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Furto
AltalexPedia, voce agg. al 28.04.2012 (Simone Marani)

Categoria: Diritto Penale

Furto

 di Simone Marani


Il delitto di furto si configura quando “Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri” (art. 624 c.p.).

1. Nozione e caratteri generali

2. Bene giuridico tutelato

3. Fondamento dell’incriminazione

4. Soggetto attivo

5. L’oggetto materiale dell’azione. La cosa mobile altrui

5.1. Il concetto di mobilizzazione

6. La condotta. Sottrazione ed impossessamento

6.1. Sottrazione e detenzione

6.2. La problematica del furto nei supermercati ed individuazione del momento consumativo del reato

7. Tentativo

8. Rapporti con altre figure di reato

9. Elemento soggettivo. Il fine di profitto

9.1. Il requisito dell’ingiustizia

Bibliografia

  

1. Nozione e caratteri generali

La figura delittuosa contemplata dall’art. 624 c.p., detta anche “furto comune”, si rappresenta come una delle fattispecie delittuose di maggiore frequenza all’interno del nostro panorama criminale, oggetto di particolare attenzione fin dall’epoca romana (celebre la definizione data da Paolo “Furtum est contrectatio rei fraudolosa lucri faciendi gratia vel ipsius rei vel etiam usus eius”).

Come avremo modo di vedere tra poco, il furto, quale fattispecie delittuosa nella quale è facilmente individuabile l’istinto predatorio connaturato all’indole umana, è stato oggetto, fin dall’introduzione del codice Rocco, di una disciplina particolarmente rigorosa, in perfetta armonia con quelle che erano le ideologie autoritarie presenti al momento dell’entrata in vigore del medesimo. In un secondo momento, l’evoluzione dei valori etico-sociali presenti all’interno del nostro Paese ha comportato un’attenuazione dell’importanza criminosa della figura in commento, soprattutto attraverso il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, nonché l’assicurazione della sua funzione sociale (art. 42 Cost.).

Tale principio ha comportato l’impossibilità di riconoscere una tutela assoluta del diritto di proprietà, bensì ristretta dall’esistenza di limiti, non solo di carattere pubblicistico, ma anche di natura privatistica. Un ulteriore passo in avanti, verso la modernizzazione del trattamento sanzionatorio del furto, si è avuta nel 1974, mediante l’intervento riformatore attinente al bilanciamento delle circostanze, il quale ha permesso di attenuare maggiormente il trattamento sanzionatorio così particolarmente gravoso nella fase precedente ad esso.

Si tratta della forma più semplice attraverso la quale si manifesta l’istinto predatorio dell’individuo, in quanto tale fattispecie criminosa consiste nel togliere illegittimamente ad altri una cosa mobile per impossessarsene (ANTOLISEI).

2. Bene giuridico tutelato

Il primo problema attiene all’individuazione del bene giuridico oggetto dell’incriminazione. Riteniamo che questo debba essere individuato nella tutela del possesso, e non, come voleva certa dottrina, soprattutto in passato, nella tutela della proprietà (Fra i tanti MANZINI, CARRARA, DE MARSICO).

La concezione più moderna ravvisa l’oggetto giuridico tutelato sulla base di una semplice relazione di fatto (il possesso) tra il soggetto e la cosa, in maniera assai aderente al testo normativo, il quale parla di sottrazione della cosa “a chi la detiene”. La detenzione rappresenta proprio quel potere di fatto sulla cosa, il quale costituisce il quid minimo affinché si possa parlare di possesso giuridicamente rilevante.

Il pregiudizio del bene giuridico oggetto di tutela si verifica, di conseguenza, ogniqualvolta la cosa mobile venga sottratta a colui che è titolare di tale potere di signoria, indipendentemente dalla sussistenza, o meno, di un qualsiasi titolo giuridico dal quale possa scaturire tale potere.

L’impostazione tradizionale, accolta ancora oggi da una cospicua parte degli studiosi, ravvisa l’oggetto giuridico da tutelare nello stato di diritto (proprietà) che viene ad instaurarsi tra il soggetto ed il bene.

Secondo tale impostazione, la storia della fattispecie del furto, così come lo stesso tenore letterale dell’art. 624 c.p., evidenzia come l’altruità costituisca uno dei pilastri fondamentali sui quali poggia l’intero istituto. “Se così è, pretendere di prescindere da questo requisito equivarrebbe a privarsi di uno dei principali punti di orientamento che possono guidare alla ricerca dell’interesse protetto” (FIANDACA-MUSCO).

Tale teoria è stata oggetto di numerose argomentazioni nel corso della storia. Una prima impostazione afferma, sulla base della considerazione secondo la quale, nel novero dei soggetti attivi del reato, non sia possibile ricondurre il proprietario il quale commetta il fatto ai danni del detentore, che l’oggetto giuridico tutelato dall’art. 624 c.p. sia, in prim’ordine, la proprietà, e solo in secondo luogo, il possesso (MAGGIORE).

Non manca chi ha evidenziato, infine, come il bene giuridico tutelato dalla norma in commento debba ravvisarsi, in primis, nel diritto di disposizione, ed in subordine, nel diritto di godimento della cosa. Gli autori sono arrivati ad una simile conclusione sul presupposto secondo il quale il fine di trarre profitto dall’impossessamento della cosa altrui comprenderebbe la coscienza di violare il diritto di disporre e di godere della cosa medesima, e non il semplice possesso materiale (NUVOLONE).

Altra parte della letteratura ha ulteriormente tentato di precisare i confini dell’interesse giuridicamente tutelato dalla normativa in tema di furto, affermando come questo debba essere ristretto solo alle relazioni di proprietà e di diritti reali di godimento, sia che abbiano natura personale o reale.

Viene rilevato come le naturali tipologie di aggressione, sottostanti alla condotta tipica del furto, in quanto comportanti la perdita di disponibilità della cosa mobile, vanno ad incidere in maniera negativa su quelli che sono i poteri tipici che possono essere esercitati dal titolare sulla cosa, ovvero il potere di godimento e di disposizione. Rimarrebbero sottratti dall’ambito di applicazione della norma tutti coloro che sono titolari di “semplici” diritti reali di garanzia (pegno), ovvero di relazioni di custodia, in quanto attaccati in maniera solo eventuale ed indiretta (MANTOVANI).

Sebbene tutte le tesi sino ad ora esposte siano connotate da un indubbio fascino argomentativo, appare del tutto evidente la facilità con la quale possiamo individuare come il soggetto passivo del furto sia da ricercare in colui che, in realtà, abbia il semplice possesso della cosa.

Costui non necessariamente ne deve essere anche proprietario, sebbene sia possibile, come accade nella maggioranza dei casi, che le due qualifiche coincidano in capo alla medesima persona. Non sempre è detto che l’interesse del proprietario non possessore venga leso a seguito del furto, così come è possibile, ed avremo modo di evidenziarlo nel prosieguo della trattazione, che il proprietario medesimo possa addirittura trarre vantaggio dalla sottrazione della cosa mobile in danno di altri che la possiede.

Senza considerare come il riferimento, operato dalla norma, all’impossessamento della cosa altrui, sembri essere sicuro indice della volontà del Legislatore diretta a concentrare la tutela sul semplice possesso della cosa mobile.

Non manca chi, in una prospettiva poco dissimile dalla precedente, afferma come la funzione della norma in commento sia, in realtà, duplice. Da un lato, proteggere una situazione di fatto intercorrente tra un soggetto ed una cosa mobile, dall’altro, dare protezione ad un diritto di proprietà che spetterebbe al medesimo soggetto. La norma parla espressamente di “cosa altrui”, indicando, quale presupposto indefettibile, il fatto che la cosa oggetto di furto sia di proprietà di altri.

