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Contratti agrari: validi accordi in deroga con assistenza delle organizzazioni
Cassazione civile , sez. III, sentenza 29.05.2002 n° 7838
L'art. 23, comma 3, della legge n. 11 del 1971, stabilisce che gli accordi in materia di contratti agrari, ove stipulati con l'assistenza delle rispettive organizzazioni professionali agricole, sono validi «anche in deroga alle norme vigenti in materia di contratti agrari». Contemporaneamente, l'art. 45 legge n. 203 del 1982 prevede che «è fatto comunque divieto di stipulare contratti di mezzadria, colonia parziaria, di compartecipazione agraria, esclusi quelli stagionali e quelli di soccida» e che «è fatto altresì divieto di corrispondere somme per buona entrata».

Ove un contratto sia stato concluso con l'assistenza delle rispettive organizzazioni professionali ai sensi della ricordata disposizione lo stesso è valido anche quanto alle «clausole» in deroga alla disciplina legale, senza alcuna necessità di precisare - accanto ad ogni clausola - se la stessa o meno conforme alla previsione legislativa.

- Cfr. Cass. 22 gennaio 1999, n. 594.

(Massima a cura della redazione)





Corte di Cassazione

Sezione III

Sentenza n. 7830 del 29/05/2002


SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con contratto in deroga ai sensi dell'art. 45, legge 3 maggio 1982, n. 203 stipulato il 2 aprile 1990 C.S. e O.A., coniugi, prendevano in affitto, sino al 31 agosto 1993, con esclusione della rinnovazione tacita e la preventiva rinuncia degli affittuari a indennità per miglioramenti, da Licastro Scardino Giovan Francesco un comprensorio di fondi rustici estesi complessivamente ha 9.10.13 in comune di San Cesario di Lecce e di Lequile, comprendenti un fabbricato adibito a abitazione con annesso capannone per ricovero di bovini.

Scaduto il termine pattizio e rifiutando il C., che aveva dato al fondo una destinazione diversa da quella di mera coltivazione e allevamento del bestiame, in contrasto con la volontà del concedente, il rilascio del terreni, il concedente Licastro Scardino conveniva in giudizio, innanzi al tribunale di Lecce, sezione specializzata agraria, i conduttori chiedendo che questi ultimi, ritenuta la cessazione del contratto, fossero condannati al rilascio del fondo.

Costituitisi i convenuti in giudizio mentre la O. dichiarava di non opporsi alle richieste avversarie, il C. eccepiva la nullità delle clausole in deroga contenute nel contratto in questione, in quanto nella sua stipulazione non era stato assistito dal sindacalista M. C., come da dichiarazione rilasciatagli da questi per iscritto.

Svoltasi la istruttoria del caso l'adita sezione con sentenza 6 maggio - 15 giugno 1998 accoglieva la domanda attrice, evidenziando che dall'esame critico delle testimonianze raccolte in causa risultava che la assistenza prestata nella specie dai due sindacalisti che avevano assistito le parti nella stipulazione del contratto oggetto di lite non era stata solo formale.

Gravata tale pronunzia dal solo C., la Corte di Appello di Lecce, sezione specializzata agraria, con sentenza 15 febbraio - 7 maggio 1999 rigettava il gravame.

Per la cassazione di tale pronunzia ha proposto ricorso, affidato a 3 motivi C.S. Resiste con controricorso Licastro Scardino Giovanfracesco. Non ha svolto attività difensiva in questa sede O.A.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Come accennato in parte espositiva, i giudici del merito - disattendendo le argomentazioni in senso contrario svolte dall'attuale ricorrente - sono pervenuti alla conclusione che il contratto inter partes sia stato stipulato nel puntuale rispetto dell'art. 45, della l. 3 maggio 1982, n. 203 (recte: dell'art. 23, comma 3, 1. 11 febbraio 1971, n. 11, nel testo come sostituito dall'art. 45, comma 1, della legge n. 203 del 1982) essendo risultato incontroverso alla luce delle concordanti testimonianze raccolte in corso di causa che le parti erano state «convenientemente assistite».

2. Con il primo motivo il ricorrente censura nella parte de qua la pronunzia gravata, denunziando «violazione di legge, errata applicazione ed interpretazione dell'art. 45 della legge n. 203 del 1982 (art. 360, n. 3 c.p.c.)».

