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Appello in ritardo per ignoranza del difensore: sì alla remissione in termini
Cassazione penale , sez. VI, sentenza 10.09.2009 n° 35149 (Adolfo Liarò)

Deve ritenersi integrante il caso fortuito o forza maggiore l’ipotesi in cui il comportamento omissivo del difensore di fiducia, non attivatosi contrariamente alle aspettative dell’imputato per proporre impugnazione, sia dovuto ad una situazione di imprevedibile ignoranza della legge processuale penale, ne deriva la legittimità ed il conseguente accoglimento della richiesta di restituzione in termini per la presentazione dei motivi di appello ex art. 175 c.p.p..

Questo è quanto statuito dalla sesta sezione della Suprema Corte, la quale è stata chiamata a pronunciarsi sulla possibilità di rimessione in termini, onde consentire la proposizione di motivi di appello ex art. 175 c.p.p., nel caso in cui la mancata impugnazione non sia imputabile al soggetto condannato in primo grado ma ascrivibile all’ ignoranza della legge processuale del difensore.

Nel caso di specie l’imputato in primo grado era stato condannato per maltrattamenti e lesioni personali ma, ritenendo ingiusta la pronuncia di primo grado, rappresentava al difensore la volontà di proporre appello avverso la sentenza di condanna con due distinte dichiarazioni (documentate negli atti con cui veniva proposto il gravame nei confronti della corte d’appello) sostenendo che il giudizio di prime cure si sarebbe svolto in sua assenza.

I motivi di appello non venivano mai presentati per mancata attivazione del difensore, il quale sosteneva la non decorrenza dei termini di impugnazione sino a quando non fosse stato notificato l’avviso di deposito della sentenza.

Il gravame veniva ugualmente in seguito proposto e respinto nonostante fosse stata richiesta la rimessione in termini in quanto causa non imputabile al soggetto condannato ma al difensore. La Corte d’appello respingeva il gravame per carenza di prova.

L’esame della problematica prende piede, in via preliminare, con la messa in evidenza dell’errore in cui incorreva l’avvocato con la propria tesi riguardo la decorrenza dei termini di impugnazione, chiarendo, attraverso la lettura del combinato disposto degli artt. 544 comma II, 548 comma II e 585 comma II lett. C) c.p.p., che “se la sentenza viene depositata nei termini di legge, il termine d’impugnazione decorre dal quindicesimo giorno dalla data della pronuncia, senza necessità di alcuna formalità di avviso di deposito”.

Per quanto asserito i Cassazionisti, nella fattispecie, dichiarano che “la mancata proposizione dell’atto di appello non sarebbe stata l’effetto di incuria o negligenza professionale, che potendo di norma essere prevedibile, ricade processualmente sulla parte assistita ( fra le altre proprio in tema di restituzione nel termine: Cass. Civ, sez. UU., 11 aprile 2006, De Pascalis; Cass. Civ. sez. III, 27 marzo 1969, Jagata; Cass, Civ. sez. I 10 giugno 1968, Iaia; Cass. Civ. sez. V, 29 gennaio 1968, Malbotta); ma, sempre in tesi, di una marchiana ignoranza di basilari regole in tema di decorrenza dei termini di impugnazione, che qualsiasi abilitato alla professione legale, esercitante nel settore penale, deve conoscere”.

Difatti, rilevano gli ermellini, che “se è vero che incombe all’imputato l’onere di scegliere un difensore professionalmente valido e di vigilare sull’esatta osservanza dell’incarico conferito (Cass. Civ, sez. II , 11 novembre 2003, Sulli; Cass. Civ, sez. I 24 aprile 200, Bekhit; Cass. Civ, sez. V, 1 febbraio 2000, Battili), non può pretendersi che egli, nell’effettuare la scelta del difensore, verifichi previamente (senza peraltro possederle relative cognizioni culturali) la sua padronanza di ordinarie regole di diritto che dovrebbero costituire il bagaglio tecnico di qualsiasi soggetto legittimato alla professione forense attraverso il superamento dell’esame di Stato”.

