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fallimento, opposizione, responsabilità aggravata, interdipendenza domande
Corte d'Appello Roma, sez. III civile, sentenza 21.09.2011

L'opposizione alla dichiarazione di fallimento e l'azione di responsabilità aggravata, introdotta ai sensi dell'art. 96 cod. proc. civ., con riguardo all'iniziativa assunta con l'istanza di fallimento, sono legate da un nesso d'interdipendenza da cui consegue la competenza funzionale, esclusiva ed inderogabile del giudice della predetta opposizione su entrambe e l'improponibilità in separato giudizio dell'azione risarcitoria (In applicazione di tale principio, la Corte di Appello di Roma, nel riformare la sentenza di primo grado, ha dichiarato inammissibile la domanda di risarcimento danni che un imprenditore aveva avanzato in separato giudizio nei confronti del suo creditore, in seguito all’accertamento giudiziale della insussistenza del credito presupposto ed alla conseguente caducazione del titolo posto a fondamento della dichiarazione di fallimento).

(*) Riferimento normativo: art. 96 c.p.c.

(Fonte: Massimario.it - 4/2012. Cfr. nota di Laura Biarella)






Corte d'Appello di Roma

Sezione III Civile

Sentenza 21 settembre 2009

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D'APPELLO DI ROMA

TERZA SEZIONE CIVILE

così composta:

dr. Filippo Paone - Presidente -

dr. Giovanni Buonomo - Consigliere -

dr. Mauro Di Marzio - Consigliere rel. -

riunita in camera di consiglio ha pronunciato la seguente

SENTENZA

ai sensi dell'articolo 281 sexies c.p.c. mediante lettura del dispositivo e delle ragioni di fatto e diritto nella causa civile in grado d'appello iscritta al numero 1961 del ruolo generale degli affari contenziosi dell'anno 2011, posta in decisione all'udienza del giorno 21 settembre 2011 e vertente

TRA

F. S.A., con l'avvocato A.R.

Parte Appellante

E

C.A., con l'avvocato A.G.

Parte Appellata

OGGETTO: appello contro sentenza n. 17.226 del 2010 del tribunale di Roma.

FATTO E DIRITTO

1. - La corte ritiene l'applicabilità dell'articolo 281 sexies c.p.c. dinanzi alla corte di appello.

Difatti, l'articolo 359 c.p.c. stabilisce che nei procedimenti d'appello, tanto davanti alla corte quanto al tribunale, si osservano in quanto applicabili le norme dettate per il procedimento di primo grado davanti al tribunale, se non incompatibili con le disposizioni del capo secondo del titolo terzo del libro secondo del codice di rito.

Ciò detto, l'applicabilità della norma in questione non può essere esclusa sul rilievo che l'articolo 281 sexies c.p.c. è dettato per il procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica, dal momento che il criterio discriminante, ai fini della definizione dell'ambito di operatività della disposizione, non è la composizione monocratica o collegiale del giudice, bensì la riconducibilità della materia del contendere all'elencazione di cause di cui all'articolo 50 bis c.p.c.

L'inapplicabilità dell'articolo 281 sexìes c.p.c. in appello, d'altronde, neppure può essere desunta dalla formulazione dell'articolo 352 c.p.c., il quale disciplina la fase decisoria dinanzi alla corte, giacché tale disposizione è posta a regolare il modulo ordinario della decisione, ma, per le ragioni dette, non esclude, tramite il rinvio di cui all'articolo 359 c.p.c., la decisione a seguito di trattazione orale.

L'applicabilità dinanzi alla corte di appello della decisione ai sensi dell'articolo 281 sexies c.p.c., inoltre, si armonizza con la complessiva tendenza alla deformalizzazione che l'ordinamento manifesta e che trova recente riconoscimento nella novella dell'articolo 360 bis c.p.c., il quale ammette la ricorribilità per cassazione, in ipotesi di vizio del procedimento, nel solo caso di violazione dei principi regolatori del giusto processo.

L'ammissibilità dell'impiego dell'articolo 281 sexies dinanzi alla corte d'appello, dunque, potrebbe essere negata soltanto ove si riconoscesse che l'adozione di tale modulo decisorio arrechi un vulnus al principio del contraddittorio, la qual cosa appare tuttavia (a giudizio di questa corte) palesemente da escludere, dal momento che la nonna in questione prevede la discussione orale (secondo una modalità non dissimile da quella dettata dallo stesso articolo 352 c.p.c., seppure, secondo un impianto alquanto pletorico, all'esito del deposito delle conclusionali e repliche) ed attribuisce alle parti il diritto di chiedere un rinvio per la discussione all'eventuale fine di prepararsi meglio ad essa.

