stata dichiarata non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 4, comma 3, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture in attuazione delle direttive 2004/17/CE e 2004/18/CE), secondo cui «le Regioni non possono prevedere una disciplina diversa da quella del presente codice» in relazione agli ambiti di legislazione sui contratti della pubblica amministrazione riconducibili alla competenza esclusiva dello Stato in base all'art. 117, secondo comma, Cost. (sent. n. 401 del 2007)».

Secondo la Corte Costituzionale alcuni articoli della legge regionale impugnata si pongono proprio in contrasto con le norme del Codice degli appalti pubblici aventi la funzione di tutelare il preminente interesse dello Stato nell’ambito della “concorrenza” e dell’”ordinamento civile”.

È stata, quindi, dichiarata fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata per gli artt. 6, comma 1, 7, commi 2 e 3, sull’affidamento dei servizi tecnici relativi all'architettura e all'ingegneria riferibile all'ambito della legislazione sulle procedure di affidamento, l’art. 8 inerente alla verifica e validazione del progetto, l’art. 22 in materia di offerte anomale, l’art. 24 sui procedimenti negoziati nell'ambito delle procedure di affidamento, l’art. 29 riguardante i subappalti relativi ad analoga materia disciplinata dal codice dei contratti pubblici, l’art. 32 sul leasing immobiliare relativo in parte all'ambito della progettazione, in parte alla esecuzione dei contratti e l’art. 43 inerente alla verifica preventiva dell'interesse archeologico in materia di “contratti relativi alla tutela dei beni culturali”.

La disciplina regionale contenuta in tali norme, infatti, «lascia le stazioni appaltanti libere di scegliere le modalità di affidamento degli incarichi di ingegneria e architettura comportanti un compenso inferiore a 40 mila euro, così riducendo il confronto concorrenziale nell'affidamento di tali servizi; consente che una deliberazione della Giunta regionale detti i criteri e le modalità di affidamento degli incarichi di ingegneria e architettura comportanti un compenso compreso tra 40 mila euro e la soglia comunitaria, nonché sulle forme di pubblicità dei medesimi e sui criteri di verifica e validazione dei progetti, incidendo in tal modo sulle regole di mercato; restringe l'ambito entro cui la stazione appaltante deve verificare la congruità delle offerte anomale; consente il ricorso alla trattativa privata senza necessità di previa pubblicazione di un bando di gara, limitando così il confronto concorrenziale; riduce la sospensione del pagamento alla sola somma non corrisposta al subappaltatore; restringe il numero di soggetti che possono aspirare a vedersi affidare l'esecuzione dei lavori aventi ad oggetto la costruzione degli immobili mediante l'introduzione dell'istituto del leasing immobiliare; lascia le stazioni appaltanti libere per quanto concerne l'affidamento degli incarichi aventi ad oggetto le indagini archeologiche, attribuite senza confronto concorrenziale».

In tal modo il Giudice delle leggi è andato a chiudere il cerchio che era stato tracciato con la sentenza n. 401 del 23 novembre 2007. Infatti, una volta evidenziati all’interno del Codice degli appalti i nuclei normativi posti a tutela dell’interesse nazionale e, per tale ragione, rientranti nell’ambito della competenza legislativa esclusiva dello Stato, la disciplina autonomista della Legge della Regione Veneto n. 17/2007, entrata in vigore l’otto agosto 2007 ed influenzante i meccanismi concorrenziali, appariva oramai condannata ad esser dichiarata costituzionalmente illegittima.

A riprova dell’inevitabilità della sorte che ha colpito la fonte regionale, basti pensare che la Regione Veneto, in data 11 marzo 2008, aveva adottato un documento contenente «Indirizzi operativi per l'applicazione della L.R. 27/2003 a sèguito della sentenza della Corte costituzionale n. 401/2007», nel quale riconosceva oramai “non applicabili” la maggior parte delle norme della L. R. 17 del 2007; norme che all’epoca erano già state oggetto dell'impugnazione da parte dello Stato innanzi alla Corte Costituzionale con il ricorso n. 40/2007 e che ora son state definitivamente censurate.

