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Elemento soggettivo nel delitto di abbandono di minori
Cassazione penale , sez. V, sentenza 02.03.2009 n° 9276 (Simone Marani)
Per la configurabilità della situazione di abbandono di minore, è necessario che il medesimo si trovi in una situazione di pericolo, anche potenziale?


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Elemento soggettivo nel delitto di abbandono di minori

(Cass. pen., Sez. V, sentenza 2 marzo 2009, n. 9276)

di Simone Marani

(Fonte: Altalex Mese - Schede di Giurisprudenza 6/2009)

Il quesito:

  • Per la configurabilità della situazione di abbandono di minore, è necessario che il medesimo si trovi in una situazione di pericolo, anche potenziale?

Il caso

Tizietto, minore di anni sette di origine nomade, dopo aver sottratto, assieme ad altri coetanei, un telefonino dal banco di un’agenzia viaggi, veniva condotto presso l’ufficio minori della Questura.

Solo dopo tre ore era stato possibile rintracciare Tizio, padre del minore, il quale sosteneva di avere accompagnato il figlio a casa della nonna a causa della chiusura delle scuole per le vacanze.

Sapendo che Tizietto si trovava in compagnia di altri cuginetti, il padre si era limitato a raccomandargli di comportarsi bene e di non allontanarsi troppo dall’abitazione della nonna.

I giudici territoriali ritenevano sussistente la responsabilità penale di Tizio in ordine al reato di abbandono di persone minori o incapaci (art. 591 c.p.) per aver lasciato il figlio incustodito, per svariate ore della giornata, sulla pubblica via. L’affidamento alla nonna non era provato ed, anzi, smentito dalla testimonianza di irreperibilità della donna, anch’essa ricercata inutilmente per diverso tempo.

Avverso la pronuncia ricorre per Cassazione Tizio, denunciando violazione dell’art. 591 c.p. In primo luogo, secondo il ricorrente, la disposizione ricollega la responsabilità al pericolo per l’incolumità della persona, carattere non ricorrente nella specie e, secondariamente, necessita dell’incapacità del minore di provvedere alle proprie esigenze, all’interno di una situazione di pericolo per la propria integrità fisica, altro elemento, quest’ultimo, non ricorrente nella fattispecie, stante l’affidamento del bambino alla nonna paterna presso l’abitazione di quest’ultima, laddove si trovavano anche i cugini.

La normativa

Codice penale

Articolo 591 (Abbandono di persone minori o incapaci)

Chiunque abbandona una persona minore degli anni quattordici, ovvero una persona incapace, per malattia di mente o di corpo, per vecchiaia, o per altra causa, di provvedere a se stessa, e della quale abbia la custodia o debba avere cura, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni.

Alla stessa pena soggiace chi abbandona all'estero un cittadino italiano minore degli anni diciotto a lui affidato nel territorio dello Stato per ragioni di lavoro.

La pena è della reclusione da uno a sei anni se dal fatto deriva una lesione personale, ed è da tre a otto anni se ne deriva la morte.

Le pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore o dal coniuge, ovvero dall'adottante o dall'adottato.

Inquadramento della problematica

Il bene giuridico tutelato dalla norma in esame è costituito dalla vita e dall’incolumità individuale delle persone che, a causa dell’età o per qualsiasi altro motivo, siano incapaci di provvedere in maniera autonoma a loro stesse e che si ritrovino, di conseguenza, esposte a situazioni di pericolo.

Sebbene l’art. 591 c.p. parli genericamente di “chiunque”, il soggetto attivo deve trovarsi in una particolare relazione con la vittima, in termini di dovere di cura o di custodia. In tal modo il legislatore ha inteso circoscrivere l’ambito di applicazione della disposizione ai casi nei quali sia individuabile un soggetto titolare di una specifica posizione di garanzia.

L’abbandono, che possiede sempre una valenza omissiva, anche quando, in concreto, la condotta del soggetto agente si manifesta come azione, presuppone una violazione di un dovere di cura o di custodia, ovvero nella omissione di un’attività doverosa.

Ciò precisato, ci dobbiamo domandare se, il semplice fatto di aver lasciato in custodia il minore ad una persona incapace ad esercitare sul medesimo un’adeguata sorveglianza, anche a causa della sua particolare cultura nomade, possa integrare quella situazione di pericolo per il minore, idonea a configurare un “abbandono” penalmente rilevante.

