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Danno biologico, danno tanatologico, residenza in altro Paese, rilevanza
Tribunale Roma, sez. XII, sentenza 03.06.2008 n° 11335

Danno biologico - danno tanatologico – residenza in altro Paese – rilevanza – precisazioni [art. 1226 c.c. - art. 2056 c.c.]

Ai fini della individuazione della somma spettante a titolo di risarcimento del danno e della liquidazione equitativa non può essere utilizzato il parametro costituito dal luogo di residenza dei familiari e dalle modalità di impiego della somma liquidata; la somma individuata non può essere decurtata in base al coefficiente di cui al Decreto Ministero del Lavoro 12.5.2003 relativo al computo del trattamento pensionistico che consente all’estero un potere di acquisto pari a quello proprio del trattamento pensionistico conseguito e speso in Italia (nel caso di specie, lo 0,28% del valore indicato in euro nella "Tabella morte" in uso al Tribunale di Roma).

E’ legittimo l’utilizzo delle “tabelle” di liquidazione del danno biologico e del danno alla persona elaborate dai Tribunali ai fini della liquidazione equitativa del danno purchè consentano un risarcimento adeguato, proporzionato e personalizzato.

Non sussiste e non è risarcibile il danno biologico da morte che, acquisito dalla vittima, venga trasmesso agli eredi (c.d. danno biologico tanatologico). (1-12)

(1) Tra le sentenze più recenti in tema di danno esistenziale, si veda Tribunale Nola, sez. II, sentenza 22.01.2009.
(2) In materia di danno non patrimoniale e necessità dell’integrale risarcimento del danno alla persona, si veda Cassazione civile , sez. III, sentenza 13.01.2009 n° 469.
(3) In materia di uranio impoverito e danno non patrimoniale, si veda Tribunale Firenze, sez. II civile, sentenza 17.12.2008.
(4) In materia di quantificazione del danno morale (dopo le Sezioni Unite) si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 12.12.2008 n° 29191.
(5) Tra le sentenze più recenti, immediatamente successive alle SS.UU. 2008, si veda Tribunale di Lecce, sezione di Maglie, 368/2008, con nota di MAGGIULLI.
(6) In tema di danno non patrimoniale, si veda Cassazione Civile, SS.UU., 11.11.2008, n. 26972 (si vedano anche le video riflessioni di VIOLA, in materia di integralità del risarcimento del danno alla persona, e le video riflessioni di CESARI, nell’ambito del convegno Il Risarcimento del danno non patrimoniale con pregiudizi esistenziali tenutosi in Roma il 24 novembre 2008 presso il Palazzo Marini della Camera dei Deputati.
(7) Per la lettura dell’ordinanza di rimessione, si veda Cassazione civile, sez. III, sentenza 25.02.2008, n. 4712 (vedi video-riflessioni di VIOLA e video-riflessioni di CESARI).
(8) Si veda anche Cassazione civile SS.UU. 21934/2008 in materia di spot illegittimo.
(9) In favore del danno esistenziale, si veda Cassazione civile 2379/2008.
(10) In materia di danno parentale e prova, si veda Cassazione civile 20987/2007.
(11) In dottrina, si veda anche PLENTEDA, il Danno esistenziale bagattellare e transeunte e VIOLA, Il danno esistenziale come mancato guadagno non patrimoniale, nonché VIOLA, Il mancato guadagno non patrimoniale (o danno esistenziale?) dopo le SS.UU.
(12) Sul tema del danno tanatologico, si veda il focus di D’APOLLO, Danno tanatologico: la giurisprudenza recente, nonché VIOLA-TESTINI-MARSEGLIA, Il danno tanatologico.

Altresì, per approfondimenti in dottrina, si vedano:
- CESARI, Il risarcimento del nuovo danno non patrimoniale con pregiudizi esistenziali.
- VIOLA, Il mancato guadagno esistenziale, in Studium Iuris, 2/2006, pag. 131;
- DE GIORGI, Lesione del diritto all'ordine e risarcimento del danno esistenziale, Studium Iuris, 2008, n. 2, CEDAM, p. 224;
- ZAULI, L'impotenza è danno esistenziale: va risarcito chi, a causa di un incidente, ha perduto il suo vigore sessuale, in Responsabilità civile (La), 2008, n. 1, UTET, p. 25;
- CARBONE P., Ulteriori riflessioni sul danno esistenziale, in Danno e responsabilità, 2008, n. 1, IPSOA, p. 210;
- CASSANO, Rapporti tra genitori e figli, illecito civile e responsabile. La rivoluzione giurisprudenziale degli ultimi anni alla luce del danno esistenziale, in Vita notarile, 2007, n. 1, EDIZIONI GIURIDICHE BUTTITTA, parte II, p. 315;
- LIBERATI, Il danno esistenziale nella giurisprudenza amministrativa, 2007, GIUFFRÈ;
- CASSANO, La giurisprudenza del danno esistenziale, 2007, CEDAM.

(Fonte: Altalex Massimario 8/2009. Si ringrazia Francesco Ranieri)






Tribunale di Roma

Sezione XII

Sentenza 20 maggio - 3 giugno 2008

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI ROMA

SEZIONE 12 CIVILE

in persona del giudice dott. Francesco Ranieri

in funzione di giudice unico monocratico

ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa civile di primo grado iscritta al n. 58110\04 del r.g.a.c. vertente

TRA

S. B.

M. R.

M. R.

M. S.

tutti rappresentati dal procuratore speciale DHALY NAZRUL ISLAM

M. S.

rapprs. e difes dall’Avv. G. P. De Negri

presso il cui studio elettivamente domiciliano

attori

E

F. D.

convenuto contumace

E

soc. NUOVA TIRRENA

rapprs. e difesa dall’Avv. M. Mandrè

presso il cui studio elettivamente domicilia

convenuto

OGGETTO: responsabilità civile - morte

sulle conclusioni precisate dai procuratori delle parti all’udienza 25.10.2007 e trascritte nel relativo verbale.

PROCESSO

Con atto di citazione notificato nel 2004 – con prima udienza tenutasi nel dicembre - gli attori S. B., M. R., M. R., M. S., tutti rappresentati dal procuratore speciale DHALY NAZRUL, nonché M. S., in relazione al sinistro stradale avvenuto il 15.9.2000 in Roma Via dei Romagnoli, e che aveva visto coinvolti il pedone H. M. e l’auto di proprietà di F. D., assicurato con la S.p.A. NUOVA TIRRENA, sinistro che aveva visto il decesso del loro congiunto marito e padre, agivano in giudizio nei confronti dei convenuti in epigrafe chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni patiti. Allegavano in particolare che in sede penale era intervenuta sentenza penale d’appello irrevocabile con cui il F. era stato condannato per omicidio colposo. Il pedone era stato investito mentre camminava lungo la banchina costeggiante la detta Via ed in senso contrario al senso di marcia dei veicoli. Avevano ottenuto due acconti dall’ente assicurativo per complessivi euro 155.812,38; chiedevano il danno morale ed il danno biologico iure proprio e iure hereditatis nonchè il danno patrimoniale da perdita di contribuzioni economiche, posto che il defunto guadagnava circa euro 1.000 al mese.

Si costituiva la sola S.p.A. NUOVA TIRRENA non contestando la responsabilità ma deducendo in ordine al quantum che andava tenuto conto del fatto che tutti i danneggiati risiedevano in Bangladesh e che pertanto l’ammontare del danno andava rapportato alla concreta realtà socio economica del luogo in cui detti danneggiati risiedevano. Proponeva come “punto certo di riferimento il Decreto Ministero del Lavoro 12.5.2003 emesso in relazione alla legge n. 448\01 (legge finanziaria 2002) ed in esecuzione della legge n. 289\02 che stabilisce i coefficienti di conversione per la determinazione del livello di reddito equivalente per ciascun Stato”; in tale prospettiva doveva ritenersi equa e satisfattiva la somma già versata. Contestava le altre voci di danno richieste.

F. D. sceglieva la contumacia.

All’esito della compiuta istruttoria la causa viene ora all’esame di questo giudice, una volta spirati i termini per conclusionali e repliche ex art. 190 del codice di procedura civile, previsti per consentire alle parti le ultime argomentazioni difensive.

