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Appello civile, istanze istruttorie proposte in primo grado, mancato accoglimento
Corte d'Appello Roma, sez. I, sentenza 13.07.2009

Nel giudizio di appello la parte non può riproporre istanze istruttorie espressamente o implicitamente disattese dal giudice di primo grado, senza espressamente censurare - con motivo di gravame - le ragioni per le quali la sua istanza è stata respinta, ovvero dolersi della omessa pronuncia al riguardo. (1)

(1) Sul tema delle istanze istruttorie aggiuntive e legittimo rifiuto del giudice, si veda Cassazione civile, sez. lavoro, sentenza 18.02.2009 n° 3895.

(Fonte: Altalex Massimario 33/2009)






Corte d’Appello di Roma

Sezione I

Sentenza 13 luglio 2009

Svolgimento del processo

Con citazione notificata il 24 gennaio 2002 Ar.Ca., medico chirurgo con specializzazione in pediatria e professore associato presso l'Università degli Studi La., ha convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Roma i signori Pa.Be., Ba.Be.Bu. e Ma.Be.Bu., quali eredi della defunta Lu.Bu., nonché An.Di., Mo.Ba., Gi.Ar., Pa.Lu., Jo.O.Wa. e Do.Ga. chiedendone la condanna in solido al risarcimento dei danni derivati dalle false dichiarazioni rese dalle convenute Ar., Lu., Ga. e Ba., nonché dalia professoressa Lu.Bu. in una lettera del 12 gennaio 1998, inviata al direttore di una rivista medica, nella quale le predette avevano affermato che uno studio pubblicato nel numero di marzo - aprile 1997 sulla detta rivista su iniziativa di esso attore non era il frutto di una ricerca compiuta all'interno del servizio di allergologia ed immunologia pediatrica e che allo stesso non avevano partecipato te dottoresse che figuravano come coautrici della pubblicazione; l'attore ha aggiunto che copia della lettera era stata trasmessa anche al Direttore dell'istituto, al Preside della facoltà di medicina ed al Rettore dell'università; ha inoltre dedotto che un successivo studio non era stato pubblicato da altra rivista perché i due asseriti coautori, dottori Di. e Ga., ne avevano ingiustificatamente negato la paternità ed il direttore della rivista, prof. Wa. aveva trasmesso al direttore dell'istituto una nota in cui comunicava la vicenda ed adombrava il sospetto che lo studio non fosse opera di esso attore; ha quindi lamentato che l'illecita condotta dei predetti aveva dato luogo ad un clima di generale ostilità ed isolamento in ambito universitario e scientifico, oltre che alla costituzione di una commissione incaricata di verificare la vicenda, e successivamente, ad un procedimento svoltosi dinanzi ad un giurì d'onore, con gravi ripercussioni sulla sua carriera e con conseguenze pregiudizievoli sulla sua salute e sul normale svolgimento della vita professionale e di relazione.

Gli eredi della professoressa Bu., nel costituirsi nel processo, hanno contestato la fondatezza della domanda, rilevandosi, in particolare, da parte del coniuge, signor Pa.Be., la propria carenza di legittimazione passiva per aver rinunciato all'eredità delta moglie. Anche gli altri convenuti hanno ribadito i contenuti degli scritti loro addebitati, sottolineando di non aver partecipato alle attività sperimentali di cui si dava conto negli articoli in questione. Le convenute Ar. e Lu. hanno altresì proposto domanda riconvenzionale diretta al risarcimento dei danni dei danni conseguenti alla lesione del proprio onore derivante dal coinvolgimento nel giudizio.

La causa, dopo la rinuncia alla domanda nei confronti del convenuto Wa. al quale non era stato notificato l'atto di citazione, è stata istruita con la produzione di documenti ed è stata quindi definita con la sentenza n. 19482/2005 in date 13 giugno - 15 settembre 2005, con la quale il tribunale adito ha dichiarato il difetto di legittimazione passiva di Be.Pa.; ha quindi rigettato le domande proposte in via principale e riconvenzionale condannando l'attore alla rifusione delle spese del giudizio.

Nella motivazione della pronuncia, il tribunale ha, in particolare, rilevato che dalle relazioni svolte dalle commissioni istituite per valutare la vicenda emergeva la sostanziale veridicità di quanto esposto dai colleghi dell'attore.