Ciò porta ad affermare che “l’imputato in questi casi potrebbe non avere avuto alcuna possibilità di prevedere una simile radicale ignoranza della legge processuale penale da parte del professionista che aveva accettato il suo patrocinio e al quale egli aveva (reiteratamente) demandato la proposizione dell’atto di appello.

Conseguenza di quanto asserito è che deve disattendersi “quella parte della giurisprudenza secondo cui il mancato o inesatto adempimento da parte del difensore di fiducia dell’incarico di proporre impugnazione ‘a qualsiasi causa ascrivibile’, non è idoneo a realizzare l’ipotesi di caso fortuito o forza maggiore che legittimano la restituzione del termine.

Ed abbracciare invece quell’orientamento che porta inserirlo nel caso fortuito o di forza maggiore.

Difatti la Corte di Cassazione avalla quest’orientamento affermando che “la situazione rappresentata potrebbe così corrispondere alla ipotesi di caso fortuito, che, secondo la giurisprudenza, è integrata appunto da un dato della realtà imprevedibile che soverchia ogni possibilità di resistenza e di contrato (per tutte Cass. Civ, sez. UU., ric. De Pascalis cit.; nonché Corte Cost., sent. n. 101/1993)”

Risolto il quesito attinente alla configurabilità o meno del caso di specie nell’ipotesi di caso fortuito o forza maggione, la Corte veicola l’esame sul concreto comportamento che i giudici di secondo grado avrebbero dovuto tenere riguardo alla fattispecie de quo, facendo riferimento alla Giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo ricordando che “secondo la giurisprudenza CEDU, il giudice nazionale ha il dovere di restaurare i diritti processuali fondamentali dell’imputato quando le carenze difensive siano manifeste e siano segnalate alla sua attenzione ( v. sentenze 09.04.1984, Goddi c. Italia; 24.11.1983, Imbroscia c. Svizzera; 27.04.2006, Sannino c. Italia; 18.01.2007, Hany c. Italia) e, qualora ci si dovesse trovare in ipotesi di tale genere “al giudice nazionale è fatto obbligo di applicare e interpretare la norma interna in modo conforme alla CEDU, alla luce della giurisprudenza della Corte europea”.

Il che significa che, nell’ipotesi di specie, la Corte d’appello, avrebbe dovuto verificare la veridicità delle circostanze asserite dell’imputato “nell’ambito dei poteri di cognizione connessi alla procedura di restituzione nel termine e, se sussistenti, integrano un caso di mancata assistenza difensiva”.

Invece così non è stato in quanto la Corte d’appello “senza prendere posizioni circa la configurabilità di caso fortuito o di forza maggiore, osservava che a fronte della prospettazione di una situazione di caso fortuito o di forza maggiore, la difesa dell’imputato non è stata in grado di indicare alcuna prova”.

Alla luce dei sensi delle suesposte argomentazioni, dall’iter logico - argomentativo espletato dalla corte “deve ritenersi integrante il caso fortuito o forza maggiore l’ipotesi in cui il comportamento omissivo del difensore di fiducia, non attivatosi contrariamente alle aspettative dell’imputato per proporre impugnazione, sia dovuto ad una situazione di imprevedibile ignoranza della legge processuale penale, ne deriva la legittimità ed il conseguente accoglimento della richiesta di restituzione in termini per la presentazione dei motivi di appello ex art. 175 c.p.p”.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte di Appello.

(Altalex, 5 ottobre 2009. Nota di Adolfo Liarò)






SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE VI PENALE

Sentenza 26 giugno - 10 settembre 2009, n. 35149

Massima e Testo Integrale


Avv. Alberto Lombardo

Disponibile per domiciliazioni presso la Corte d'Appello e il Tribunale di Genova e gli Uffici del Giudice di Pace di Genova e Chiavari (civile - commerciale). Tel. 0185/325207, Fax 0185/301607.


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