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Nuova famiglia di fatto? L'assegno di mantenimento va sospeso
Cassazione civile , sez. I, sentenza 11.08.2011 n° 17195 (Gianluca Ludovici)

La disciplina dei rapporti economici tra ex coniugi è stata di recente interessata da un’importante pronuncia del Giudice di legittimità che sembra chiarire, piuttosto che innovare, il consolidato orientamento giurisprudenziale[1] in tema di relazione tra “mera convivenza” e “diritto all’assegno di mantenimento”.

La Suprema Corte, infatti, applicando più o meno volontariamente ed in modo implicito il criterio della ragionevolezza, corollario del più generale principio di eguaglianza formale e sostanziale ex art. 3 Cost.[2], ha deciso con la sentenza 11 agosto 2011, n. 17195[3] di distinguere all’interno dei cosiddetti rapporti di fatto quelli dotati dei crismi della stabilità e della costanza, vale a dire quelli caratterizzati dall’“arricchimento e potenziamento reciproco della persona dei conviventi” e dalla “trasmissione di valori educativi ai figli”[4], ricollegando a queste ultime ipotesi conseguenze giuridiche diverse da quelle riconosciute alla più ampia categoria di appartenenza; lungi dal costituire un riconoscimento giuridico delle cosiddette famiglie di fatto, il decisum dell’organo giudiziale con funzioni nomofilattiche ha inteso attribuire un peso specifico notevole alle convivenze more uxorio sensibilmente radicate e realizzate successivamente alla cessazione del legittimo matrimonio, nel senso di ritenere queste tali da far venir meno la connessione tra il parametro dell’adeguatezza dei mezzi di sussistenza attuali del partner “debole” ed il tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale, “e con ciò ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile”[5].

La sentenza in esame ha espresso, dunque, il seguente principio di diritto: “In caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, l’instaurazione di una famiglia di fatto, quale rapporto stabile e duraturo di convivenza, attuato da uno degli ex coniugi, rescinde ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa convivenza matrimoniale e, in relazione ad essa, il presupposto per la riconoscibilità, a carico dell’altro coniuge, di un assegno divorzile, il diritto al quale entra così in uno stato di quiescenza, potendosene invero riproporre l’attualità per l’ipotesi di rottura della nuova convivenza tra i familiari di fatto”.

L’impressione che si ha è quella di una decisione sorretta dal buon senso e presa nel pieno rispetto della logica giuridica e sociale: in particolare, va osservato come la giurisprudenza di legittimità abbia finalmente dimostrato (nella materia in esame) di aver preso atto di quelle peculiari dinamiche che si innescano in un rapporto di coppia al momento della sua definitiva ed irreversibile conclusione e che conducono molti ex coniugi a realizzare vere e proprie “nuove famiglie” formate al di fuori del riconoscimento legale e religioso.

La creazione di nuovi apparati coniugali e parentali produce, come noto, l’effetto materiale di moltiplicazione non solo delle responsabilità, ma anche dei doveri giuridici e non, ivi compresi gli obblighi di mantenimento ed assistenza nei confronti del partner e dei figli (la cui sussistenza legale non è subordinata all’avvenuta celebrazione di un matrimonio o alla riconducibilità alla fattispecie astratta dell’art. 29 Cost.[6]), così come pure comporta la moltiplicazione di situazioni giuridiche di vantaggio in capo a chi dell’adempimento di quegli obblighi risulta esserne il destinatario. Capita così che molte volte il coniuge beneficiario dell’assegno di mantenimento (ed il discorso non è limitato alle sole ipotesi post-divorzio) decida di intraprendere ed ottenga di realizzare un nuovo progetto di vita con un nuovo “compagno” o “compagna”, sì da avere ex novo una discendenza o addirittura una nuova prole che si affianca alla precedente, da dare un nuovo assetto economico-patrimoniale alla coppia di recente formazione (si pensi, ad esempio, ai piani di investimento comuni, alle co-intestazioni di conti correnti e libretti, alle fideiussioni dell’uno in favore dell’altro, alle stipulazioni congiunte di contratti di finanziamento, etc…), da consentirle acquisizioni condivise di importanti beni destinati alla realizzazione della nuova vita familiare (acquisto di abitazioni primarie o secondarie, anche a mezzo di interposta persona, oppure co-intestazione di beni immobili prima nella esclusiva proprietà di uno solo dei conviventi, etc…), da compiere atti inequivocabili da cui trarre la volontà dei conviventi di vivere insieme in modo stabile (trasferimento della residenza e del domicilio in un luogo comune, co-intestazione e pagamento delle utenze della propria abitazione, stipulazione congiunta di contratti di affitto di un medesimo appartamento, etc…).