MOTIVI

1. L’eccezione relativa alla procura conferita è processualmente tardiva ed infondata nel merito. Ed invero essa è stata sollevata per la prima volta con le note ex art. 184 c.p.c., laddove la questione posta attiene al merito della domanda proposta, ancorché sotto il profilo soggettivo, e non concerne direttamente la diversa questione della legittimazione ad agire, atteso che gli attori in citazione hanno immediatamente prospettato la qualità del Dhali rispetto alla posizione sostanziale della moglie e di alcuni dei figli del soggetto deceduto.

Nel merito della questione deve comunque rilevarsi come nel caso di specie essa sia stata rilasciata da autorità italiana all’estero (ambasciata d’Italia in Dhaka – addetto consolare, in data 23.6.2004) e non già da autorità straniera, sicchè non trovano radice giuridica le argomentazioni svolte dal convenuto concernenti convenzioni internazionali e rapporti tra autorità di Stati diversi.

2.1. In merito alla questione inerente la condizione di reciprocità di cui all’art. 16 disp. prel. cod. civ. si osserva quanto segue.

Come già statuito da oltre un decennio da questo Tribunale ed anche da questo giudice in costanti pregresse sentenze tale norma non può non essere letta che con l’ausilio di due criteri ermeneutici: quello fondato sul criterio storico (art. 12 disp. prel.) - di particolare rilevanza in questa materia atteso che la legislazione riguardante gli stranieri è da sempre fortemente correlata agli orientamenti di un determinato periodo storico ed alla situazione complessiva dei rapporti tra Stati -; quello fondato su una lettura “costituzionalmente orientata” delle norme di rango inferiore ed in specie di quelle emanate prima della Costituzione repubblicana, criterio in base al quale una legge non deve essere sospettata di incostituzionalità qualora ne sia possibile una interpretazione costituzionalmente conforme.

In tale prospettiva, deve allora osservarsi che nel momento storico in cui la norma fu emanata non vi era ancora stata la consacrazione dei diritti fondamentali dell’individuo in una carta costituzionale, e che la tutela dei diritti del singolo aveva riguardo pressochè esclusivo ai diritti patrimoniali. In tale contesto si intese promuovere un trattamento più favorevole del cittadino italiano all’estero, agganciando la tutela dello straniero in Italia alla condizione di reciprocità.

I “diritti civili” di cui parla la norma furono contrapposti ai “diritti politici”, intendendo i primi come riferiti alla sfera “privata” dell’individuo, ed i secondi alla sfera “pubblica” del singolo come cittadino. Questi ultimi, pertanto, sono tradizionalmente ritenuti esclusi dall’ambito di applicazione della norma, per cui allo straniero non spettano, tout court, i diritti politici.

Quanto ai diritti civili, occorre invece ricordare come, a fronte dell’art. 3 del codice civile del 1865 - che ammetteva senza limitazioni lo straniero a godere dei diritti atttribuiti al cittadino -, si siano poi succcedute leggi via via più restrittive, quali quelle n. 89\1913 e n. 1578\1933, che vietavano agli stranieri le professioni di notaio e di avvocato e che introducevano la regola, concernente molte altre professioni, di possibilità di iscrizione nell’albo solo a condizione di reciprocità per il cittadino italiano all’estero; nonchè la legge n. 1966\1939 che precludeva agli stranieri l’assunzione della carica di presidente e consigliere delegato nelle società fiduciarie e di revisione, ovvero ancora all’art. 751 codice navigazione che escludeva gli stranieri dalla proprietà di aeromobili di nazionalità italiana, mentre l’art. 114 consentiva quella delle navi soltanto dopo l’equiparazione degli stessi ai cittadini italiani. Da quanto sopra esposto emerge come l'habitat di riferimento da cui trae origine, nel 1942, la norma in commento è propriamente quello economico-patrimoniale della proprietà immobiliare, del lavoro e dell’impresa e, dunque, afferisce strettamente alla sfera dei diritti economici dello straniero.

Ben potrebbe, pertanto, già sulla scorta dell’interpretazione storica - e tenuto anche conto del fatto che, all’epoca, la tematica dei diritti della personalità non si era ancora sviluppata - affermarsi che l’art. 16 non concerne i diritti della persona.

Ma ulteriore e definitivo apporto in tal senso viene da una lettura costituzionalmente orientata della norma. Ed invero, il diritto alla salute ed all’integrità fisica è stato ampiamente delineato nel suo contenuto, nonchè inquadrato quale diritto assoluto e costituzionalmente garantito, sia dai giudici ordinari sia dai giudici costituzionali, che ne hanno posto in luce definitivamente la posizione primaria accordata dall’ordinamento, in quanto facente capo ai “diritti inviolabili dell’uomo” di cui all’art. 2 cost. e tutelato dall’art. 32 Cost. come “fondamentale diritto dell’individuo”. In particolare, il danno alla salute è stato ritenuto pregiudizio integralmente risarcibile in se stesso, quale menomazione psicofisica della persona implicante la compromissione delle attività in cui si esplica la personalità del soggetto, oltre ed al di là degli eventuali danni patrimoniali (art. 2043 cod. civ.) e morali (art. 2059 cod. civ.) prodotti dal fatto lesivo. Ancora: nello specifico ambito della responsabilità civile da circolazione stradale, la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità dell’art. 28 legge 990\69 nella parte in cui attribuiva agli enti gestori di assicurazioni sociali il diritto di surroga nei confronti del danneggiato con pregiudizio del ristoro del danno biologico non altrimenti risarcito.

In tale quadro, ove dovesse ritenersi che la tutela del diritto alla salute dello straniero è subordinata alla condizione di reciprocità, dovrebbe inevitabilmente profilarsi una censura di costituzionalità della norma di cui all’art. 16 preleggi. Ad escludere tale eventualità soccorre allora l'interpretazione sopra esposta secondo cui il riferimento attiene esclusivamente ai diritti a contenuto patrimoniale.

2.2. Lo stesso assetto dei valori come fissato nella Carta costituzionale consente peraltro di differenziare il tipo di tutela accordato ai beni patrimoniali rispetto ai beni strettamente attinenti alla persona umana. I secondi, infatti, alla luce dell’art. 2 cost. e di quanto sinora esposto, ricevono valorizzazione e tutela a prescindere dalla “riconoscibilità” del soggetto in base alla sua appartenenza ad una comunità statuale. I primi, invece, ben possono essere ricondotti all’ambito di operatività della condizione di reciprocità; la sfera patrimoniale del singolo, infatti, non riceve l’indefettibile garanzia e dignità costituzionale del bene-salute (cfr. artt. 41 e 42 cost. ove è posta esclusivamente la riserva di legge ordinaria per l’intervento sui beni-patrimonio). E del resto appare all’evidenza, nell’attuale contesto sociale e giuridico, che il “valore” di una persona come essere umano non è in alcun modo correlato alla consistenza patrimoniale da lui vantata (e ciò a differenza di quanto è accaduto in altre epoche storiche dove il riconoscimento di situazioni soggettive favorevoli è stato in tutto o in parte riconnesso a “titoli” o al “censo” o ad altri "status").

A tutto ciò va aggiunto che in base al D. Lgs. n. 286 del 25.7.1998 – art. 2 – la situazione giuridica dello straniero in possesso di permesso di soggiorno è equiparata a quella del cittadino italiano in relazione sia al godimento dei diritti civili sia alla tutela giurisdizionale dei diritti. Aggiunge anche che “nei casi in cui il presente testo unico (che disciplina l’immigrazione e stabilisce le norme sulla condizione dello straniero in Italia) o le convenzioni internazionali prevedano la condizione di reciprocità, essa è accertata secondo i criteri e le modalità previste dal regolamento di attuazione”. Dunque, superamento anche normativo dell’art. 16 in parola.

2.3. Le considerazioni or ora svolte che attengono precipuamente la questione del risarcimento del danno biologico patito da soggetto rimasto in vita valgono anche per il risarcimento del danno morale. Ed invero va tenuto conto del fatto che la lettura più risalente della Costituzione – in base alla quale la Carta non sembrerebbe apprestare una tutela assoluta a detto tipo di danno – è stata definitivamente superata dalla recente evoluzione giurisprudenziale, posto che con le note sentenze della Corte di Cassazione n. 8827 e n. 8828 del 2003 è stato individuato il fondamento costituzionale del danno morale inteso quale danno alla persona patito dai congiunti del soggetto immediatamente leso dall’evento dannoso e consistente nella perdita del rapporto parentale ovvero nello sconvolgimento dell’assetto di vita in ambito familiare.