Ovviamente tale duplicità di oggetti di tutela rimane oscura fino a che il possesso e la proprietà facciano capo al medesimo titolare. Nel caso di una dissociazione tra i due rapporti, ecco che il rapporto possessorio è destinato ad avere la priorità su quello petitorio, in quanto l’interesse della collettività che da sempre ha fatto da sfondo all’incriminazione del furto è da rinvenire nel mantenimento della sfera di pace nei rapporti intersoggettivi (PAGLIARO).

E’ vero che il possesso delle cose mobili trova una specifica tutela anche in sede civile, attraverso le azioni di reintegrazione e di manutenzione (artt. 1168 e 1170 c.c.), ma trattasi di tutela che la comune esperienza ha dimostrato insufficiente, soprattutto per il fatto che le cose mobili possono passare agevolmente in proprietà dell’acquirente in buona fede, anche se alienate da non proprietario, ai sensi dell’art. 1153 c.c.

Resta il dato incontrovertibile secondo il quale il furto è un delitto contro il patrimonio e non a vantaggio del patrimonio del colpevole, con la conseguenza che rientra nell’ambito di applicazione della norma in commento anche l’ipotesi di un’aggressione illegittima di un patrimonio altrui, non accompagnato da un corrispondente arricchimento in capo al soggetto attivo.

Ecco allora come l’ordinamento, preso atto della inconsistenza della tutela civilistica, ha voluto prestarle rinforzo attraverso la prospettazione di una pena criminale.

3. Fondamento dell’incriminazione

Se decidiamo di accogliere la tesi da noi evidenziata in precedenza, in quanto la ratio della norma sia da rinvenire nella tutela del possesso, ne deriva, quale logica conseguenza, che il soggetto passivo del reato in esame debba essere individuato nel possessore della cosa mobile.

Se, al contrario, riteniamo di seguire l’opinione tradizionale, il soggetto passivo del furto deve essere rinvenuto nel titolare della situazione giuridicamente tutelata dall’ordinamento.

Se il soggetto derubato non dovesse coincidere con il proprietario della cosa sottratta, costui non potrà assumere le veste di soggetto passivo, in quanto semplice riferimento esterno dell’azione di spossessamento.

In applicazione di tale principio, la giurisprudenza di legittimità, anticipando sin da ora quanto vedremo in seguito in tema di soggetto passivo del reato, ha affermato come “Posto che nel delitto di furto il titolare del bene giuridico offeso è il detentore della cosa che dalla sua sfera di progresso viene fatta passare nell’altrui signoria, nel caso di furto di oggetti contenuti in cassette di sicurezza, la qualità di parte offesa è assunta dalla banca. Infatti, con il contratto di utenza di cassette di sicurezza questa si obbliga ad eseguire non solo una prestazione assimilabile alla locazione, ma anche e principalmente quella di custodia delle cassette mediante applicazione di vigilanza sul forziere e per esso sul suo contenuto, mentre gli affidanti, per essersi serviti di siffatto contratto e quindi di una complessa struttura materiale, tecnica ed organizzativa che realizza condizioni di sicurezza superiori a quelle raggiungibili dagli stessi nella propria abitazione, devono necessariamente dimettere il possesso dei rispettivi beni entrati in rapporto di fatto con la banca presso cui vengono depositati; beni dei quali – ai fini della loro custodia – la banca dovrà necessariamente avere, nell’ambito della vigilanza ritenuta necessaria, la disponibilità” (Cass. Pen., Sez. II, sentenza 31 maggio 1990, n. 7598, in Cass. Pen., 1992, 1499).

4. Soggetto attivo

Il soggetto attivo può essere chiunque, trattandosi di reato comune. Sul punto si discute in dottrina circa la possibilità di configurare il furto commesso dal proprietario ai danni di chi sia titolare di un diritto reale o personale di godimento (furtum rei propriae o furtum possessionis).

Gli studiosi sembrano propendere per la tesi positiva, non solo in relazione alla tradizione storica dell’istituto, presente fin dall’epoca romana, ma soprattutto sulla base di alcuni rilievi di fondo, fra i quali spicca quello facente riferimento al dettato Costituzionale in tema di proprietà.

Se è vero, come si sostiene, che l’ordinamento giuridico assicura e tutela la funzione sociale del diritto di proprietà, si può ammettere che tale tutela si estenda al punto di permettere che il nudo proprietario possa rimpossessarsi abusivamente di cose oggetto di un diritto reale o personale di cui altri ne sia titolare.

Al tempo stesso, la mancata previsione espressa dell’istituto del furtum possessionis potrebbe essere indice di una precisa volontà del Legislatore di non voler dare cittadinanza ad una tale figura nel nostro ordinamento.

Non solo. Esisterebbero altri indici rilevatori di una simile volontà. Ad esempio, l’art. 627 c.p. che punisce la condotta di sottrazione di cose comuni, sottopone il comproprietario che si impossessa della cosa ad una sanzione molto più lieve rispetto al furto comune. Risulterebbe di enorme sproporzione sanzionare con la pena di cui all’art. 624 c.p. la sottrazione della cosa da parte del proprietario della stessa, considerando che nel nostro caso costui è unico proprietario della cosa e non comproprietario, come nella fattispecie di cui all’art. 627 c.p.

Un’altra indicazione contraria alla possibilità di ammettere il furto da parte del proprietario si potrebbe individuare dall’esame degli artt. 334 e 338 c.p. i quali, disciplinando le figure delittuose della sottrazione di cose sottoposte a sequestro o a pignoramento, prevedono una pena minore nel caso in cui il soggetto attivo sia il proprietario, anche se il fatto sia in grado di pregiudicare un interesse pubblicistico di rango superiore.

5. L’oggetto materiale dell’azione. La cosa mobile altrui

E’ necessario che il bene sul quale va ad incidere la condotta delittuosa sia una cosa mobile, in quanto gli illeciti che vanno a colpire i beni immobili danno luogo ad altre figure criminose che vedremo in seguito (ad es. danneggiamento o usurpazione). Cosa è ogni entità materiale che sia idonea a soddisfare un bisogno umano.

In linea di prima approssimazione, la cosa è mobile quando essa può essere liberamente trasportata da un luogo ad un altro senza che perda la sua funzione sociale.

Una problematica che merita un breve approfondimento è quella attinente alla natura della cosa oggetto della sottrazione. Ci si chiede se la cosa debba necessariamente possedere un valore economico, oppure se sia sufficiente che essa possegga anche solo un valore affettivo.

La soluzione preferibile appare essere proprio quest’ultima. La cosa oggetto dei delitti contro il patrimonio può essere, infatti, anche una cosa che abbia anche solo valore affettivo, benché priva di valore pecuniario. Di conseguenza, commetterà furto Tizio, il quale si impossessi di lettere o fotografie di famiglia possedute da Caio.

Non tutta la dottrina è però d’accordo con una simile impostazione. Non è sufficiente affermare l’iniquità della non punibilità di oggetti aventi valore extraeconomico. E’ necessario valutare le ragioni sulla base delle quali la tutela penale è oggetto di un trattamento diverso rispetto a quella civile. “Inoltre, la tesi più estensiva, sottovalutando che il furto è il più tipico dei delitti contro il patrimonio, trasforma più o meno surrettiziamente l’oggetto di tutela nella libertà del proprietario di esercitare sulla cosa un dominio ad libitum” (FIANDACA-MUSCO).

 Al tempo stesso la dottrina e la giurisprudenza sono concordi nel ritenere come oggetto di furto possano essere solo cose che siano valutabili economicamente, ovvero presentino un minimo valore scambio. E’ necessario che la cosa mobile presenti un valore effettivo non solo in relazione al titolare del diritto che va ad incidere sulla medesima, evitando, in tal modo, che la tutela penale venga ad essere subordinata all’arbitrio dei singoli.

Per scongiurare un tale pericolo occorre che la valutazione “economica” del bene oggetto della condotta delittuosa sia oggetto di un giudizio riferibile ad un osservatore rientrante nelle categorie socio-professionali all’interno delle quali la vittima, di volta in volta, viene ad esserne parte.

