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Breve analisi delle prospettive di riforma della professione forense
Articolo 17.02.2009 (Serafino Ruscica)
A quasi cinque anni esatti dalla c.d. Riforma Castelli il Parlamento sembra intenzionato a ritoccare la disciplina fondamentale della professione forense e le modalità di accesso.





Avvocato | Esame di avvocato

Breve analisi delle prospettive di riforma della professione forense

di Serafino Ruscica

A quasi cinque anni esatti dalla c.d. Riforma Castelli il Parlamento sembra intenzionato a ritoccare la disciplina fondamentale della professione forense e le modalità di accesso.

In particolare si segnala che nella seduta 5 febbraio 2009 con la relazione illustrativa del Relatore Giuseppe Valentino (PdL), la Commissione Giustizia, in sede referente, ha avviato l'esame dei ddl 601, 711, 1171 e 1198 inerenti la professione forense.

Il primo disegno di legge rubricato Modifiche al regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, in materia di riforma dell’accesso alla professione forense e raccordo con l’istruzione universitaria mira a regolare alcuni aspetti del tirocinio per l’ammissione all’esame di abilitazione all’esercizio della professione forense; e ciò attraverso la modifica del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36.

Come emerge dalla lettura della relazione illustrativa al disegno di legge: ”La necessità dell’intervento normativo si giustifica a seguito della oramai durata quinquennale degli studi universitari forensi: oggi, un giovane che si iscrive alla facoltà di giurisprudenza deve impiegare almeno sette anni per accedere all’esame per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato: vale a dire i cinque anni di durata degli studi oltre ai due anni di pratica forense”.

Il disegno di legge in oggetto intende ridurre ad un anno il periodo di pratica forense. L’obiettivo è quello di favorire il più celere inserimento dei giovani laureati nel mondo delle professioni. A tal fine si consente, altresì, di espletare i primi sei mesi di tale pratica durante l’ultimo anno di frequenza degli studi universitari.

L’articolo 1, lettera a), modificando le disposizioni vigenti, riduce a dodici mesi il periodo di esercizio obbligatorio della pratica forense.

Quindi, nel ribadire il principio secondo cui allo svolgimento della pratica forense è prodromica l’iscrizione al registro dei praticanti avvocati, è introdotta la importante novità di ottenere tale iscrizione anche durante l’ultimo anno di frequenza di corso di studi universitari.

Per meglio regolamentare la disciplina della pratica forense, in conformità con il principio di continuità ed effettività a cui essa deve uniformarsi, è stabilito che il periodo di pratica debba essere completato al massimo entro ventiquattro mesi a decorrere dal giorno dell’iscrizione nel registro. Si prevede che, decorso inutilmente tale termine, il periodo effettuato prima del conseguimento della laurea non è computato nei dodici mesi complessivi.

L’articolo 1, lettera b) del citato d.d.l. è volto a coordinare la riduzione del periodo obbligatorio di pratica forense con le norme che disciplinano il periodo di pratica medesima esercitata presso lo studio di un avvocato, nonché con le norme che attribuiscono valore, ai fini del complessivo periodo di pratica, all’esercizio di determinate attività, come ad esempio quella di magistrato: in tal caso l’esercizio dell’attività giurisdizionale è ridotto ad un anno e tiene luogo completamente del periodo di pratica forense.

L’articolo 2 stabilisce il principio in base al quale le disposizioni della legge troveranno applicazione già a decorrere dalla prossima sessione di esami per l’abilitazione all’esercizio della professione di avvocato successiva alla data di entrata in vigore della legge.

Infine, l’articolo 3 prevede che, con regolamento da adottare con decreto del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, siano stabilite le modalità di iscrizione nello speciale registro dei praticanti che si iscrivono durante l’ultimo anno del corso di laurea o di laurea specialistica o magistrale in giurisprudenza, nonché siano individuate le cause di interruzione e sospensione del periodo di pratica forense.

Ben più corpose sono le innovazioni che si propongono con il disegno di legge n. 711 sempre in tema di Disciplina dell’ordinamento della professione forense.

Come ricorda la relazione illustrativa già nel corso della passata XV legislatura era stato presentato il d.d.l. Calvi (Atto Senato n. 963). Questo nuovo disegno di legge vuole ripartire dalla base costituita dal disegno di legge n. 963 della XV legislatura.

Come evidenzia il relatore, l’urgenza della riforma è tale da non consentire di attendere anche per l’ordinamento forense, una nuova legge - quadro delle libere professioni i cui tempi di redazione si prospettano lunghi e incerti.

La riforma si propone, quindi, di disegnare una disciplina nuova della professione legale, proiettata verso un’evoluzione della professione, necessaria per adeguarla alle attuali esigenze del sistema.

