ricorda
Non sei registrato?
Registrati ora
Il tuo carrello
Totale : € 0,00
Sull'obbligo della parti di comportarsi secondo buona fede durante le trattative
Cassazione civile , sez. III, sentenza 08.10.2008 n° 24795

Nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, le parti devono comportarsi secondo buona fede, intesa nella sua accezione oggettiva, quindi come regola di condotta che si sostanzia nel principio della solidarietà contrattuale, articolandosi nei due aspetti della lealtà e della salvaguardia.1

Come è noto, vale a contrassegnare la "trattativa", come fase preliminare rispetto alla formazione del contratto, la circostanza secondo la quale i contatti in essa ricompresi non sono ancora finalizzati alla perfezione dell'accordo, bensì all'accertamento della idoneità dello stesso a soddisfare le proprie esigenze sulla base di valutazioni di opportunità e convenienza.

La distinzione codicistica fra "trattative" e "formazione del contratto" è essenziale per comprendere che il comportamento secondo buona fede ivi prescritto è preteso dall'ordinamento sin dall'inizio, cioè anche in una fase meramente esplorativa, che non si sia ancora espressa in atti negoziali tipici (Trib. Bari 13 maggio 2004)2.

Anche in dottrina si è affermato che il dato testuale dell'art. 1337 cod. civ. individua accadimenti, "svolgimento delle trattative" e "formazione del contratto", che non possono leggersi quale mera endiadi, in quanto, benché le trattative siano di massima finalizzate al raggiungimento del consenso, il momento di formazione del contratto può tuttavia segnare uno stadio ulteriore e addirittura autonomo, che già presuppone una certa definizione dell'assetto di interessi divisato.

La distinzione -si è affermato- non vuole, così, essere pedante, ma vale a definire il novero delle situazioni rispetto alle quali il precetto è operante (in tal senso, cfr. V. Cuffaro, voce "Responsabilità precontrattuale" , Enc. dir. , Milano 1988, 1265 ss.)3.

La sentenza che si commenta offre uno spunto assai interessante perché cristallizza l’ambito di rilevanza della regola posta dall’art. 1337 c.c. , spingendosi oltre le ipotesi tipiche individuate dalla giurisprudenza e dalla dottrina laddove si è voluto tutelare l’interesse del soggetto a non essere coinvolto in trattative inutili, a non stipulare contratti invalidi o inefficaci ovvero a non subire coartazioni o inganni in ordine ad atti negoziali.

Ma andiamo per gradi.

Una delle ipotesi più frequenti è il cosiddetto recesso ingiustificato (o rottura ingiustificata della trattativa affidante), che si configura ogni qualvolta chi ha creato nell'altra parte un legittimo affidamento in ordine alla conclusione del contratto recede senza valide e plausibili giustificazioni, provocando un danno all'altro contraente.

La proposta contrattuale, infatti, può essere liberamente revocata, se non ferma ex art. 1329 cod. civ., fino a quando il contratto non sia concluso e l'esercizio di tale potere non costituisce come tale violazione di un obbligo di comportamento. La responsabilità del soggetto nasce, piuttosto, laddove lo stesso abbia dolosamente o colposamente indotto l'altra parte a confidare ragionevolmente nella conclusione del contratto.

Il comportamento doloso si configura quando il soggetto inizia o prosegue le trattative pur avendo la precisa intenzione di non giungere alla conclusione del contratto. Si ha colpa quando il soggetto non si attiene alla normale prudenza nell'indurre l'altra parte a confidare nella conclusione del contratto, cioè porta avanti le trattative senza verificare le proprie possibilità o senza avere una sufficiente determinazione.