Si osserva, infatti, che i giudici del merito, pur dichiarando di volere tenere fede al principio di diritto, enunciato da Case. 21 luglio 1993, n. 8123, secondo cui «gli accordi in deroga, in tema di contratti agrari, sono validi a condizione che il rappresentante di categoria svolga un'attività effettiva di consulenza e di indirizzo e non si limiti alla mera presenza» finisce con il ritenere valido l'accordo in deroga in questione perché ha ritenuto che «dalle testimonianze dei due rappresentanti di categoria, pur fra incertezze e non ricordo è emerso che le parti e segnatamente gli affittuari, nella discussione delle clausole in deroga, sono state convenientemente assistite».

La Corte del merito, inoltre, assume il ricorrente ha violato l'art. 45 in esame anche perché «ritiene valido il patto sulla base di un parametro indefinito (non ancorato a presupposti oggettivamente riscontrabili), di convenienza dell'assistenza, anziché di effettiva, partecipativa, autentica e concludente assistenza all'intero accordo sottoscritto in deroga».

3. Il motivo non può trovare accoglimento.

Sotto nessuno dei due profili in cui si articola.

3.1. Quanto al primo si osserva che giusta l'insegnamento contenuto in Cass. 21 luglio 1993, n. 8123 gli accordi in deroga alle norme vigenti in tema di contratti agrari stipulati con l'assistenza delle organizzazioni professionali agricole sono validi a condizione che il rappresentante svolga un'attività effettiva di consulenza e di indirizzo e non una mera presenza.

Certo quanto sopra (nella specie, la S.C. ebbe a confermare la decisione dei giudici di merito, secondo la quale l'integrale stesura del contratto, da parte del rappresentante di categoria, escludeva che lo stesso si fosse limitato ad una presenza meramente passiva al contratto stesso) è palese che la pronunzia ora gravata lungi dal contraddire la richiamata interpretazione della normativa in materia, vi si è puntualmente adeguata.

Non solo, infatti (come nella fattispecie tenuta presente dalla ora ricordata Cass. 21 luglio 1993, n. 8123) i giudici a quibus hanno accertato che il «sindacalista» M., nell'interesse del C., aveva «preparato il contratto di fitto» insieme alle parti (concedente e affittuaria), ma gli stessi hanno accertato, altresì, sia che detto sindacalista aveva «discusso» (evidentemente con il C. e la O.) il contenuto del contratto, sia che lo stesso aveva fatto presente che il canone d'affitto concordato gli appariva «alto rispetto ai parametri fissati dall'Ispettorato dell'Agricoltura».

3.2. Quanto al secondo profilo si osserva che giusta la lettera di legge «sono validi tra le parti, anche in deroga alle norme vigenti in materia di contratti agrari, gli accordi ... stipulati fra le parti stesse in materia di contratti agrari con l'assistenza delle rispettive organizzazioni professionali agricole maggiormente rappresentative ... ».

E' sufficiente, pertanto, per la validità di accordi in deroga, che dette organizzazioni professionali abbiano «assistito» le parti.

Essendo stato accertato, in linea di fatto, che nella specie detta assistenza indubbiamente vi è stata, atteso che i rappresentanti di categoria non si sono limitati ad apporre un «visto» su un atto già preparato - è certo, infatti, che il contratto è stato predisposto, su indicazioni date dalle parti stesse, proprio dal sindacalista M. che assisteva l'attuale ricorrente - è palese l'infondatezza della censura in esame, anche sotto il profilo ora in esame.

Contemporaneamente non può dubitarsi che nella specie vi è stata una effettiva, partecipativa, autentica e concludente assistenza all'accordo in deroga da parte del M. (e dell'altro rappresentante di categoria che assisteva il concedente) certo essendo che le varie clausole del contratto erano state puntualmente discusse e che il M., come dallo stesso riferito, aveva fatto presente che il canone concordato era «alto», rispetto ai parametri fissati dall'Ispettorato dell'Agricoltura.

4. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, ancora, «violazione di legge ex art. 360 n. 3 c.p.c., in relazione all'art. 112 c.p.c. (chiesto pronunciato)», nonché «motivazione apparente, incoerente, contraddittorio ed illogica ex art. 360 n. 5 c.p.c.» e «vizio di omessa pronunzia».

