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Fallimento: debiti concorsuali di cui la massa può essere chiamata a rispondere
Tribunale Marsala, sentenza 05.01.2005

Debiti concorsuali di cui la massa può essere chiamata a rispondere sono unicamente quelli maturati dal fallito prima della dichiarazione di fallimento, ovvero anche quelli successivi - ed addirittura in prededuzione ex art. 111 l.f. - se contratti però a titolo di spese della procedura o comunque nell’interesse della procedura, debiti quest’ultimi definiti, per l’appunto, “di massa”.

Lo ha strabilito il Tribunale di Marsala, con la sentenza del 5 gennaio 2005, precisando che a tale cennata sottocategoria appartengono le somme dovute a titolo di rimborso per i miglioramenti eseguiti dal terzo contraente sull’immobile compravenduto oggetto di azione d’inefficacia ex art. 44 l.f. da parte della curatela, che trae giovamento dagli stessi e pertanto è tenuta al detto all’indennizzo nei limiti di cui all’art. 2041 c.c..; diversamente è a dirsi per il credito azionato nei confronti della curatela per la restituzione del prezzo della compravendita, trattandosi di un debito non concorsuale, ma contratto autonomamente dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento ed al di fuori dei detti presupposti, del quale potrà essere chiamato a rispondere unicamente il primo.

(Altalex, 1 febbraio 2005. Si ringrazia il dott. Pier Luigi Tomaiuoli)






REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI MARSALA

SEZIONE CIVILE

In persona del dott. Pier Luigi Tomaiuoli, in funzione di Giudice unico, nella causa civile iscritta al N. 1176/01 R.G., vertente

TRA

ANTONELLA A., nella qualità di curatore del fallimento della s.a.s. “N. Maria Rosa di N. Maria Rosa & c.” e della socia accomandataria N. Maria Rosa, con sede in Mazara del Vallo, via Lungomare Diaz n. 50, elettivamente domiciliato in Marsala, Via Diaz n. 41, presso lo studio dell’Avv. Eugenia Bellafiore, rappresentato e difeso dall’Avv. Roberto Costanza del foro di Trapani, per procura in calce all’atto di citazione;

- attrice, convenuta in riconvenzionale -

E

M. FRANCESCA, elettivamente domiciliata in Mazara del Vallo, Via M. Rapisardi n. 22, presso lo studio dell’Avv. G. Burzotta, rappresentante e difensore, per procura a margine della comparsa di costituzione e risposta;

  • convenuta, attrice in riconvenzionale

NONCHE’

B. SANTI, elettivamente domiciliato in Mazara del Vallo, Corso Umberto I n. 90, presso lo studio dell’Avv. Antonino Carmicio, rappresentante e difensore per mandato in calce alla comparsa d’intervento;

- terzo chiamato in causa -

OGGETTO: Azione d’inefficacia di contratto di compravendita ex art. 44 l.f. e di condanna alla corresponsione d’indennità di occupazione; domande riconvenzionali di condanna alla restituzione del prezzo ed al rimborso per miglioramenti.

CONCLUSIONI per le parti: come da rispettivi atti introduttivi.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato nel settembre del 2001, Antonella A. nella qualità di cui in epigrafe conveniva in giudizio M. Francesca, chiedendo al Tribunale adito di accertare l’inefficacia del contratto di compravendita stipulato dalla fallita N. Maria Rosa con la convenuta ed avente ad oggetto l’immobile sito in Mazara del Vallo, c.da Comune Triglia Scaletta, iscritto in N.C.E.U. pt. 1016095, fg. 155, part. 883, con consequenziale condanna della M. alla restituzione del detto immobile ed alla corresponsione di un’indennità di occupazione pari a £ 12.000.000 annue dalla data della compravendita sino al saldo, oltre interessi e rivalutazione; con vittoria di spese.

A sostegno delle proprie domande l’attrice allegava che in data 10.3.1989 il Tribunale di Marsala aveva pronunciato il fallimento della s.a.s. “N. Maria Rosa & c.” e del socio accomandatario N. Maria Rosa; che in data 12.2.1993, quindi successivamente alla dichiarazione di fallimento, la N. aveva acquistato da tali signori Angileri Giovanni, Rosa, Francesca, Agnese e Maria Filippa, l’appezzamento di terreno di cui sopra; che in data 30.4.1999 la N. aveva venduto tale immobile alla convenuta; che la compravendita doveva ritenersi inefficace ex art. 44 l.f. in quanto stipulata in seguito alla dichiarazione di fallimento dell’alienante.