E' dunque principio pacifico in giurisprudenza come il recesso ingiustificato operato da una parte durante la fase delle trattative, allorché le stesse abbiano ingenerato nell'altra parte la consapevolezza circa la conclusione del contratto, dà luogo a responsabilità precontrattuale (Cass. 14 giugno 1999, n. 5830).4

Si è affermato, altresì, che l'ingiustificata rottura delle trattative precontrattuali obbliga al risarcimento del danno solo nell'ipotesi in cui vi sia stata una lesione dell'affidamento ingenerato nella controparte, avendo le parti preso in considerazione tutti gli elementi essenziali del contratto ed essendo rimasti da definire solo i dettagli (Trib. Rimini 9 novembre 2005).

Recentissima è, sul punto, una pronuncia della Corte di Cassazione che ha affermato che la responsabilità precontrattuale è configurabile in tutti i casi in cui un soggetto abbia compiuto azioni o sia incorso in omissioni contrastanti con i principi della correttezza e della buona fede, nell'ambito del rispetto dei principi garantiti dall'art. 2043 cod. civ. Pertanto, ai fini dell'affermazione di tale responsabilità, è sufficiente il comportamento non intenzionale o meramente colposo della parte che -senza giusto motivo- abbia interrotto le trattative, eludendo così le aspettative della controparte, la quale, confidando nella conclusione del contratto, sia stata indotta a sostenere spese o abbia rinunciato a occasioni più favorevoli. In caso di violazione della norma di cui all'art. 1337 cod. civ., il risarcimento del danno è limitato al cosiddetto "interesse negativo", con la conseguenza che esso è cumulabile con il risarcimento del maggior danno previsto dall'art. 1591 cod. civ. (Cass. 7 febbraio 2006, n. 2525).

Altra ipotesi di responsabilità precontrattuale è offerta dalla dolosa o colposa stipulazione di contratto invalido o inefficace. La differenza con la prima specie è che, qui, l’inutilità non afferisce la trattativa bensì la stessa stipulazione del contratto.

In detta fattispecie, ciò che rileva è la conoscenza dell’esistenza di una causa d’invalidità senza darne notizia all’altra parte, così da essere tenuta a risarcire il danno subito dall'altra parte che ha confidato, senza sua colpa, nella piena validità del contratto.

Caso passai particolare, e comunque avente il requisito della novità rispetto a quelli affrontati dalla giurisprudenza, è stato quello che ha riguardato l’indagine dei rapporti tra l’intermediatore finanziario e il cliente, laddove sono previsti degli ulteriori obblighi di comportamento (ai sensi dell’art. 6 delle legge n. 1 del 1991,ma non diversi da quelli di cui all’art. 21 del più recente d.lgs. 58 del 1998), tutti in qualche modo finalizzati al rispetto della clausola generale consistente nel dovere per l’intermediatore finanziario di comportarsi secondo diligenza, correttezza e professionalità nella cura dell’interresse del cliente, e che si collocano in parte nella fase che precede la stipulazione del contratto di intermediazione.

Sul punto, la Corte di legittimità (S.U., n. 26724/06), ha focalizzato la propria attenzione sul dibattito sorto intorno alla riaffermazione della tradizionale distinzione tra norme di comportamento dei contraenti e norme di validità del contratto; la violazione delle prime, tanto nella fase prenegoziale quanto in quella attuativa del rapporto, genera responsabilità e può esser causa di risoluzione del contratto, ove si traduca in una forma di non corretto adempimento del generale dovere di protezione e degli specifichi obblighi di prestazione gravanti sul contraente, ma non incide sulla genesi dell’atto negoziale, quanto meno nel senso che non è idonea a provocarne la nullità.5

L’assunto secondo il quale, nella moderna legislazione, la distinzione tra norme di validità e norme di comportamento starebbe tuttavia “sbiadendo” a sarebbe in atto un fenomeno di trascinamento del principio di buona fede sul terreno del giudizio di validità dell’atto non è sufficiente a dimostrare il già avvenuto sradicamento dell’anzidetto principio nel sistema del codice civile.