La soluzione accolta dalla Suprema Corte

- Per “abbandono” si deve intendere la condotta diretta a lasciare una persona incapace o minore in completa balìa di se stessa (ovvero di terze persone che non siano in grado di provvedere ad essa), in modo che da tale situazione possa derivare un pericolo per la vita o per l’incolumità del soggetto passivo (i). Affinché vi sia l’abbandono non è sufficiente la mera separazione materiale dal minore o incapace, ma occorre che, come conseguenza di tale separazione, il soggetto si sia trovato in assenza di assistenza ed in una concreta situazione di pericolo, anche solo potenziale.

- Non si dovrà trattare necessariamente di un abbandono assoluto, ben potendo sussistere il delitto anche nel caso di abbandono solo momentaneo, sempre che da esso derivi quella situazione di pericolo che caratterizza il reato.

- Come ha specificato il giudice nomofilattico “L’evento di pericolo per la incolumità di un minore può essere escluso solo se, chi ha l’obbligo di custodia, vigila sui suoi comportamenti attuali o potenziali, ed ha cura dei suoi bisogni, in maniera da prevenire il pericolo secondo la sua capacità in rapporto al tempo e al luogo. La custodia implica, perciò, diverse modalità di esercizio ed è delegabile solo ad un affidatario maggiorenne e capace”.

- Tornando al caso di specie, appare del tutto evidente la necessità di rapportare la violazione del dovere di custodia alle particolari caratteristiche della cultura nomade nonché ai costumi che caratterizzano lo stile di vita di tali popolazioni. Come hanno affermato i giudici “L’esclusione del pericolo non è, invero, assicurata dalle abitudini della famiglia recepite dal minore, se l’ambiente esterno è governato da diversi costumi, la qual cosa rende il pericolo maggiormente complesso e difficile da evitare. In particolare, la cultura nomade non radica alcuna presunzione riconoscibile in una città europea, e la diversa opinione travisa del tutto il diritto alla sicurezza del minore che circola per le strade”.

- Per quanto attiene all’elemento soggettivo del delitto in commento, questo è costituito dal dolo generico, ovvero dalla coscienza e volontà di provvedere all’abbandono del soggetto incapace, accompagnato dalla consapevolezza di esporre a pericolo il medesimo a causa della situazione di abbandono (ii).

- Secondo un primo orientamento, nel caso in cui la possibilità del danno per la vittima non sia prevista, ovvero sia prevista soltanto astrattamente, ma vi sia, in capo all’agente, il sicuro convincimento che nessun danno potrà verificarsi, non sussistono gli estremi dell’abbandono punibile, dal momento che, in questa ipotesi, alla generica rappresentazione del rischio, insito nel comportamento, subentra la coscienza dell’inidoneità della condotta medesima, per le particolari circostanze, a sfociare in un danno per la persona; questo equivarrebbe, quindi, a mancanza di previsione (iii).

- Sul piano soggettivo del reato rileva esclusivamente la volontà dell’abbandono, che per sé implica coincidenza tra risultato voluto della propria condotta ed evento. Pertanto, il dolo non è escluso dal fatto che chi ha il dovere di custodia stimi il minore capace di badare a se stesso, per l’aiuto di coetanei legati a lui da vincolo di parentela.

- Per questi motivi, la Suprema Corte rigetta il ricorso.

______________

i G.Fiandaca – E. Musco, Diritto penale, Parte speciale, II, 1, Bologna, 2006, 68.

ii Appare evidente che se la volontà del soggetto attivo è diretta ad arrecare un danno alla persona il fatto fuoriesce dall’ambito di applicazione della fattispecie in esame, ben potendo essere ricompreso all’interno di altre ipotesi delittuose quali, ad esempio, omicidio (art. 575 c.p.) o lesioni volontarie (art. 587 c.p.). S. Marani, I delitti contro la persona, Padova, 2007, 200.

iii F. Cenderelli, voce Abbandono di persone minori o incapaci, in Dig. Disc. Pen., I, Torino, 1987,7.


Avv. Patrizia Tirelli

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