Il nuovo ordinamento della professione di avvocato deve dunque tener conto di molte esigenze: coordinare le nuove norme con la disciplina comunitaria; prescrivere una nuova disciplina di accesso alla professione, che garantisca una adeguata formazione dei nuovi avvocati ed una opportuna selezione tra i molti aspiranti; imporre una elevata professionalità a tutti gli iscritti, della quale siano garanti i Consigli dell’ordine, con l’obbligo del costante aggiornamento, per il quale vanno predisposti gli opportuni istituti; prescrivere, come essenziale, l’esercizio effettivo e continuativo della professione da considerare quale requisito essenziale per garantire la conservazione della competenza professionale acquisita con l’università, per le nozioni culturali, e con gli istituti previsti per l’accesso, per le nozioni pratiche; inserire la nuova disciplina del difensore nel quadro complessivo della riforma della giustizia in atto e di quelle future.

Tra gli elementi, che dovrebbero caratterizzare il nuovo ordinamento professionale dell’avvocatura, si colloca, in modo particolare ma fondamentale, l’esigenza di imporre all’avvocato un elevato grado di professionalità.

Con l’obiettivo di perseguire un innalzamento qualitativo della classe forense il relatore del d.d.l. sottolinea come sia “inammissibile continuare a considerare la possibilità di accedere alla professione e di restare iscritti negli albi indifferentemente a coloro che esercitano la professione e che non la esercitano; a coloro che traggono dalla professione i mezzi principali o essenziali per vivere ed a coloro che svolgono l’attività di avvocato in modo assolutamente marginale; a persone che hanno iniziato fin da giovani a fare gli avvocati ed hanno fatto solo gli avvocati ed a persone che, in qualsiasi età, accedono all’avvocatura dopo diverse esperienze di lavoro; ad avvocati che hanno superato tirocinio ed esami e ad altri iscritti di diritto; tuttora la professione di avvocato è ancora un coacervo di persone eterogenee e spesso scarsamente qualificate per un serio ed efficace lavoro professionale”.

Si propone, quindi, un severo processo di formazione con le scuole forensi o con le scuole di specializzazione e con la pratica professionale culminante con un severo esame, che costituisca il vaglio dell’acquisizione di capacità pratiche del candidato di esercitare la professione.

Il disegno di legge tiene conto di quanto si è discusso sull’argomento, in particolare nei congressi giuridici forensi e nei convegni che hanno trattato temi particolari, si considera inoltre la giurisprudenza degli ultimi anni del Consiglio nazionale forense e della Corte di Cassazione sui temi che coinvolgono la professione.

Venendo alle principali novità si segnala, in tema di norme deontologiche, l’esigenza che venga esplicitamente affermata la competenza del Consiglio nazionale forense ad approvare il codice deontologico tenendo presente l’esigenza di coordinamento tra codici di condotta a livello comunitario e codici di condotta a livello nazionale espressa nella proposta di direttiva comunitaria, nota con il nome di Bolkestein, nelle premesse 67, 67-bis e 67-ter poi definitivamente approvata con direttiva 2006/123/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006.

Si prevedono interessanti modifiche in tema di società tra avvocati (v. art. 4), si valorizzano le specializzazioni, segnalando l’esigenza che la dichiarazione, da parte degli avvocati, del possesso di una specializzazione sia limitata al caso in cui questa sia stata conseguita con la frequenza e con esito favorevole di appositi corsi disciplinati con decreto ministeriale di concerto tra i Ministri della giustizia e dell’istruzione, dell’università e della ricerca, su proposta del Consiglio nazionale forense.

Si propongono interessanti modifiche in tema di Tariffe professionali (art. 12), ricordando che su questo argomento sarà importante quanto deciderà la Corte della giustizia europea, presso la quale pendono giudizi in cui si discute della legittimità dei minimi tariffari per l’avvocato, proponendosi altresì modifiche in tema di patto di quota lite.

Per quanto riguarda l’iscrizione all’albo (art. 15 e ss.), si segnalano alcune novità: si prevede che l’iscrizione debba avvenire non oltre cinque anni dal superamento dell’esame di abilitazione; ciò per evitare che un lungo tempo trascorso abbia fatto in parte dimenticare le nozioni e la preparazione che hanno consentito il superamento dell’esame; l’iscrizione deve essere preclusa dopo il compimento del quarantesimo anno di età; ciò allo scopo che non accedano alla professione persone che provengono da altre esperienze di lavoro, che possono essere per nulla o ben poco compatibili con la preparazione alla professione di avvocato, oppure persone che ad essa non si dedicano come impegno prioritario di lavoro; la norma risponde anche ad esigenze di carattere previdenziale, essendo senz’altro preferibile che venga maturato il diritto alla pensione in un solo ente previdenziale, anziché ricorrendo ad istituti, quali la ricongiunzione o la totalizzazione, che consentono trattamenti inferiori.

Per la incompatibilità (art. 18), è prevista una razionalizzazione delle norme in sostituzione di quelle approssimative e confuse contenute nell’articolo 3 del vigente ordinamento professionale.