Ne deriva che le cose che non presentino tale peculiarità, come un chicco d’uva o uno spillo arrugginito, per rimanere nella casistica tradizionale, non possono rientrare nell’ambito di applicazione dell’art. 624 c.p.

E’ necessario che la cosa non sia disponibile in quantità illimitata (res communis omnium), in quanto un tale oggetto non necessita di alcuna tutela diretta a fare in modo che ne venga realizzato il pacifico godimento da parte dei singoli.

Di conseguenza l’aria che respiriamo non potrà essere, in linea di massima, oggetto di furto, ma potrà diventarlo nel caso in cui essa sia racchiusa in appositi contenitori (bombole d’ossigeno) per soddisfare un preciso scopo. La cosa deve essere un bene, essendo irrilevante se si tratti di cosa commerciabile o meno, in quanto anche un bene demaniale o una sostanza stupefacente può essere oggetto di furto.

Come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità “La captazione di acque sotterranee ad opera del proprietario del fondo ad esse soprastante rende configurabile il reato di furto quando non sia finalizzata ad usi esclusivamente domestici, quali consentiti dall’art. 93 del T.U. sulle acque approvato con R. D. 11 dicembre 1933, n. 1775. Per converso, in presenza di detta finalità, anche il prelievo, da parte del proprietario del fondo, di acque sotterranee mediante effettuazione di scavi senza l’autorizzazione prevista dall’art. 95 del medesimo T.U., non costituisce condotta qualificabile come furto ma può soltanto dare luogo a diversa sanzione per la mancanza dell’autorizzazione predetta” (Cass. Pen., sez. V, sentenza n. 28 agosto 2002, n. 30176, in CED Cassazione, rv. 222394).

La cosa deve possedere una propria materialità, non potendosi configurare furto con riferimento ad un diritto, ad un’idea, a meno che questi non siano contenuti all’interno di un supporto meccanico. In quest’ultimo caso l’impossessamento dell’involucro comporta gli estremi del furto.

Il riferimento alla fisicità della cosa oggetto di furto comporta, in maniera inequivocabile, una maggiore ristrettezza della nozione penalistica di cosa mobile, rispetto a quella civilistica. Occorre considerare come l’art. 624 c.p. poggi sul concetto di sottraibilità della cosa medesima al detentore, con la conseguenza che possiamo definire “cose” solo quelle che siano idonee ad essere sottratte al detentore medesimo.

Dal combinato disposto del secondo comma dell’art. 624 c.p. e dell’art. 814 c.c. ne deriva che debbono considerarsi cose mobili anche le energie naturali che abbiano valore economico. Qualsiasi energia, non solo quella elettrica, può essere oggetto di furto, ma anche la c.d. energia genetica, ovvero quella utilizzata per procedere all’accoppiamento di animali da cortile.

Secondo un certo orientamento dottrinario non possono entrare a far parte della categoria delle energie passibili di sottrazione le energie umane e quelle animali, in quanto, tali energie, essendo incorporate nell’essere umano, o nell’animale, non possono essere oggetto di sottrazione autonoma.

Seguendo tale ragionamento si potrà configurare furto d’uso, sempre che ricorrano i presupposti, nel caso di utilizzazione solo momentanea di un cavallo per finalità di trasporto (FIANDACA-MUSCO).

E’ però necessario che le energie siano suscettibili di appropriazione, ovvero siano passibili di impossessamento attraverso la sottrazione a chi le possieda. In tal modo non si possono ricomprendere in tale ambito le onde radiofoniche e televisive irradiate da una stazione.

La dottrina è concorde nel ritenere che, affinché l’energia abbia un valore economico, sia necessaria la sussistenza di due presupposti. Da un lato, occorre che vi sia un soggetto che abbia un potere di controllo sulla cosa mentre, dall’altro, vi deve essere un individuo diverso dal precedente disposto a pagare un prezzo per ottenerne il godimento.

E poiché la captazione dell’energia altrui costituisca reato contro il patrimonio occorre che essa si traduca in un danno patrimoniale per il soggetto passivo e in un profitto per il soggetto agente (MANTOVANI).

 5.1. Il concetto di mobilizzazione

 Tra le cose mobili debbono essere ricomprese anche le cose che, sebbene originariamente immobili, siano state distaccate, per fatto dell’uomo oppure per forza della natura, dal complesso al quale aderivano. Si parla di mobilizzazione. In tal senso Tizio sarà responsabile a titolo di furto nel caso in cui si impossessi del materiale ottenuto a seguito della demolizione di un edificio.

La dottrina si è domandata se possa costituire furto tentato l’attività diretta a mobilizzare un bene immobile, fino al momento in cui tale mobilizzazione non si sia realizzata interamente. La dottrina maggioritaria sembra essere orientata in senso negativo, posto che l’art. 624 c.p. è chiaro nel ritenere necessaria la natura mobile della cosa al momento del fatto. Non importa se il fatto sia consumato o anche solo tentato. Il furto, infatti, anche nella fattispecie tentata, richiede di essere indirizzata su una cosa che sia già mobile.

Non può essere considerata cosa mobile il corpo umano, almeno fino a quando la persona sia in vita. Al tempo stesso però, le parti del corpo umano che vengano distaccate dallo stesso possono essere configurate quali cose mobili (si pensi a Tizio il quale tagli i capelli ad una donna al fine di venderli a Caio il quale li usa per farne una parrucca).

Per quanto attiene al cadavere, generalmente esso viene adeguatamente tutelato da norme di parte speciale, ma la dottrina ritiene che in alcuni casi specifici, come nell’ipotesi di un cadavere molto antico, questo possa tornare ad essere cosa mobile, potendo essere così oggetto di furto.

Affinché si possa configurare il delitto di furto non è sufficiente che la condotta vada ad incidere su una cosa mobile, essendo parimenti necessario che si tratti di cosa mobile altrui, ovvero di cosa di proprietà di altri, sulla quale il soggetto attivo non ha alcun diritto di esercitare il potere che, effettivamente, esercita.

Come ha avuto modo di evidenziare, in passato, anche la giurisprudenza, il requisito dell’altruità è ravvisabile ogni volta in cui si possa individuare un soggetto, diverso dal soggetto agente, il quale, al momento del fatto, sia legato alla cosa da un’effettiva relazione di interesse (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 18 marzo 1995, n. 229, in Cass. Pen., 1996, 2947).

Secondo un diverso orientamento, ai fini del furto, è cosa altrui ogni cosa sulla quale insista un diritto, sia esso reale o personale, che presenti, nel caso concreto, un peso economico apprezzabile. In tal senso si può trattare non solo di un diritto di godimento (uso, usufrutto, locazione), ma anche di un diritto di garanzia (pegno), solo se la consistenza di esso sia così rilevante da far considerare la cosa come altrui, anche nei confronti di colui che ne sia il diretto proprietario, ai sensi del codice civile.

Il diritto penale tutela le relazioni giuridiche di interesse non in se stesse, ma in quanto strumentali alla garanzia del potere di fatto degli uomini sui beni della vita: se così è, soggetto passivo del furto (quale soggetto che si pone rispetto alla cosa in un rapporto di non altruità) sarà, coerentemente, definibile chi possiede la cosa per un titolo che implichi l’esercizio di un potere immediato di disposizione, di godimento o di uso della cosa (FIANDACA-MUSCO).

 Al tempo stesso riteniamo che per la sussistenza del delitto di furto non sia necessario che la persona offesa dal reato sia individuata, in quanto è sufficiente che sia accertata l’appartenenza della cosa in esame a soggetto diverso dall’autore della condotta, essendo del tutto irrilevante che essa sia o meno custodita, come nel caso di sbancamento di una parte di fondo al fine di sottrarre materiale roccioso. In tal caso il danno arrecato al fondo dal furto deve valutarsi in riferimento al complesso dell’azione, e non solo con riferimento a ciascuna operazione materiale di avulsione, non avendo riguardo al valore della cosa mobile sottratta, bensì al detrimento per l’immobile derivante dall’impossibilità dell’uso del fondo secondo la sua destinazione naturale (Cass. Pen., sez. V, sentenza 10 marzo 1998, n. 2972).

