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Libero convincimento del giudice: ponderazione tra legalità, libertà ed arbitrio
Articolo 01.07.2009 (Luigi Giuseppe Papaleo)



Principio del libero convincimento del giudice: giusta ponderazione tra legalità, libertà ed arbitrio nell’applicazione della legge.

Cenni giurisprudenziali

di Luigi Giuseppe Papaleo

La tematica sul “libero convincimento del giudice” va per forza di cose correlata all’obbligo di motivazione di quei provvedimenti giurisdizionali cc.dd. a forma vincolata (sentenze e ordinanze).

Invero, l’obbligo di motivare la sentenza deriva direttamente dalla Costituzione ex-art. 111, c. 6 ed è confermato, altresì, dalla norma ex-art. 132 c.p.c. che vincola la forma della sentenza.

Per motivazione della sentenza, deve intendersi l’iter “logico-giuridico” seguito dal giudice per addivenire alla decisione finale e precisamente tale iter è definibile logicamente nei termini di un sillogismo: dove la “premessa maggiore” (definita come “giudizio di diritto”) è data dall’individuazione della norma giuridica da applicare al caso concreto; attività tipicamente giudiziale che si espleta attraverso l’interpretazione della disposizione normativa (qualsivoglia enunciato linguistico appartenente alle fonti del diritto) per giungere poi, alla norma giuridica (proposizione precettiva e/o esperienza di vita umana costitutiva di diritti ed obblighi, avente i connotati di generalità –rilevanza per tutti i consociati- ed astrattezza –innumerevole ripetibilità dei precetti).

La premessa minore (definita come “giudizio di fatto”) è data dalla cc.dd. “ricostruzione del fatto storico sostanziale”, operata dal giudice di merito, per mezzo della valutazione vincolata delle cc.dd. prove legali, attraverso l’esercizio di poteri istruttori d’ufficio –i quali, tipicamente previsti, rappresentano un contemperamento al principio dispositivo cui è informato il nostro processo civile- ed infine, attraverso il potere-dovere del libero convincimento del giudice nella valutazione delle cc.dd. prove libere allegate sempre dalle parti, nonché nella ricerca di argomenti di prova eventualmente tratti e/o ricavati dal contegno processuale delle parti, ed altresì, con il ricorso ai fatti notori e/o alle massime di comune esperienza; la “conclusione” del sillogismo segue poi, con la decisione.

Sostanzialmente la “premessa minore” del predetto sillogismo del giudice, si caratterizza dalla coesistenza di due “modus operandi” giudiziali tra loro in antitesi:

uno, fondato sul concetto stesso di “prova legale” il cui apprezzamento giudiziale è vincolato dai criteri di efficacia della prova predeterminati dalla legge;

l’altro fondato, invece, sul cc.dd. potere discrezionale del giudice nella scelta e nella valutazione degli elementi probatori.

Ai sensi del comma 2 della norma ex-art. 115 c.p.c. il giudice può porre a fondamento della decisione, senza bisogno di prova, le c.d. nozioni di fatto che rientrano nella comune esperienza.

Il disposto normativo in parola, si riferisce secondo comune opinione ai cc.dd. fatti notori e rappresenta la codificazione dell’antico broccardo “notoria non egent probatione”-

Controversa in giurisprudenza è la relazione tra il fatto notorio ed il principio dispositivo, poiché secondo un datato orientamento,il fatto notorio è un fatto di conoscenza dotato del valore della certezza tale da non richiedere alcuno specifico procedimento di verifica probatoria perché contiene in sé stesso una prova precostituita al processo (cfr. Cass. 28/01/1982, n. 560);

mentre, un più recente indirizzo lo configura come una deroga al principio dispositivo ed al contraddittorio perché introduce nel processo civile prove non fornite dalle parti e relative a fatti dalle stesse non vagliati né controllati (cfr. Cass. 05/4862), di qui l’esigenza di adottare una nozione rigorosa di fatto notorio che lo qualifichi cioè quale fatto acquisito con tale grado di certezza da apparire indubitabile ed incontestabile (Cass. 11609/2005).

Il fatto notorio viene usualmente definito come il fatto conosciuto da un uomo di media cultura in un dato tempo e luogo (C 04/19384) ovvero come il fatto rientrante nel patrimonio di cognizioni comuni e generali in possesso della collettività nel tempo e nel luogo della decisione (C 2003/26).

Non occorre che il giudice abbia conoscenza attuale del fatto notorio, essendo sufficiente che egli sia in grado di procurarsela con gli strumenti a disposizione di ogni persona di media cultura.