Le specificazioni più interessanti sono relative allo svolgimento di attività commerciale in proprio o nella amministrazione di società. Per quanto riguarda l’incompatibilità con il lavoro subordinato, si propone di indicarla in modo assolutamente generico ed omnicomprensivo, perché ogni specificazione potrebbe essere limitativa per i casi non indicati.

Per quanto riguarda le eccezioni sulle norme di incompatibilità, si ritiene che esse possano essere limitate al caso di insegnanti di materie giuridiche nelle università o in scuole pubbliche o private secondarie. A questo proposito, è prescritta la incompatibilità per ogni tipo di insegnamento diverso da quello di materie giuridiche, con una regola omogenea (attualmente è compatibile, ad esempio, l’insegnamento dell’educazione fisica, mentre è incompatibile l’insegnamento in scuole elementari); inoltre, deve essere esclusa ogni distinzione tra scuole pubbliche e private parificate (attualmente, l’esonero dalla incompatibilità vi è solo per le scuole statali con disparità di trattamento assolutamente ingiustificate).

Si punta l’indice sull’esigenza di continuità dell’esercizio professionale. Le norme sulla «permanenza della iscrizione all’albo» si riferiscono alla necessità che la professione venga esercitata con carattere di continuità.

È questa una delle innovazioni più importanti e caratterizzanti del nuovo ordinamento professionale.

Se il Consiglio dell’ordine non provvede alla revisione periodica o compie gravi e numerose omissioni, il Consiglio nazionale forense deve nominare un commissario, affinché provveda in sostituzione.

Per chi non sia in grado di provare l’esercizio continuativo con i dati reddituali, è prescritta la cancellazione dall’albo.

In tema di patrocinio avanti le giurisdizioni superiori (art. 23), come noto, la regola attuale è che possono essere iscritti tutti gli avvocati dopo un certo numero di anni di iscrizione agli albi: ciò ha comportato una inflazione dell’albo speciale, con effetti nocivi sulla entità del contenzioso. Si propone che l’iscrizione per età sia condizionata ad un controllo della capacità professionale con la dimostrazione della qualità, sotto l’aspetto giuridico, degli scritti difensivi stesi dall’avvocato.

È inoltre importante prescrivere che l’iscrizione possa essere conservata solo se viene effettivamente svolta attività di patrocino avanti le magistrature superiori. Ciò per evitare che si perpetui l’inflazione degli iscritti all’albo speciale, con iscrizioni inutili.

Non sono molte le regole innovative proposte per quanto riguarda organi e funzioni degli ordini forensi (v. artt. 25 e ss.), il d.d.l. sul punto propone un aumento del numero dei consiglieri dell’ordine, al fine di consentire il miglior svolgimento delle nuove funzioni ad esso attribuite.

Tuttavia le modifiche che maggiormente interessano i giovani aspiranti avvocati riguardano il tema dell’accesso alla professione. Si prevede per il tirocinio: la pratica professionale presso un avvocato italiano, una frequenza facoltativa dei corsi integrativi di formazione professionale; la frequenza facoltativa di uffici giudiziari.

L’argomento più delicato è quello della frequenza dei corsi integrativi di formazione professionale. I corsi integrativi di formazione professionale sono in fase sperimentale e non sono diffusi su tutto il territorio della Repubblica. Se si può prevedere, in tempi relativamente brevi, l’istituzione di corsi integrativi di sicura efficienza nei centri maggiori, si deve ritenere che ciò non sia facile nei tantissimi Ordini minori.

Alcune regole sono previste per stimolare la frequenza dei corsi integrativi: la riduzione del tirocinio da trentasei a ventiquattro mesi; l’esonero dalla preselezione per gli esami di abilitazione; l’attribuzione di un punteggio da sommare al voto complessivo dell’esame scritto e di quello orale, per facilitarne il superamento.

Si prevede che la pratica professionale possa essere fatta anche presso l’Avvocatura dello Stato o un avvocato iscritto all’elenco speciale dei dipendenti degli enti pubblici o presso un avvocato straniero per un tempo limitato. Il periodo complessivo del tirocinio viene elevato in trentasei mesi, riducibili a ventiquattro, per chi abbia superato gli esami dei corsi integrativi delle scuole forensi o delle scuole di specializzazione con esito positivo.

Sono previsti casi in cui si deve provvedere alla cancellazione dal registro e questa prescrizione è resa necessaria dalla confusione attuale, per la quale alcuni Ordini cancellano al rilascio del certificato di compiuta pratica, altri non cancellano mai;

Venendo all’esame di abilitazione (artt. 54 e ss.) si prende atto del fatto che le modifiche degli anni scorsi non hanno prodotto un risultato soddisfacente, manifestandosi, tuttora in modo molto grave, l’inconveniente rappresentato dall’eccessiva disparità dei giudizi tra le commissioni dei vari distretti di Corte d’Appello.

Pertanto si propone in primo luogo, una preselezione per test, (art. 58) come nei concorsi di magistrato e notaio.