Si denunzia, con il motivo in esame, in particolare, la pronunzia gravata:

a) nella parte in cui questa ha riferito, circostanze non vere né provate e comunque posteriori alla conclusione del contratto, allorché ha affermato che il conduttore avrebbe posto in essere una serie di abusi e di inadempienze contrattuali;

b) là ove il tribunale avrebbe inspiegabilmente e immotivatamente disatteso la dichiarazione scritta del M., senza considerare che esso C., non iscritto ad alcuna organizzazione professionale agricola non conosceva il detto M. per cui non aveva liberamente scelto lo stesso;

c) nella parte in cui è stata omessa qualsiasi pronunzia in ordine alla nullità assoluta del contratto inter partes nella parte in cui prevede una rinuncia

preventiva all'indennizzo per tutti i miglioramenti apportati ai terreni e ai fabbricati.

5. Nessuno dei riferiti rilievi coglie nel segno.

5.1. Deve escludersi, in limine, che vi sia stata violazione dell'art. 112 c.p.c., e, in particolare, del principio del tantum devolutum quantum appellatum, da parte dei giudici di merito per avere questi riferito una serie di comportamenti posti in essere dal concedente successivamente alla conclusione del contratto.

Come assolutamente pacifico presso una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice, si ha violazione dell'art. 112 c.p.c. solo allorché il giudice pronunzia su una «domanda» o su una «eccezione» non proposta espressamente dalle parti (cfr., ad esempio, Cass. 5 novembre 2001, n. 13636, specie in motivazione).

Non è pertanto, configurabile la violazione della norma de qua qualora il giudice, eventualmente in grado di appello, nell'ambito del motivo dedotto, si limiti a valorizzare, al fine della decisione, circostanze di fatto comunque emergenti in atti.

il giudice del merito, infatti, ha il potere - dovere di formare il proprio convincimento sulla base di qualsiasi elemento di prova obbiettivamente conferente (Cass. 17 dicembre 1999, n. 14227), atteso che le risultanze istruttorie, comunque ottenute (e qual che sia la parte ad iniziativa della quale sono state raggiunte), concorrono, tutte ed indistintamente, purché ritualmente acquisite agli atti, alla formazione del libero convincimento del giudice (Cass. 27 agosto 1998, n. 8530; Cass. 19 aprile 2000, n. 5126), senza che la relativa provenienza possa condizionare tale convincimento in un senso o nell'altro, e senza che possa, conseguentemente, escludersi la utilizzabilità di un prova fornita da una parte per trarne argomenti favorevoli alla controparte (Cass. 16 giugno 1998, n. 5980; Cass. 25 settembre 1998, n. 9592).

Certo quanto precede, si osserva che nella specie i giudici del merito hanno ricordato in sentenza alcune circostanze (mancato integrale pagamento, da parte del conduttore, del canone pattuito; qualità personali del C. [definito «non ingenuo contadino ma ex giocatore professionista di calcio con vocazione imprenditoriale»]; realizzazione da parte del conduttore, nel fondo, di opere edilizie abusive; destinazione, sempre ad opera del C. e in contrasto con gli accordi, dell'azienda ricevuta in affitto a agriturismo) non per accogliere una domanda o una eccezione non proposta da alcuna delle parti, ma esclusivamente a conforto dell'assunto già fatto proprio dai primi giudici, cioè al fine di dimostrare la infondatezza delle deduzioni difensive del C.

5.2. Non risponde affatto al vero che i giudici del merito abbiano «inspiegabilmente e immotivatamente disatteso la dichiarazione scritta del M.».

Puntualmente la sentenza impugnata, infatti, dopo avere trascritto la dichiarazione rilasciata dal sindacalista M. nella apparente data del 26 giugno 1993, ha dimostrato la inattendibilità di quanto in esso affermato perché in contrasto sia con tutte le circostanze sopra ricordate, sia - soprattutto - perché la dichiarazione stessa è contraddetta da quanto dichiarato dallo stesso M. una volta sentito come teste.

5.3. Quanto, infine, all'ultimo profilo di censura lo stesso è manifestamente infondato solo ove si consideri, sia la letterale formulazione degli artt. 23, l. 11 febbraio 1971, n. 11 e 45, l. 3 maggio 1982, n. 203, sia la pacifica interpretazione che di questi dà la dottrina nonché una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice.