E’ certo possibile, secondo il ragionamento seguito dai giudici della Corte, che una tendenza in tal senso sia effettivamente presente in diversi settori della legislazione speciale, ma occorre distinguere tra”tendenza” ed “acquisizione”, giungendo a concludere nel senso di escludere che nel settore della intermediazione finanziaria possa sussistere un principio di segno diverso, tale, cioè, di derogare al criterio di distinzione sopra tracciato tra norme di comportamento e norme di validità degli atti negoziali così da condurre ad una differente conclusione, dal momento che non è dato rinvenire indici univoci dell’intenzione del legislatore di trattare sempre e comunque le regole di comportamento, ivi compresi quelli riguardanti i doveri di informazione dell0’altro contraente, alla stregua di regole di validità dell’atto.

La responsabilità in caso di contratto perfezionato

Con un primo orientamento giurisprudenziale, seppur risalente, si era affermato il principio secondo il quale l’intervenuta conclusione del contratto escludeva la configurabilità della responsabilità prevista dall’art. 1337 c.c. (Cass. 23 dicembre 1950, n. 2820, Giur. It., 1951, I, 1, 484).

Detto orientamento veniva ribadito (Cass. 19 maggio 1971, n. 1499, Foro pad. 1973, I, 1, 1486) e precisato come l’illecito comportamento presuppone che il contratto non sia stato validamente concluso, pur se sia stato già raggiunto un accordo di massima o anche un accordo completo, non espresso nelle forme di legge.

Si precisava come qualora le trattative abbiano portato alla conclusione di un valido contratto, ai fini di una responsabilità per danni assume rilevanza solo l’inadempimento di obbligazioni nascenti dal contratto e non è più configurabile una responsabilità precontrattuale la quale trae origine da una fonte diversa e non può ritenersi in nessun caso “un precedente logicamente necessario” della responsabilità contrattuale (Cass. 21 maggio 1976, 1842)6.

Tale orientamento negazionista nel senso che, in caso di violazione delle norme che impongono alle parti comportarsi secondo buona fede nel corso delle trattative e nella formazione del contratto, alla parte danneggiata, quando il contratto sia stato validamente concluso, non attribuiva alcuna possibilità di ottenere il risarcimento dei danni subiti, poggiava, quindi, sull'assunto che l'ambito di rilevanza della responsabilità contrattuale sia circoscritto alle ipotesi in cui il comportamento non conforme a buona fede abbia impedito la conclusione del contratto o abbia determinato la conclusione di una contratto invalido ovvero (originariamente) inefficace. Di qui la conclusione che, dopo la stipulazione del contratto, ogni questione relativa all'osservanza degli obblighi imposti alle parti nel corso delle trattative sarebbe preclusa, in quanto la tutela del contraente sarebbe affidata, a partire da quel momento, solo alle norme in tema di invalidità e di inefficacia del contratto, la cui applicazione, pur essendo in alcuni casi ricollegata a comportamenti certamente non conformi a "buona fede", è tuttavia subordinata alla ricorrenza di presupposti ulteriori (artt. 1434-1437, 1439, 1447-1448).

Successivamente, si chiariva come l'ambito di rilevanza della regola posta dall'art. 1337 c.c. va ben oltre l'ipotesi della rottura ingiustificata delle trattative e assume il valore di una clausola generale, il cui contenuto non può essere predeterminato in maniera precisa, ma certamente implica il dovere di trattare in modo leale, astenendosi da comportamenti maliziosi o anche solo reticenti e fornendo alla controparte ogni dato rilevante, conosciuto o anche solo conoscibile con l'ordinaria diligenza, ai fini della stipulazione del contratto.

Con la sentenza n. 19024 del 20057, secondo la Corte di Cassazione, anche alla luce delle ragioni poste dalla migliore dottrina, la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo non soltanto nel casi di rottura ingiustificata delle trattative, ovvero qualora sia stipulato un contratto invalido o inefficace, ma anche se il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte rimasta vittima de comportamento scorretto, ragguagliando il risarcimento del danno al minor vantaggio o al maggior aggravio economico determinato dal comportamento scorretto tenuto in violazione dell’obbligo di buona fede, salvo che sia dimostrata l’esistenza di ulteriori danni che risultino collegati a detto comportamento da un rapporto “rigorosamente consequenziale e diretto”(Cass. 29 settembre 2005, n. 19024).