Sul punto però va sottolineato che il legislatore, proprio nel corso della scorsa legislatura, preso atto del fallimento della prova preselettiva, ne ha deciso l’abolizione per il concorso in magistratura: la recente legge di riforma dell’ordinamento giudiziario L. 30 luglio 2007, n. 111 ha, infatti, modificato la disciplina relativa ai concorsi, di fatto, eliminato la preselezione informatica per l’accesso alla carriera in magistratura.

Il D.M. 27 febbraio 2008, in G.U. n. 23 del 21 marzo 2008 – 4a serie speciale – concorsi ed esami contenente il bando di concorso a 500 posti per magistrato ordinario ha previsto alcuni criteri che operano una selezione sui titoli decretando la fine della preselezione informatica. Ma v’è di più, il ministro della Giustizia (On. Alfano) ha recentemente annunciato al Senato (atto Senato n. 1082) l’intenzione di procedere all’eliminazione della preselezione informatica anche per il concorso notarile 1.

Il disegno di legge affronta poi la annosa ed irrisolta questione del cosiddetto «turismo d’esame» e cioè il trasferimento (quasi sempre fittizio) della sede della pratica per poter sostenere l’esame in una sede più benevola rispetto a quella «naturale».

Si propone, a questo fine, che chi trasferisce la sede della pratica debba sostenere l’esame presso una commissione nazionale con sede in Roma.

Si propone poi che questa stessa commissione nazionale sia competente per gli esami orali dei candidati dei distretti nei quali il numero dei candidati ammessi all’orale sia stato il più elevato. Questo fatto dovrebbe suggerire un giusto rigore in tutti i distretti.

Per le prove scritte, si conservano il numero e le caratteristiche delle norme attuali, ma si propone che l’esame delle prove scritte venga fatto separatamente per ciascuna di esse e solo alla fine vengano individuati i candidati, così da evitare aggiustamenti del voto per favorire la promozione (sono attualmente troppo numerosi i candidati che ottengono il punteggio complessivo minimo di novanta punti).

Si propone, inoltre, che i punteggi per il superamento della prova debbano essere più elevati, soprattutto se vi è la insufficienza in una di esse.

Si prescrive, infine, la motivazione del voto (art. 58 comma 9), che può anche consistere nella annotazione a margine dello svolgimento del tema di osservazioni (positive o negative) sullo svolgimento del tema2.

In questo modo, si ottiene anche la certezza che il testo sia stato letto con la dovuta attenzione, visto che sono ancora troppo numerosi i ricorsi giurisdizionali nei quali si contesta che lo svolgimento dell’elaborato scritto sia stato esaminato in modo troppo affrettato e superficiale.

Costituisce una innovazione anche la previsione di un punteggio complessivo più elevato rispetto alla somma dei punteggi minimi previsti per ciascuna prova.

Questo punteggio complessivo può essere integrato con il punteggio ottenuto nei corsi di formazione o nelle scuole forensi e da quello per la conoscenza di una lingua straniera, per la quale vi è un apposito articolo che la disciplina.

Ulteriori modifiche vengono introdotte per la prova orale: nella indicazione delle materie, che possono essere oggetto di esame orale, si sono escluse quelle troppo spesso scelte perché considerate più facili, limitandole a quelle che sicuramente possono avere rilevante interesse nell’esercizio professionale.

Tra le domande da porre al candidato, è stata anche inclusa la illustrazione della discussione di una massima giurisprudenziale, che dovrebbe dimostrare la capacità di applicare le nozioni ad un caso concreto.

Si prevede inoltre il controllo degli esami da parte di ispettori nominati dal Consiglio nazionale forense, che dovrebbero garantire la regolarità delle prove attribuendo al Consiglio nazionale forense la facoltà di annullare le prove, che non si siano svolte correttamente.

Innovazioni riguardo infine il procedimento disciplinare.

L’innovazione principale, che viene proposta, consiste nella istituzione di Consigli distrettuali di disciplina, competenti in via esclusiva al controllo disciplinare degli iscritti.

Da varie parti si avanzano istanze affinché la competenza disciplinare non sia attribuita agli appartenenti alla stessa professione del giudicando: un’equa soluzione, secondo i relatori, può essere quella di attribuire il potere disciplinare ad un organo comprendente avvocati iscritti ad un ordine diverso da quello dell’avvocato che deve essere giudicato.

Per quanto riguarda le sanzioni, si è preferito mantenere quelle attuali compreso l’avvertimento. Si è invece ritenuto opportuno prevedere anche un «richiamo verbale», senza carattere di sanzione, per le infrazioni di minimo rilievo.

Infine vista, l’attualità della tematica, merita di esser segnalato l’art. 10 in tema di Formazione permanente a norma del quale:

”1. L’avvocato ha l’obbligo di curare il continuo e costante aggiornamento della propria competenza professionale in conformità al regolamento che il CNF approva, sentiti gli Ordini territoriali. L’aggiornamento ha il fine di assicurare la qualità delle prestazioni professionali dell’avvocato e di contribuire al miglior esercizio della professione.