Si costituiva la convenuta, eccependo la mancata prova dell’acquisto all’attivo fallimentare dell’immobile de quo; che la curatela era tenuta ex art. 44 l.f. alla restituzione della somma pagata al fallito in virtù dell’atto di compravendita; che la M. aveva concesso l’immobile de quo in comodato a tale B. Santi, il quale vi aveva apportato delle migliorie, quantificabili in £ 246.566.248, da rimborsarsi alla convenuta; ciò premesso, chiedeva e veniva autorizzata alla chiamata in causa di B. Santi; concludeva per il rigetto della domanda avversaria e, in via subordinata, spiegava domanda riconvenzionale volta alla condanna della curatela alla restituzione in proprio favore della complessiva somma di £ 446.000.000, ovvero di quella ritenuta di giustizia; con vittoria di spese.

Si costituiva in giudizio B. Santi, facendo proprie tutte le deduzioni, eccezioni e domande, spiegate dalla convenuta M.. Concludeva per il rigetto della domanda attrice e, in via subordinata, per la condanna della curatela al pagamento in favore proprio e della detta convenuta, per la parte ciascuno spettante, della complessiva somma di £ 446.000.000; con vittoria di spese.

All’udienza del 22.10.2004 la causa, istruita con consulenza tecnica d’ufficio, veniva trattenuta in decisione, con assegnazione alle parti di termini ridotti ex art. 190, II comma, c.p.c..

MOTIVI DELLA DECISIONE

La curatela attrice ha spiegato domanda di accertamento dell’inefficacia della compravendita stipulata dalla fallita N. Maria Rosa con la convenuta ed avente ad oggetto il bene immobile di cui in fatto, con consequenziale condanna dell’acquirente al suo rilascio ed alla corresponsione di un’indennità di occupazione, mentre la M. ed il B. chiamato in causa, dal canto loro, hanno spiegato domande riconvenzionali volte alla restituzione del prezzo ed al rimborso delle somme spese per i miglioramenti apportati al detto immobile.

Deve pregiudizialmente essere affrontata d’ufficio la questione della ammissibilità e/o procedibilità delle dette domande.

E’ noto che la giurisprudenza della Cassazione, a partire dalla pronuncia resa a Sezioni Unite n. 3878 del 1979, in ipotesi di azione promossa dal curatore fallimentare per un credito del fallito, a fronte di una domanda riconvenzionale spiegata dal convenuto e fondata su contrapposte ragioni creditorie, si era consolidata nel senso di ritenere l’improcedibilità di entrambe le domande, in ragione dell’attrazione ex art. 36 c.p.c. di quella attrice al regime proprio di quella convenuta, sottoposta, in quanto domanda volta all’accertamento di un credito nei confronti del fallimento, alla procedura ed al rito speciale dell’accertamento del passivo (ex multis: Cass. 575/02; 15779/00; 9801/00; 8231/00; 13944/99; 3068/97; 1101/92; 6713/91; 9174/87; SS.UU. 3878/79).

Siffatto orientamento è stato oggetto di ripensamento, prima da parte della I Sezione con pronuncia n. 148/03, ed in seguito, funditus, da parte delle stesse SS. UU. con la decisione n. 21499 del 12.11.2004, ove con apprezzabile revirement si è statuito – anche in ragione della ritenuta non applicabilità della norma di cui all’art. 36 c.p.c. alla fattispecie in esame, involgendo essa più propriamente questioni di rito e non già di competenza - che la domanda proposta dalla curatela per l’accertamento del credito del fallito rimane correttamente instaurata innanzi al giudice che la conosce nelle forme del rito ordinario, mentre la domanda riconvenzionale spiegata nei confronti della curatela deve essere dichiarata inammissibile o improcedibile nel procedimento a cognizione ordinaria e proposta con domanda di ammissione al passivo su iniziativa del presunto creditore.

Alla luce di tale mutata impostazione, mentre la domanda d’inefficacia e quelle creditorie (alla restituzione dell’immobile ed all’indennità di occupazione) della curatela possono essere oggetto di esame nel presente giudizio, per converso le domande riconvenzionali spiegate da parte convenuta e parte interveniente dovrebbero essere dichiarate inammissibili.

A ben vedere, però, la fattispecie oggetto di causa solo in parte rientra nell’ipotesi presa in considerazione dalle SS.UU. citate, poichè non entrambi i controcrediti vantati in via riconvenzionale (restituzione del prezzo, rimborso per miglioramenti) possono ritenersi debiti concorsuali, per i quali solamente vale quanto detto sopra in punto di accertamento secondo la procedura tratteggiata dal rito fallimentare.