Le sentenze n. 26724 e 26725 del 2006

Come accennato in precedenza, se fino ad un recente passato, i principali leading case in tema di responsabilità contrattuale e di violazione del principio di buona fede rientravano negli ambiti delle compravendite immobiliari ovvero nei rapporti commerciali, la diffusione dell’attività di intermediazione finanziaria ha consentito di cristallizzare il principio richiamato nella sentenza n. 19024/06.

Difatti, il percorso argomentativo che ha animato detta decisione ha ricevuto continuità nelle sentenze 19 dicembre 2007, n. 26724/068 e n. 26725/06 che hanno chiarito come:
a. la violazione dei doveri d'informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico degli intermediari nello svolgimento dei servizi di investimento può dar luogo a responsabilità precontrattuale, con conseguente obbligo di risarcimento dei danni, ove tali violazioni avvengano nella fase precedente o coincidente con la stipulazione del contratto d'intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti; può, invece, dar luogo a responsabilità contrattuale ed eventualmente condurre alla risoluzione del predetto contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti operazioni di investimento o disinvestimento compiute in esecuzione del contratto d'intermediazione finanziaria in questione. In nessun caso, in difetto di previsione normativa in tal senso, la violazione dei suaccennati doveri di comportamento può, però, determinare la nullità del contratto d'intermediazione o dei singoli atti negoziali conseguenti, a norma dell'articolo 1418, comma 1, del Cc;
b. il compimento delle operazioni relative alla prestazione dei servizi di investimento, ancorché queste possano a loro volta consistere in atti di natura negoziale (ma è significativo che la norma le definisca col generico termine di operazioni), si pone pur sempre come momento attuativo di obblighi che l'intermediario ha assunto all'atto della stipulazione col cliente del contratto quadro. Il divieto di compiere operazioni inadeguate o in conflitto d'interessi attiene, perciò, anch'esso alla fase esecutiva di detto contratto, costituendo, al pari del dovere d'informazione, una specificazione del primario dovere di diligenza, correttezza e professionalità nella cura degli interessi del cliente. Il modo stesso in cui la norma è formulata e l'esplicito accostamento dei suaccennati doveri di informazione e di cura dell'interesse del cliente, nel compimento delle singole operazioni, denota come il Legislatore abbia qui sempre voluto contemplare obblighi di comportamento precontrattuali e contrattuali, non già regole di validità del contratto, sia esso il contratto quadro d'intermediazione finanziaria o i singoli negozi con cui a quello viene data esecuzione.

Le due pronunce delle Sezioni unite sono state generalmente ben accolte dalla dottrina; non sono mancate, tuttavia, perplessità e voci di aperto dissenso (si veda il paragrafo 3 della relazione - Sintesi dei contributi dottrinali a commento di Cassazione sezione Unite n. 26724 o n. 26725 del 2007).

Si è precisato che la violazione dell'obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume rilievo nel caso di rottura ingiustificata delle trattative, ovvero qualora sia stipulato un contratto invalido o inefficace e anche, quale dolo incidente, se il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte rimasta vittima del comportamento scorretto; in tale ipotesi il risarcimento del danno deve essere commisurato al "minor vantaggio" ovvero al "maggior aggravio economico" prodotto dal comportamento tenuto in violazione dell'obbligo di buona fede, salvo che sia dimostrata l'esistenza di ulteriori danni che risultino collegati a detto comportamento da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto (Trib. Firenze 18 ottobre 2005).

Con la sentenza n. 24795/08 in commento, tale principio si consolida sia con riferimento alla misura del danno risarcibile sia avendo a riguardo alla possibilità di veder integrata la violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede allorquando il contratto risulti concluso, valido ed efficace ma tuttavia risulti pregiudizievole per la parte vittima del comportamento scorretto.