Orbene, in questi casi è evidente come la mera logica, ma, crede l’autore di queste righe, anche il precetto normativo di rango costituzionale della solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. impongano un serio rifiuto alla prosecuzione dell’adempimento dell’obbligazione di mantenimento da parte del partner che ne è onerato, altrimenti configurandosi la detta prestazione come una mera fonte di reddito (seppur in molti casi di basso valore economico) per il relativo creditore, anziché come un giusto contributo al sostentamento della vita di quest’ultimo in rapporto al pregresso tenore di vita.

La pronuncia de qua, forse in modo involontario, mostra pure di applicare il preminente ma scarsamente osservato principio di autoresponsabilità, in virtù del quale ogni soggetto dell’ordinamento risponde, tanto sul piano del diritto sostanziale, quanto su quello del diritto processuale, delle proprie scelte e delle proprie azioni, accettando le conseguenze che la Legge ricollega preventivamente a date condotte; nel caso di specie è corretto e conforme al detto principio che l’ex coniuge che scelga di creare ex novo, seppure senza forme sacramentali, un nucleo familiare con tutti i connotati tipici sul piano affettivo ed economico, accetti la rinuncia (temporanea, ma potenzialmente definitiva) al sostentamento da parte del precedente legittimo partner, ben potendo fare affidamento il primo su altre risorse spirituali e materiali derivanti dalla nuova famiglia di fatto. In altri termini, la scelta di impegnarsi in un nuovo progetto di vita familiare con elaborazioni di progetti futuri fa logicamente venir meno il bisogno di un contributo che garantisca l’adeguatezza dei mezzi di sostentamento in relazione alla precedente esperienza di coppia, azzerando il riferimento della pregressa situazione patrimoniale e finanziaria in ragione dell’azzeramento sostanziale della pregressa situazione familiare, così sostituita da quella attuale.

In ogni caso, occorre fare due precisazioni importanti:

a) anche in caso di presenza di una situazione fattuale simile a quella considerata dagli ermellini nella pronuncia in argomento, è sempre necessario ricorre agli organi giurisdizionali per far accertare e dichiarare la sussistenza di una valida causa di sospensione del diritto all’assegno di mantenimento ed ottenere una pronuncia costitutiva della quiescenza di tale posizioni giuridica (a latere creditoris). L’automatica e non giudizialmente mediata interruzione della corresponsione del contributo mensile, infatti, non solo non potrebbe avere alcun valido effetto civile, ma potrebbe integrare ipotesi di reato in capo al coniuge obbligato che intendesse porre termine al versamento dell’assegno, con conseguente possibile esborso aggiuntivo per quest’ultimo laddove si pervenisse ad una condanna e l’ex coniuge beneficiario si costituisse parte civile per ottenere il risarcimento del danno così cagionatogli;

b) l’effetto giuridico che la Cassazione trae da simili situazioni non è quello della caducazione del diritto al mantenimento, ma semplicemente quello della “quiescenza”[7] ovvero della sospensione temporanea dello stesso. A ben vedere si tratta di una scelta necessitata dal carattere comunque precario proprio di ogni unione sentimentale fattuale e non consacrata nelle forme previste dall’ordinamento giuridico, anche se sostanzialmente stabile e duratura: in altri termini, la nuova convivenza potrebbe comunque finire e ciò senza che in capo ai nuovi “pseudo coniugi” possano ravvisarsi diritti e doveri identici a quelli invece individuabili in relazione ai soggetti parti di un’unione coniugale (non necessariamente la prima!) avvenuta ai sensi del codice civile. In simili occasioni, dunque, non vi sarà un nuovo coniuge tenuto ad un nuovo assegno di mantenimento, ma la fonte di sostentamento esterna, qualora effettivamente ancora sussista uno squilibrio economico tra i due originari ex coniugi, dovrà essere ricercata e trovata in una reviviscenza di quella a suo tempo operante. Sebbene la pronuncia non dica nulla al riguardo, appare corretto ritenere che anche la reviviscenza del diritto al mantenimento non possa operare automaticamente, ma debba necessariamente passare in via preventiva attraverso una declaratoria giudiziale avente ad oggetto l’accertamento negativo della esistenza di quel fatto che aveva determinato la quiescenza della situazione giuridica di vantaggio poi sospesa

A questo punto vale la pena chiedersi se sia possibile un’estensione analogica del principio di diritto poco sopra enunciato alle ipotesi di sospensione del vincolo coniugale, vale a dire anche alle ipotesi di coniugi legalmente separati di cui uno sia tenuto al versamento dell’assegno mensile di mantenimento in favore dell’altro ex art. 156 c.c..