Debiti concorsuali di cui la massa può essere chiamata a rispondere sono, infatti, unicamente quelli maturati dal fallito prima della dichiarazione di fallimento, ovvero anche quelli successivi - ed addirittura in prededuzione ex art. 111 l.f. - se contratti però a titolo di spese della procedura o comunque nell’interesse della procedura, debiti quest’ultimi definiti, per l’appunto, “di massa”.

A tale cennata sottocategoria appartengono anche le somme dovute a titolo di rimborso per i miglioramenti eseguiti dal terzo contraente sull’immobile restituito (nel senso che dappresso di preciserà) alla massa, che trae giovamento dagli stessi e pertanto è tenuta al detto all’indennizzo nei limiti di cui all’art. 2041 c.c. (Cass. Civ., Sez. III, 2.4.1984, n. 2154; Trib. Catania, 30.7.1982, in Dir. Fall. 1983, II, 582; Trib. Locri, 20.12.2001, in Fall. 2002, 1117).

Rispetto a tale credito, pertanto, la domanda riconvenzionale di parte convenuta e parte interveniente deve essere dichiarata inammissibile, in quanto da far valere in sede e con il rito fallimentare.

Diversamente è a dirsi per il credito azionato in riconvenzionale nei confronti della curatela per la restituzione del prezzo della compravendita, trattandosi di un debito non concorsuale, ma contratto autonomamente dal fallito successivamente alla dichiarazione di fallimento ed al di fuori dei detti presupposti, del quale potrà essere chiamato a rispondere unicamente il primo.

A conferma di tale ricostruzione milita, del resto, anche l’osservazione che, nell’analoga fattispecie dell’inefficacia di atti pregiudizievoli alla massa compiuti anteriormente alla dichiarazione di fallimento e sottoposti a revocatoria fallimentare, il legislatore si è premurato di precisare che “colui che per effetto della revoca prevista nelle disposizioni precedenti ha restituito quanto aveva ricevuto è ammesso al passivo fallimentare per il suo eventuale credito”.

Non essendo, per contro, nel caso di specie previsto alcun diritto all’insinuazione al passivo per i controcrediti derivanti da atti dispositivi successivi alla dichiarazione di fallimento, è da ritenersi, in omaggio al principio ermeneutico racchiuso nel brocardo “ubi lex voluti dixit, ubi noluit tacuit”, che il legislatore abbia inteso escludere siffatta eventualità (che avrebbe derogato alle regole generali della procedura concorsuale).

La domanda di parte convenuta ed interveniente al rimborso per i miglioramenti nei confronti della curatela va proposta, dunque, nei tempi e modi previsti dalla procedura fallimentare (segnatamente per i crediti in prededuzione); quella alla restituzione del prezzo, invece, nei confronti del fallito personalmente, poiché avente ad oggetto un credito non ricompreso, per le ragioni testè spiegate, nell’ambito della procedura fallimentare e perciò solo esulante dalla legittimazione processuale del curatore ex art. 43 L.F..

Per questi motivi le la prima domanda riconvenzionale nei confronti della curatela attrice deve essere dichiarata inammissibile e la seconda rigettata.

E’ fondata, per contro, la domanda attrice di accertamento dell’inefficacia della compravendita stipulata dalla fallita con la convenuta M..

E’ pacifico che la detta alienazione è intervenuta in epoca abbondantemente successiva alla dichiarazione di fallimento e tanto basta ex art. 44, I comma, l.f., per ritenere la sua inopponibilità alla massa, a prescindere da ogni indagine sull’effettivo pregiudizio alla stessa e sull’elemento psicologico del terzo acquirente (ex multis: Cass. 8130/1996; Sez. I, 16.12.1996, n. 1004; Cass. 334/99; Trib. S. Maria Capua Vetere, 8.11.2002 in Giur. merito 2003, 1437; Trib. Roma, 5.11.1999, in Dir. e Prat. Soc. 2000, f. 14-15, 103; Corte Appello Bologna, 18.2.1995, in Fall. 1995, 1227).

E’ infondata l’eccezione sollevata da parte convenuta in comparsa e precisata in sede di memoria conclusionale, secondo cui la domanda attrice sarebbe inammissibile perché relativa ad un bene non entrato nel patrimonio della curatela, poiché acquisito dalla fallita già successivamente alla dichiarazione di fallimento, ovverosia con atto inefficace.

