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La separazione dei coniugi con addebito
Articolo 19.01.2010 (Luigi Modaffari)






La separazione dei coniugi con addebito

di Luigi Modaffari

Sommario: La normativa di riferimento - I fatti costitutivi dell'addebito - Gli effetti della pronuncia di addebito - Questioni processuali.

La normativa di riferimento

Il secondo comma dell’art. 151 c.c. prevede che il giudice, pronunciando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi essa sia addebitabile in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri derivanti dal matrimonio.

La differenza tra l'istituto de quo e la disciplina precedente alla riforma del diritto di famiglia del 1975, che prevedeva l’allora famoso istituto della “separazione per colpa”, si ravvisa principalmente nella circostanza per cui ante riforma la separazione giudiziale poteva essere richiesta solo in presenza di tassative previsioni di comportamenti contrari ai doveri matrimoniali. Invece, nella disciplina vigente il presupposto della separazione è l'intollerabiltà della convivenza, mentre la dichiarazione di addebito è meramente eventuale, e può essere pronunciata solo ed esclusivamente a seguito di espressa e specifica domanda e solo qualora "ne ricorrano le circostanze".

La pronuncia de qua presuppone una valutazione discrezionale ad opera del giudice, con riferimento alla violazione dei doveri matrimoniali da parte di uno o di entrambi i coniugi. Tale valutazione deve comprendere e basarsi sul complessivo comportamento dei coniugi nello svolgimento del rapporto coniugale.

Inoltre, l'esame delle singole violazioni deve essere fatta nel contesto del comportamento globale di entrambi i coniugi: il contegno tenuto da un coniuge non può mai essere giudicato senza valutarlo comparativamente con quello tenuto dall'altro coniuge, al fine di valutare o verificare se l'uno non possa trovare piena giustificazione nelle provocazioni insite nell'altro.

D'altro canto, la condotta oggettivamente riprovevole di un coniuge non può dirsi giustificata dalla provocazione dell'altro quando si traduca nella violazione di regole imperative di condotta e di norme morali di particolare rilevanza sociale, tali da non essere suscettibili di deroghe o eccezioni. Nelle suddette gravissime ipotesi, l'eventuale tolleranza di un coniuge, rispetto alla violazione dei doveri matrimoniali da parte dell'altro coniuge, non esclude comunque l'addebitabilità della separazione, salvo il caso per cui non sia già venuta meno da tempo l'affectio coniugalis.

La pronuncia di addebito postula in ogni caso:

1) la violazione, da parte di uno dei coniugi, di uno dei fondamentali e più rilevanti obblighi o doveri nascenti dal matrimonio;

2) l'accertamento che il comportamento contrario ai doveri coniugali abbia causato l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza (cosiddetto “accertamento del nesso eziologico”) e si sia determinato nel perdurare della convivenza. Quindi, in genere non si può addebitare la separazione sulla base di comportamenti successivi alla cessazione della convivenza. Tuttavia, possono essere considerati rilevanti i fatti eventualmente accaduti dopo il provvedimento del presidente del Tribunale che autorizza i coniugi a vivere separatamente, nello specifico caso in cui posseggano autonomo e concreto rilievo causale in ordine alla produzione dell'effetto dell'improseguibilità della convivenza e dell'addebito (Cass. Civ. Sent. 6621 del 14.7.1994).

3) La riferibilità dell'atto contrario ai bona matrimonii al comportamento volontario e cosciente di uno dei due coniugi, ovvero a persona capace di intendere e di volere. Ne consegue la non addebitabilità della separazione al coniuge che abbia posto in essere comportamenti contrari ai doveri coniugali a causa di uno stato di malattia mentale.

I fatti costitutivi dell'addebito

I comportamenti sanzionabili con la pronuncia de qua sono più numerosi dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, in quanto le condotte illecite possono colpire una delle situazioni giuridiche garantite pariteticamente ai coniugi dalle norme del regime primario (articoli 143, 144 e 147 c.c.) (cd: “doveri nominati”), nonché una delle situazioni giuridiche garantite dalla Costituzione e dall'ordinamento nel suo insieme alla persona umana in quanto tale (cd: “doveri innominati”).

a) Violazioni di diritti costituzionali e di diritti della personalità del coniuge

Dal principio costituzionale dell'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi (art. 29 Cost.) deriva la sanzionabilità con l'addebito dei comportamenti di un coniuge che ostacoli l'altro coniuge nello svolgimento della sua personalità e nell'esercizio dei diritti costituzionalmente garantiti. Tali condotte illecite sono ascrivibili alla violazione del dovere di collaborazione e di assistenza morale.

