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L'opponibilità del fondo patrimoniale secondo la Corte di Cassazione
Articolo 07.07.2010 (Cristian Baldi)



L'opponibilità del fondo patrimoniale secondo la Corte di Cassazione

di Cristian Baldi

Il fondo patrimoniale nasce dall’esigenza di assolvere al c.d. “dovere di contribuzione” (art. 143 cod. civ.), in base al quale i coniugi sono chiamati, ciascuno nei limiti delle proprie capacità, a mettere a disposizione della famiglia i propri redditi o beni, per soddisfare i bisogni immediati e futuri secondo l’indirizzo di vita concordato. (art.144 cod. civ.)

Tale istituto, regolato dagli artt. 167 – 171 cod. civ., così come novellato dalla Riforma del diritto di famiglia L. 19.05.1975 n. 151, consiste nella imposizione convenzionale da parte di uno dei coniugi, di entrambi o di un terzo di un vincolo in forza del quale determinati beni, immobili, mobili iscritti in pubblici registri, o titoli di credito, sono destinati a far fronte ai bisogni della famiglia.

Ricorre il concetto di patrimonio separato in quanto i beni sfuggono alla regola generale per cui il debitore risponde dell’adempimento delle proprie obbligazioni con tutti i suoi beni, presenti e futuri (art. 2740 cod. civ.): l’ esecuzione non può aver luogo, infatti, per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia (art. 170 cod. civ.).

La normativa del fondo patrimoniale ha sostituito quella del patrimonio familiare, istituto introdotto dal codice del 1942. I due istituti si differenziano nel fatto che il patrimonio familiare sottraeva sempre e comunque i beni alla garanzia dei creditori, che potevano esecutarne solo i frutti; il fondo patrimoniale, invece, consente che gli stessi possano aggredire non soltanto i frutti, ma anche i beni medesimi, sia pure nei limiti dell’art. 170 cod. civ.

Inoltre, il patrimonio familiare prevedeva la costituzione unilaterale del vincolo da parte del coniuge proprietario. Di riflesso, si ritiene che il fondo patrimoniale richieda sempre l’accordo di entrambi i coniugi per la costituzione.

Nel prosieguo della presente trattazione, si intende approfondire l’opponibilità del fondo patrimoniale con particolare attenzione all’azione revocatoria ordinaria e fallimentare.

L’art. 170 cod. civ. statuisce che “ L’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può aver luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia”.

A differenza del patrimonio familiare, rispetto al quale i creditori potevano soddisfarsi solo sui frutti dei beni che ne facevano parte, adesso i creditori possono agire oltre che sui frutti anche sugli stessi beni del fondo. In questo modo si verifica una limitazione di responsabilità dei beni facenti parte del fondo patrimoniale, i quali sono destinati al soddisfacimento delle obbligazioni che trovano la loro causa nella destinazione con conseguente rafforzamento della garanzia di certi creditori.

E’ doveroso precisare che, l’effetto perseguito dal legislatore di sottrarre i beni del fondo patrimoniale all’azione esecutiva di certi creditori viene limitato, sia dalla natura gratuita attribuita al fondo stesso con conseguente esperibilità dell’azione revocatoria ordinaria ai sensi dell’art. 2901 cod. civ.; sia dalla sostenuta applicabilità al relativo atto costitutivo dell’azione revocatoria fallimentare ai sensi dell’art. 64 legge fallimentare ed altresì dall’interpretazione estensiva data alla nozione di bisogni della famiglia. Inoltre, il vincolo di impignorabilità viene fatto dipendere dalla legge espressamente da uno stato soggettivo del creditore, vale a dire quello dell’ignoranza dell’estraneità dei debiti contratti rispetto agli interessi della famiglia.

L’art. 170 cod. civ. prevede tre diverse categorie di creditori, ossia soggetti il cui credito è sorto per bisogno della famiglia; soggetti il cui debito è sorto per scopi estranei ai bisogni della famiglia ma che ignoravano tale estraneità al momento del sorgere dell’obbligazione e, infine, soggetti il cui debito è sorto per scopi estranei ai bisogni della famiglia e consapevoli di tale estraneità. Solo a quest’ultima categoria di creditori è impedita l’esecuzione sui beni del fondo.

L’onere di provare la conoscenza da parte del creditore della estraneità della obbligazione ai bisogni della famiglia, secondo la giurisprudenza di merito che si è occupata dell’argomento, grava sui coniugi e non sul creditore procedente. La prova può essere fornita anche mediante presunzioni semplici, essendo sufficiente dimostrare che lo scopo dell’obbligazione appariva come normalmente esterno ai bisogni della famiglia.