A norma dell’art. 42, II comma, l.f., infatti, anche i beni che pervengono al fallito durante il fallimento (dedotte le passività incontrate per l’acquisto e la conservazione dei beni medesimi) rientrano nella massa fallimentare, in esclusivo favore della quale è dettata la successiva norma di cui all’art. 44 l.f., che prevede l’inefficacia relativa degli atti e dei pagamenti compiuti e ricevuti dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento.

Alla luce delle argomentazioni sopra esposte ed in accoglimento della domanda attrice, deve essere dichiarata l’inefficacia della compravendita posta in essere tra N. Maria Rosa e M. Francesca con atto per notaio Bandini, rep. 21.644, racc. n. 6.290, del 30.4.1999 ed avente ad oggetto l’immobile di cui in fatto, con consequenziale condanna di parte convenuta ed interveniente alla restituzione del bene immobile per cui è causa alla massa.

Anche la domanda della curatela volta alla condanna della convenuta M. Francesca alla corresponsione di un’indennità di occupazione è fondata e come tale va accolta nei limiti e per le ragioni di cui appresso.

La mancata disponibilità dell’immobile per cui è causa sulla base di atto inefficace nei confronti della massa dei creditori ha determinato indubbiamente un danno risarcibile alla curatela, che avrebbe potuto procedere alla vendita dell’immobile ovvero locarlo medio tempore, acquisendo i relativi frutti all’attivo fallimentare.

Tale danno può essere determinato in via equitativa, avuto riguardo al canone presumibilmente ricavabile dalla locazione del detto immobile.

Il consulente tecnico d’ufficio ha stimato tale canone (alla luce dell’ubicazione dell’immobile, il suo stato iniziale ed attuale, la sua destinazione d’uso, le informazioni attinte dagli operatori di settore, ed il canone corrente per immobili con caratteristiche simili), con valutazione congrua e in questa sede condivisa in € 5.000 annui.

La convenuta M., pertanto, in accoglimento della domanda attrice, deve essere condannata alla corresponsione in favore della curatela della complessiva somma di € 28.333 (pari al canone di locazione per 5 anni ed otto mesi, ovverosia dalla compravendita sino alla presente sentenza) all’attualità (incluse dunque le poste risarcitorie del danno emergente e del lucro cessante).

Su tale somma decorrono interessi legali dal dì della presente sentenza sino al saldo.

Le spese di lite possono essere compensate per metà in ragione della natura di mero rito della pronuncia di inammissibilità del credito per miglioramenti azionato in riconvenzionale e per la restante parte seguono la soccombenza principale della convenuta e dell’interveniente, cui fanno carico solidamente (ed in ragione di metà nei rapporti interni), e si liquidano come da dispositivo.

Le spese relative alla consulenza tecnica d’ufficio, per gli stessi motivi, sono poste per metà a carico di parte attrice e per l’altra metà seguono la soccombenza principale della convenuta e dell’interveniente, cui fanno carico solidamente (ed in ragione di metà nei rapporti interni).

P.Q.M.

Il Tribunale, in funzione di Giudice unico, definitivamente pronunciando, ogni altra contraria istanza, domanda ed eccezione disattese, così decide:

  • dichiara l’inefficacia della compravendita posta in essere tra N. Maria Rosa e M. Francesca con atto per notaio Bandini, rep. 21.644, racc. n. 6.290, del 30.4.1999; e per l’effetto condanna M. Francesca e B. Santi alla restituzione a parte attrice dell’immobile di cui meglio in fatto;

  • condanna M. Francesca al pagamento nei confronti della curatela attrice della somma di € 28.333, oltre interessi legali dal dì della sentenza sino al saldo;

  • dichiara inammissibile la domanda riconvenzionale di condanna della curatela al rimborso delle somme spese a titolo di miglioramento dell’immobile di cui in fatto;

  • rigetta la domanda riconvenzionale di condanna della curatela alla restituzione del prezzo della compravendita;

  • compensa per metà le spese di lite; condanna M. Francesca e B. Santi, in solido (ed in ragione di metà cadauno nei rapporti interni) alla refusione in favore dell’attrice della restante parte, che liquida in €. 3.220, di cui 1.620 per diritti e 220 per spese, oltre spese generali, nonché iva e cpa come per legge;

  • pone per metà a carico della curatela attrice e per l’altra metà a carico di M. Francesca e B. Santi in solido (ed in ragione di metà cadauno nei rapporti interni) le spese della consulenza tecnica d’ufficio.

Così deciso in Marsala, il 5.1.2005

Il Giudice

Pier Luigi Tomaiuoli


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