E’ chiaro ed inequivocabile che la pronuncia in esame si riferisca alle sole ipotesi di cessazione degli effetti civili del matrimonio ed è altrettanto chiaro ed inequivocabile che, a differenza di questa ultima ipotesi, il caso della separazione non comporti una cessazione del vinculum maritalis, bensì una mera attenuazione dello stesso, in attesa della riconciliazione o della definitiva chiusura del rapporto coniugale; tuttavia la situazione di fatto che, nella maggior parte dei casi, viene a realizzarsi dopo la cessazione del rapporto, si verifica in gran parte anche dopo la declaratoria della separazione personale (in alcuni casi anche dopo l’udienza presidenziale nella procedura di separazione, se non addirittura in pendenza del rapporto vero e proprio con conduzione di quella che appare a tutti gli effetti una doppia vita).

A chi scrive pare che la risposta, mutatis mutandis, dovrebbe essere la medesima. Se è vero che la separazione postula la permanenza dello status di coniugi e, quindi, lascia inalterata la sussistenza del matrimonio, è pur vero che la ratio del contributo di mantenimento dovuto in virtù di sentenza o decreto di omologa della separazione ex art. 156 c.c. è la medesima di quella che giustifica e fonda l’assegno divorziale ex art. 5, Legge 898/1970, come pure è il medesimo il fatto storico generatore della “quiescenza” del diritto al contributo, vale a dire la creazione della nuova famiglia di fatto. Si tratta, a ben vedere, di analogie che sfiorano, quoad effectum, l’identità sostanziale e che in modo identico, sempre in virtù del già ricordato criterio di ragionevolezza, dovrebbero essere giuridicamente considerate.

Concludendo, la pronuncia esaminata appare meritevole di un più che giustificato plauso, poiché non solo tiene conto delle reali dinamiche sociali che animano il complesso e disomogeneo mondo delle relazioni intraprese fuori dal “sacro” vincolo matrimoniale (cui appartiene la questione giudicata), ma lo fa al riparo da falsi moralismi e finte tutele, applicando quelli che sono i principi cardine dell’ordinamento giuridico, della mera logica e del buon senso.

(Altalex, 6 settembre 2011. Nota di Gianluca Ludovici)

______________

[1] In tema di irrilevanza della nuova unione di fatto ai fini della corresponsione dell’assegno di mantenimento, si veda ex plurimis: Cass., sent. n. 23968/2010.

[2] Come è noto, la Consulta ha rilevato che il principio di eguaglianza consente l’individuazione del corollario della ragionevolezza, il quale impone che il Legislatore disciplini in modo uguale situazioni uguali ed in modo differente situazioni tra loro differenti; lo stesso principio non opera solo in sede normopoietica, ma deve trovare applicazione anche in sede ermeneutica.

[3] Antesignana risalente nel tempo della decisione in esame è stata Cass., sent. n. 4761/1993, che ha operato una distinzione concettuale tra mera convivenza e famiglia di fatto

[4] Le parole sono tratte proprio da Cass., sentenza 11 agosto 2011, n. 17195.

[5] Sul punto si veda pure: Cass. sent. n. 11975/2003.

[6] E’ appena il caso di ricordare, come fa la sentenza in esame, che soprattutto dopo la nota riforma del diritto di famiglia del 1975, il nucleo familiare de facto assume rilevanza in ragione della preminenza dell’affectio maritalis rispetto ai vincoli formali e coercitivi, nonché in virtù della capacità di costituire una micro-società in cui si svolge la personalità dell’individuo ai sensi dell’art. 2 Cost.. La presenza di prole (figli naturali) e della convivenza ingenera, quindi, per sua stessa natura (ipso facto), una responsabilità morale e materiale dei partners l’uno nei confronti dell’altro e di entrambi verso i figli, responsabilità di cui si rinviene traccia negli artt. 261 e 317 bis c.c., nonché nell’art. 30 Cost..