2. La violazione dell’obbligo di aggiornamento espone alle conseguenze stabilite nel regolamento.

3. L’aggiornamento professionale richiede la partecipazione a convegni, seminari ed altri eventi formativi, secondo regole e criteri di valutazione, specificati nel regolamento.

4. Il controllo del compimento delle attività prescritte per l’aggiornamento e l’adozione dei provvedimenti conseguenti è affidato ai Consigli degli ordini.

5. Le regioni, nell’ambito delle potestà ad esse attribuite dall’articolo 117 della Costituzione, disciplinano l’attribuzione di fondi per l’organizzazione di scuole, corsi ed eventi di formazione professionale per avvocati, organizzati dalle Università, dai Consigli degli ordini, dalle associazioni forensi, dalla Cassa nazionale di previdenza forense e da ogni altro ente autorizzato dal regolamento.

Mentre l’art. 11, si propone di risolvere la questione relativa agli obblighi di dotarsi di polizza r. c. professionale, prevedendo che:

”1. L’avvocato si assicura per la responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione, compresa quella per la custodia di documenti, somme di denaro, titoli e valori, di volta in volta ricevuti in deposito dai clienti.

2. I massimali sono adeguati alla natura degli incarichi e delle conseguenti possibili responsabilità, secondo i criteri indicati nel regolamento.

3. Della stipulazione della garanzia assicurativa e di ogni successiva variazione è data comunicazione al Consiglio dell’ordine.

4. La mancata osservanza di quanto previsto nel presente articolo costituisce illecito disciplinare.

Interessante è poi la previsione dell’art. 14, rubricato “Sostituzioni e collaborazioni” a norma del quale:

“1. Gli avvocati possono farsi sostituire in giudizio da altro avvocato, con incarico anche verbale, o da un praticante abilitato, con delega scritta.

2. L’avvocato, che si fa sostituire o coadiuvare da altri avvocati o praticanti, rimane personalmente responsabile verso i clienti.

3. Solo il cliente può contestare l’esistenza e la validità della delega in sostituzione.

4. L’avvocato può nominare stabilmente uno o più sostituti presso ogni ufficio giudiziario, depositando la nomina presso la cancelleria di ciascun ufficio.

5. L’avvocato, che si avvale della collaborazione continuativa di altri avvocati o di praticanti, corrisponde loro adeguato compenso per l’attività svolta. Tale collaborazione, anche se continuativa e con retribuzione periodica, non dà mai luogo a rapporto di lavoro subordinato.

Infine il d.d.l. si occupa anche degli avvocati degli enti pubblici (art. 24) prevedendo che:

“1. Gli avvocati degli uffici legali specificatamente istituiti presso gli enti pubblici, anche se trasformati in società per azioni, sino a quando siano partecipati esclusivamente da enti pubblici, con autonomia e indipendenza da ogni altro ufficio, che si occupano, con autonomia e indipendenza da ogni altro ufficio, esclusivamente della trattazione degli affari legali dell’ente, sono iscritti in un elenco speciale annesso all’albo.

2. Per l’iscrizione nell’elenco gli interessati presentano la deliberazione dell’ente dalla quale risulti la stabile costituzione di un ufficio legale con specifica ed esclusiva attribuzione della trattazione e degli affari dell’ente stesso e l’appartenenza a tale ufficio del professionista incaricato in forma esclusiva di tali funzioni.

3. Gli avvocati iscritti nell’elenco sono sottoposti al potere disciplinare del Consiglio dell’ordine”.

Sembra invece recepire una prassi già in voga in tema di formazione professionale continua l’art. 43 che prevede forme di cooperazione-collaborazione tra università e ordini forensi, prevedendo che:

“1. Le università e i Consigli dell’ordine degli avvocati possono stipulare convenzioni- quadro per la disciplina dei rapporti reciproci, anche di carattere finanziario.

2. Il CNF e la Conferenza dei presidi delle facoltà di giurisprudenza promuovono, anche mediante la stipulazione di apposita convenzione e l’istituzione di un osservatorio permanente congiunto, la piena collaborazione tra le facoltà di giurisprudenza e gli ordini forensi, per il perseguimento dei fini di cui al presente articolo”.

Di particolare interesse per i giovani che si avviano alla professione è la previsione dell’art. 46, “Doveri dell’avvocato” che obbliga gli avvocati ad assicurare che la pratica si svolga in modo proficuo e dignitoso, ad istruire i praticanti e a dar loro consapevolezza del ruolo del difensore nel processo e nella società; essi rilasciano, al termine del periodo, l’attestazione del compiuto tirocinio. Ciascun avvocato può assumere sotto la propria vigilanza non più di due praticanti. Dietro specifica richiesta dell’avvocato, il Consiglio dell’ordine degli avvocati può concedere una deroga al disposto di cui al comma 2, tenuto conto delle modalità di svolgimento dell’attività professionale, dell’organizzazione dello studio legale, della quantità e qualità delle questioni trattate e comunque nel pieno rispetto dei doveri di cui al comma 1.