Come accennato sopra, in particolare, a norma dell'art. 23, comma 3, della legge n. 11 del 1971, gli accordi in materia di contratti agrari, ove stipulati con l'assistenza delle rispettive organizzazioni professionali agricole, sono validi «anche in deroga alle norme vigenti in materia di contratti agrari». Contemporaneamente, l'art. 45 legge n. 203 del 1982 prevede che «è fatto comunque divieto di stipulare contratti di mezzadria, colonia parziaria, di compartecipazione agraria, esclusi quelli stagionali e quelli di soccida» e che «è fatto altresì divieto di corrispondere somme per buona entrata».

Non controverso quanto precede, è palese che in presenza di un contratto in deroga stipulato (come nella specie) nel rispetto dell'art. 23, della legge n. 11 del 1971, tutte le clausole di questo sono valide, tra le parti, anche in deroga a precise e puntuali disposizioni di legge, purché tali clausole non prevedano, da un lato, la stipulazione di uno dei contratti associativi sopra indicati o la corresponsione, da parte del conduttore al concedente, di somme per «buona entrata».

Quanto precede - come anticipato - trova conferma nella giurisprudenza di questa Corte che ha in molteplici occasioni evidenziato come gli accordi in questione in tanto sono «validi» (e, quindi, non soggetti al regime di cui al precedente comma 1 dello stesso art. 23, della legge n. 11 del 1971, secondo cui «le rinunce e le transazioni che hanno per oggetto diritti dell'affittuario [di fondi rustici] derivanti dalla presente legge e da ogni altra legge, nazionale o regionale, non sono valide»), in quanto gli accordi stessi siano stati conclusi con l'assistenza delle dette organizzazioni professionali, senza che si richieda - altresì che nel contratto sia sottolineata o in qualche modo evidenziata la «difformità» del singolo contratto, rispetto al modello legale (o la «deroga» di una particolare clausola ad un puntuale precetto legislativo).

In particolare, ove un contratto sia stato concluso con l'assistenza delle rispettive organizzazioni professionali ai sensi della ricordata disposizione lo stesso è valido anche quanto alle «clausole» in deroga alla disciplina legale, senza alcuna necessità di precisare - accanto ad ogni clausola - se la stessa o meno conforme alla previsione legislativa (Cass. 22 gennaio 1999, n. 594).

E' palese, pertanto, concludendo sul punto, che è inconferente che i giudici del merito non abbiano motivo sulla «validità», tra le altre, della rinunzia preventiva a qualsiasi indennizzo a qualsiasi miglioramento apportato ai terreni e ai fabbricati.

6. Con il terzo, e ultimo, motivo il ricorrente lamenta, infine «violazione di legge, nullità del procedimento ex art. 360 n. 4 c.p.c. in relazione agli art. 420, comma 5, e 251, camma 1, 61, 85, comma 2 e 417 c.p.c.», nonché «omessa motivazione su di un punto decisivo della controversia».

Viene censurato, in particolare, che nel corso del giudizio di primo grado é stato ammesso, e escusso, il teste G.U. che rivestiva la qualità di difensore dell'attore e che in tale veste aveva assistito all'escussione degli altri testi (con conseguente violazione del principio secondo cui i testimoni devono essere esaminati separatamente).

7. La censura è inammissibile.

La Corte di Appello di Lecce, sezione specializzata agraria, infatti, ha reso la propria pronunzia totalmente prescindendo dalla ricordata deposizione.

Si precisa, al riguardo in motivazione, nella sentenza gravata, che «volutamente» sarebbe stata trascurata la deposizione resa dal difensore in giudizio del concedente, «talché non é necessario stabilire la capacità a deporre di questi ...».

Certo quanto sopra, non essendo stata utilizzata, al fine del decidere, la deposizione de qua é di palmare evidenza - come anticipato - la inammissibilità della censura in esame per difetto di interesse, a norma dell'art. 100 c.p.c.

8. Risultato totalmente infondato il proposto ricorso, in conclusione, deve rigettarsi, con condanna del ricorrente, al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità, liquidate come in dispositivo, in favore del controricorrente L.S.

P.Q.M.

La Corte,

rigetta il ricorso;

condanna il ricorrente al pagamento delle spese di questo giudizio di legittimità in favore del controricorrente Licastro Scardino Giovanfrancesco liquidate in €. 16,87 oltre €. 2.000,00 per onorari; nulla sulla spese, nei rapporti tra il ricorrente e l'intimata O.A.


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