[7] Per quiescenza del diritto si intende lo stato di temporanea sospensione dell’efficacia di una situazione giuridica soggettiva di vantaggio che, pur se esistente, è pertanto inidonea o impossibilitata a produrre effetti in un certo periodo di tempo.






SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 11 agosto 2011, n. 17195

Svolgimento del processo

Con ricorso ritualmente notificato, F.F. chiedeva dichiararsi, nei confronti della moglie L.P., la cessazione degli effetti civili del matrimonio, con esclusione dell'assegno divorzile.

Costituitosi il contraddittorio, la L. dichiarava di non opporsi al divorzio, e chiedeva assegno per sè.

Il Tribunale di Roma, con sentenza non definitiva, dichiarava la cessazione degli effetti civili del matrimonio. Con sentenza definitiva del 30 settembre - 6 ottobre 2005, rigettava la domanda di assegno della L., stante la stabile convivenza more uxorio di questa con altro uomo.

Proponeva appello avverso tale sentenza la L., ribadendo la richiesta di assegno per sè. Costituitosi il contraddittorio, il F. chiedeva rigettarsi l'appello.

La corte d'Appello di Roma, con sentenza 12 giugno - 20 giugno 2007, in parziale riforma dell'impugnata sentenza, disponeva in favore della L. assegno mensile per l'importo di Euro 250,00.

Ricorre per cassazione il F., sulla base di tre motivi.

Resiste, con controricorso, la L..

Il ricorrente ha presentato memoria per l'udienza.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, il ricorrente lamenta violazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, nonchè vizio di motivazione in ordine alla stabile convivenza della L. con altro uomo, ciò che dovrebbe escludere la corresponsione di assegno divorzile a carico dell'ex coniuge.

Per una migliore intelligenza della problematica sollevata, va considerato che una convivenza stabile e duratura, con o senza figli, tra un uomo e una donna, che si comportano come se fossero marito e moglie, è stata volta a volta definita con espressioni diverse, quali concubinato, convivenza more uxorio, famiglia di fatto, la prima connotata negativamente, la seconda di valore neutro e la terza positivamente connotata. Si può addirittura ipotizzare una sorta di passaggio, almeno in parte anche in successione temporale, dall'uso di un'espressione all'altra, che si accompagna ad un corrispondente mutamento nel costume sociale.

La prima fase è anche l'unica che trova (o, meglio, trovava) un preciso riscontro normativo: il concubinato (una sorta di adulterio continuato) costituiva reato, nonchè causa di separazione per colpa.

La convivenza tra uomo e donna, come se fossero coniugi, rilevava soltanto come forma di sanzione - e condizione necessaria era ovviamente che uno dei conviventi fosse sposato - al fine di maggior difesa della famiglia legittima. La fase del concubinato volgeva al termine, dopo una nota sentenza della Corte Costituzionale (Corte Cost. n 167/1969) che cancellò tale ipotesi di reato.

In una diversa fase , nella quale l'espressione convivenza more uxorio andava gradualmente sostituendo quella di concubinato, prevaleva una sorta di "agnosticismo" dell'ordinamento nei confronti del fenomeno, derivante dalla mancata regolamentazione normativa di esso, e, con riferimento ai principii costituzionali, dall'art. 29 Cost., che soltanto "riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio", disposizione ritenuta confermativa del disinteresse dell'ordinamento verso altri tipi di organizzazione familiare.

In una fase successiva, che si può collocare temporalmente alle soglie e successivamente alla riforma generale del diritto di famiglia, l'espressione "famiglia di fatto" comincia ad essere sempre più frequentemente accolta. Essa non indica soltanto il convivere come coniugi, ma individua una vera e propria "famiglia", portatrice di valori di stretta solidarietà, di arricchimento e sviluppo della personalità di ogni componente, e di educazione e istruzione della prole. In tal senso, si rinviene, seppur indirettamente, nella stessa Carta Costituzionale, una possibile garanzia per la famiglia di fatto, quale formazione sociale in cui si svolge la personalità dell'individuo, ai sensi dell'art. 2 Cost. La riforma del diritto di famiglia del 1975, pur non contenendo alcun riferimento esplicito alla famiglia di fatto, viene ad accelerare tale evoluzione di idee:

nella rinnovata normativa emerge un diverso modello familiare, aperto e comunitario, una sicura valutazione dell'elemento affettivo, rispetto ai vincoli formali e coercitivi, l'eliminazione di gran parte delle discriminazioni della filiazione naturale rispetto a quella legittima. E talora si ritiene attribuita rilevanza giuridica alla famiglia di fatto, in presenza di figli, con riferimento all'art. 317 bis c.c., ove si precisa che i genitori naturali, se conviventi, esercitano congiuntamente la potestà.