Al contrario, l'impiego del più semplice modulo decisorio in questione può costituire, in particolare nel caso di appelli manifestamente fondati ovvero manifestamente infondati, utile strumento di realizzazione (o, se non altro, di minor grave violazione) del principio di ragionevole durata del processo, tenuto conto che, allo stato attuale, la durata media del giudizio di appello dinanzi a questa corte eccede di gran lunga i limiti indicati dalla Cedu.

Conclusioni opposte a quelle qui prospettate non paiono poter essere desunte dall'unico precedente di legittimità in materia (Cass. 28 aprile 2009, n. 6205, in Giur. it., 2009, 2472, con nota critica la quale svolge argomenti in buona parte coincidenti con quelli qui proposti), sia perché riferito a diversa fattispecie (appello delle decisioni del giudice di pace dinanzi al tribunale), sia perché motivato sull'assunto (elaborato prima dell'introduzione dell'art. 360 bis c.p.c. e dunque perciò solo non più attuale) che l'articolo 281 sexies limiterebbe "la difesa delle parti alla sola discussione orale" tenuto conto che, come si è già detto, la discussione orale sembra poter costituire limite al dispiegamento del diritto di difesa soltanto in quelle ipotesi in cui la materia controversa, individuata attraverso l'articolo 50 bis c.p.c., richieda per la sua intrinseca delicatezza o complessità il deposito degli scritti finali, avuto riguardo al rilievo che, se così non fosse, l'articolo 281 sexies c.p.c. dovrebbe in ogni caso consentire a ciascuna parte di chiedere ed ottenere la fissazione del termine per conclusionali e repliche.

2. - La vicenda da cui ha tratto origine il presente giudizio di appello è così riassunta nella sentenza impugnata: "Con atto di citazione ritualmente notificato la "F. S.A "conveniva in giudizio A.C. per sentirlo condannare al risarcimento dei danni. Parte attrice esponeva che in data 11.4.2002 A.C. proponeva istanza davanti al Tribunale di Roma per il fallimento della "F. S.A. ", istanza accolta con sentenza n. 661/02 del 23.5.2002, che la Corte di Appello annullava tale sentenza e che sussisteva la responsabilità ex art. 2043 c.c. del convenuto per aver proposto una istanza infondata produttiva di danni. Si costituiva A.C., eccependo la prescrizione quinquennale, l'assenza di responsabilità e che i danni erano sprovvisti di prova. All'udienza del 19.1.2010 parte attrice concludeva per la condanna al risarcimento dei danni, il convenuto per il rigetto della pretesa ed il giudice tratteneva la causa in decisione, assegnando i termini di cui all'art. 190, primo comma, c.p.c. per il deposito di comparse e memorie".

3. - All'esito del giudizio il tribunale ha accolto l'eccezione di prescrizione e condannato la società attrice alle spese di lite.

A fondamento della decisione il primo giudice ha svolto gli argomenti che seguono: "L'eccezione di prescrizione merita accoglimento. La stessa parte attrice individua la condotta illecita del convenuto nel fatto di aver proposto una istanza di fallimento poi risultata infondata. Dunque è questo il momento dell'asserito compimento del fatto illecito e non quello della declaratoria della sentenza di fallimento da parte del Tribunale di Roma, costituente la mera conseguenza dannosa, peraltro anch'essa risalente al maggio 2002, ovvero quello della pronuncia della Corte di Appello. Orbene, poiché la suddetta istanza è stata depositata in data 11.4.2002 ed il primo atto interruttivo della prescrizione è rappresentato dalla notifica della citazione introduttiva del presente giudizio, avvenuta regolarmente solo nel 2008, è ormai decorso il termine di prescrizione di cinque anni di cui all'art. 2947, primo comma, c.c.. Le spese processuali seguono la soccombenza".

4. - Ha proposto appello F. S.A.

C.A. ha resistito al gravame.

L'appello è stato posto in decisione all'udienza del giorno 21 settembre 2011 ai sensi dell'articolo 281 sexies c.p.c., sull'accordo delle parti, mediante lettura integrale della sentenza.

5. - L'atto d'appello contiene un solo motivo con cui la società appellante ha lamentato l'erroneità della pronuncia impugnata sotto il profilo dell'interpretazione ed applicazione della disciplina dettata dall'articolo 2935 c.c. in punto di decorrenza della prescrizione, sul rilievo che detto termine avrebbe dovuto essere fissato non alla data dell'istanza di fallimento, ma a quella in cui la corte d'appello aveva dichiarato la nullità della sentenza dichiarativa del fallimento medesimo.