Più segnatamente, il comportamento di una società di leasing che abbia omesso di informare la controparte circa la già avvenuta sospensione delle agevolazioni fiscali di cui alla legge n. 341 del 1995, circostanza questa aggravata dall’aver fornito assicurazioni circa la possibilità di far ricorso alle dette agevolazioni,per le quali la controparte medesima si era indotta alla stipula del contratto di locazione finanziaria, costituisce una estensione delle ipotesi sintomatiche concepite in tema di responsabilità precontrattuale.

Del resto, la società di leasing ha perfettamente assunto il ruolo di “parte reticente”, manifestatosi nel doloso comportamento negativo di serbare silenzio in ordine a circostanze o situazioni giuridiche che potevano influire sulla conclusione del contratto e generando, al contempo, nell’altra parte il ragionevole affidamento circa l’insussistenze delle medesime.

Considerazioni conclusive

Nel corso della breve esposizione si è evidenziato come, di regola ovvero nella prassi, la responsabilità precontrattuale presuppone la mancata stipulazione di un contratto, o la stipulazione di un contratto invalido, escludendosi per converso l'insorgere della predetta responsabilità in tutte quelle ipotesi in cui comunque le parti addivengano alla stipulazione del contratto.

La giurisprudenza prevalente, per diverso tempo, ha inteso avallare tale impostazione, considerando l'intervenuta conclusione negoziale come preclusiva per l'affermazione di un giudizio di responsabilità contrattuale, a nulla rilevando - salva l'applicazione dell'art. 1440 cod. civ. - l'eventuale danno rappresentato dalla conclusione di un negozio a condizioni diverse da quelle che si sarebbero avute se una delle parti avesse tenuto un comportamento conforme a buona fede.

Tuttavia, da ultimo, lo stesso giudice di legittimità, e la sentenza in commento costituisce la fase conclusiva di tale revirement, ha di recente temprato il rigore del principio precisando che l'intervenuta conclusione del contratto in tanto può escludere l'obbligo risarcitorio per violazione del dovere di correttezza, in quanto si versi nell'ipotesi di responsabilità conseguente ad ingiustificata rottura delle trattative. In altre ipotesi, invece, in presenza di un comportamento contrario a buona fede, l'eventuale stipulazione del contratto non ha effetto sanante, non risultando perciò idonea ad escludere la responsabilità precontrattuale. Sotto tale aspetto, la giurisprudenza (Cass. n. 19024/2005) ha ulteriormente ribadito e specificato come la violazione della regola posta dall'art. 1337 cod. civ. assume rilievo non solo nel caso di rottura ingiustificata delle trattative (e, quindi, di mancata conclusione del contratto) o di conclusione di un contratto invalido o comunque inefficace (artt. 1338 e 1398 cod. civ.), ma anche quando il contratto posto in essere sia valido, e tuttavia pregiudizievole per la parte vittima del comportamento scorretto (come nel caso del dolo incidente ex art. 1440 cod. civ.).

In tal caso, poi, sul fronte prettamente risarcitorio, il risarcimento del danno derivante da un contratto valido ed efficace ma "sconveniente", pur non potendo essere commisurato al pregiudizio derivante dalla mancata esecuzione del contratto posto in essere (il ben noto c.d. interesse positivo), non può neppure essere determinato, avuto esclusivo riguardo all'interesse della parte vittima del comportamento doloso o, comunque non conforme a buona fede, a non essere coinvolta nelle trattative, in quanto in tale ipotesi il contratto è stato validamente concluso, sia pure a condizioni diverse da quelle alle quali esso sarebbe stato stipulato senza l'interferenza del comportamento scorretto. Ne consegue che, in tale ipotesi, il risarcimento, deve essere ragguagliato al "minor vantaggio o al maggiore aggravio economico" determinato dal contegno sleale di una delle parti, salvo la prova di ulteriori danni che risultino collegati a tale comportamento "da un rapporto rigorosamente consequenziale e diretto".