Con citazione notificata il 14 dicembre 2005 l'attore ha impugnato la predetta sentenza, deducendo, a motivi del gravame, l'erroneità delle valutazioni espresse dal primo giudice con riguardo al soggetto destinatario delle comunicazioni effettuate dai convenuti e dalla dante causa degli eredi Be.Bu., nonché in ordine all'asserita veridicità del contenuto degli stessi; l'appellante ha in particolare evidenziato che il tribunale aveva fondato la propria decisione su alcune considerazioni esposte nelle relazioni redatte dalle commissioni interne, omettendo di attribuire adeguato rilievo alle conclusioni del giurì d'onore; ha inoltre riproposto le istanze istruttorie formulate in primo grado.

Gli appellati, nel costituirsi nel presente giudizio, hanno contestato la fondatezza delle argomentazioni esposte a fondamento dell'impugnazione chiedendone il rigetto.

La causa è stata quindi trattenuta in decisione all'udienza collegiate del 17 febbraio 2009, sulle conclusioni sopra trascritte e con l'assegnazione dei termini di legge per il deposito degli scritti difensivi conclusionali, fino al 18 aprile ed all'8 maggio 2009.

Motivi della decisione

In primo luogo devono essere disattese le contestazioni formulate dalla difesa dell'appellata Ga. in ordine al difetto di valida procura legittimante la proposizione dell'impugnazione. Infatti, l'esame dell'originale dell'atto di citazione in primo grado evidenzia l'avvenuto conferimento ai procuratore dell'attore, avv. Be. (poi sostituita solo dopo la proposizione del gravame), di poteri di rappresentanza estesi ad ogni fase e grado del giudizio.

Riguardo al merito dell'impugnazione, appare corretto rilevare preliminarmente che parte attrice, nella memoria ex art. 184 c.p.c., si è limitata a reiterare la richiesta di ammissione di prove orali, per interpello e per testi, articolate nell'atto di citazione, sui 22 paragrafi in cui si articola l'esposizione dei fatti, con l'aggiunta di quattro ulteriori capitoli di prova testimoniale specificamente inerenti il comportamento tenuto dalla dottoressa Bu. a ridosso e successivamente ai fatti all'origine della controversia. Per quanto attiene alla richiesta di prova testimoniale appare assorbente la considerazione che parte attrice non ha mai indicato i testi né nell'atto di citazione, né nella memoria ex art. 184 c.p.c., né nelle note di replica depositate fuori termine (e neppure nell'atto di appello); infatti, "nel processo civile disciplinato dalla legge n. 353 del 1990, che ha abrogato gli ultimi due commi dell'art. 244 cod. proc. civ., il termine assegnato dal giudice istruttore ai sensi del primo comma dell'art. 184 cod. proc. civ. per deduzioni istruttorie concernenti la prova testimoniale riguarda non solo la formulazione dei capitoli, ma anche l'indicazione dei testi; pertanto, una volta che il giudice abbia provveduto sulle richieste avanzate dalie parti non è più possibile effettuare tale indicazione od integrare la lista testi" (Cass. 16 giugno 2005, n. 12959). Relativamente alla deduzione di interrogatorio formale ribadita genericamente nell'atto di appello, si deve evidenziare che i capitoli articolati dall'attore in citazione risultano finalizzati alla ricostruzione dei fatti - che per appare per lo più incontestata - od alla esposizione delle tesi dell'attore sui comportamenti addebitati ai convenuti, oltre che sull'interpretazione delle conclusioni alle quali erano pervenuti gli organismi incaricati di esprimersi con riguardo alla vicenda; non si vede quindi quale rilevanza possa assumere ai fini della decisione l'espletamento dei predetti interrogatori formali. In ogni caso, va sottolineato che "nel giudizio di appello la parte ... non può riproporre istanze istruttorie espressamente o implicitamente disattese dal giudice di primo grado, senza espressamente censurare - con motivo di gravame - le ragioni per le quali la sua istanza è stata respinta, ovvero dolersi della omessa pronuncia al riguardo" (Cass. 26 gennaio 2006, n. 1691). Nella specie, le doglianze di parte appellante sul punto risultano del tutto generiche ed apodittiche, risolvendosi nella sostanziale riproposizione di tutte le istanze istruttorie precedentemente formulate (anche nelle parti che riguardano il convenuto Wa., neppure citato in appello), senza alcuna specificazione dei motivi che potrebbero indurre ad una diversa valutazione della questione, ove le prove venissero ammesse ed espletate.