Tali sentenze hanno ricevuto pieno riconoscimento da parte della Corte costituzionale con sentenza n. 233\03 e sono state seguite da altre numerose pronunce del giudice di legittimità; trattasi di un settore, come è noto, in continua evoluzione ed ancora in fase di assestamento giurisprudenziale e dottrinario.

3.1 Venendo al quantum, deve liquidarsi il danno morale \ non patrimoniale patito dagli attori.

La liquidazione di detto danno derivante dal fatto illecito del terzo e costituente anche reato sfugge per sua natura ad una valutazione economica intrinseca vera e propria e può compiersi soltanto col ricorso all'equità ex art. 2056 c.c., in base a valutazioni tratte dal fatto notorio ex art. 115 comma 2 c.p.c. (costituendo i temi della vita, dei rapporti affettivi e della morte patrimonio comune agli esseri umani) e dalle particolarità del caso concreto quali l'età della vittima e dei superstiti, il grado di parentela, le specifiche condizioni della famiglia quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare e le abitudini di vita (tra le tante, cfr. Cass., sez. III, 26-02-1996, n. 1474, edita; Cass., sez. III, 05-02-1998, n. 1164; Cass. 9.1.1998 n. 134, edita; Cass. sez. III n. 12124\03).

Cass. sez. 3^ n. 8828\03 ha ribadito che costituisce evento prevedibile e rientrante nella normalità e dunque non costituisce evento eccezionale (come tale pienamente risarcibile in favore del coniuge o degli altri congiunti del soggetto deceduto) il fatto che la vittima sia inserita in un nucleo familiare come coniuge, genitore, figlio o fratello.

Cass. sez. 3^ n. 20324\05 ha precisato che il giudice di merito deve dare atto delle circostanze di fatto considerate nel compimento della valutazione equitativa nonchè dell’iter logico che lo ha condotto a quel determinato risultato.

Ciò posto, va rilevato che nel caso in esame risulta dagli atti che la vittima aveva anni 33 al momento del decesso; era emigrato in Italia nel 1997 ottenendo permesso di soggiorno a Roma; il danno è lamentato dalla moglie e dai quattro figli – la prima è nata nel 1967; i figli sono nati rispettivamente nel 1989, nel 1993, nel 1997 e nel 1986 – tutti residenti in Bangladesh. Vengono altresì in rilievo - come parametri utilizzabili per la stima - da un lato la notoria particolare e grave sofferenza derivante dall’improvviso e traumatico luttuoso evento che ha anche definitivamente interrotto il rapporto parentale (cfr. sentenze Cass. sez. 3^ nn. 8827 e 8828 del 2003) - sofferenza che peraltro non è degenerata in vera e propria sindrome patologica di rilevanza psicologica o psichiatrica integrante danno biologico –; dall’altro l’attenuazione del danno derivante dal fatto della compresenza di più familiari (moglie e quattro figli costituente un consistente nucleo familiare di riferimento, e dunque idoneo ad assorbire meglio nel tempo il luttuoso evento). Tale attenuazione viene stimata con una riduzione del 20% della somma attribuibile (sui criteri di fatto utilizzabili e, in particolare, su quello relativo alla “consistenza più o meno ampia del nucleo familiare” v. espressamente Cass. sez. 3^ n. 12124\03).

Per addivenire alla individuazione del “preciso ammontare” da liquidare – giusta il criterio indicato nell’art. 1226 c.c. - soccorre la nuova tabella di riferimento di liquidazione del danno in questione elaborata da questo Tribunale nel 2007 (ma ancora prima a partire dal 1996, secondo parametri più generali) allo scopo di uniformare il risarcimento del danno in casi simili e di evitare disparità di pronunce all’interno dello stesso ufficio giudiziario. Si è adottato a partire dal 2007 un sistema fondato su una impostazione che meglio garantisce una adeguata personalizzazione del risarcimento, ove alcuni fattori sono considerati indefettibili, ed in particolare: a) il rapporto di parentela tra vittima e superstite, dovendosi ritenere che il danno sarà tanto maggiore quanto più stretto è tale rapporto; b) l’età della vittima e quella del superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto minore è tale età in quanto destinato a protrarsi per un tempo maggiore; c) la convivenza tra vittima e superstite, dovendosi presumere che il danno sarà tanto maggiore quanto più stretta era la frequentazione tra vittima e superstite. Il nuovo sistema, dunque, per tener conto di tali variabili si fonda non più sulla previsione di un importo risarcitorio di base da variare in più o in meno, bensì su un calcolo “a punti”: con la attribuzione cioè al danno di un punteggio numerico a seconda della sua presumibile entità e nella moltiplicazione di tale punteggio per una somma di denaro che costituisce il valore ideale di ogni punto di danno non patrimoniale.

Sono stati divisi in 5 classi i fattori variabili essenzialmente influenti sul risarcimento – tipo di rapporto parentale, età della vittima, età del superstite, convivenza, composizione del nucleo familiare – ed in ciascuna classe si sono previste molteplici variabili, ad ognuna delle quali è stato assegnato un punteggio. Il valore monetario del punto è stato fissato in via equitativa nella somma di € 8.000 attualizzato al gennaio 2007. La tabella viene allegata alla presente sentenza facendone parte integrante.

In merito alla possibilità di utilizzare una tabella e sulla necessità da parte dei giudice di merito di personalizzare il risarcimento da morte di congiunti v. sentenza Cass. sez. 3^ n. 15760\06 che ha confrontato la tabella adottata dal Tribunale di Messina e quella adottata dal Tribunale di Milano ed ha cassato con rinvio ritenendo maggiormente specificata la seconda. Tale sentenza offre idonea risposta all’assunto del convenuto – formulato nell’ambito della più ampia argomentazione di cui tra poco si dirà - secondo cui (non solo tra residenti in Italia e residenti all’estero ma) anche tra cittadini italiani sussistono di fatto diversità territoriali nella liquidazione del danno in questione da parte dei giudici di merito appartenenti a diversi uffici giudiziari, tanto che è diffuso – riferisce il convenuto - il fenomeno della scelta della sede giudiziaria maggiormente remunerativa. Rientra infatti proprio nei compiti della suprema corte, sollecitata da idonei ricorsi delle parti interessate, indicare la giusta via per pervenire sul territorio nazionale alla applicazione di criteri liquidatori uniformi per casi simili controllando l’uso della valutazione equitativa effettuata dal giudice di merito in base agli artt. 2056, 2059 e 1226 cod. civ.; valutazione, ha osservato la Corte, che “non appartiene all’arbitrio del giudice ma alla sua prudente discrezionalità, che è circostanziata, e che considera le condizioni della vittima e la natura permanente del danno, in relazione alle perdite irreparabili della comunione di vita e di affetti, e della integrità della famiglia naturale o legittima, ma solidale in senso etico prima che giuridico”. In tale prospettiva, ha ancora rilevato la Corte, “dal punto di vista del danno morale parentale non conta che il figlio sia morto a Taormina, nella giurisdizione territoriale di Messina, od a Gallarate, nella giurisdizione territoriale di Milano, od a Roma nel quartiere Parioli ovvero nella sua periferia. Conta la morte in sé, ed una valutazione equa del danno morale, che non discrimina la persona e le vittime primarie e secondarie, né per lo stato sociale, né per il luogo occasionale della morte”.

Alla luce di tutte le considerazioni che precedono si stima equo liquidare, tenuto già conto della decurtazione del 20% dianzi detta:

- al coniuge, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, la somma di euro 153.600 ai valori attuali;

- a ciascun figlio, per lo stesso titolo, la somma di euro 160.000 ai valori attuali.

Nulla spetta a titolo di c.d. danno esistenziale, posto che il danno morale\danno alla persona come sopra liquidato ricomprende sia il danno morale soggettivo (il prezzo del dolore) sia il danno morale parentale da perdita irreversibile della figura maritale e genitoriale. La sua attribuzione ulteriore finirebbe per costituire una inammissibile duplicazione del danno risarcibile.