In altri termini, quindi, la stipulazione di un contratto valido ed efficace non costituisce un limite alla proposizione di un'azione risarcitoria fondata sulla violazione della regola posta dall'art. 1337 cod. civ. o di obblighi più specifici riconducibili a detta disposizione, a condizione tuttavia che il danno trovi il suo fondamento, non già nell'inadempimento di un'obbligazione derivante dal contratto, ma nella violazione di obblighi relativi alla condotta delle parti nel corso delle trattative e prima della conclusione del contratto medesimo.

(Altalex, 15 aprile 2009. Nota di Alberto Cuccuru)

_____________

1 Sulla responsabilità contrattuale e sulla indagine circa la sua natura giuridica l’elencazione dei relativi contributi diviene assai difficile; una sorta di primogenitura, per la dottrina italiana anteriore al codice vigente, spetta a Verga, Errore e responsabilità nei contratti, Padova, 1941; Segrè, in Rdcomm., 1925, II, 633; più recente, cfr. Benatti, La responsabilità precontrattuale, Milano, 1963; Sacco, Il contratto, 919; Visentini, La reticenza nella formazione dei contratti, Padova, 1972; Bianca, Il contratto, vol. 3, pag. 159; Cuffaro, voce responsabilità precontrattuale,Enc. Dir. XXXIX, 1265, Milano; G. Stella Richter, la responsabilità precontrattuale, Torino, 1997.

2 Secondo una parte della più antica giurisprudenza il rifiuto di proseguire le trattive è fonte di responsabilità, per mala fede e la scorrettezza che gli stanno alla base, quando sia manifestazione di una condotta maliziosamente preordinata (cfr. cass. 5 giugno 1952, n. 1599); ma già Cass. 30 marzo 1954, n. 982, Giur. Compl. Cass. Civ. 1954, IV, 215, con nota di Granata, affermava che il dovere di buona fede nelle trattative è violato anche se il comportamento tenuto sia oggettivamente contrastante con il dovere giuridico generale di correttezza imposto in tema di obbligazioni.

3 In questa sede non sembra il caso di evocare i termini del dibattito sorto intorno alla indagine sulla natura giuridica della responsabilità precontrattuale: mi limito a mentovare come una giurisprudenza risalente ritenva la natura extracontrattuale della responsabilità regolata dall’art. 1337 c.c. (Cass. 20 luglio 1943, n. 1892; 3 luglio 1964, n. 1738; 14 ottobre 1966, n. 2459; 28 gennaio 1972, n. 199) ; in dottrina, fra gli altri sostiene la natura contrattuale della responsabilità in argomento, Benfatti, op. cit.,; sostiene, invece, la natura extracontrattuale Patti, Il codice cvile. Commentario diretto da P. Schesinger, sub art. 1337, Milano, 1993.

4 Ovviamente, allorquando l’interruzione delle trattative contrattuali è fondata su giusta causa, non si ha violazione del principio della buona fede con conseguente responsabilità, in quanto in tal caso la parte che interrompe le trattative stesse non arreca alcun sacrificio al ragionevole affidamento che la controparte aveva fatto sulla conclusione del contratto, cfr. Cass. 26 giugno 1985, n. 399.

5 Del resto, che tale distinzione, sovente ribadita anche dalla dottrina, sia fortemente radicata nei principi del codice civile è difficilmente contestabile.

6 Prendendo spunto dalla sentenza della Cassazione (la n. 4473 del 12.07.1980), qualche autore, cfr. Patti, op. cit., 98, dopo aver osservato che i giudici di legittimità nella menzionata sentenza non si erano discostati da un’ipotesi di responsabilità precontrattuale nell’ambito delle trattative relative alla stipula di un contratto di rinnovazione, sosteneva come la norma in questione sanzionava tutti i comportamenti contrati alla buona fede, indipendentemente dal fatto che il contratto sia stato o meno stipulato, e in caso di conclusione, se esso sia o meno valido.