Passiamo ad analizzare l’opponibilità del vincolo di impignorabilità rispetto ai debiti sorti anteriormente alla costituzione del fondo per scopi estranei alla famiglia.

Risulta chiaro che la costituzione di un tale vincolo, potrebbe essere un ottimo espediente per evitare che i beni di notevole valore economico possano essere aggrediti dai creditori.

La dottrina dominante sul punto prevede che il fondo sia opponibile anche a coloro che vantino crediti anteriori alla costituzione del fondo stesso, a meno che questi non abbiano sui beni conferiti nel fondo una garanzia reale.[1]

La tesi si fonda sulla mancata riproduzione nel vigente art. 170 cod. civ. del concetto contenuto nell’abrogato art. 169 terzo comma cod. civ., secondo cui l’inalienabilità del bene costituente patrimonio familiare non era opponibile ai creditori il cui diritto fosse sorto anteriormente alla trascrizione dell’atto o alla costituzione del vincolo sui titoli di credito. Il principio sopra citato, seppur di autorevole dottrina, se accolto, suscita perplessità in quanto la costituzione del fondo patrimoniale in epoca successiva al sorgere dei debiti personali dei coniugi, confliggerebbe con il sistema della responsabilità patrimoniale (art. 2740 e 2741 cod. civ.) per cui non sarebbe consentito restringere la difesa dei terzi creditori all’azione ex art. 2901 e seguenti cod. civ.: pertanto l’inespropriabilità sancita dall’art. 170 cod. civ. dovrebbe collegarsi con i crediti successivi alla pubblicità della convenzione matrimoniale. In realtà, laddove si accedesse alla tesi contraria, secondo cui le limitazioni di cui all’art. 170 cod. civ. avrebbero carattere assoluto colpendo indistintamente tutti i crediti, si introdurrebbe un potente strumento per eludere il sistema della responsabilità patrimoniale del debitore.

Infatti, per i creditori successivi vi sarebbe la possibilità di acquisire informazioni e compiere accertamenti così concedendo unicamente ”finanziamento di scopo” (erogando crediti da utilizzare per esigenze familiari). Al contrario per i creditori precedenti una siffatta indagine, oppure l’adozione di un tale strumento di autotutela (finanziamento di scopo) in assenza di fondo patrimoniale, non avrebbero significato alcuno. E’ necessario precisare che, poiché l’atto di costituzione del fondo patrimoniale è sicuramente un atto con il quale si reca pregiudizio alle ragioni dei creditori, questi ultimi potranno, qualora vi siano i presupposti, esperire l’azione revocatoria ex art. 2901 cod. civ. con gli effetti di cui all’art. 2902 cod. civ. tra cui in particolare la possibilità di agire in esecuzione sui beni del fondo.

Ai fini della legittimazione ad agire in revocatoria, per principio consolidato, occorre che il credito sia sorto o che almeno vi sia una aspettativa di credito, ma non è necessario che il creditore sia munito di titolo esecutivo, né che il credito sia stato accertato giudizialmente.

Passiamo ad esaminare le norme secondo cui l’atto può essere revocato, le quali variano a seconda della natura giuridica del fondo patrimoniale.

La giurisprudenza maggioritaria supporta la natura di atto a titolo gratuito della costituzione del fondo patrimoniale, non soltanto nell’ipotesi in cui provenga da un terzo e da uno solo dei coniugi ma anche allorquando provenga da entrambi, in quanto in ogni caso non sussisterebbe alcuna contropartita a favore del costituente o dei costituenti e quindi l’atto costitutivo del fondo patrimoniale, secondo tale posizione, sarebbe sempre revocabile in base alla norma dell’art. 2901 cod. civ., attraverso lo strumento della revocatoria ordinaria.

Invece, secondo un altro filone di pensiero, la costituzione del fondo patrimoniale debba essere qualificata come atto a titolo oneroso. Ne deriverebbe, di riflesso, la necessità per l’attore di provare la consapevolezza da parte del terzo del pregiudizio che l’atto arrecherebbe alle ragioni dei creditori. (ex art. 2901 comma 1 cod. civ.)

Alcune considerazioni particolari debbono essere dedicate all’azione revocatoria fallimentare, ed in particolare al rapporto tra fondo patrimoniale ed esecuzione concorsuale.