Il requisito dell’altruità ci può essere d’aiuto per ridimensionare l’ambito di applicazione della locuzione “chiunque” utilizzata dal legislatore nella norma in esame, in quanto è necessario escludere dalla figura del soggetto attivo del furto il proprietario della cosa.

Nel caso in cui il proprietario sottragga la cosa al possessore che ha sulla medesima un diritto di godimento oppure di garanzia potrà, al massimo, incorrere in una sorta di responsabilità civile, non potendo essere condannato per furto (ANTOLISEI).

 Non può essere considerata cosa altrui la cosa abbandonata (res derelicta), così come la cosa che sia perita prima dell’utilizzo da parte del possessore originario.

Infine, è cosa altrui anche la cosa posseduta dal ladro, ad eccezione del caso in cui il soggetto attivo sia rappresentato dal proprietario della cosa.

Non sussistono particolari problematiche nel volere ricondurre all’interno dell’oggetto del furto l’energia elettrica, posto che, come abbiamo appena visto, queste possono ricondursi facilmente all’interno delle energie naturali. Il problema può però sorgere in relazione ai singoli casi concreti, in quanto il furto di energia elettrica richiede una particolare condotta, ovvero l’allacciamento abusivo alla rete di distribuzione, che pone tale figura ai confini con la diversa fattispecie delittuosa della truffa.

L’impostazione dominante, sia in dottrina che in giurisprudenza, afferma sussistere il furto nel caso in cui l’energia elettrica venga sottratta prima che avvenga il suo passaggio all’interno del contatore, mentre si avrà truffa nel caso in cui l’impossessamento dell’energia avvenga dopo tale momento, attraverso la manomissione o l’alterazione dello stesso.

In linea di massima, appare preferibile individuare la fattispecie del furto nell’ipotesi in cui l’energia elettrica venga sottratta prima del suo passaggio al contatore, mentre sarà più corretto parlare di truffa allorché la condotta sia posta in essere dopo tale momento ed attraverso la manomissione del contatore (DELPINO).

La teoria merita accoglimento. Posto che si può parlare di impossessamento solo nel caso in cui l’energia elettrica non sia entrata, per altri motivi, nel possesso dell’agente, e quindi solo prima che questa entri all’interno del contatore dell’utente, se l’allacciamento abusivo viene realizzato dallo stesso dopo che la corrente elettrica è transitata nel contatore medesimo, essa è già in possesso dell’utente medesimo, con la conseguenza che l’inganno subito dal fornitore (mediante la manomissione del contatore) integra il reato di cui all’art. 640 c.p. Non solo, la corrente giurisprudenziale dominante ritiene che nel caso di illecito allacciamento ai cavi esterni, con conseguente captazione di energia elettrica prima che essa giunga al contatore, integra gli estremi del furto aggravato in quanto commesso su cose esposte alla pubblica fede, ai sensi dell’art. 625, n. 7, c.p. (Cass. Pen., sez. V, sentenza 20 settembre 2001, n. 34115).

La Cassazione ha affermato che in caso di furto di energia elettrica attuata attraverso l’illecito allacciamento alla rete di distribuzione terminante in una privata dimora, posta la necessità di un flusso continuativo di energia elettrica per il soddisfacimento dei bisogni quotidiani dell’utente, la consumazione del reato si deve ritenere protratta per tutto il tempo in cui la casa viene ad essere abitata (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 30 marzo 2001, n. 12716, in Cass. Pen., 2002, 245).

6. La condotta. Sottrazione ed impossessamento

 Il reato di furto si caratterizza principalmente per la condotta di impossessamento, il quale deve essere illecito, ovvero realizzato mediante sottrazione. Non a caso l’elemento oggettivo del reato in commento consiste nell’impossessamento di una cosa mobile altrui, attuato mediante la sottrazione della medesima al possessore o al detentore.

L’impossessamento rappresenta l’aspetto positivo della condotta dell’elemento oggettivo del furto, in quanto consiste nel creare un proprio possesso su una cosa posseduta o detenuta, fino a quel momento, da altri, mentre, come vedremo in seguito, la sottrazione costituisce l’elemento negativo della condotta, in quanto diretto ad interrompere un precedente possesso su una cosa altrui.

A ben vedere però non sempre impossessamento e sottrazione sono complementari l’uno all’altro. Esistono infatti casi di impossessamento senza sottrazione e di sottrazione senza impossessamento. Basti pensare al caso di chi sottrae al fine di distruggere una cosa (manca l’impossessamento), oppure di chi si impossessa della cosa che non è di nessuno (manca la sottrazione) (PAGLIARO).

Il vero problema è quindi quello di verificare quando si possa realizzare concretamente l’impossessamento, ovvero individuare il momento a partire dal quale la cosa mobile entra in possesso del colpevole, essendo definitivamente sottratta alla sfera giuridica del precedente possessore.

Affinché si possa avere un impossessamento giuridicamente rilevante è necessario che esso non avvenga attraverso l’utilizzo di violenza o minaccia, in quanto, in tale ipotesi, si configurerebbe la diversa fattispecie delittuosa della rapina (art. 628 c.p.).

Diverse sono state le teorie che hanno cercato di individuare il momento nel quale l’impossessamento possa dirsi realizzato.

a) Teoria della contrectatio. La prima impostazione risalente addirittura all’epoca dei Pratici, definiva l’impossessamento con il semplice fatto di porre la mano sopra la cosa, al fine di impadronirsene (contrectare);

b) Teoria dell’amotio. La teoria dell’amotio, sostenuta in particolar modo dal CARRARA, affermava che non fosse sufficiente il semplice fatto di porre la mano sopra la cosa, ovvero il semplice contatto fisico con essa, essendo necessario l’ulteriore elemento rappresentato dall’effettivo spostamento della cosa medesima dal luogo in cui la cosa si trovava ad un altro.

Tale tesi sembrava essere accolta, nonostante qualche perplessità, sotto il vigore del codice Zanardelli, il quale, all’art. 402 indicava l’azione del furto come quella attraverso la quale l’agente si impossessava della cosa mobile altrui togliendola dal luogo in cui si trovava;

c) Teoria dell’ablatio. Altra corrente di pensiero (PESSINA) non accontentandosi del semplice fatto dello spostamento materiale della cosa, richiedeva che la cosa venisse posta al di fuori della sfera di custodia o di signoria del soggetto passivo;

d) Teoria dell’illazione. Infine, i sostenitori della teoria dell’illazione, teoria affermatasi in particolar modo in Francia, richiedevano ancora un ulteriore presupposto, ovvero che la cosa sottratta al possessore venisse portata nel luogo originariamente scelto dal ladro, come ad esempio, nel proprio domicilio, nel rifugio, nel nascondiglio, e così via.

Il nostro codice, innovando rispetto alla impostazione del sistema previgente, ha preferito abbandonare ogni riferimento al criterio spaziale, in tutte le forme attraverso le quali esso si possa presentare, preferendo aderire ad un criterio personale, secondo il quale, accanto al requisito dell’impossessamento, viene indicato quello della sottrazione.

A questo punto è bene dare un significato al termine sottrazione. Questa può essere rilevata sotto due differenti aspetti, a seconda del punto di vista in cui ci poniamo. Da parte della vittima del reato essa consiste nello spossessamento, ovvero nella privazione del possesso che la stessa aveva sulla cosa mobile, in modo che sia impossibilitata nel mantenimento del contatto su di essa.

“In tema di furto, la perdita della disponibilità della cosa sottratta non è esclusa dalla conoscenza del luogo in cui essa è stata collocata dagli autori del furto e dal fatto di poterla seguire con lo sguardo, allorché in tale luogo il derubato non possa liberamente accedere in quanto appartenente agli autori del furto o a terzi” (Cass. Pen., sez. IV,sentenza 9 maggio 2000, n. 5414, in Cass. Pen., 2001, 1814).