Infine merita menzione, nella Sezione III dedicata ai “Corsi integrativi di formazione e di aggiornamento professionale” l’art. 50 che prevede lo svolgimento di corsi integrativi di formazione professionale presso le scuole di specializzazione o presso scuole forensi. Essi sono facoltativi. L’organizzazione dei corsi ne consente la frequenza a tutti i praticanti con oneri limitati. Le regioni possono aiutare economicamente gli appartenenti a famiglie meno abbienti; il Ministro della giustizia ed il CNF istituiscono per essi, in modo autonomo, borse di studio. Le scuole di specializzazione per le professioni legali presso le facoltà di giurisprudenza istituite ai sensi dell’articolo 17, commi 113 e 114, della legge 15 maggio 1997, n. 127, e successive modificazioni, e le scuole forensi istituite presso i Consigli dell’ordine degli avvocati ai sensi e per gli effetti della presente legge tengono i corsi di formazione annuali per l’accesso alla professione di avvocato. I corsi devono avere un carico didattico equivalente di 250 ore annue, in modo da consentire al praticante il contemporaneo svolgimento della pratica professionale. I diplomi rilasciati a seguito della proficua frequenza dei corsi di formazione di cui al comma 1 hanno il medesimo valore legale.

Essi consentono: a) la riduzione del tirocinio a ventiquattro mesi; b) l’esonero dalla preselezione per l’esame di abilitazione; c) l’attribuzione di un punteggio da uno a cinque da sommare al voto complessivo dell’esame scritto e di quello orale.

L’art. 52 invece prevede una forma alternativa di pratica forense da svolgersi attraverso la frequenza di uffici giudiziari, per non più di dodici mesi. La frequenza presso gli uffici giudiziari consente al praticante di ricevere ampia informazione sullo svolgimento delle attività giurisdizionali e degli uffici. L’attività di praticantato presso gli uffici giudiziari è disciplinata da apposito regolamento da emanare entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, dal Ministro della giustizia, sentito il Consiglio superiore della magistratura e il CNF.

Sempre in questi giorni all’esame del Parlamento è il disegno di legge n. 1171, contenente Norme concernenti l’esercizio dell’attività forense durante il mandato parlamentare.

La proposta di legge, secondo la relazione illustrativa, vuole eliminare “la figura del «parlamentare-avvocato»: un ibrido pericoloso, che porta nelle aule di giustizia quanto deciso nelle aule parlamentari. L’obiettivo è sufficientemente chiaro: evitare che, pur nel legittimo esercizio della professione, «l’avvocato-parlamentare» porti tra le aule di giustizia e le aule parlamentari a manifestazione del conflitto tra pezzi dello Stato; parlamentare che rappresenta la Nazione e avvocato in conflitto con l’interesse pubblico”.

La proposta consta di un solo articolo: “1. All’articolo 3 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 gennaio 1934, n. 36, e successive modificazioni, dopo il terzo comma, è inserito il seguente:

«Nello svolgimento del mandato parlamentare, agli avvocati e ai procuratori è fatto divieto di compiere alcun atto, direttamente o indirettamente per mezzo di associati o collaboratori, nei procedimenti penali per: delitti contro la personalità dello Stato; delitti contro la pubblica amministrazione; delitti contro l’amministrazione della giustizia di cui, rispettivamente, ai titoli I, II e III del libro II del codice penale; delitti contro l’ordine pubblico; delitti contro l’incolumità pubblica; delitti contro la fede pubblica; delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio di cui, rispettivamente, ai titoli V, VI, VII e VIII del libro II del codice penale; associazione di tipo mafioso di cui all’articolo 416-bis del codice penale».

Infine merita menzione il disegno di legge n. 1198Riforma dell’ordinamento della professione di avvocato” che ricalca a grandi linee il d.d.l. n. 711. Si segnala in proposito l’articolo 8 che dà un riconoscimento normativo ed una garanzia ad un fenomeno già ampiamente esistente di fatto, ossia la specializzazione dei professionisti in singoli rami del diritto, che è andata di pari passo con la sempre maggior complessità dell’ordinamento, sostanziale e processuale.