3.2. A questo punto va esaminata la questione posta dall’ente assicurativo. Ad avviso del convenuto nel caso di specie il risarcimento deve essere inferiore a quello usualmente applicato da questo Tribunale; e ciò in considerazione dell’oggettivo fatto storico e materiale costituito dal fatto che il risarcimento ridonda a favore di soggetti residenti stabilmente nel Bangladesh, Paese con un potere di acquisto nettamente inferiore a quello italiano (taka contro euro); liquidare il danno secondo la detta tabella si risolverebbe in un arricchimento ingiusto. Ha prodotto copia di due recenti sentenze emesse da Tribunali secondo cui in casi del genere – laddove i danneggiati risiedono in Paesi a sviluppo economico inferiore a quello italiano (nordafrica e sudamerica: luoghi oggetto di consistenti e notori flussi migratori verso l’Italia) dovrebbe trovare applicazione il Decreto Ministero del Lavoro 12.5.2003 in base al quale sono stati individuati i coefficienti destinati al computo del trattamento pensionistico che permette un potere di acquisto pari a quello proprio del trattamento pensionistico conseguito e speso in Italia: sentenze Tribunale di Torino n. 35723\04 - sez. 4^ civile giudice Carbone e Tribunale di Roma n. 8155\07 - sez. 13^ civile giudice Antonioni. Nel caso di specie, dunque, dovrebbe liquidarsi lo 0,2753 del totale attribuibile, giusta il coefficiente di cui all’allegato 1 del Decreto in questione.

Il convenuto ha anche richiamato la sentenza n. 1637\00 della Corte di cassazione - sez. 3^ - edita con annotazione - in cui si afferma espressamente la legittimità del ricorso (anche) al parametro delle “condizioni socio-economiche in cui vive il danneggiato” al fine di individuare la somma equitativamente dovuta. Dalla lettura di tale sentenza si evince che in quella fattispecie trattavasi di congiunti residenti in provincia di Chieti; la Corte ha precisato che l’iter logico-giuridico corretto è quello di individuare dapprima la somma spettante per poi procedere all’aumento o alla diminuzione in base all’indicato parametro; sulla base di tale principio ha rinviato al giudice di merito per i necessari approfondimenti.

Ciò posto, ad avviso di questo giudice - premesso che non risultano altre sentenze conformi della Corte di cassazione all’esito di ricerca sul “sistema italgiure”: accedendo alla detta sentenza non risultano collegamenti ad altre sentenze della suprema corte, né in senso conforme né in senso contrario, né comunque sono state rinvenute altre analoghe pronunce pur effettuando le opportune ricerche, né, ancora, detta sentenza risulta citata nelle numerose altre successive sentenze emesse dalla corte in questa palpitante materia giuridica (e del resto neanche la parte interessata ha citato altri precedenti in termini) – l’argomentazione in questione, riconducibile dogmaticamente alla tesi secondo cui la riparazione monetaria del danno ha qui funzione compensativo-satisfattiva (non risarcitoria e nemmeno punitiva), è da un lato suggestiva dall’altro prova troppo e conduce a conseguenze giuridiche inammissibili secondo il nostro ordinamento.

Ed invero non può non esser rilevato quanto segue, già tenendosi nel solco della ipotizzata prospettiva della funzione satisfattiva. Essa si fonda sulla presunzione che il danneggiato spenda - e debba spendere - il risarcimento nel luogo ove vive. Tale presunzione è però priva dei requisiti di cui all’art. 2729 c.c. in quanto dal fatto noto che il danneggiato vive in una determinata zona o Stato estero non può legittimamente inferirsi né quando né come né dove spenderà il risarcimento ricevuto. La tesi prova anche troppo, giacché se il danneggiato decidesse di investire il risarcimento in attività economiche o finanziarie, il capitale sarebbe verosimilmente più remunerato proprio là dove vi è povertà di ricchezza finanziaria. Il fenomeno del massiccio investimento di capitali europei in paesi dell’est o asiatici a fini produttivi avvenuto in anni recenti costituisce fatto assolutamente notorio. E ancora: ove la famiglia del deceduto fosse stata con lui residente in Italia al momento del decesso e poi per effetto di tale luttuoso evento avesse ritenuto di tornare nel Paese di origine, quale misura del risarcimento si sarebbe dovuto adottare ?

Ancora: la creazione di “gabbie risarcitorie”, vale a dire di abbattimenti del risarcimento proporzionali alla ricchezza della regione abitata dal danneggiato, per essere equa e consequenziale dovrebbe operare anche in senso contrario, si dovrebbe cioè ammettere un innalzamento del risarcimento là dove la vittima risieda in zone geo-economiche con un tenore di vita assai più elevato di quello praticabile in Italia. Ciò tuttavia autorizzerebbe il creditore (straniero o italiano) a spostare la sua residenza al fine precipuo di far crescere il risarcimento: conseguenza palesemente inaccettabile.

E ancora: la riduzione del risarcimento in considerazione del luogo di residenza del danneggiato, se condivisa, dovrebbe valere non soltanto per il risarcimento del danno morale soggettivo e del danno parentale, ma anche per quello biologico e per quello patrimoniale, per quello contrattuale così come per quello aquiliano; il che - oltre a non essere mai stato sostenuto da alcuno - non è sostenibile. Così ragionando, ad esempio, anche il risarcimento del danno patrimoniale futuro da perdita di quote di reddito andrebbe ridotto in ragione del potere di acquisto della zona ove risiedono i familiari del soggetto deceduto. Eppure il familiare deceduto nel caso di specie era emigrato proprio per trovare lavoro e per guadagnare somme di denaro meglio spendibili nel proprio Paese da parte dei suoi prossimi congiunti, così cercando di migliorare le proprie condizioni di vita e quelle della sua famiglia, sopportando per anni sacrifici esistenziali assai significativi. Trattasi di un fenomeno economico-sociale noto e diffuso su scala mondiale, universalmente accettato e storicamente verificatosi anche in Italia, e che costituisce esplicazione del diritto a modificare ed a migliorare le proprie attuali condizioni di vita.

Nel senso del rigetto di una prospettazione analoga a quella sostenuta dal convenuto nel presente processo v. sentenza del Tribunale di Roma sez. 13^ del 27.1.2007 – giudice Rossetti, Bravo c. Dialogo, r.g. 38205/05.

Approfondendo vieppiù la questione va considerato che nella nostra Costituzione vengono riconosciuti “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”: art. 29. La Costituzione parla di “matrimonio”, senza altre specificazioni e qualificazioni; dunque, se non confliggono con norme di ordine pubblico e di buon costume (ad esempio divieto di bigamia), va riconosciuta piena dignità giuridica a tutte le forme di unione matrimoniale adottate in conformità della forma prevista nei vari Paesi. Conferma sul punto si rinviene nell’art. 28 della legge n. 218 del 31.5.1995 – riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato - dove si riconosce la efficacia della forma matrimoniale del luogo di celebrazione o della legge nazionale di uno dei coniugi al momento della celebrazione o della legge dello Stato di comune residenza in tale momento. Cfr. anche l’art. 62 stessa legge in tema di responsabilità per fatto illecito. E gli attori hanno prodotto copia del certificato di matrimonio e provato lo status filiale dei quattro figli.

E del resto, non può sfuggire il fatto che nei Paesi privi di una adeguata rete di protezione sociale da parte dello Stato o di altre istituzioni i rapporti ed i vincoli di famiglia sono assai più importanti, costituendo l’unico o comunque il prevalente riferimento “socio-economico” delle persone che vi fanno parte; sicchè la morte di uno dei suoi appartenenti provoca un dissesto assai profondo e spesso irreversibile per gli altri familiari, sia in termini di rapporti socio-economico tra i membri della famiglia (peraltro assai comunemente intesa in senso allargato e non nucleare come oggi da noi in Italia) sia in termini di perdita di attualità e di potenzialità di sviluppo di vita. E vengono poi in considerazione anche i rapporti socio-economici e giuridici uomo-donna esistenti nei vari Paesi, specie extraeuropei; qui la perdita irreversibile del marito\padre produce effetti più gravi e duraturi. Sicchè, ancora una volta, potrebbe giungersi alla conclusione logico-giuridica opposta a quella sostenuta dal convenuto, ovverosia che in casi del genere il risarcimento deve essere superiore a quello spettante ad un danneggiato che risiede stabilmente in Italia.