Se la cosa è stata nascosta dal colpevole in qualche luogo, così come sulla propria persona, non si potrà parlare di furto fino a che la vittima non abbia perso definitivamente il potere di fatto sulla cosa, in quanto nulla impedisce alla stessa di ricostituire il contatto materiale sulla medesima (MANTOVANI).

 Dal punto di vista del soggetto attivo la sottrazione consente al medesimo di situare la cosa in una posizione che gli permetta di instaurare sulla stessa una propria disponibilità materiale. Da ciò è facile individuare come la sottrazione implichi la mancanza di possesso dell’agente sulla cosa, in quanto presupposto dell’impossessamento.

Una impostazione minoritaria della dottrina tende a sminuire l’importanza del requisito della sottrazione, ai fini della ricostruzione degli elementi necessari alla condotta del furto. Tale corrente di pensiero, partendo dalla superfluità del concetto di detenzione, nonché dalla perfetta equivalenza dei concetti di sottrazione e di detenzione, ne deduce che la superfluità del primo comporta la superfluità del secondo.

Come è facilmente intuibile la teoria ora esposta non merita accoglimento, non solo per il fatto che il requisito della sottrazione si è affermato come di rilevante importanza in tutte le legislazioni contemporanee, ma soprattutto in quanto tale elemento è l’unico che ci consente di valutare adeguatamente la portata offensiva insita alla condotta del furto. Esistono, infatti, altre fattispecie delittuose, come ad esempio l’appropriazione di cose smarrite (art. 647 c.p.), nelle quali la condotta del colpevole si concretizza comunque per la presenza dell’impossessamento. Se non vi fosse l’ulteriore elemento della sottrazione non sarebbe agevole procedere ad una differenziazione tra quest’ultima ed il furto.

La sottrazione può avvenire attraverso l’utilizzo di qualsiasi mezzo o modalità, non essendo necessario che la medesima venga attuata in maniera occulta o attraverso mezzi meccanici o animali.

6.1. Sottrazione e detenzione

La sottrazione presuppone la detenzione della cosa da parte di un soggetto diverso dall’autore del fatto. Sebbene, come accennato in precedenza, l’abbandono del criterio spaziale per quello personale ha consentito di superare le incertezze presenti, sia in ambito dottrinale che giurisprudenziale, cui dava luogo l’accoglimento della teoria dell’amotio, non possiamo affermare con certezza che il requisito della detenzione non sia del tutto fuorviante, a causa, principalmente, delle diversità di interpretazioni di cui esso è passibile.

Ancora una volta, la problematica risulta essere accentuata dalla diversità della nozione di detenzione presente nel diritto civile ed in quello penale. Infatti, secondo quella che ne è la definizione civilistica tradizionale, per detenzione si intende il potere di fatto sulla cosa, il quale si distingue dal possesso sulla base dello specifico animus che alimenta la condotta del titolare della prima.

Così, se il soggetto ha un semplice potere di fatto sulla cosa accompagnato dall’intenzione di trattenerla presso di sé avremo detenzione, mentre se il medesimo esercita un potere accompagnato dalla volontà di esercitare sulla cosa i poteri tipici di proprietà, o di un altro diritto reale, avremo possesso.

A fronte di una corrente di pensiero propensa a riproporre, anche nel diritto penale, un concetto di detenzione composto dall’esercizio di un potere di fatto accompagnato dall’intenzione di tenerla presso di sé (animus detinendi), altra dottrina nega che la nozione penalistica di detenzione abbisogni del correlativo elemento soggettivo, evidenziando la sufficienza del solo rapporto di fatto sulla cosa, inteso non necessariamente come contatto fisico, ma, in maniera più corretta, come possibilità concreta di ripristinare il vincolo sulla medesima.

Riteniamo che la teoria più convincente sia quella diretta a fornire al concetto di detenzione penalistico un significato piuttosto ampio ed elastico, come tale non limitato alla semplice relazione fisica tra il soggetto e la cosa. Occorre ricordare come il concetto di detenzione, secondo l’impostazione dominante, non è di tipo descrittivo, bensì normativo, in quanto il potere di fatto esercitato dall’individuo sulla cosa deve essere individuato mediante il ricorso a parametri non prettamente naturalistici.

A ben vedere, estendere la nozione in esame ben al di là delle relazioni corpore et tactu, fino a ricomprendere i casi di accessibilità ad libitum o disponibilità potenziale, non equivale – come da parte di taluno si obietta – a rendere troppo evanescente il requisito della detenzione: al contrario, proprio una ricostruzione eccessivamente materializzata di essa finirebbe per disconoscerne l’effettiva portata nell’economia della fattispecie incriminatrice (FIANDACA-MUSCO).

Secondo l’impostazione più frequentemente utilizzata, sia in dottrina che in giurisprudenza, l’impossessamento viene ritenuto equivalente alla sottrazione. Sebbene sia innegabile come, il più delle volte, sottrazione ed impossessamento avvengano contestualmente, come nel caso di Tizio che sottrae la cosa nel negozio, ottenendone immediatamente il possesso, in altri casi l’impossessamento può avvenire in tempi diversi rispetto alla sottrazione.

Affinché si possa avere impossessamento non è sufficiente che l’agente sottragga la cosa al fine di impossessarsene, ma è necessario che la cosa stessa sia posta al di fuori della sfera di sorveglianza del precedente possessore. Non mancano, però, pronunce giurisprudenziali, come appena accennato, dirette ad individuare il momento consumativo del reato di furto nella sottrazione della cosa, anche nel caso in cui questa si sia realizzata per un brevissimo tempo, in quanto del tutto irrilevante il fatto che la cosa medesima sia rimasta nella sfera di vigilanza della persona offesa (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 7 maggio 2004, n. 21757, in CED Cassazione, rv. 229167).

Non dobbiamo dimenticare che il codice stesso distingue espressamente tra sottrazione ed impossessamento, come se la prima fosse un antecedente logico del secondo. Il furto si consuma solo con l’impossessamento, ovvero nel momento in cui il colpevole acquista la disponibilità autonoma della cosa. Solo in tal caso la medesima fuoriesce dalla sfera di sorveglianza del precedente titolare, venendosi a creare un nuovo possesso (ANTOLISEI).

L’abbandono del criterio spaziale, nel senso sopra precisato, comporta che il semplice spostamento della cosa da un luogo ad un altro, anche se la cosa medesima sia nascosta, non comporta perfezionamento del furto, se essa non è stata tolta dalla sfera di vigilanza della vittima.

“In tema di furto, il reato può dirsi consumato nell’ipotesi in cui la cosa sia sottratta al possessore e l’agente se ne sia impossessato, anche per brevissimo tempo, sfuggendo alla cerchia di vigilanza di quest’ultimo; non rileva a tal fine il fatto che l’agente sia stato costretto ad abbandonare la refurtiva, immediatamente dopo la sottrazione, per l’intervento del tutto aleatorio di un terzo estraneo alla sfera di vigilanza del possessore derubato” (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 3 luglio 2002, n. 31461, in Cass. Pen., 2003, 1931).

Prima di tale momento si potrà configurare, sempre che ne ricorrano i presupposti, semplice tentativo ex art. 56 c.p., come avremo modo di vedere più approfonditamente in seguito.

Interessante, sul punto, un recente intervento del giudice nomofilattico, secondo il quale, “In tema di furto, il reato può dirsi consumato anche se oggetto della sottrazione è un’autovettura munita di sistema di antifurto satellitare, in quanto tale strumento non esclude che il soggetto passivo perda, almeno fino al momento di attivazione del sistema di rilevazione satellitare, il controllo materiale e giuridico sulla cosa sottrattagli” (Cass. Pen., sez. II, sentenza 26 gennaio 2010, n. 3307, in CED Cassazione, rv. 246263).

6.2. La problematica del furto nei supermercati ed individuazione del momento consumativo del reato

Appare interessante inserire, all’interno della tematica del momento consumativo del furto, l’ulteriore problematica del fenomeno assai dibattuto, sia in dottrina che in giurisprudenza, del furto realizzato all’interno dei supermercati organizzati con il sistema del self-service.