La legge si pone come obiettivo quello di garantire che alla spendita del titolo di specialista corrisponda un’effettiva preparazione specifica. Perciò è previsto che tale titolo si possa conseguire ed utilizzare solo all’esito di un percorso formativo specifico, di durata almeno biennale e consistente in un impegno formativo non inferiore alle duecentocinquanta ore. È evidente come questo rilevante impegno cui il professionista si sottopone per fregiarsi del titolo di specialista, unito alla concreta pratica nel settore prescelto, rappresenti una oggettiva garanzia per il cliente – anche privo della possibilità di informarsi sul curriculum del professionista – che il mandato difensivo verrà svolto con particolare capacità settoriale. Il successivo articolo 9 prevede, in omaggio ai princıpi della concorrenza, che sia consentita senza specifici limiti l’informazione al pubblico sull’attività professionale (cosiddetta pubblicità), purché sia veritiera, non elogiativa, non ingannevole né comparativa. Si vuole così permettere al professionista dinamico di farsi conoscere e scegliere, senza che ciò comporti lo scadimento dei toni con i quali il legale si rivolge al pubblico e senza che il prestigio e la serietà della figura dell’avvocato vengano compromessi.

L’articolo 18 prevede dei casi di sospensione necessaria dall’esercizio della professione, che concernono l’assunzione delle più alte cariche dello Stato, o l’assunzione di funzioni di governo degli enti regionali e locali, con esclusione delle realtà di minori dimensioni (non sono sospesi gli avvocati presidenti o assessori di province fino a trecentomila residenti, né i sindaci o gli assessori di comuni fino a centomila residenti).

La ratio della disposizione, “mira ad evitare per un verso commistioni tra l’esercizio di importanti cariche istituzionali e lo svolgimento dell’attività professionale, e per altro verso ad evitare che il titolare di tali importanti munera publica possa avvantaggiarsi della posizione assunta per acquisire vantaggi nello svolgimento della professione”.

L’articolo 19 introduce un importante principio di sistema, e cioè il principio per cui l’iscrizione nell’albo deve effettivamente corrispondere allo svolgimento della professione.

Si prevede pertanto un meccanismo di verifica ed accertamento dell’esercizio continuativo ed effettivo della professione, che potrà essere basato sul reddito professionale minimo, e sarà disciplinato da un regolamento del Consiglio nazionale forense, sentita la Cassa di previdenza.

L’articolo 21 precisa le condizioni in base alle quali è possibile mantenere l’iscrizione nell’elenco speciale annesso all’albo per gli avvocati degli enti pubblici; si tratta del recepimento di elementi già maturati nella giurisprudenza domestica, che oggi vengono consacrati in legge: sono ribadite le condizioni di autonomia ed indipendenza del professionista, la preposizione alla esclusiva cura della trattazione degli affari legali dell’ente, e soprattutto viene stabilito, con innovazione che fa salvi i diritti quesiti, che tale status potrà in futuro essere mantenuto anche in enti privatizzati, purché tali enti di diritto privato siano «partecipati prevalentemente da enti pubblici».

Presupposto fortemente innovativo per l’esercizio del tirocinio è il superamento di un test di ingresso (articolo 41, comma 2) ritenendosi che l’accertamento di una adeguata preparazione di base del candidato «sui princıpi generali degli ordinamenti e degli istituti giuridici fondamentali» rappresenti un indefettibile elemento qualificante della prima soglia di accesso alla professione forense.

Viene quindi affermata, in perfetto parallelismo con l’esercizio della professione di avvocato cui tende, l’incompatibilità del tirocinio con lo svolgimento di qualunque rapporto di impiego pubblico o privato e con l’esercizio di attività di impresa (articolo 41, comma 5) e se ne prevede la significativa durata «in forma continuativa per ventiquattro mesi» (articolo 41, comma 6) a dimostrazione della serietà dello svolgimento formativo della pratica, con obbligo per l’avvocato, presso cui il tirocinio viene svolto, di limitare il numero dei praticanti a «non più di due» assicurando inoltre «che il tirocinio si svolga in modo proficuo e dignitoso» (articolo 41, comma 8).

Importante precisazione, al fine di fugare timori che potrebbero rivelarsi disincentivanti e comunque ostativi a un ordinato e generalizzato svolgimento del tirocinio, è quella per cui «il tirocinio professionale non determina l’instaurazione di rapporto di lavoro subordinato anche occasionale» prevedendosi, peraltro, l’obbligo di un adeguato compenso a favore del praticante «decorso il primo anno» e «commisurato all’apporto dato» (articolo 41, comma 9).

Altra rilevante novità è la previsione di una preselezione informatica, che deve precedere l’esame di Stato (articolo 45): la prova di preselezione informatica si intende superata con il conseguimento di un punteggio pari all’80 per cento di quello massimo conseguibile in caso di risposta esatta a tutti i quesiti, secondo in un‘apposita «tabella di punteggio» (art. 45, comma 3).

Innovazione da tutti attesa, e anche la più temuta dai giovani aspiranti avvocati, è la previsione del divieto di utilizzo di codici commentati durante le prove scritte (art. 46, comma 6), pena l’esclusione del candidato dall’esame, dal momento che questa concessione ha reso estremamente difficoltosa la valutazione degli elaborati in quanto tutti molto simili nella soluzione, modellata sulle massime di giurisprudenza poste a corredo dei codici, così che era impedita la verifica della effettiva preparazione dei candidati.