Ugualmente insostenibile è l’argomento tratto dal fatto che nella giurisprudenza di merito sussistono divergenze anche nella liquidazione quantitativa del danno in questione riferita a danneggiati cittadini italiani quivi residenti. A parte il fatto che la detta divergenza è sottoposta sempre più al controllo di legittimità da parte della corte di cassazione (v. la già citata ed illuminante sentenza Cass. sez. 3^ n. 15760\06; nonché ancora Cass. sez. 3^ n. 10725\00 sulla possibilità di utilizzo di tabelle adottate in altri uffici giudiziari), va osservato che essenzialmente tale diversità si fonda non già sulle diverse condizioni socio-economiche del luogo in cui vive il danneggiato superstite bensì sul diverso apprezzamento da parte dei giudici del tipo di danno da liquidare. E’ noto al riguardo che fino agli inizi degli anni ’90 del secolo scorso nei casi di decesso del prossimo congiunto veniva attribuito ai familiari solo il c.d. danno morale soggettivo: il prezzo del dolore e delle sofferenze, per sua natura transeunte e destinato ad essere riassorbito dal soggetto danneggiato dopo un certo tempo fisiologico. Di qui liquidazioni monetarie di non particolare significatività economica. Successivamente nella giurisprudenza di merito, anche di questo Tribunale, a partire dalla seconda metà degli anni ’90 si è fatto strada il concetto, ancorché non ancora espresso in modo esplicito e consapevole, secondo cui la perdita prematura di un genitore o di un figlio produce un danno più ampio e profondo alla persona che ne è vittima; la liquidazione di tale danno ha mantenuto il nome originario di “danno morale” ma, all’evidenza, si è riempito di un maggior contenuto, e di conseguenza si è cominciato a liquidare somme di molto superiori a quelle prima erogate. Presso il Tribunale di Roma si è adottata, a partire dal 1996, una prima tabella di riferimento per la liquidazione di detto danno. In altri uffici giudiziari si è invece scelta la via della individuazione di un autonomo danno, indicato talora come danno da perdita della serenità familiare; si è poi fatto strada il c.d. danno esistenziale (con il conseguente disancoraggio dal limite di risarcibilità, fino ad allora ritenuto da dottrina e giurisprudenza, costituito dal dover il fatto illecito civile integrare anche gli estremi di un reato: art. 2059 c.c. in correlazione all’art. 185 cod. pen.). In altre sedi giudiziarie si è invece rimasti fermi al riconoscimento del solo danno morale soggettivo. Da qui il sostanziale motivo delle differenze monetarie di liquidazione. E’ infine giunto l’intervento della Corte di cassazione che, con le note sentenze n. 8827\03 e n. 8828\03, ha individuato il “danno non patrimoniale alla persona da perdita definitiva del rapporto parentale”, traente fonte primaria nella Costituzione e nel codice civile nell’art. 2059 (sganciato dalla correlazione con l’art. 185 cod. pen.). Danno da risarcire pienamente ed integralmente; con il limite del divieto di duplicazione del risarcimento; con la necessità della personalizzazione in relazione alla specifica situazione concreta sottoposta all’esame del giudice; con la necessità per il giudice di motivare adeguatamente sugli aspetti concreti del danno liquidato e sui criteri equitativi di liquidazione adottati. Da qui il susseguirsi in questi ultimi anni di numerose pronunce da parte dei giudici di merito e della suprema corte tendenti sempre più all’inquadramento sistematico e razionale di tali danni alla persona, a contenuto non patrimoniale.

Danno alla persona, dunque, attinente alla sfera essenziale di estrinsecazione della personalità umana, sia come individuo sia nelle formazioni sociali in cui si esprime (art. 2 Cost.). Danno alla integrità morale; danno “che non si presta ad una valutazione monetaria di mercato” (Cass. n. 8828\03). Da qui l’enucleazione anche del “danno da sconvolgimento delle abitudini familiari” – danno che forse andrebbe meglio qualificato come danno “agli affetti primari, alle relazioni e alla proiezione dell’individuo”, nei casi in cui un genitore o un figlio o l’altro coniuge deve – per vincolo affettivo e di solidarietà ma anche per obbligo giuridico di sostegno e di aiuto tra familiari – provvedere stabilmente ai bisogni straordinari del familiare sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti o che lo abbiano ridotto a condizione simile – o peggiore - alla morte (v. sul punto, tra le tante, sentenza Cass. sez. 3^ n. 20324\05). E nella giurisprudenza di merito si rinviene decisione che ha ammesso l’esistenza di un danno da “perdita temporanea del rapporto genitoriale”, in un caso in cui il padre di una bambina ha sofferto l’amputazione di una gamba e, dopo vari ricoveri ospedalieri e peregrinazioni presso medici specialisti e strutture ospedaliere in Italia durati circa un anno ha applicato idonea protesi ortopedica che lo ha recuperato significativamente alla ordinaria vita individuale, familiare e sociale. Per circa un anno il genitore è stato pertanto completamente impegnato sul fronte della propria salute ed è stato giocoforza assente sulla scena familiare, sia pur per tale limitato periodo. E’ stato riconosciuto sia al coniuge – che tra l’altro lo ha seguito costantemente – sia alla figlia il danno “da sconvolgimento” temporaneo, per la durata di un anno (sentenza Tribunale di Roma 3 gennaio 2004 sez. 13^ - giudice Ranieri: Faretra c. soc. Bayerische, soc. Assitalia ed Inail: r. g. n. 40256\00 e n. 82032\00).

Trattasi, all’evidenza, di materia in piena evoluzione dottrinaria e giurisprudenziale; e verosimilmente lo sviluppo ulteriore della giurisprudenza sarà nel senso di enucleare altri ambiti di estrinsecazione della personalità umana, oltre ed al di là dell’ambito “famiglia”, nella progressiva consapevolezza che esso non è l’unico luogo in cui si sviluppano e si cementano affetti e solidarietà umane e dove trova esplicazione la personalità umana per il tramite delle “formazioni sociali”. E si individueranno altri soggetti titolari di diritti in relazione a specifiche e diverse fattispecie dannose.

Ad ogni modo, in tutti i casi come quello in esame spetta secondo il nostro ordinamento giuridico ed i principii affermati dal giudice di legittimità un risarcimento pieno e congruo, non irrisorio; che tenga conto di tutte le particolarità del caso concreto e sia dunque preciso e personalizzato, e non si risolva in un simulacro di risarcimento (si riprende qui la terminologia adottata in varie sentenze della Cassazione: v. ad esempio Cass. sez. 3^ n. 4733\01; Cass. sez. 3^ n. 5795\98); che non sia frutto di mere impressioni e valutazioni soggettive e che non sia opera del mero arbitrio del giudice o frutto dell’applicazione di meri criteri automatici standardizzati e spersonalizzati (v. tra le tante, Cass. sez. 3^ n. 10996\03); che sia razionalmente giustificato e controllabile.

Liquidazione di tipo personalizzato e che non sia frutto di mere impressioni e valutazioni soggettive: alle quali si farebbe inammissibilmente riferimento nel caso in cui, anche attraverso una lettura distorta del combinato disposto di cui agli artt. 2056 e 2057 cod. civ. - laddove quest’ultimo, in particolare, fa riferimento per la liquidazione del danno permanente “alle condizioni delle parti ed alla natura del danno” – si ammettesse una diversità di liquidazione basata sulle mere condizioni socio-economiche del danneggiato o del danneggiante. In taluni commenti dottrinari sull’argomento viene citata Cass. sez. 3^ n. 2491\93 come esempio di sentenza in cui si ammette il ricorso a tale parametro. Sennonché dalla lettura della sentenza emerge ben altro: essa è riferita al caso specifico dei “fatti lesivi dell’onore e della reputazione della persona”, e con riguardo specifico ad esso, del tutto ragionevolmente, ammette il ricorso al parametro delle “condizioni sociali del danneggiato, in rapporto anche alla sua collocazione professionale e, più in generale, al suo inserimento nel contesto sociale, alle quali è proporzionale la sofferenza provocata dal discredito che dai fatti diffamatori deriva, senza che ciò determini una differenziazione, tra le categoria dei soggetti, contraria al precetto dell’art. 3 della Costituzione, trattandosi di una diversità legata solo all’estensione dell’incidenza del danno sotto il profilo soggettivo del danneggiato”. E’ dunque la particolarità dell’offesa e del danno che richiede il tipo di approfondimento in questione: tale affermazione non può dunque essere decontestualizzata e generalizzata ad ogni altro tipo di offesa e di danno. In proposito v. anche Cass. n. 5944\97 che, riprendendo lo stesso concetto, sempre a proposito di fatti lesivi dell’onore e della reputazione precisa che il ricorso ai detti parametri è in tali casi giustificato dal fatto che essi “valgono a dare una più esatta dimensione quantitativa al discredito che l’offesa è in grado di produrre e, in definitiva, al pregiudizio da risarcire”.