Mentre in passato la giurisprudenza riteneva che nel caso di prelevamento di merce dai banconi di un supermercato non si potesse parlare di furto, bensì, al massimo, di insolvenza fraudolenta o di appropriazione indebita (Cass. Pen., sez. VI, sentenza 20 maggio 1993, n. 5228), oggi l’orientamento dominante è pacifico nell’individuare, nella condotta descritta, tutti gli elementi del furto, in quanto, da un lato, il semplice prelevamento della merce non può equivalere ad accettazione di un’offerta, mentre dall’altro, il prelevamento della merce con conseguente occultamento della stessa realizza, di per sé, i requisiti della sottrazione e dell’impossessamento da parte del colpevole, con conseguente perdita del possesso in capo al proprietario.

Il problema è, piuttosto, quello diretto ad individuare il momento consumativo del furto, ovvero se questo debba essere rilevato nel momento in cui l’agente preleva la merce occultandola presso la sua persona, oppure in quello successivo, laddove il colpevole superi la cassa senza avere pagato la merce stessa.

Un primo orientamento giurisprudenziale affermava che il perfezionamento del delitto di furto nei supermercati avvenisse al momento stesso in cui l’agente, una volta prelevata la merce dal bancone, provvedeva a nasconderla sulla propria persona, in quanto era in tale momento che il possesso illecito veniva a realizzarsi. Conseguentemente, si riteneva che dovesse rispondere di furto consumato, e non di furto tentato, il colpevole che fosse stato scoperto all’interno del supermercato, prima di passare alla cassa, con la merce occultata sulla persona stessa (Cass. pen., sez. V, sentenza 27 aprile 2001, n. 17045, in Cass. Pen., 2002, 246).

Tale teoria non merita oggi accoglimento. Abbiamo già avuto modo di vedere come l’impossessamento si realizzi solo nel caso in cui il bene mobile, oggetto della sottrazione, venga posto, in maniera definitiva, al di fuori della sfera di sorveglianza del precedente titolare. Con riferimento alla merce esposta nei banconi di un supermercato, appare evidente come tale fuoriuscita si possa configurare solo nel momento in cui il ladro sia già passato dalla cassa, non avendo pagato la merce, in tutto o in parte, e venga fermato da una guardia o da un addetto del supermercato (Cass. Pen., sez. V, sentenza 9 giugno 2008, n. 23020, in CED Cassazione, rv. 240493).

Se, al contrario, il colpevole viene fermato all’interno del supermercato con la merce nascosta sulla propria persona oppure su cose che egli ha presso di sé si potrà configurare solo, sempre che ne ricorrano i presupposti di cui all’art. 56 c.p., un tentativo di furto.

Senza considerare come l’esposizione della merce sui banconi all’interno di un supermercato costituisca un classico esempio di offerta al pubblico (art. 1336 c.c.), con la conseguenza che il contratto di compravendita potrà ritenersi perfezionato solo al momento del passaggio alla cassa, essendo questo il momento nel quale il preponente ha notizia dell’accettazione della proposta da parte del cliente. Il passaggio alla cassa è il momento attraverso il quale il comportamento del soggetto agente da non univoco diviene effettivamente univoco (DELPINO).

Come ha affermato anche la giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, infatti, ai fini della sussistenza del furto aggravato dall’esposizione alla pubblica fede non si possono considerare né sottratte, né impossessate le cose prelevate in un supermercato, anche se occultate sulla propria persona, al fine evidente di rubarle, fino a quando l’agente non passi dalla cassa e non esca dal locale, ovviando al controllo elettronico all’uopo predisposto. Ciò non significa che ancor prima del passaggio dalla cassa e dalla porta di uscita, l’occultamento sulla propria persona della merce prelevata dagli scaffali non possa rilevare alla stregua della fattispecie tentata, con particolare riguardo all’elemento soggettivo e, sul piano obiettivo, all’univocità delle azioni (Cass. Pen., sez. V, sentenza 19 marzo 1999, n. 3642, in Cass. Pen., 2000, 607).

7. Tentativo

Ciò detto, in ordine al momento consumativo del delitto di furto, un ultimo accenno deve essere effettuato per quanto attiene alla configurabilità del tentativo, da noi ritenuto ammissibile, in quanto accompagnato dalla corretta ricostruzione della volontà del colpevole, attraverso l’utilizzazione di tutti gli elementi e le circostanze del caso concreto.

Ai fini della distinzione tra furto consumato e tentato, non hanno alcuna rilevanza né il criterio spaziale, né quello temporale, in quanto, affinché il delitto possa dirsi consumato è sufficiente che vi sia stata la sottrazione della cosa al detentore, con conseguente impossessamento della medesima da parte del colpevole, anche per un breve lasso di tempo.

Si potrà configurare tentativo di furto nel caso in cui l’agente, tentando di rimuovere i dispositivi posti a tutela del bene, non vi riesca, essendo costretto a rinunciare alla sottrazione. Si ritiene come, in siffatta ipotesi, non si possano rinvenire gli estremi della desistenza, in particolar modo per la mancanza del requisito della volontarietà dell’interruzione dell’azione criminosa (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 14 aprile 2003, n. 17384), così come nel caso in cui l’abbandono della merce sia dovuto al pronto intervento dell’avente diritto o della polizia (Cass. Pen., sez. V, sentenza 18 agosto 1993, n. 7704).

Recente giurisprudenza ha affermato sussistere il tentativo di furto nella condotta di due soggetti che, precludendo la vista dei movimenti delle proprie mani attraverso la particolare giubba indossata, si siano avvicinati alle spalle della vittima, iniziando a spingerla con movimenti veloci e leggeri delle mani e a muovere freneticamente le due braccia e le due mani poste tra loro, con il chiaro intento di frugare nelle tasche posteriori della vittima stessa (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 5 maggio 2009, n. 18485, in CED Cassazione, rv. 243978).

8. Rapporti con altre figure di reato

La particolare condotta che connota il delitto di furto, permette di distinguere il suddetto da altre figure delittuose particolarmente affini alla medesima.

Tradizionalmente, la linea di demarcazione tra furto ed appropriazione indebita (art. 646 c.p.) viene individuata nel fatto che, mentre nel furto il colpevole non ha il possesso della cosa oggetto della condotta, in quanto tende a procurarselo attraverso la sottrazione, nell’appropriazione indebita il soggetto agente è già nel possesso della cosa medesima. Appare evidente, però, come il ladro che, una volta impossessatosi della cosa mobile altrui, proceda a venderla o a regalarla ad altri, non commetterà appropriazione indebita, bensì furto, in quanto, sebbene il ladro sia già nel possesso della cosa, il furto ricomprende al suo interno anche l’offesa tipica oggetto dell’appropriazione indebita.

“In tema di distinzione tra furto e appropriazione indebita, è decisiva l’indagine circa il potere di disponibilità sul bene da parte dell’agente. Se questo sussiste, il mancato rispetto dei limiti in ordine all’utilizzabilità del bene integra il reato di appropriazione indebita; in caso contrario, è configurabile il reato di furto. Conformemente a tale principio, deve ritenersi sussistere il reato di furto a carico del dipendente di una società operante nel settore della vigilanza privata e del trasporto valori che sottragga il denaro a lui affidato esclusivamente per l’espletamento di una attività di ordine materiale, quale il trasporto, il deposito, la conservazione e la consegna di tale bene, con le connesse operazioni burocratiche. In tale ipotesi, infatti, l’agente, non disponendo autonomamente del denaro, nel senso giuridico sopra evidenziato, con la sottrazione di esso se ne impossessa, così realizzando la fattispecie criminosa di cui all’art. 624 c.p.” (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 31 ottobre 2000, n. 11148, Ius & Lex, 2004).