6. - Preliminare all'esame del motivo di gravame è la verifica officiosa dell'ammissibilità della domanda originariamente proposta.

A tal riguardo occorrono alcuni chiarimenti in fatto, i quali si traggono dalla documentazione prodotta in atti e, in particolare, dalla sentenza di questa corte n. 3930 del 2006:

- l'istanza di fallimento è stata proposta nei confronti di F. S.p.a., a carico della quale il fallimento è stato dichiarato;

- P.P., in proprio e quale ultimo amministratore della F. S.p.a., ha proposto opposizione al fallimento, deducendo, tra l'altro, che la società si era estinta anteriormente all'istanza di fallimento per trasferimento all'estero, essendo ad essa subentrata l'odierna società appellante;

- impugnata la sentenza reiettiva dell'opposizione al fallimento, questa corte, con la citata sentenza n. 3930 del 2006, ne ha invece dichiarato la nullità per difetto di contraddittorio nella fase prefallimentare, sulla considerazione che l'istanza di fallimento era stata notificata alla società ormai estinta;

- in proposito la citata sentenza così si esprime: "Orbene, ai sensi degli artt. 10 e 11 legge fallimentare ben può essere dichiarato dal giudice italiano il fallimento della società estinta (perché trasferitasi in Lussemburgo), in conformità con l'ipotesi del fallimento dell'imprenditore defunto, ma il legittimo contraddittore va ricercato nella persona giuridica ricostituitasi all'estero che continua nella nuova sede l'impresa commerciale del soggetto italiano ormai estinto, del quale è successore subentrando in tutti i rapporti giuridici attivi e passivi già facenti capo alla società, italiana e destinata a subire gli effetti della dichiarazione di fallimento del soggetto italiano estinto per trasferimento ... Alla luce di tali premesse deve ritenersi inesistente la notifica effettuata ...all'amministratore della F. S.p.a., trattandosi di notifica eseguita nei confronti di I soggetto ormai estinto".

Ciò detto, è agevole osservare che la pretesa risarcitoria azionata dal fallito, per essere stato chiesto ed ottenuto il fallimento in difetto delle condizioni di legge, trova un preciso riferimento normativo nella previsione dell'articolo 21 della legge fallimentare nel testo applicabile quoad tempus.

Ha in proposito chiarito la S.C. che la responsabilità del creditore che ha proposto istanza di fallimento, poi revocato, per i danni derivanti dalla dichiarazione di fallimento, prevista dall'art. 21 della legge fallimentare (come all'epoca vigente), configura una speciale applicazione della responsabilità processuale aggravata di cui all'art. 96 c.p.c., la cui cognizione è affidata alla competenza funzionale dello stesso giudice fallimentare in sede di opposizione alla dichiarazione di fallimento, senza che rilevi che la responsabilità sia riferibile ad una fase e ad un momento processuale (la proposizione del ricorso per fallimento) diverso da quello in cui l'istanza risarcitoria viene fondata (nel giudizio di revoca della dichiarazione di fallimento), non escludendo, la divaricazione tra momento del commesso illecito e momento del suo accertamento, la natura processuale di detta responsabilità (Cass. 23 ottobre 1993, n. 10556, GC, 1994, I, 1277; Cass. 26 giugno 1999, n. 6637, Fa, 2000, 639; Cass. 22 luglio 2009 n. 17155, MGC, 2009; Cass. 28 aprile 2010, n. 10230, MGC, 2010).

In particolare, è stato precisato, in tema di revoca della dichiarazione di fallimento pronunciata in difetto delle condizioni di legge, che la relativa responsabilità del creditore istante, la quale trova per l'appunto la propria disciplina specifica nell'art. 21, terzo comma, della legge fallimentare (vigente all'epoca dei fatti), costituisce comunque applicazione dell'art. 96 c.p.c., che regola tutti i casi di responsabilità risarcitoria per atti o comportamenti processuali, ponendosi con carattere di specialità rispetto all'art. 2043 c.c. e senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità.