Sotto altro profilo, devesi comunque rilevare che la norma di cui all’art. 2057 cod. civ. collega “le condizioni delle parti” alla specifica possibilità per il giudice di liquidare il risarcimento nella forma di una rendita vitalizia in luogo di una somma in un’unica soluzione; dunque, nessun riferimento alla possibilità di liquidare il danno in base alla soggettiva situazione delle parti, quale ad esempio: danneggiante particolarmente facoltoso - danneggiato indigente, o viceversa.

In tale prospettiva si dimostra ancora una volta la giuridica impossibilità di collegare la liquidazione del danno morale soggettivo e di quello da perdita irreversibile del rapporto parentale all’uso che quella particolare persona danneggiata farà del denaro.

Inoltre, se l’argomentazione fosse valida essa dovrebbe essere portata a conseguenze ulteriori: il risarcimento, cioè, potrebbe essere modulato in funzione non soltanto dell’uso e del luogo, ma anche del tempo in cui sarà speso (con problematiche presunzioni circa la propensione al consumo del danneggiato); ovvero in funzione delle caratteristiche soggettive del creditore secondo la sua (minore o maggiore) propensione a spendere; oppure secondo l’appartenenza o meno a credi religiosi e filosofici, in ultima analisi al valore che ciascuno dà al denaro. E dovrebbe dunque esser giuridicamente possibile, del tutto inammissibilmente per le conseguenze aberranti a cui porta, modulare il risarcimento al ribasso laddove si provi che il danneggiato – italiano o straniero, residente qui o là - è persona che nulla o poco spenderà del risarcimento attribuitogli in base al suo particolare carattere ed all’assetto psicologico complessivo della sua personalità, ovvero in base alle sue precarie condizioni fisiche che gli impediscono ogni possibilità di acquisto di beni e servizi, ovvero ancora in base al fatto che egli poco o nulla spenderà per sé avendo dichiarato di voler devolvere il ricavato in beneficenza. Talora viene citata la sentenza della Corte di cassazione sez. 3^ n. 2336\64 in cui si afferma che il denaro non ha funzione di corrispettivo del bene perduto ma è un mezzo per ottenere soddisfazioni in sostituzione del dolore ingiustamente provato; per ottenere lenimento e compenso di sofferenze. E dunque il giudice può tener conto della condizioni economiche dell’obbligato e del bisogno del danneggiato, e della maggiore o minore sensibilità dell’avente diritto. Sennonché essa è riferita alla liquidazione di quel danno che noi oggi chiamiamo “danno morale soggettivo”, il c.d. danno da “dolore e da patema d’animo”, l’unico conosciuto in quel tempo; laddove oggi, come detto, è stato individuato un più importante ed ampio diritto della persona leso dall’evento mortale, il danno da perdita irreversibile ed il danno da sconvolgimento dell’assetto familiare.

A questo punto la questione della misura della liquidazione equitativa del danno non può non essere approfondita anche ponendosi nella prospettiva del soggetto danneggiante. L’art. 2058 c.c. comma 2 prevede che “il giudice può disporre che il risarcimento avvenga solo per equivalente, se la reintegrazione in forma specifica risulta eccessivamente onerosa per il debitore”. Dunque l’ordinamento prende in considerazione anche la posizione del danneggiante e stabilisce il limite invalicabile – costituente un principio generale del nostro ordinamento - della “eccessiva onerosità” (in questo caso: della reintegrazione specifica).

Spetta allora un risarcimento che non preveda a carico del danneggiante spese e attività insostenibili ed esorbitanti rispetto alla realizzazione dell’interesse del danneggiato; che non rivesta carattere afflittivo e punitivo. E del resto siamo pur sempre nell’ambito di eventi dannosi colposi e va anche tenuto conto che sussiste un oggettivo consistente ed immanente rischio di morte o di gravi invalidità permanenti per chi vive nelle attuali realtà urbane, talora definite efficacemente come “giungle metropolitane”; non a caso per coprire tali rischi hanno avuto grande sviluppo negli ultimi decenni forme assicurative private di vario genere, che tutelano sia i potenziali danneggianti sia i potenziali danneggiati dai gravi eventi della vita, secondo indennizzi rapportati al premio pagato.

E la forma di risarcimento per equivalente tipicamente considerata nella nostra realtà economica, sociale e giuridica è quella monetaria; non sono più previste altre - diverse ed uniche - forme di risarcimento e riparazione dell’offesa, altrimenti ritenute legittime in altri ordinamenti e contesti sociali, consistenti ad esempio nella riduzione in schiavitù dell’offensore o nel procurargli la morte ovvero ancora nell’attuazione di forme primordiali di vendetta privata, anche trasversale, o nel duello. Forme invero ancora affioranti ricorrentemente nella realtà dei fatti di cronaca giornalmente diffusi dai media ma giuridicamente vietate e tenute sotto sedazione e controllo dal tessuto normativo costituzionale, comunitario e legislativo ordinario.

Anche nel settore penale, dove il rapporto tra illecito e sanzione è più diretto ed immediato, la modernità di alcuni ordinamenti giuridici – tra cui ancora il nostro – esclude il rapporto diretto tra offensore e offeso e tra offesa e giusta riparazione. Il danneggiante deve rispondere dell’offesa ingiusta arrecata; non può e non deve restare impunito; e non possono esserci esenzioni soggettive o privilegi (artt. 3 e 112 Cost.); ma la massima sanzione penale prevista è la privazione della libertà personale, gestita dallo Stato e non già dall’offeso; e deve essere graduata tenendo conto di numerosi parametri, tra cui certamente incide la gravità dell’offesa ma il giudice deve focalizzare l’attenzione anche sulla persona del reo, sganciata dall’offesa arrecata. E tale sanzione già costituisce all’evidenza una forma importante di riparazione del torto patito; e nei fatti costituisce l’unica riparazione in tutti i casi in cui i soggetti danneggianti non hanno la possibilità economica di ristorare monetariamente, sotto il profilo civile, il danno patito dal danneggiato. Ed il tipo di pena è lo stesso per tutti; e l’ordinamento stabilisce il limite invalicabile all’art. 27 della Cost.: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra”.

La diminuita centralità della funzione giurisdizionale penale (peraltro oggetto, in materia di sinistri stradali, da un lato dell’intervento contenuto nella legge n. 102\06 e riguardante sia la giustizia penale sia la giustizia civile, dall’altro di recentissimi provvedimenti legislativi in itinere relativi alla guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze c.d. stupefacenti) e l’emersione giuridica, nel settore civile, di diritti della persona a contenuto non patrimoniale - danno biologico, danno da perdita irreversibile del rapporto parentale, danno da sconvolgimento dell’assetto familiare, varie forme di c.d. danno esistenziale, danno da diffamazione, danno da insalubrità dell’ambiente -, diritti che richiedono sempre più il loro riconoscimento in sede di giustizia civile, ha fatto sì che è divenuta centrale la questione di come e quanto risarcire detti danni. Il miglior intervento ordinamentale sarebbe quello mirato alla massima prevenzione, con controlli ed inibitorie, campagne informative e di crescita culturale, posto che, una volta verificatasi, la lesione del bene primario è gravissima, definitiva e non reintegrabile in forma specifica. Ma una volta verificatasi, occorre giungere ad una liquidazione equitativa: secondo i canoni di giustizia prescritti dalle leggi del nostro Stato, e giusta per il danneggiato e giusta per il danneggiante. Ed a tal fine, allo stesso modo di quel che prevede il nostro ordinamento nel settore penale, occorre separare, nel settore civile dell’illecito (a questi fini certamente costituente un’unica materia), il rapporto diretto tra offesa e risarcimento. Non deve giungersi alla conclusione, in passato diffusamente ritenuta, che tali tipi di danno non siano in alcun modo risarcibili monetariamente. E neppure può pensarsi ad un risarcimento che costituisca un corrispettivo riequilibratore: per la semplice ragione che per tali tipi di danno non ci sarebbe quantità di denaro sufficiente a compensare la perdita patita; e ciò riguarda non tanto il danno morale soggettivo (il dolore del lutto ed il patema d’animo), quanto il danno da perdita del rapporto parentale o da sconvolgimento dell’assetto familiare in cui si esplica la personalità dell’uomo. Bene perduto e moneta non sono comparabili tra loro; neppure con i beni e servizi acquistabili con il denaro del risarcimento. Non è un danno riguardante beni materiali ed avente perciò un valore economicistico di mercato; non è un danno patrimoniale e pertanto non è luogo a discutersi, in radice, della possibilità di adeguarlo al potere di acquisto di una certa moneta ed ai beni che possono comprarsi in un determinato luogo; non possono essere applicati pedissequamente i criteri e gli schemi propri di liquidazione del danno patrimoniale.