Ciò premesso, ritiene la Corte che debbano essere condivise le conclusioni esposte nella sentenza impugnata in ordine alla sostanziale veridicità dei rilievi formulati dai convenuti e dalla dante causa degli eredi della prof. Bu. in ordine alle modalità di svolgimento dei lavori scientifici che l'attore ha inteso o intendeva pubblicare; sul punto la relazione della Commissione referente nominata dal Direttore di Istituto appare estremamente chiara, come sottolineato nella pronuncia di primo grado; e, contrariamente a quanto sostenuto dall'appellante, non si ravvisano reali motivi per disattendere le considerazioni ivi esposte; anche la relazione del cosiddetto Giurì d'onore nominato dalla Facoltà, pur non prendendo specificamente posizione sulla questione della partecipazione dei convenuti alla ricerca e sul fatto che la stessa fosse stata svolta nell'ambito dell'istituto, in realtà evidenzia numerosi e rilevanti "elementi oggettivi di censura", connessi alla mancanza della firma del medico esaminatore, a differenze di durata nell'osservazione rispetto a quanto asserito nel lavoro scientifico, all'inosservanza del protocollo clinico, all'apposizione di alcune firme in epoca posteriore alle visite, alla falsificazione di altre firme, mediante cancellazione delle precedenti; e, difatti, i professori Ca. e Ma. nel riferire al Preside della facoltà gli esiti delle due relazioni si esprimono nel senso di ritenere "che il Prof. A.Ca. ... non abbia rispettato la metodologia di studio enunciata nel lavoro ... cosicché il lavoro stesso, nel suo insieme, non appare corredato di tutti gli elementi proposti", aggiungendo che "appare censurabile che siano stati inclusi tra gli AA. Specializzandi e Medici frequentatori dell'Istituto che, messi al corrente della pubblicazione, hanno negato di avervi partecipato", mostrando di considerare veridiche le posizioni assunte da questi ultimi; e, d'altro canto, neppure l'attore spiega i motivi che potrebbero aver indotto tutti i convenuti ad assumere un atteggiamento così anomalo, avanzando rilievi e dubbi sull'attività di esso attore ed a prendere le distanze da pubblicazioni dalle quali, in linea astratta, avrebbero potuto ricavare solo vantaggi e riconoscimenti professionali, senza che nessuno dei presunti collaboratori abbia ritenuto di confermare la prospettazione di esso attore. In sostanza, esistono fondati elementi per ritenere che i convenuti, nel dissociarsi presso la rivista medica ed in ambito universitario dalle pubblicazioni derivanti dalle iniziative dell'attore, abbiano correttamente esercitato un proprio diritto e salvaguardato un proprio interesse rispetto ad attività che riflettevano, quanto - meno, un'evidente disinvoltura nella redazione degli studi e nella presentazione a terzi delle pubblicazioni.

L'appello proposto nell'interesse dell'attore non può quindi trovare accoglimento. In relazione al criterio della soccombenza le spese del presente grado del giudizio devono essere poste a carico di parte appellante e liquidate negli ammontari indicati in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte,

definitivamente pronunciando,

rigetta l'appello proposto da Ar.Ca., nei confronti dei signori Pa.Be., Ba.Be.Bu. e Ma.Be.Bu., quali eredi della defunta Lu.Bu., nonché di An.Di., Mo.Ba., Gi.Ar., Pa.Lu. e Do.Ga. ed avverso la sentenza del Tribunale di Roma n. 19482/2005 in data 15 settembre 2005;

condanna l'appellante alla rifusione delle spese del grado che liquida in favore di ciascuno degli appellati An.Di., Mo.Ba. e Do.Ga., nella somma di Euro 5.620,00, di cui 1.120,00 per diritti e 4.500,00 per onorari, e in favore di Gi.Ar. e Pa.Lu. nell'importo globale di Euro 6.120,00, di cui 1.120,00 per diritti e 5.000,00 per onorari, e in favore dei signori Be. nel complessivo ammontare di Euro 6.620,00, di cui 1.120,00 per diritti e 5.500,00 per onorari (oltre rimborso spese generali ed altre competenze di legge).

Così deciso in Roma il 15 giugno 2009.

Depositata in Cancelleria il 13 luglio 2009.


Avv. Susanna Magrini

Attività giudiziale e stragiudiziale in diritto civile, esecuzioni mobiliari e immobiliari, infortunistica. Disponibile per domiciliazioni in Lodi, Codogno (Tribunale e Giudice di Pace).


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