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Prestazione dell'avvocato e condizioni per il privilegio ex art. 2751 bis n.2 c.c.
Articolo 12.05.2010 (Andrea Paganini)



Prestazione dell'avvocato e condizioni per il privilegio ex art. 2751 bis n. 2 c.c.

di Andrea Paganini

In sede di distribuzione delle somme ricavate dallo svolgimento delle procedure concorsuali (fallimenti, concordati ecc.), la legge riconosce, quali cause legittime di prelazione, il pegno, l’ipoteca e il privilegio.

Le somme ottenute sono in effetti erogate dando precedenza innanzitutto al pagamento delle spese (i c.d. debiti di massa), per poi soddisfare i creditori privilegiati ed infine i creditori chirografari.

Il privilegio è quello specifico diritto di prelazione che la legge riconosce in ragione della particolare tipologia del credito vantato (art. 2745 c.c.).

La valutazione circa l’importanza del credito e l’opportunità che esso sia preferito ad altri è compito esclusivo del legislatore senza alcuna possibilità per le parti di creare altri privilegi oltre quelli previsti dalla legge

Questi si distinguono in speciali (relativi cioè a determinati beni mobili o immobili) e generali, sui mobili del debitore.

A mente dell’art. 2751 bis n. 2 c.c. sono assistiti da tale seconda causa di prelazione i crediti derivanti dalle retribuzioni dei professionisti e di ogni tipo di prestatore d’opera dovute per gli ultimi due anni di prestazione.

Questi crediti sono in definitiva posposti solo alle spese di giustizia e prevalgono nei confronti di qualunque altro credito, anche se munito di altro privilegio speciale.

Si tratta infatti di una categoria di privilegi generali prevalenti su quelli speciali e definiti non a caso dalla dottrina “superprivilegi” (Carabelli – Romei, Garanzie dei crediti di lavoro, D. 4° ed. 384 ss).

Il privilegio generale non è allora un diritto soggettivo, “ma un modo d’essere o una qualità propria del credito” (Torrente).

Le retribuzioni dell’avvocato rientrano pacificamente nell’elenco dell’art. 2751 bis, n. 2 c.c. ed è quindi consentito al professionista insinuarsi al passivo del proprio cliente ormai fallito per veder soddisfatto, con precedenza sugli altri creditori, il proprio credito per gli ultimi due anni di prestazione.

Il problema è sorto invece per le retribuzioni spettanti a professionisti soci/associati di uno studio professionale. Sono anch’esse “privilegiate”?

A stretto rigore la prelazione in questione garantirebbe solo i compensi spettanti al singolo professionista o prestatore d’opera per il lavoro svolto individualmente ed in forma autonoma.

In tal senso si esprimeva il Tribunale di Milano nel 2008 (sentenza n. 14123 del 27.11.08): “[…] orbene, è certamente vero che lo svolgimento dell’attività di avvocato nell’ambito di un’associazione professionale non elimina la connotazione personale e fiduciaria del rapporto che lega il professionista al cliente. Il Tribunale ritiene però che – ai fini del riconoscimento del privilegio – ciò che rileva, piuttosto è il contesto economico ed organizzativo in cui l’attività del professionista viene a svolgersi […]. L’associazione tra professionisti costituisce quindi un’entità soggettiva non riconducibile a quella che il legislatore ha inteso tutelare mediante l’introduzione dell’art. 2751 bis n. 2 c.c. Considerato poi che il sistema dei privilegi non consente interpretazioni analogiche, si deve concludere che non risulta possibile equiparare al credito del professionista non associato, quello dell’associazione, ovvero dei professionisti associati, senza determinare un’inammissibile parificazione di tutela, che si presta a censure per violazione del principio costituzionale di uguaglianza. Solo il legislatore, dunque, potrebbe metter mano ad una revisione della gerarchia dei privilegi, che non può certo essere attuata in via interpretativa.”

In realtà, senza attendere l’intervento del legislatore, la Corte di Cassazione ha oggi (sentenza 22.10.09 n. 22439) meglio chiarito la posizione dell’avvocato socio di uno studio professionale, discostandosi in realtà dall’interpretazione rigida data dal Tribunale di Milano.

Ad avviso dei Giudici di Piazza Cavour infatti “il riconoscimento del privilegio per il credito del professionista, a prescindere dall’inserimento in un’associazione professionale, dipende dal rapporto che si è instaurato tra prestatore (nella specie, avvocato) e cliente. Per cui il giudice del merito deve accertare se l’inserimento del legale nello studio di cui è socio, si configuri in modo tale da escludere la natura individuale del suo rapporto professionale con la società poi fallita. Secondo la Suprema Corte, il Tribunale di Milano – nel confermare il diniego dell’ammissione al passivo in privilegio del credito del professionista associato – non ha considerato che il credito ha per oggetto un corrispettivo riferibile al lavoro del professionista organico, ma mera voce del costo complessivo di un’attività essenzialmente imprenditoriale, solo quando il rapporto professionale sia stato instaurato tra cliente ed entità collettiva, in cui l’avvocato sia appunto inserito come prestatore qualificato. È dunque errato far discendere l’esclusione della causa di prelazione di cui all’art. 2751 bis n. 2 c.c. dalla circostanza in sé della avvenuta prestazione, personale, ma resa nell’ambito di un’associazione di professionisti, senza aver compiuto il predetto accertamento”.

In buona sostanza, è da escludersi l’automatica estromissione dall’elenco di cui all’art. 2751 bis n. 2 c.c. dell’attività svolta dal legale associato.

Sarà il giudice a dover valutare caso per caso se il legale ha lavorato di fatto come inserito in uno Studio strutturato come un’impresa o se, al contrario, si tratta di attività personale svolta dal professionista che, pur essendo socio di Studio, ha instaurato un rapporto diretto ed individuale, basato sull’intuitus personae, con il cliente.



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