La liquidazione equitativa deve, alla luce dei principi del nostro ordinamento giuridico, rapportarsi allo specifico tipo di offesa arrecato ed adeguarsi al caso concreto sottoposto all’esame; deve esprimere una misura ragionevole, adeguata, individualmente e socialmente accettata; non costituire una inutile pena esemplare. Avendo come valore di riferimento il fatto che è un danno alla persona che colpisce “i diritti inviolabili dell’uomo” (art. 2 Cost.), “uomo” in quanto tale, senza distinzioni di sorta, in base ai valori espressi dalla nostra Costituzione, e dove “conta la morte in sé”. Vale in definitiva lo stesso discorso argomentativo logico e giuridico più sopra sviluppato in tema di condizione di reciprocità ed affrontato dalla giurisprudenza di merito e di legittimità anni orsono in relazione all’emergente danno biologico, anch’esso ricondotto dalla recente giurisprudenza della Corte di cassazione nella categoria del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ. ed oggetto di un primo intervento sistematico del legislatore con la legge n. 57\01.

Per tutti i suddetti motivi l’argomentazione svolta dal convenuto viene respinta e la liquidazione equitativa più sopra operata non viene in alcun modo decurtata in relazione al luogo di residenza dei familiari superstiti ed alle modalità di impiego della somma liquidata a titolo di risarcimento del danno in questione.

4. Gli attori hanno altresì chiesto l’attribuzione del danno patrimoniale. Sul punto, si osserva che il c.d. danno patrimoniale futuro, risarcibile ai congiunti di chi sia deceduto a seguito di fatto illecito, può consistere o nella diminuzione di contributi o sovvenzioni; oppure nella perdita di utilità che, per legge (ad es., ex art. 230 bis, 315, 433 c.c.) o per solidarietà familiare, sarebbero state conferite dal soggetto scomparso (Cass. n. 23/88; Cass. n. 491\99 sez. 3^).

Nel caso in esame risulta dagli atti che il deceduto, all'epoca del sinistro, era titolare di permesso di soggiorno valido fino al 2001, con dichiarazione di ingresso in Italia dal gennaio 1997; dalle dichiarazioni dei testi e dal tenore delle lettere inviate dal marito alla moglie si evince con certezza che egli inviava - quando ne aveva la possibilità economica - somme di denaro alla sua famiglia per il tramite di persone a cui il denaro veniva consegnato. Emerge altresì che egli, dopo un primo periodo di grave difficoltà, aveva iniziato a svolgere con continuità il lavoro di venditore ambulante di oggetti vari in una città altamente turistica come Roma nonché altri piccoli lavori all’esterno di supermercati; tale era il lavoro primario mantenuto nel corso dei vari anni e pertanto si presume che in futuro egli avrebbe continuato a svolgere il medesimo lavoro. Non risulta che la moglie svolgesse e svolga attività lavorativa; i quattro figli erano al momento del fatto di età assai giovane (e del resto, trattandosi di fatto modificativo della pretesa attrice, avrebbe dovuto essere provato dai convenuti).

Può dunque concludersi che gli attori hanno subìto un pregiudizio economico per la perdita del loro congiunto, pari alle destinazioni di somme che la morte del coniuge ha irrimediabilmente interrotto a beneficio del proprio nucleo familiare. Anche in questo caso non può che farsi ricorso al criterio equitativo (cfr. Cass. n. 3842/68), non potendosi liquidare il danno in questione utilizzando schemi e parametri precostituiti.

Al fine della stima della perdita di utilità future vengono così in rilievo i seguenti elementi di valutazione:

- una verosimile vita residua coperta dal lavoro in atto svolto della durata di anni 30;

- il presumibile nocumento patito dai superstiti pari alla perdita di quella parte delle entrate che il defunto verosimilmente destinava alla propria famiglia. Al riguardo, in base alle prove acquisite, si stima come valore più prossimo alla realtà quello per cui il defunto poteva inviare alla moglie € 1.500 annui.

Detto importo viene attribuito alla sola moglie attesa la sua esiguità a fronte degli ordinari ed essenziali bisogni familiari e presumendosi altresì che la vedova ripartisca i modesti importi secondo le necessità vitali di ciascun figlio nel corso degli anni già trascorsi e per quelli futuri, anche oltre il superamento della maggiore età.

In base agli elementi di cui sopra, si stima equo liquidare il danno subìto dalla moglie S. B. in euro 24.432 attuali (pari al valore attuale di una rendita per 30 anni capitalizzata al tasso del 4,5%, - 16,288 - secondo la tariffa per la costituzione delle rendite vitalizie immediate di cui al R.D. n. 1403 del 1922);

5. Gli attori hanno chiesto anche il risarcimento del c.d. “danno biologico da morte” che, acquisito dal congiunto al momento della sua morte, sarebbe stato trasmesso ai suoi eredi. Al riguardo hanno citato a conforto sentenza Tribunale Venezia 15.3.2004, edita.

Questo Tribunale, per diffusa e costante giurisprudenza, non ritiene che possa essere presa in considerazione e liquidata una simile voce di danno, a causa dell'inesistenza stessa del diritto di credito in capo agli attori (cfr., tra le tante, Trib. Roma 12 luglio 1994 n. 10925; Trib. Roma 3.6.1996, Santelia c. Muccini; Trib. Roma 19.2.1997, Carta c. Pelullo; Trib. Roma 24.2.1997, Bove c. Assimoco). Infatti il concetto stesso di salute, inteso in senso soggettivo, convenzionalmente indica uno status, ovverosia un insieme di condizioni fisiopsichiche relative ad un determinato soggetto. La definizione medico-legale è confortata, e niente affatto disattesa, dal dato normativo, che nel nostro ordinamento è rappresentato al riguardo da un reticolo di norme di varia fonte, e segnatamente: - gli artt. 2 e 32 co. I Cost.; - l'art. 1 l. 833/'78; - l'art. 1 dell'Atto Costitutivo dell'O.M.S., recepito nel nostro ordinamento dall'art. 1 d. legisl. C.p.S. 4.3.1947 n. 1068.

L'ermeneutica organica di questo complesso normativo rivela come il legislatore imponga all'interprete un concetto di salute intesa "non solo quale assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale".

Il definire la salute uno stato dell'individuo porta ad una precisa conclusione: vi è incompatibilità scientifica e logica tra il concetto di (lesione della) salute ed il concetto di morte. La morte, dal punto di vista medico legale, non è che la perdita completa delle funzioni biologiche della persona. La soppressione della persona sopprime del tutto la pensabilità stessa del concetto di salute, essendo evidente che non vi può essere uno status che abbia una esistenza oggettiva e spersonalizzata, cioè non riferita ad individuo alcuno. Scientificamente, quindi, la morte della persona in conseguenza dell'atto illecito esaurisce l'analisi medico-legale delle conseguenze dell'illecito stesso.

Pertanto, se è vero che la lesione della salute si misura sottraendo alla validità ante sinistro quella residua post sinistro, e se è vero che la morte dell'individuo elimina del tutto la salute dello stesso, la morte dell'individuo preclude la utilizzabilità del concetto di salute. Perché se c'è questa non ci può essere quella, e viceversa.