Dal fatto notorio, vanno concettualmente distinte le cc.dd. massime di comune esperienza consistenti in generalizzazione e/o regole e/o criteri tratti dal patrimonio di conoscenze dell’uomo medio, che possono essere utilizzate dal giudice per formulare inferenze nel giudizio di fatto che altrimenti rischierebbe di essere affidato all’arbitrio soggettivo del giudice.

Tornando, adesso al “fatto notorio” e considerato che questo, può fondare il convincimento del giudice ai fini della decisione e posto, altresì, che lo stesso, non deve essere necessariamente acquisito al processo attraverso un procedimento di verifica probatoria, ciò poiché corroborato da requisiti di scientificità e comune alla generalità dei soggetti appartenenti ad una società storicamente e territorialmente determinata, si può asserire che in sede di giudizio di legittimità la sussistenza del fatto notorio, può essere censurata soltanto al fine di dimostrare una inesatta nozione del fatto notorio stesso, mentre, è preclusa ogni censura in tema di inesistenza o insufficienza della motivazione della sentenza.

A tal’uopo infatti è risaputo che in sede di giudizio di legittimità, risulta precluso al giudice la ricostruzione del “fatto storico sostanziale” -adempimento questo riservato al giudice di merito, poiché è costui che ha il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere dal complesso delle risultanze del processo quelle ritenute più idonee a dimostrare l’esistenza e/o la veridicità dei fatti sottesi- e, quindi, l’unica forma di controllo di legittimità esercitatile sul cc.dd. “fatto storico sostanziale”, consegue all’eventuale censura sollevata dalle parti circa il vizio di omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ex-art. 360, c. 1, n. 5 c.p.c. ovvero il cc.dd. vizio logico della sentenza di merito.

La Cassazione, pertanto, per verificare se la sentenza impugnata è inficiata dal predetto vizio logico, deve ripercorrere i passaggi inferenziali condotti dal giudice di merito, in relazione ai fatti controversi che sono stati decisivi per il giudizio, e verificare se le valutazioni operate in relazione agli stessi rispondono ai criteri di razionalità, ovvero se le valutazioni operate dal giudice sulla scorta del suo prudente apprezzamento e/o sulla scorta del suo libero convincimento, concernenti l’apprezzamento delle prove libere (allegate dalla parti e/o acquisite al processo attraverso l’esercizio di poteri officiosi) appaiano sufficienti, esaustivi e coerenti in ordine ai nessi logici ivi adoperati (probabilità, necessarietà, possibilità, pertinenza, esattezza, ecc.).

Il potere discrezionale del giudice nella scelta e nella valutazione degli elementi probatori, fa si che il giudice non è tenuto ad analizzare e discutere, nella motivazione della sentenza, distintamente i singoli elementi di prova acquisiti al processo, però egli deve comunque tener conto, nella valutazione complessiva, di tutte le circostanze decisive risultanti dal complesso probatorio e mettere in rilievo quanto è necessario per chiarire e sorreggere adeguatamente la “ratio decidendi”.

In particolare, il giudice fermo restando il suo potere discrezionale non può esimersi dal valutare le risultanze di cui la parte deduca la decisività ai fini del giudizio, pena altrimenti l’illegittimità della sentenza per insufficienza della motivazione.

In tema di potere discrezionale incide il vincolo teleologico connesso all’essenza del processo ovvero al cc.dd. “accertamento giudiziale” definibile come l’enunciazione in concreto della volontà astratta di legge, che si atteggia in maniera differente a seconda del fine proprio dei rispettivi procedimenti giurisdizionali previsti nell’ordinamento: precisamente, la funzione giurisdizionale civile ha come fine quello della tutela dei diritti;

nella sede penale, invece, si persegue l’accertamento della verità al fine di reprimere quei comportamenti antigiuridici, ed infine nella sede della giustizia amministrativa, si opera un controllo sulla legittimità dell’operato dell’azione amministrativa, garantendo in via residuale una tutela di situazioni giuridiche soggettive riconosciute in via mediata ed indiretta (cc.dd. interessi legittimi).

Concludendo pertanto, si può affermare che nell’ambito dello Stato/Ordinamento basato sull’assetto costituzionale della tripartizione dei Poteri, il “principio del libero convincimento” assicura la libertà dell’accertamento giudiziale nell’esprimere in concreto la volontà astratta di legge a garanzia quindi dell’autonomia ed indipendenza del giudice, mentre, l’imposizione dell’obbligo di motivazione consente quel controllo di legalità sul sistema processuale, immunizzandolo da forme patologiche di arbitrarietà nell’applicazione della legge.


Avvocato Angelo Cocozza

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