Passando alla azione revocatoria fallimentare, occorre tener presente il disposto dell’art. 46 I comma n. 3 Legge Fallimentare (così come novellato dal recente decreto legislativo 9 gennaio 2006 n. 5), il quale prevede che ”non vengono ricompresi nel fallimento i beni costituiti in fondo patrimoniale e i frutti di essi, salvo quanto previsto dall’art. 170 del cod. civ.”

I beni del fondo possono essere acquisiti all’attivo fallimentare ma esclusivamente come massa separata, destinata a soddisfare solo i creditori per debiti contratti per i bisogni della famiglia o debiti contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia e sconosciuti come tali al creditore.[2]

L’orientamento maggioritario in tema di azione revocatoria fallimentare nei confronti della costituzione del fondo patrimoniale, si ricollega all’ art. 64 della legge fallimentare in virtù del quale, “sono privi di effetto rispetto ai creditori, se compiuti dal fallito nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento, gli atti a titolo gratuito, esclusi i regali d’uso e gli atti compiuti in adempimento di un dovere morale o a scopi di pubblica utilità, in quanto la libertà sia proporzionata al patrimonio del donante.”

In tutti i casi, l’applicabilità della norma appena citata, non preclude la possibilità per il creditore di agire in revocatoria ordinaria, avvalendosi di quanto previsto dall’art. 66 legge fallimentare.

Infatti, nel sistema generale della conservazione delle garanzie patrimoniali, il legislatore ha previsto l’azione revocatoria ordinaria rendendola espressamente applicabile anche in ambito fallimentare attraverso il dettato contenuto nell’art. 66 legge fallimentare. Ha poi individuato un regime revocatorio speciale fallimentare (art. 67 – 71 legge fallimentare); ed infine ha precisato una inefficienza de iure per gli atti a titolo gratuito sottoposti all’art. 64 legge fallimentare colpiti più severamente perché hanno dato luogo ad un arricchimento senza contropartita.

Occorre evidenziare che, ai fini dell’opponibilità ai terzi, risulta fondamentale il regime pubblicitario del fondo.

Al riguardo, con la riforma del diritto di famiglia del 1975, il legislatore ha espressamente stabilito, al novellato art. 162 ultimo comma cod. civ., l’inopponibilità ai terzi delle convenzioni matrimoniali e di conseguenza, anche dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale, ove le stesse non siano annotate a margine dell’atto di matrimonio.

Quindi, dato che l’art. 2647 cod. civ. espressamente dispone, fra l’altro, della trascrizione dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale avente per oggetto beni immobili o mobili registrati, si rinviene la presenza nel nostro ordinamento di due distinte forme di pubblicità: una relativa ai beni in essa compresi (trascrizione), l’altra propria delle convenzioni nel suo complesso (annotazione a margine dell’atto di matrimonio).

Il combinato disposto degli artt. 2647 e 2684 cod. civ. prevede che il vincolo del fondo deve risultare da registri immobiliari o mobiliari mediante trascrizione, mentre per i titoli di credito è richiesta l’annotazione sul documento e nei registri dell’emittente.

Va precisato che, oltre alla trascrizione del vincolo, occorre procedere alla trascrizione dell’acquisto ai sensi degli artt. 2643 e 2684 cod. civ. allorquando la costituzione del fondo comporti uno spostamento di titolarità dei beni conferiti a favore dei coniugi o di uno di essi. Questa ipotesi è esclusa solo nel caso in cui i coniugi vincolino beni già tra loro in convenzione per quote uguali.

La trascrizione va fatta contro il soggetto che conferisce i beni e a favore dell’acquirente.

Il vincolo del fondo deve risultare, invece, da opposta trascrizione presa contro ambedue i coniugi quali titolari dei beni.

L’esistenza di dette forme di pubblicità rende necessario esaminare quale sia la loro funzione assolta. Sul punto, parte della dottrina, concentrandosi sul rapporto annotazione – trascrizione, ha ritenuto entrambe necessarie ai fini dell’opponibilità ai terzi del vincolo di indisponibilità sui beni costituiti in fondo patrimoniale.

Altri giuristi hanno ritenuto, invece, l’annotazione quale fonte di pubblicità necessaria delle convenzioni in sè, attribuendo alla trascrizione la funzione di rendere opponibile ai terzi il vincolo gravante sui singoli beni costituiti in fondo patrimoniale.