Aggiungasi che non è concepibile che un fatto illecito produca una perdita per un soggetto non più in vita; ne consegue che gli eredi del deceduto non possono acquistare jure hereditatis un diritto che non è mai entrato a far parte del patrimonio del de cujus.

Non è inutile aggiungere che la tesi qui esposta, da tempo sostenuta da questo Tribunale, ha ricevuto l’avallo sia della Corte costituzionale (sent. 372/94) sia del giudice di legittimità. Quest’ultimo, dopo originarie oscillazioni (si veda ad es. Cass. 11160/94) si è ora uniformemente allineato sulle posizioni indicate dal giudice delle leggi (cfr., tra le tante, Cass. 10271/95; Cass. 10628/95; Cass. 12299/95; Cass. 14.3.1996 n. 2115; Cass. 29.5.1996 n. 4991; Cass. n. 491\99), affermando espressamente che “ove l’atto illecito altrui cagioni la morte immediata di un soggetto, gli eredi del defunto non acquistano per successione alcun diritto al risarcimento del danno biologico subìto dal de cuius, e ciò in quanto: a) diritto alla salute e diritto alla vita sono ontologicamente diversi, con la conseguenza che la lesione del secondo non genera una lesione del primo; b) l’acquisto di qualsiasi diritto al risarcimento presuppone l’esistenza in vita del danneggiato”. Si rinvengono poi in senso conforme alla presente pronuncia, decisioni di numerosi giudici di merito (cfr. Trib. Terni 12 dicembre; Pret. Milano 26 ottobre 1991; Trib. Monza 22 aprile 1993).

6. Gli attori hanno dichiarato di aver percepito dall’ente assicurativo un primo importo di euro 103.291,37 e, dopo la sentenza penale dep. nell’ottobre 2002, altro importo di euro 50.000 (in esecuzione della provvisionale concessa dal giudice penale) che sono stati trattenuti in acconto sul maggior avere. Dalle sentenze penali emerge che vi era costituzione di parte civile ma non vi è migliore specificazione delle persone titolari del diritto costituitesi parte civile; pertanto si provvede a ripartire in parti uguali tra i danneggiati il complessivo importo percepito. Inoltre, le parti non hanno meglio precisato l’epoca dei due versamenti e pertanto si assumono come date di decorrenza quella (antecedente e prossima) del giugno 2002 (dandosi atto nella sentenza penale del primo pagamento) e quella del luglio 2004 (dandosi atto nella citazione notificata del secondo pagamento relativo alla provvisionale concessa).

Essendo il credito in questione una obbligazione di valore, non trova applicazione il principio di cui all’art. 1194 c.c. Ne consegue che, secondo consolidato insegnamento della Corte di Cassazione (sent. n. 1982\90; n. 1101\91; n. 6228\94; n. 2117\96), le somme già versate vanno rivalutate in base all’indice Istat del costo della vita per le famiglie di impiegati ed operai relativo al tempo dei due pagamenti parziali, e sottratte dal credito come sopra liquidato. Tali somme ammontano ad oggi ad € 116.078,84 ed € 53.685; pari ad € 33.952,76 ciascuno.

Il credito risarcitorio totale ammonta ad oggi ad € 177.432 – moglie - e ad euro € 160.000 – ciascun figlio -. Il credito risarcitorio residuo in favore degli attori ammonta dunque ad € 143.479,24 - moglie - ed € 126.047,24 - ciascun figlio - in conto capitale.

Ciò posto, trattandosi di debito di valore spetta il risarcimento del danno da lucro cessante per il mancato godimento delle somme dovute e liquidate ai precedenti capi. Ai fini della sua liquidazione equitativa, ex art. 2056 cpv. cod. civ., seguendo il più recente orientamento della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (sent. n. 1712 del 17.2.1995), a base di calcolo va posta non già la somma rivalutata ad oggi ma l’importo originario rivalutato anno per anno (all’uopo si utilizza il criterio della semisomma tra le due entità estreme).

Il saggio di rendimento connesso alla temporanea indisponibilità della somma originaria che sarebbe stata presumibilmente messa a frutto per ricavarne un lucro finanziario viene individuato, equitativamente, dalla media ponderata del rendimento dei titoli di stato e del tasso degli interessi legali, e tenuto anche conto dell’epoca di insorgenza del credito, nel 2,5 % annuo. Essendo avvenuto pagamento parziale, tale saggio va computato sull’intero importo del danno (ponendo a base di calcolo la semisomma tra credito originario - ricavato dividendo l'importo attuale del credito totale per il coefficiente Istat 1,1778 - e medesimo credito rivalutato alla data del primo pagamento parziale - ricavato dividendo l'importo del credito totale per il coefficiente Istat 1,1238 relativo al momento del pagamento parziale – e ripetendo l’operazione con l’indice Istat 1,0737 relativo alla data del secondo pagamento) per il periodo che va dalla data dell’evento dannoso alla corresponsione degli acconti; va computato sul credito che residua dopo la detrazione dell’acconto rivalutato (ponendo a base di calcolo la semisomma tra credito attuale residuo e medesimo credito devalutato al momento del secondo pagamento parziale), per il periodo che va dalla corresponsione dell’acconto ad oggi.

Sull’intero complessivo importo liquidato, comprensivo cioè del credito risarcitorio residuo e dei due importi per lucro cessante, decorrono interessi legali dal giorno della presente sentenza.

7. Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo. Con attribuzione al difensore dichiaratosi anticipante.

Senza attribuzione del rimborso forfetario per spese generali, in quanto non espressamente richiesto. Al riguardo si osserva che questo giudice aderisce all’indirizzo inveterato e tuttora prevalente della Corte di Cassazione che richiede una specifica istanza dell’avvocato (cfr. in tal senso, da ultimo, Cass. n. 738\02; contra, Cass. n. 11654\02 ed altre, edite), istanza non presente in atti nel caso di specie. Ed invero, non appare superabile il rilievo fondato sul fatto che non possono essere attribuite d’ufficio spese generali che la parte stessa non ha allegato di aver sopportato, in aggiunta alle spese vive giustificate e risultanti dagli atti.

P.Q.M.

il TRIBUNALE di ROMA, definitivamente pronunciando, così provvede:

accoglie per quanto di ragione le domande e condanna F. D. e la soc. NUOVA TIRRENA, in solido, al risarcimento del danno in favore di S. B., M. R., M. R. e M. S., tutti rappresentati dal procuratore speciale DHALY NAZRUL ISLAM, e di M. S., danno liquidato rispettivamente in complessivi € 143.479,24, € 126.047,24, € 126.047,24, € 126.047,24 ed € 126.047,24 – detratti gli acconti già percepiti - , oltre lucro cessante ed interessi legali come in motivazione, nonchè alla rifusione delle spese di lite che, distratte in favore del loro Avvocato, si liquidano in € 750,00 per spese, € 3.660,00 per diritti ed € 21.000,00 per onorari, oltre I.V.A. e C.P.A. nella misura di legge.

Deciso il 20 maggio 2008

Il Giudice


Tabella diramata dal Presidente del Tribunale di Roma con nota

prot. n. 1874 del 14.2.2007

Liquidazione del danno non patrimoniale da morte

Tabella dei punti anno 2007

(la liquidazione avviene moltiplicando il n. di punti per 8.000 euro a punto)



.
Rapporto tra vittima e
sopravvissuto

punti

—---

perdita del figlio

perdita del genitore

20

1 8

perdita del coniuge o del con vivente more uxorio

1 8

perdita del fratello germano

7


perdita del fratello unilaterale

6

perdita dell’avo

6

perdita del nipote ex filio

5

perdita del nipote ex fratre

2

perdita del cugino

2

Età della vittima 0-20


4

21-40

3

41-60

2

61-80

1

oltre 80

0,5

Età del congiunto avente diritto al risarcimento

0-20

4

21 - 40

3

41 - 60

2

61 - 80

I

oltre 80

0, 5

Convivenza tra vittima e congiunto

vittima e congiunto convivevano

2

vittima e congiunto non convivevano

O

Composizione del nucleo familiare

Assenza di altri congiunti conviventi

2


Avv. Martina Michieli

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