Un applicazione di tale principio vi è stata soprattutto in relazione al diritto di libertà religiosa (art. 19 Cost.). Infatti, è stato sottolineato, innanzitutto, il pieno diritto di ciascuno di mutare la propria fede nel pieno rispetto dei doveri familiari. Poi, è stata pronunciata l'addebitabilità della separazione al coniuge che abbia imposto all'altro coniuge o ai figli i dettami della propria religione in modo indebito e oppressivo, oppure nel caso in cui abbia manifestato intolleranza nei confronti delle convinzioni religiose dell'altro. Infine, i principi relativi alla libertà religiosa sono ascrivibili anche con riferimento all'esercizio delle altre libertà costituzionalmente garantite (circolazione, lavoro, manifestazione del pensiero, informazione, corrispondenza).

b) Violazione dell'obbligo di fedeltà

A seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975 si è ampliata di molto la sfera dei comportamenti "infedeli", poichè la fedeltà viene considerata un impegno ed un dovere che presuppone la comunione materiale e spirituale dei coniugi. Pertanto, sono sanzionabili con l'addebito tutti quei comportamenti, sessuali e non, che comportino una lesione del reciproco dovere di devozione dei coniugi. La valutazione di tali comportamenti non è tuttavia automatica, ma è rimessa all'apprezzamento del giudice, il quale può addebitare la separazione al coniuge infedele solo "ove ne ricorrano le circostanze", intendendo con ciò porre in essere una piena e completa valutazione in merito all'incidenza di tale condotta sulla intollerabilità della prosecuzione della convivenza. Alla luce di ciò, per esempio, si ritiene comunemente che un singolo episodio di adulterio non rilevi di per sé ai fini dell'addebito.

Alla luce di quanto detto, pertanto si potrà avere violazione del suddetto dovere e addebito della separazione anche in assenza di relazioni sessuali extraconiugali, essendo sufficiente o l'esternazione di comportamenti tali da ledere la sensibilità e la dignità del coniuge o nel caso di "infedeltà apparente" o nel caso di "relazione platonica" o anche, infine, nel caso di "tentativo di tradimento”.

Ciò detto, l'adulterio di per sé non può giustificare, da solo, la pronuncia di addebito perchè occorre una valutazione globale dei comportamenti reciproci dei coniugi. Infatti, il giudice deve valutare in che misura la violazione abbia inciso sulla vita familiare, tenendo conto delle modalità e della frequenza dei fatti, del tipo di ambiente in cui sono accaduti e della sensibilità morale dei soggetti interessati. Quindi, in base a tutte le suddette circostanze, per assurdo che possa sembrare, neppure una stabile relazione extra-coniugale giustifica l'addebito, se non sia accertata l'esistenza del nesso causale fra tradimento e crisi coniugale. Infine, è stata considerata causa di addebito il tacere, da parte del marito, prima delle nozze alla moglie di un'anomalia fisica tale da renderlo sicuramente incapace alla procreazione, pur se non del tutto incapace ai rapporti sessuali.

c) Violazione dell'obbligo di coabitazione.

Nella disciplina introdotta dalla riforma del 1975 la fissazione della residenza deve avvenire per accordo dei coniugi (art. 144 c.c.). La violazione dell'obbligo di coabitazione, oltre alle conseguenze previste dalla norma che sanziona l'allontanamento dalla residenza familiare (art. 146 c.c. e art. 570 I comma c.p.), può comportare l'addebito a carico del coniuge che non collabori per raggiungere l'accordo o non rispetti l'accordo conseguito sulla residenza familiare, o comunque si allontani dalla residenza comune senza una valida ragione oggettiva.

- Tuttavia, c'è innanzitutto da chiarire che il semplice abbandono del domicilio domestico non integra di per sé il reato di cui all'art. 570 c. p., poiché occorre anche la conseguente e necessaria inosservanza degli obblighi di assistenza morale e materiale, che rappresenta l'evento del reato. Infatti, la sopra descritta condotta integra gli estremi di reato penale nel solo caso in cui l'allontanamento cagioni l'inadempimento cosciente e volontario degli obblighi di assistenza coniugale, il cui contenuto non si esaurisce in esigenze di carattere materiale ed economico, ma tocca altresì la sfera degli interessi morali e di solidarietà, che stanno alla base del rapporto di convivenza coniugale.

- D'altro canto, il comportamento in esame potrebbe essere ritenuto lecito nel caso in cui esistano ragioni di carattere interpersonale o di natura economica che non consentano la prosecuzione della vita in comune e impongano o consiglino una diversità di residenza dei coniugi. In tale ipotesi, l'allontanamento di uno dei coniugi dalla casa comune si presenta evidentemente come del tutto legittimo.

- Poi, ed è l'ipotesi più ricorrente, l'abbandono della casa coniugale è giustificato quando segua la proposizione della domanda di separazione o di annullamento o di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio. Tali ipotesi sono infatti considerate dall'art. 146 c.c. come giusta causa di allontanamento dalla residenza familiare.

Nella sopra descritta eventualità, quindi l'allontanamento non è né può essere idoneo ad integrare la fattispecie criminosa di cui all'art. 570 c.p..

- Infine, non costituisce un illecito l'allontanamento che avvenga sull'accordo comune dei coniugi.

d) Violazione dell'obbligo di assistenza e di collaborazione.