In concreto, l’esame si articolerà su due prove: una scritta, avente ad oggetto la redazione di un atto, finalizzata a dimostrare la conoscenza dei diritti fondamentali, sia sostanziali che processuali, da parte del candidato; e una orale, volta a dimostrare la conoscenza di tutte le materie fondamentali, tra cui ordinamento professionale e deontologia.

______________

1 Disegno di legge n. 1082 (Semplificazione - Competitività - Procedura civile), presentato dal Ministro dell’economia e delle finanze (TREMONTI), dal Ministro dello sviluppo economico (SCAJOLA), dal Ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione (BRUNETTA), dal Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali (SACCONI), dal Ministro per la semplificazione normativa (CALDEROLI) e dal Ministro della giustizia (ALFANO).

(V. Stampato Camera n. 1441-bis) approvato dalla Camera dei deputati il 2 ottobre 2008. Trasmesso dal Presidente della Camera dei deputati alla Presidenza il 6 ottobre 2008 Tra i diversi emendamenti ancora da discutere (e che, se approvati, entrerebbero in vigore dal prossimo concorso) c'é il seguente, proposto dal Governo: 39.0.102 Il Governo

Dopo l'articolo, inserire il seguente: «Art. 39-bis. (Semplificazione delle procedure per l'accesso al notariato).

È soppressa la prova di preselezione informatica per l'ammissione al concorso per il conferimento dei posti di notaio.

Non possono essere ammessi al concorso per il conferimento dei posti di notaio coloro che sono stati dichiarati non idonei in tre precedenti concorsi. Non si tiene conto delle dichiarazioni di non idoneità rese nei concorsi banditi anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge. Ai fini del presente comma, l'espulsione del candidato dopo la dettatura dei temi di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 166, equivale a dichiarazione di inidoneità. Il comma 5 dell'articolo 5 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 166, è sostituito dal seguente: "La commissione opera con tre sottocommissioni composte di cinque membri, presiedute rispettivamente dal Presidente, dal vicepresidente e da uno dei magistrati di cui alla lettera c) del comma 1, scelto dal Presidente".

Sono abrogate le seguenti disposizioni: i commi 6 e 7 dell'articolo 1 della legge 26 luglio 1995, n. 328; il quarto comma dell'articolo 9 del regio decreto 14 novembre 1926, n. 1953; la lettera c), terzo comma, dell'articolo 1 della legge 6 agosto 1926, n. 1365; gli articoli 5-bis, 5-ter e 5-quater della legge 16 febbraio 1913, n. 89;

5. Il terzo comma dell'articolo 9 del regio decreto 14 novembre 1926, n. 1953, è sostituito dal seguente: " Il concorso per la nomina a notaio è bandito annualmente"».

Inoltre, l'emendamento 39.0.4 presentato dal senatore CENTARO prevede: Dopo l'articolo, inserire il seguente:

«Art. 35-bis. (Semplificazione delle procedure per l'accesso al notariato) 1. È soppressa la prova di preselezione informatica per l'ammissione al concorso per il conferimento dei posti notarili.

2. Non possono essere ammessi al concorso per il conferimento dei posti notarili coloro che siano stati dichiarati non idonei in tre precedenti concorsi. Ai fini del presente comma, l'espulsione del candidato dopo la dettatura dei temi di cui all'articolo 6 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 166, equivale a dichiarazione di inidoneità.

3. Il comma 5 dell'articolo 5 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 166 è sostituito dal seguente: ''La commissione opera con tre sottocommissioni composte di cinque membri, presiedute rispettivamente dal Presidente, dal vicepresidente e da uno dei magistrati di cui alla lettera c) del comma 1, scelto dal Presidente''.

4. Sono abrogate le seguenti disposizioni:

a) l'articolo 1, commi 6 e 7 della legge 26 luglio 1995, n. 328;

b) gli articoli 5-bis, 5-ter e 5-quater della legge 16 febbraio 1913, n. 89;

c) l'articolo 1, comma 3, lettera c) della legge 6 agosto 1926, n. 1365.

5. I commi 3 e 4 dell'articolo 9 del regio decreto 14 novembre 1926, n. 1953 sono sostituiti dal seguente: "Il concorso per la nomina a notaio è bandito annualmente''. 6. Le disposizioni del presente articolo si applicano a decorrere dal concorso a trecentocinquanta posti di notaio indetto con D.D.G. (decreto del direttore generale della giustizia civile) 10 aprile 2008 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – 4 serie speciale del 18 aprile 2008, n. 31».

6. Le disposizioni del presente articolo si applicano a decorrere dal concorso a trecentocinquanta posti di notaio indetto con D.D.G. (decreto del direttore generale della giustizia civile) 10 aprile 2008 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale – 4 serie speciale del 18 aprile 2008, n. 31».

2 Sul punto si riprende quanto era stato proposto dal precedente D.D.L. Calvi nella scorsa legislatura.



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