(Altalex, 20 novembre 2008. Nota di Marco Rigo)

________________

1 Corte Cost., sentenza 3 luglio 2002, n. 282, consultabile in www.cortecostituzionale.it.

2 D'Atena, Materie legislative e tipologia delle competenze, in Quad. cost., 2003, pp. 16 ss..

3 P. Cavalieri, La definizione e la delimitazione delle materie di cui all’art. 117 della Costituzione, consultabile in www.associazionedeicostituzionalisti.it.






Costituzionale | Regionale

Corte Costituzionale

Sentenza 1 agosto 2008, n. 322

Massima e Testo Integrale



COLLABORA
Partecipa attivamente alla crescita del web giuridico: consulta le modalitˆ per collaborare ad Altalex . Inviaci segnalazioni, provvedimenti di interesse, decisioni, commenti, articoli, e suggerimenti: ogni prezioso contributo sarˆ esaminato dalla redazione.
NOTIZIE COLLEGATE
Appalti, legislazione, regione, legittimità, insussistenza (Corte Costituzionale , sentenza 01.08.2008 n° 322 )

Il Codice degli appalti è espressione di potestà legislativa esclusiva dello Stato (Corte Costituzionale , sentenza 23.11.2007 n° 401 (Alessandro Del Dotto) )

Codice degli appalti: competenze Stato-Regioni e principio leale collaborazione (Corte Costituzionale , sentenza 23.11.2007 n° 401 )

Codice degli appalti (Decreto legislativo , coordinato e aggiornato, 12.04.2006 n° 163 , G.U. 02.05.2006 )


16 correzioni personalizzate di pareri e atti + 8 lezioni in "aula virtuale"

Giunto alla XI edizione, il corso on-line diretto per Altalex da Paolo Franceschetti, è mirato all’acquisizione del metodo e delle conoscenze necessarie a superare l'Esame Avvocato e quest'anno si pres ...

Avv. Annalisa Cervini

Dir. penale, dir. civile e fallimentare, esecuzioni mobiliari ed immobiliari. Domiciliazioni.


Calcolo danno macrolesioni con le tabelle dei principali Tribunali italiani

Milano-Roma 2013
abbinamento accertamento tecnico preventivo affidamento condiviso agenzia delle entrate amministratore di condominio anatocismo appello appello incidentale arresti domiciliari assegno di mantenimento assegno divorzile atto di precetto autovelox avvocato bando di concorso carceri cartella esattoriale certificato di agibilità Codice della Strada Codice deontologico forense codice penale codice procedura civile cognome collegato lavoro comodato compensi professionali concorso in magistratura concussione condominio contratto preliminare contributo unificato convivenza more uxorio danno biologico danno morale Decreto decreto Balduzzi decreto del fare decreto ingiuntivo decreto salva italia demansionamento difesa d'ufficio dipendenti non agricoli diritto all'oblio Equitalia esame esame avvocato esame di avvocato falso ideologico fermo amministrativo figli legittimi figli naturali figlio maggiorenne filtro in appello fondo patrimoniale gazzetta ufficiale geografia giudiziaria giudici ausiliari giudici di pace giustizia guida in stato di ebbrezza indennizzo diretto inps insidia stradale interessi legali ipoteca legge di stabilità legge Pinto lieve entità mansioni superiori mediazione civile mediazione obbligatoria messa alla prova milleproroghe ne bis in idem negoziazione assistita oltraggio a pubblico ufficiale omesso versamento ordinanza-ingiunzione overruling parametri forensi parere civile parere penale pedone precetto processo civile processo civile telematico processo telematico procura alle liti provvigione pubblica amministrazione querela di falso responsabilità medica riassunzione ricorso per cassazione Riforma della giustizia riforma forense riforma fornero sblocca italia sciopero sentenza Franzese sequestro conservativo Sfratti silenzio assenso soluzioni proposte sospensione della patente sospensione feriale spending review Stalking tabella tabelle millesimali tariffe forensi tassi usurari tracce di esame tribunali tulps usucapione usura