Il delitto di furto, come avremo modo di specificare meglio in seguito, viene distinto da quello di danneggiamento (art. 635 c.p.) dalla finalità che ha mosso il colpevole verso l’impossessamento. In altre parole, se il ladro si è impossessato della cosa mobile altrui al fine di distruggerla o deteriorarla, non si potrà configurare furto in quanto manca la specifica finalità di profitto che l’art. 624 c.p. richiede espressamente per tale figura delittuosa.

Anche in questo caso è però bene fare una precisazione. Se, infatti, la volontà diretta alla distruzione della cosa mobile altrui si è manifestata in un momento successivo a quello dell’impossessamento, mentre in origine la finalità che ha mosso il colpevole era proprio quella tipica del furto, ovvero il profitto per sé o per altri, si potranno prospettare i requisiti sia del furto che del danneggiamento. Questo solo in astratto. Il rispetto del principio del ne bis in idem sostanziale, il quale vieta che ad un medesimo soggetto possa imputarsi più volte un medesimo illecito, ci deve far propendere per configurare un’ipotesi di concorso apparente di norme, con conseguente applicazione della normativa sul furto, in quanto questa predispone un trattamento sanzionatorio più severo rispetto a quello del danneggiamento.

Viene dalla letteratura posto in rilievo come l’aspetto essenziale dei due illeciti, ovvero la privazione dei diritti del proprietario, sia sostanzialmente identico, con la conseguenza che una duplicazione delle sanzioni sarebbe eccessivo (PAGLIARO).

Non tutta la giurisprudenza è però concorde con quanto appena detto: “Non integra il reato di furto la condotta di chi prenda dalle mani del vigile urbano il bollettario delle contravvenzioni al codice della strada e ne strappi immediatamente il primo foglio, in quanto l’azione di impossessamento svolge un ruolo prodromico rispetto a quella di danneggiamento e difetta il dolo specifico del fine di lucro” (Cass. Pen., sez. VI, sentenza 13 settembre 2001, n. 40351, Ius & Lex, 2004).

Al contrario, dovrà rispondere di furto, e non di appropriazione indebita il dipendente di un vettore che si impossessi della cosa mobile affidatagli per il trasporto, in quanto, pur detenendola materialmente nomine alieno non ha alcuna disponibilità autonoma sulla cosa (Cass. Pen., sez. II, sentenza 3 ottobre 1985, n. 8489).

Furto ed estorsione (art. 629 c.p.). Può accadere che la cosa mobile venga rubata non per una sua diretta utilizzazione da parte del ladro, bensì al fine di sottoporla a riscatto. Ad esempio, Tizio ruba a Caio un orologio di ingente valore per poi chiedere alla vittima un riscatto di 2000 euro per riaverlo.

Sul rapporto intercorrente tra delitto di furto ed estorsione dottrina e giurisprudenza si assestano su posizioni diametralmente opposte. Mentre, infatti, la dottrina tende a riconoscere un unico reato, posto che non è configurabile un ulteriore illecito sia nel caso in cui il colpevole venda la refurtiva a terzi sia che la rivenda all’originario titolare, la giurisprudenza è incline a ravvisare un vero e proprio concorso tra le due fattispecie (Cass. Pen., sez. I, sentenza 4 maggio 1971, n. 1251, in GP, 1972, II, 202).

L’orientamento giurisprudenziale tende a ravvisare nell’estorsione un comportamento illecito ulteriore rispetto alla sottrazione ed all’impossessamento, rappresentato nella offesa alla libertà della persona offesa, oltre che al suo patrimonio. Non è possibile, si afferma, che il furto possa assorbire l’estorsione, in quanto ciò vorrebbe dire ammettere che il reato meno grave possa ricomprendere al suo interno quello più grave.

Nel caso in cui il detenuto evada dal carcere nel quale è richiuso con indosso gli abiti forniti dall’amministrazione carceraria, un certo indirizzo giurisprudenziale aveva affermato non poter sussistere alcun concorso tra il reato di evasione, ex art. 385 c.p., e quello di furto (Cass. Pen., sez. II, sentenza 22 gennaio 1987, n. 657), in quanto vi osterebbe sia la differente materialità dei diversi episodi delittuosi, sia la diversa obiettività giuridica dei due reati, consistenti, per il furto, nell’inviolabilità del patrimonio, per l’evasione, nell’autorità delle decisioni giudiziarie.

Non tutta la dottrina è concorde su tale punto, in quanto si è notato che nella condotta del detenuto che evada dal carcere con indosso i vestiti forniti dall’istituto medesimo non è configurabile alcuna sottrazione. Se è vero che i vestiti sono dell’amministrazione carceraria, è, altresì, vero che il possesso dei vestiti in esame è pur sempre esercitato dal detenuto. Inoltre, mancherebbe il fine del profitto per sé o per altri, richiesto espressamente dall’art. 624 c.p., in quanto la sottrazione della cosa (ovvero i vestiti) non potrebbe mai configurarsi come il fine specifico della condotta diretta ad ottenere l’evasione, bensì come una condotta secondaria collegata necessariamente a quella principale, diretta a fare in modo che il colpevole riacquisti (illegittimamente) la libertà (il vero fine specifico della condotta).

Una certa impostazione dottrinaria sostiene come il delitto di evasione presuppone che il detenuto si allontani dall’istituto carcerario nel quale era rinchiuso con i vestiti che costui solitamente indossa all’interno del medesimo. Si potrebbe supporre che il Legislatore abbia voluto mettere in conto tale eventualità – non così remota – nella commisurazione della pena edittale prevista dal codice per questo tipo di reato (PAGLIARO).

Non manca chi, in relazione alla problematica che stiamo affrontando, è giunto ad affermare la sussistenza del delitto di furto, in quanto il detenuto, che evade indossando gli indumenti della amministrazione penitenziaria, ha la mera detenzione e non il possesso degli stessi (Cass. Pen., sez. II, sentenza 13 dicembre 1988, n. 12242).

Per quanto attiene al rapporto tra furto e possesso ingiustificato di chiavi o grimaldelli, si ritiene comunemente che il reato di furto debba comprendere la contravvenzione ex art. 707 c.p., in quanto il Legislatore ha preveduto che il primo possa essere commesso attraverso l’utilizzo di tali strumenti, anche se non lecitamente posseduti. In senso contrario è parte della giurisprudenza, secondo la quale non è possibile configurare alcun concorso tra le due fattispecie, anche se non venga contestata l’aggravante della violenza sulle cose per mancanza di segni di effrazione (Cass. Pen., sez. III, sentenza 24 febbraio 1987, n. 2439).

In ordine al rapporto tra furto e deviazione di acque (art. 632 c.p.), generalmente si deve configurare concorso tra le due fattispecie nel caso in cui la deviazione sia realizzata allo scopo di appropriarsi dell’acqua oggetto della deviazione.

Analogamente, per quanto attiene al rapporto tra furto e sottrazione di corrispondenza, se la sottrazione viene posta in essere dall’agente non solo al fine precipuo di prendere conoscenza del contenuto della medesima, ma anche allo scopo di trarre un ulteriore profitto, come ad esempio impossessarsi delle lettere, non sussisterà alcun problema a configurare concorso.

9. Elemento soggettivo. Il fine di profitto

Il reato di furto può essere punito solo a titolo di dolo. Come si evince dalla lettura del dispositivo di cui al primo comma dell’art. 624 c.p., trattasi di dolo specifico, in quanto richiede non solo la volontà diretta ad impossessarsi, mediante la sottrazione, di una cosa mobile altrui, ma richiede, altresì, il fine specifico di procurare, per sé o per altri, un profitto ingiusto (Cass. Pen., sez. IV, sentenza 16 dicembre 2009, n. 47997, in CED Cassazione, rv. 245742).

Affinché possa sussistere tale elemento soggettivo è necessario, in primo luogo, che l’agente sappia che il bene mobile appartenga ad altri, ed in secondo luogo, che sia a conoscenza anche dell’esistenza del dissenso del medesimo, elemento dal quale non si può in alcun modo prescindere, per aversi sottrazione.