Tanto premesso, trova nella specie applicazione il principio, ampiamente ribadito con riguardo all'articolo 96 c.p.c., secondo cui la domanda di responsabilità aggravata spetta al giudice investito della decisione del merito della causa, alla quale si riferisce il comportamento processuale incriminato (Cass. 24 gennaio 1962, n. 115, MGC, 1962; Cass. Sez. U., 27 febbraio 1962, n. 390, RCP, 1962, 317; Cass. 10 ottobre 1962, n. 2912, MGC, 1962; Cass. 30 dicembre 1963, n. 3240, MGC, 1963; Cass. 16 ottobre 1967, n. 2484, GC, 1968, I, 287; FI, 1968, I, 737; Cass. 16 dicembre 1971, n. 3682, MGC, 1971; Cass. 14 gennaio 1972, n. 110, RGE, 1972, I, 601; FI, 1972, I, 1588; DG, 1973, 441; Cass. 15 novembre 1972, n. 3402, MGC, 1972; Cass. 20 luglio 1973, n. 2129, MGC, 1973; Cass. 17 ottobre 1997, n. 10169, MGC, 1997; Cass. 12 novembre 2003, n. 17016, MGC, 2003; Cass. 23 marzo 2004, n. 5734, MGC, 2004). Più volte è stato ripetuto che si tratta di competenza funzionale ed inderogabile (Cass. 21 aprile 1965, n. 703, GC, 1965, I, 2089; Cass. Sez. U., 23 aprile 1971, n. 1174, GC, 1971 I, 1011; Cass. 17 giugno 1974, n. 1763, RCP, 1974, 128; GC, 1975, I, 105), attribuita al giudice del merito e volta ad evitare contrasti di giudicati (Cass. 26 novembre 1992, n. 12642, AC, 1993, 420; Cass. 4 giugno 2007, n. 12952, MGC, 2007; Cass. 23 dicembre 2010, n. 26004, Il civilista, 2011, 3, 18), senza che ciò susciti dubbi di costituzionalità (Cass. 4 ottobre 1976, n. 3239, MGC, 1976; Cass. 18 gennaio 1983, n. 477, GC, 1983, I, 1493). Va da sé che pronuncia di responsabilità aggravata non può essere fatta valere in separato giudizio (Cass. 17 giugno 1963, n. 1612, GC, 1963, I, 2396; Cass. 17 marzo 1966, n. 759, MGC, 1966; Cass. 10 dicembre 1963, n. 3127, MGC, 1963; Cass. 25 febbraio 1964, n. 417, MGC, 1964; Cass. 20 giugno 1968, n. 2047, MGC, 1968; Cass. 22 ottobre 1968, n. 3405, MGC, 1968; Cass. 4 settembre 1970, n. 1197, MGC, 1970; Cass. 10 marzo 1971, n. 680, FP, 1971, 828; GC, 1971, I, 838; Cass. 14 novembre 1972, n. 3388, MGC, 1972; Cass. 26 novembre 1977, n. 5159, MGC, 1977; Cass. 17 settembre 1980, n. 5291, AC, 1980, 1003; Cass. 23 luglio 1981, n. 4733, MGC, 1981; Cass. 9 aprile 1984, n. 2266, DF, 1984, II, 754; Cass. 23 aprile 1997, n. 3534, MGC, 1997), neppure se vi sia istanza od accordo delle parti (Cass. 7 ottobre 1967, n. 2288, MGC, 1967; Cass. 7 settembre 1970, n. 1275, MGC, 1970; Cass. 15 dicembre 1970, n. 2683, GC, 1971, I, 569; Cass. 29 maggio 1971, n. 1608, MGC, 1971; Cass. 15 febbraio 1972, n. 397, MGC, 1972; Cass. 14 novembre 1972, n. 3387, GAI, 1974, 209; Cass. 26 luglio 1974, n. 2255, MGC, 1974; Cass. 17 ottobre 1978, n. 4643, MGC, 1978; Cass. 10 luglio 1980, n. 4411, MGC, 1980; Cass. Sez. U., 15 dicembre 1986, n. 7503, MGC, 1986; Cass. 12 ottobre 1987, n. 7528, AC, 1988, 188; Cass. 4 gennaio 1995, n. 97, MGC, 1995; Cass. 29 marzo 1999, n. 2967, Gi., 2000, 268).

In definitiva, la società fallita avrebbe potuto chiedere il risarcimento dei danni asseritamente derivati dalla dichiarazione di fallimento solo ed esclusivamente in sede di opposizione al medesimo: di qui l'inammissibilità della domanda risarcitoria spiegata dall'odierna appellante, evidentemente rilevabile d'ufficio anche in grado d'appello.

7. Le spese di lite del grado possono integralmente compensarsi tenuto conto del rilievo officioso dell'inammissibilità.

PER QUESTI MOTIVI

definitivamente pronunciando sull'appello proposto da F. S.A. nei confronti di C.A. contro la sentenza resa tra le parti dal tribunale di Roma, ogni altra conclusione disattesa, così provvede:

1. - in riforma della sentenza impugnata dichiara inammissibile la domanda spiegata da F. S.A. nei confronti di C.A.;

2. - spese del grado compensate.

Così deciso in Roma, il 21 settembre 2011.

Depositata in Cancelleria il 21 settembre 2011.



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