Comportano l’addebitabilità della separazione non soltanto quei comportamenti che rientravano nell’ambito degli illeciti penali quali "sevizie", "minacce" e "ingiurie gravi", ma anche tutti gli atteggiamenti che comportino offesa della personalità del coniuge, imposizioni, mancanza di lealtà, mancato rispetto del riserbo sulle vicende coniugali e personali, intolleranza ecc....

A titolo di esempio, costituiscono causa di addebito: l'impedimento all'esercizio dei rapporti di un coniuge con la propria famiglia di origine, l'atteggiamento fortemente autoritario e impositivo di un coniuge, il rifiuto ingiustificato di assistere il coniuge quando questi versi in stato di bisogno, l'ingiustificato rifiuto o intolleranza ad avere rapporti sessuali, le aggressioni all'integrità fisica, morale e sociale dell'altro coniuge, le stesse condotte poste in essere in capo ai figli e infine i comportamenti riconducibili al concetto di "mobbing" familiare.

e) Violazione dell'obbligo di contribuzione

La violazione di tale dovere può dare luogo ad addebito, specialmente quando sia totale, vessatorio o si manifesti con un comportamento volontario atto a porre il coniuge in condizione di non potervi ottemperare. Tuttavia, non integra causa di addebito il comportamento di un coniuge che, sebbene contribuisca ai bisogni familiari, abbia, all'insaputa dell'altro coniuge, acquistato un immobile o mantenuto il regime di separazione dei beni. Lo stesso dicasi nel caso in cui vi sia l'inottemperanza, da parte del padre, all'obbligo de quo con riguardo al figlio minore prelevata dalla madre al momento della separazione di fatto. Tale condotta non è di per sé rilevante ai fini della pronuncia della separazione con addebito, poiché è, a tal fine, necessario che il comportamento omissivo del marito sia accompagnato da un preordinato intento vessatorio nei confronti della moglie, tanto più che l'avere portato con sé il figlio lascia presumere la possibilità di mantenerlo.

Gli effetti della pronuncia di addebito

Il coniuge al quale la separazione è stata addebitata 1) non ha diritto ad alcun assegno di mantenimento (art. 156, I comma c.c.), ma ha solo il diritto agli alimenti, qualora ne sussistano i presupposti (art. 156, III comma, c.c. e art. 433 ss. c.c.). Inoltre, 2) il medesimo coniuge non ha diritti successori nei confronti dell'altro coniuge, ma può avere diritto solo ad un assegno vitalizio a carico dell'eredità, se al momento dell'apertura della successione godeva degli alimenti legali a carico dell'altro coniuge (art. 548 c.c. e art. 585, II comma, c.c.).

Riguardo alla dibattuta questione se la pronuncia di addebito sia fonte o meno di responsabilità aquiliana, la giurisprudenza recente ha ammesso il principio della astratta e ipotetica risarcibilità dei danni per violazione dei doveri matrimoniali (Cass. civ. Sent. n. 9801 del 2005). Detto principio, a dire il vero, è stato sovente affermato, e continua ad esserlo tuttora, dai Giudici di merito: ad esempio, Tribunale di Milano 10.2.99, Tribunale di Savona 5.12.2002 e Tribunale di Lodi 16.04.2007. Infine, in una datata pronuncia di merito è stato affermato addirittura che il terzo, che abbia intrattenuto una relazione con una persona coniugata, può essere ritenuto responsabile nei confronti dell'altro coniuge, ex art. 2043 c.c., per induzione all'inadempimento del dovere di fedeltà (Tribunale di Roma 17.9.88).

Questioni processuali

La pronuncia di addebito necessita di una specifica domanda dell'attore o, in via riconvenzionale, del convenuto. Infatti, la separazione con richiesta di addebito, pur non configurando un tipo a sé di separazione personale, deve essere necessariamente caratterizzata da una richiesta apposita rispetto alla domanda principale e al conseguente provvedimento di separazione. Ne consegue l'applicabilità del divieto assoluto della mutatio libelli: proposta la domanda di separazione senza richiesta di addebito, quest'ultima non potrà essere ritualmente formulata in seguito, nel corso del giudizio, perchè in tal modo risulterebbe innovato e ampliato il petitum originario. Invece, d'altro canto, si ritiene ammissibile la rinuncia all'istanza di addebito inizialmente proposta. Inoltre, visto che la domanda di separazione costituisce un minus rispetto alla domanda di addebito, nel caso in cui venga ritenuto insussistente l'addebito, può essere pronunciata separazione senza addebito. Infatti, giova ripetere che la dichiarazione di addebito, in effetti, è solo una modalità accessoria ed eventuale dell'unica separazione prevista dal nostro ordinamento.

Infine, le Sezioni Unite della Cassazione, nel ribadire la natura di domanda autonoma della richiesta di addebito, hanno ammesso che il giudice di merito possa limitare la decisione alla domanda di separazione, se ciò risponda ad un apprezzabile interesse della parte e se non sussista per la domanda stessa la necessità di ulteriore istruzione, con conseguente formazione del giudicato sulla pronunzia parziale di separazione non impugnata e proponibilità, in tale ipotesi, della domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, nonostante il protrarsi della contesa sull'addebito (Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 15248/2001).



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