7 La Sentenza 19024/2005 è stata ulteriormente massimata e pubblicata in:
Ipsoa, Il Corriere Giuridico, 2006, 5, pg. 669, annotata da G. Genovesi
Ipsoa, Danno e Responsabilità, 2006, 1, pg. 25, annotata da V. Roppo - G. Afferni.

8 La Sentenza s.U. 26724/07 è stata ulteriormente massimata e pubblicata in:
Ipsoa, Il Corriere Giuridico, 2008, 2, pg. 223, annotata da V. Mariconda
Ipsoa, I Contratti, 2008, 3, pg. 229, annotata da V. Sangiovanni
Ipsoa, Le Società, 2008, 4, pg. 449, annotata da V. Scognamiglio
Ipsoa, Le Società, 2008, 5, pg. 571, annotata da V. Carbone
Ipsoa, I Contratti, 2008, 5, pg. 488.






Civile | Responsabilità civile

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 8 ottobre 2008, n. 24795

Massima e Testo Integrale



COLLABORA
Partecipa attivamente alla crescita del web giuridico: consulta le modalitˆ per collaborare ad Altalex . Inviaci segnalazioni, provvedimenti di interesse, decisioni, commenti, articoli, e suggerimenti: ogni prezioso contributo sarˆ esaminato dalla redazione.
NOTIZIE COLLEGATE
Responsabilità precontrattuale, danno, quantificazione, criteri, maggior danno (Cassazione civile , sez. III, sentenza 08.10.2008 n° 24795 )


Seminario online di aggiornamento professionale, accreditato 4 ore CNF

I seminari in materia di processo telematico, mirano a fornire all’Avvocato una preparazione di base in vista dell’imminente entrata a regime del Processo Civile telematico. L'intero percorso formativo &egr ...

avv. luca faggioli

esperto recupero crediti contro pubblica amministrazione e rivalse del datore di lavoro per recupero emolumenti corrisposti al dipendente assente per sinistro causato da terzi


Calcolo danno macrolesioni con le tabelle dei principali Tribunali italiani

Milano-Roma 2013
abbinamento accertamento tecnico preventivo affidamento condiviso Agenzia delle Entrate amministratore di condominio anatocismo appello appello incidentale arresti domiciliari assegno di mantenimento assegno divorzile atto di precetto autovelox avvocato bando di concorso carceri codice della strada codice deontologico forense codice penale codice procedura civile cognome collegato lavoro comodato compensi professionali concorso in magistratura concussione condominio contratto preliminare contributo unificato convivenza more uxorio danno biologico danno morale decreto decreto balduzzi decreto del fare decreto ingiuntivo decreto salva italia demansionamento difesa d'ufficio dipendenti non agricoli Equitalia esame esame avvocato esame di avvocato falso ideologico fermo amministrativo figli legittimi figli naturali figlio maggiorenne filtro in appello fondo patrimoniale Gazzetta Ufficiale geografia giudiziaria giudici ausiliari giudici di pace giustizia guida in stato di ebbrezza indennizzo diretto Inps insidia stradale interessi legali ipoteca legge di stabilità legge pinto lieve entità mansioni superiori mediazione civile mediazione obbligatoria milleproroghe ne bis in idem ordinanza-ingiunzione overruling parametri forensi parere civile parere penale pedone precetto processo civile telematico processo telematico procura alle liti provvigione pubblica amministrazione querela di falso responsabilità medica riassunzione ricorso per Cassazione riforma della giustizia riforma forense riforma fornero sentenza Franzese sequestro conservativo sfratti silenzio assenso soluzioni proposte sospensione della patente sospensione feriale spending review stalking tabella tabelle millesimali tariffe forensi tassi usurari tracce di esame tribunali usucapione usura