La logica esigerebbe che una sola possibilità fosse sufficiente per rendere opponibile il vincolo e questa possibilità dovrebbe necessariamente essere quella attuata presso i registri immobiliari in quanto la possibilità di conoscenza sarebbe maggiore ed inoltre, mentre l’obbligo di trascrivere il vincolo sarebbe chiaramente imposto e riguarderebbe tutti i casi senza esclusione, quello di eseguire la pubblicità matrimoniale sarebbe generico e non sarebbe certamente imposto per rendere conoscibile il vincolo.

Giurisprudenza e dottrina, ritenendo che l’atto costitutivo del fondo patrimoniale sia una convenzione matrimoniale con effetti attributivi e comunque costitutivi di un vincolo di destinazione, afferma come l’opponibilità ai terzi venga determinata dall’annotazione della convenzione costitutiva del fondo patrimoniale a margine dell’atto di matrimonio ex art. 162 cod. civ.

Quindi, l’annotazione avrebbe funzione di pubblicità dichiarativa in quanto forma necessaria e, al contempo, sufficiente per l’opponibilità ai terzi del vincolo di destinazione gravante sui beni, così degradando la trascrizione di detto vincolo nei pubblici registri immobiliari e una funzione di mera pubblicità notizia, intesa a produrre la conoscibilità dell’atto.

Ne deriva che la costituzione del fondo trascritta oppure annotata sul titolo di credito, ma non annotata nei registri dello stato civile è inopponibile ai terzi, anche se questi ne abbiano avuto conoscenza dalla consultazione dei registri immobiliari oppure del titolo di credito.[3]

Quest’’ultima posizione parte dal presupposto che la trascrizione ha funzione pubblicitaria, mentre effetti specifici, come quello dichiarativo, dovrebbero essere espressamente menzionati dalla norma, vale a dire vi dovrebbe essere un apposito richiamo normativo; richiamo non solo assente nella specie, ma addirittura espressamente previsto in passato dall’art. 2647 cod. civ. e successivamente soppresso con la riforma del Diritto di famiglia del 1975.

Attraverso tale abrogazione si è voluto leggere un chiaro intento del legislatore di negare alla trascrizione l’effetto dell’opponibilità ai terzi del vincolo gravante sui beni costituiti in fondo patrimoniale.

A mio modesto parere, la tesi sostenuta dalla giurisprudenza di legittimità non è esente da critiche, data anche la sua difformità con lo stesso dettato normativo. Infatti, se si spostasse l’attenzione sulla lacunosità delle annotazioni che costituiscono la pubblicità nei registri di matrimonio, si dovrebbe concludere che un eventuale fondo patrimoniale che fosse solo annotato, ma non trascritto, sarebbe conoscibile per i terzi solo sul piano dell’esistenza e non su quello del contenuto.

Inoltre, considerando che l’oggetto del fondo patrimoniale sia stato legislativamente limitato solo a beni la cui circolazione è soggetta ad un regime pubblicitario, non si comprenderebbe l’inutilità della pubblicità.

Nel caso particolare del terzo costituente il bene nel fondo patrimoniale, senza che sia trasferito il bene ai coniugi, la pubblicità presso l’ufficio del territorio conserverebbe comunque la natura dichiarativa non degradando a mera pubblicità notizia, altrimenti sarebbe impossibile venire a conoscenza del vincolo.

Infatti l’annotazione avverrebbe solo nell’atto di matrimonio dei coniugi beneficiari, mentre a carico del terzo costituente il fondo patrimoniale, soggetto contro cui dovrebbe essere costituita la pubblicità, questa non risulterebbe.

Allo stesso modo non potrebbe ritenersi obbligatoria l’annotazione nell’atto di matrimonio del disponente in quanto questi potrebbe non essere coniugato: pertanto, l’unico ufficio presso cui sarebbe possibile rinvenire il vincolo del fondo patrimoniale sui beni del terzo, sarebbe l’ufficio del territorio.

Alla luce di quanto esposto, bisognerebbe concludere che, la pubblicità relativa ai beni avrebbe anch’essa funzione dichiarativa e si affiancherebbe all’annotazione a margine dell’atto di matrimonio.

La mancanza della trascrizione comporterebbe l’inopponibilità ai terzi del vincolo del fondo costituito su un certo bene; la mancanza dell’annotazione comporterebbe invece l’inopponibilità del contenuto stesso.

________________

[1] Vedi Cass. Sezioni V , 7 luglio 2009 n. 15862.

[2] Vedi Cass. 1112 del 22 gennaio 2010.

[3] Vedi Cass. 27 novembre 1987, n. 8824; Cass. 8 ottobre 2008, n. 24798.



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