Nella specie, la Corte d'Appello accerta l'instaurazione di un rapporto stabile di convivenza della L. con altro uomo: questi ha dato un apporto notevole al menage familiare, mettendo a disposizione per la convivenza un'abitazione di (OMISSIS), proprietà di una s.r.l. di cui egli detiene il 99% delle quote, la coppia ha avuto due figli, in un breve lasso di tempo (2001 - 2003); durante la convivenza matrimoniale non erano nati figli.

Presume la Corte di merito che gli impegni connessi alla maternità ed alìaccudimento dei bambini, ancora in tenera età, abbiano impedito "il collocamento nel mondo del lavoro della L.";

Ritiene peraltro che, benchè la volontarietà di alcune scelte di vita della L. (l'instaurazione della convivenza, la nascita dei figli, etc.), non possa farsi ricadere sul coniuge, tuttavia la sperequazione dei mezzi di questa di fronte alle disponibilità economiche del F. - che già caratterizzavano il tenore di vita durante la convivenza matrimoniale - giustifichi la corresponsione di un assegno divorzile a carico dell'ex coniuge. l'argomentazione del Giudice a quo è palesemente erronea.

E' vero che giurisprudenza consolidata di questa Corte (tra le altre, da ultimo, Cass. n 23968/2010) afferma che la mera convivenza del coniuge con altra persona non incide di per sè direttamente sull'assegno di mantenimento. E tuttavia, ove tale convivenza assuma i connotati di stabilità e continuità, e i conviventi elaborino un progetto ed un modello di vita in comune (analogo a quello che; di regola caratterizza la famiglia fondata sul matrimonio: come già si diceva, arricchimento e potenziamento reciproco della personalità dei conviventi, e trasmissione di valori educativi ai figli (non si deve dimenticare che obblighi e diritti dei genitori nei confronti dei figli sono assolutamente identici, ai sensi dell'art. 30 Cost. e art. 261 c.c., in ambito matrimoniale e fuori dal matrimonio), la mera convivenza si trasforma in una vera e propria famiglia di fatto (al riguardo, Cass., n. 4761/1993).

A quel punto il parametro dell'adeguatezza dei mezzi rispetto al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale da uno dei partner non può che venir meno di fronte: all'esistenza di una famiglia, ancorchè di fatto. Si rescinde così ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale e, con ciò, ogni presupposto per la riconoscibilità di un assegno divorzile, fondato sulla conservazione di esso (v. s.u. 2 punto Cass. 2003 n. 11975).

E' evidente peraltro che non vi è nè identità, nè analogia tra il nuovo matrimonio del coniuge divorziato, che fa automaticamente cessare il suo diritto all'assegno, e la fattispecie in esame, che necessita di un accertamento e di una pronuncia giurisdizionale. Come talora questa Corte ha precisato (al riguardo, tra le altre, Cass. n. 3503/1998), si tratta, in sostanza, di quiescenza del diritto all'assegno, che potrebbe riproporsi, in caso di rottura della convivenza tra i familiari di fatto, com'è noto effettuabile ad nutum, ed in assenza di una normativa specifica, estranea al nostro ordinamento, che non prevede garanzia alcuna per l'ex familiare di fatto (salvo eventuali accordi economici stipulati tra i conviventi stessi).

Va pertanto accolto il primo motivo di ricorso, assorbente rispetto agli altri, attinenti alla quantificazione dell'assegno e al regime delle spese processuali cassata la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d'Appello di Roma, in diversa composizione, che esaminerà il merito della causa, attenendosi ai principii suindicati e pure si pronuncerà sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo del ricorso, assorbiti gli altri;

cassa la sentenza impugnata, con rinvio alla Corte d'Appello di Roma in diversa composizione, che pure si pronuncerà sulle spese del presente giudizio di legittimità.



Avv. Alessandro Traini

area civilistica: responsabilità civilie contrattuale ed extracontrauttuale, famiglia e successioni, contrattualistica, lavoro,infortunistica , recupero crediti, bancario


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