Di conseguenza, la credenza di impossessarsi di una cosa altrui con il consenso dell’avente diritto è idonea a far venire meno il dolo (Cass. Pen., sez. II, sentenza 22 marzo 1988, n. 3675, in Cass. Pen., 1989, 373) così come l’errore circa l’appartenenza della cosa farà sì che il dolo venga escluso, trattandosi di errore essenziale (come nel caso in cui Tizio sottragga a Caio una valigia credendola propria), mentre un errore sulla persona dell’offeso (Tizio sottrae la valigia di Sempronio credendola di Mevio), trattandosi di errore non essenziale, non sarà idoneo ad escludere il dolo.

Il fine verso il quale è diretta la volontà del colpevole deve essere di profitto. Tale finalità rappresenta l’elemento idoneo a distinguere il delitto di furto da quello di danneggiamento, nel quale l’altrui possesso della cosa avviene allo scopo di distruggerla, deteriorarla, ovvero per finalità di scherzo, come appare evidente dalla lettura della massima che riportiamo.

“La sottrazione di un oggetto fatta con intento puramente scherzoso non può integrare l’ipotesi di furto, in quanto l’intento ioci causa essendo incompatibile con il fine di trarre profitto, esclude il dolo specifico di detto reato” (Cass. Pen., sez. II, sentenza 4 novembre 1991, n. 11027, Ius & Lex, 2004).

All’interno della nozione di profitto si deve ricondurre ogni tipo di soddisfazione personale che l’agente si riproponga di ottenere mediante l’impossessamento della cosa, abbia essa un valore di scambio o anche un semplice valore d’uso.

Non è vero che in tal modo si verrebbe a svuotare di contenuto il requisito del profitto, in quanto, sebbene sia veritiero che l’individuo agisce in vista di un vantaggio, è altresì vero che nel furto non si pone l’accento su un vantaggio qualunque, bensì un vantaggio che il soggetto è in grado di trarre dalla cosa. “Non è richiesto un qualsiasi fine di trarre profitto, ma specificamente occorre un fine di trarne profitto, ossia di ricavare una utilità specificamente dalla cosa e non genericamente dalla condotta” (PAGLIARO).

Altra parte della dottrina non ha esitato a sottoporre a vaglio critico tale interpretazione del concetto di profitto. Si è detto che una interpretazione eccessivamente estensiva della nozione di profitto finirebbe con il neutralizzare quella funzione selettiva della punibilità che il dolo specifico dovrebbe assolvere, almeno in teoria. Se si dovesse intendere per profitto qualunque vantaggio derivante dall’impossessamento di una cosa mobile altrui lo scopo precipuo del furto, andrebbe a confondersi inevitabilmente con il semplice soddisfacimento insito nell’impossessamento, facendo degradare il reato da dolo specifico a dolo generico.

Se vogliamo evitare una interpretazione abrogativa del dolo specifico del furto, occorre dare alla nozione di profitto un significato più ristretto rispetto a quanto inteso tradizionalmente dalla dottrina. E’ necessario procedere all’individuazione, tra tutti i vantaggi che sono, in genere, connessi all’impossessamento, di quello che rappresenta lo scopo tipico verso cui si proietta la condotta del colpevole (FIANDACA-MUSCO).

Il fine di profitto non deve essere confuso con i moventi psicologici che hanno indotto il soggetto ad agire. Se Tizio ruba un libro antico di ingente valore al solo scopo di ammirarne la bellezza, anziché rivenderlo a terzi, il piacere derivante dall’ammirare una siffatta opera d’arte rappresenta solo il movente, ovvero la molla psicologica che ha indotto il ladro ad agire, mentre il profitto vero e proprio è rappresentato dal risparmio del denaro necessario per procurarsi il libro medesimo attraverso i canali leciti.

9.1. Il requisito dell’ingiustizia

A differenza di altre fattispecie delittuose che offendono il patrimonio, l’art. 624 c.p. non richiede che il profitto presenti l’ulteriore requisito dell’ingiustizia. E’ importante vedere quale significato possa attribuirsi a tale omissione, ovvero se essa sia da considerare come una semplice dimenticanza del Legislatore, o se essa non debba essere interpretata come una precisa volontà del medesimo, estendendo, in tal modo, l’ambito di applicazione della norma in commento anche ai casi di profitto legittimo.

La dottrina dominante afferma che l’omissione sia priva di significato concreto, con la conseguenza che nel caso di furto il profitto debba essere necessariamente ingiusto, il che comporta l’esclusione del delitto in commento in tutti i casi nei quali il profitto avuto di mira dall’agente trovi fondamento in una pretesa giuridicamente tutelata.

A nostro parere, tuttavia, il requisito dell’ingiustizia del profitto deve essere ritenuto implicito nella struttura del furto. Ciò perché una diversa interpretazione condurrebbe la disciplina del furto in rotta di collisione con quella dell’esercizio arbitrario delle proprie ragioni (artt. 392 e 393 c.p.) (PAGLIARO).

In proposito occorre, innanzitutto, distinguere l’ingiustizia dell’azione furtiva, in quanto non accompagnata dalla presenza di una causa di giustificazione, dall’ingiustizia del profitto: in certi casi il profitto può infatti essere qualificato giusto anche se il fatto non è assistito da scriminante. Ciò premesso, la giustizia del profitto va rapportata all’esistenza di una pretesa giuridicamente riconosciuta sulla quale esso possa, direttamente o indirettamente, trovare fondamento (FIANDACA-MUSCO).

In senso contrario, altra corrente di pensiero ritiene che l’omissione sia stata voluta dal Legislatore, in modo da evitare che colui che vanti una pretesa legittima possa soddisfarla procedendo all’impossessamento di una cosa altrui.

Riteniamo, pertanto, che l’ingiustizia del profitto sia estranea alla nozione del furto, il quale, perciò, sussiste anche se il vantaggio a cui mirava l’agente non presentava quel carattere, e cioè era legittimo (ANTOLISEI).

Qualunque sia la tesi che si voglia accogliere, è opportuno ricordare come la valutazione dell’ingiustizia del profitto debba sempre essere effettuata attraverso il riferimento a parametri, oltre che giuridici, anche sociali.

Così, ad esempio, non può essere considerato ingiusto il profitto nel caso in cui Tizio si impossessi, mediante sottrazione, della cosa mobile di Caio al fine di ottenere l’adempimento di un’obbligazione naturale, mentre la giurisprudenza ha individuato l’ingiustizia del profitto nel caso in cui il soggetto agente abbia commesso il fatto allo scopo di soddisfare un‘esigenza punitiva nei confronti della vittima (Cass. Pen., sez. II, sentenza 25 gennaio 1986, n. 1061).

Bibliografia

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· DELPINO L., Diritto penale, Parte speciale, Napoli, 2002;

· FIANDACA G. – MUSCO E., Diritto Penale, Parte Speciale, II, 2, Bologna, 2002;

· MANTOVANI F., Diritto Penale, Delitti contro il patrimonio, Padova, 2002;

· MANTOVANI F., voce Furto (diritto penale comune), in Novissimo digesto italiano, VII, Torino, 1961;

· MANTOVANI F., voce Furto, in Digesto delle discipline penalistiche, V, Torino, 1991;

· MARANI S. – FRANCESCHETTI P., I reati contro il patrimonio, Padova, 2006;

· MARINI G., voce Possesso (diritto penale), in Novissimo digesto italiano, XIII, Torino, 1966;

· PAGLIARO A., Principi di diritto penale, Parte speciale, III, Milano, 2003;

· PAGLIARO A., voce Appropriazione indebita, in Digesto delle discipline penalistiche, I, Torino, 1987;

· PECORELLA G., voce Patrimonio (delitti contro il), in Novissimo digesto italiano, XIII, Torino, 1965;

· PECORELLA G., voce Furto (dir. pen.), in Enciclopedia del diritto, XVIII, Milano, 1969.








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