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Diritto di cronaca: i limiti di verità, continenza e pertinenza
Cassazione civile , sez. III, sentenza 08.05.2012 n° 6902 (Gloria Urbani)

Con la sentenza 8 maggio 2012, n. 6902 la Corte di Cassazione ha avuto modo di precisare, ancora una volta, quali sono le condizioni necessarie per poter invocare la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca.

In sintesi, la vicenda portata al vaglio della Suprema Corte riguarda un caso di presunta diffamazione a mezzo stampa perpetrata ai danni di un dirigente della regione arrestato per tentata concussione; nello specifico, il ricorrente riteneva che il titolo dell'articolo riportato sul Mattino: "voleva cento milioni per l'ok ai lavori: in carcere dirigente della regione” fosse diffamatorio.

La terza Sezione civile della Cassazione, condividendo pienamente la decisione della Corte di Appello di Napoli, respinge il ricorso; non vengono ravvisati gli estremi del reato di diffamazione in quanto la condotta è scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca.

La Corte territoriale prima e la Suprema Corte poi evidenziano, quindi, quali siano le condizioni necessarie affinché l’esercizio del diritto di cronaca possa avere efficacia scriminante.

Come è noto, il diritto di manifestare il proprio pensiero ex art. 21 Cost. non può essere garantito in maniera indiscriminata e assoluta ma è necessario porre dei limiti al fine di poter contemperare tale diritto con quelli dell’onore e della dignità, proteggendo ciascuno da aggressioni morali ingiustificate.

La decisione si trova in completa armonia con altre numerose pronunce della Corte. La Cassazione, infatti, ha costantemente ribadito che il diritto di cronaca possa essere esercitato anche quando ne derivi una lesione dell’altrui reputazione, costituendo così causa di giustificazione della condotta a condizione che vengano rispettati i limiti della verità, della continenza e della pertinenza della notizia.

Orbene, è fondamentale che la notizia pubblicata sia vera e che sussista un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti. Il diritto di cronaca, infatti, giustifica intromissioni nella sfera privata laddove la notizia riportata possa contribuire alla formazione di una pubblica opinione su fatti oggettivamente rilevanti.

Il principio di continenza, infine, richiede la correttezza dell’esposizione dei fatti e che l’informazione venga mantenuta nei giusti limiti della più serena obiettività.

Nel caso di specie, la Corte di Cassazione riportando le considerazioni della Corte territoriale, oltre ad affermare che sussistono le condizioni per poter invocare la scriminane del diritto di cronaca, evidenzia che il titolo riportato sul Mattino non possa essere, in alcun modo, considerato diffamatorio perché fa riferimento a fatti realmente accaduti.

In questa sede, quindi, la Suprema Corte fa un passo in più, oltre a ravvisare gli estremi della verità, della pertinenza e della continenza della notizia, risponde al quesito se sia possibile che un singolo titolo possa essere denigratorio e diffamatorio.

A tal proposito, giova ricordare che la portata diffamatoria del titolo di un articolo di giornale deve essere valutata prendendo in esame l’intero contenuto dell’articolo, sia sotto il profilo letterale sia sotto il profilo delle modalità complessive con le quali la notizia viene data (Cass. sez. V n. 26531/2009).

Ebbene, la terza Sezione non pare contraddire l’esposto trend interpretativo.

Il passaggio motivazionale che merita di essere evidenziato, infatti, è quello in cui si afferma che “sussiste l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca (nella specie giudiziaria) qualora il titolo dell'articolo attribuisca alla persona offesa - nei cui confronti penda un procedimento penale - una condotta avente riscontro negli atti giudiziari e nell'oggetto dell'imputazione e corrispondente al contenuto dell'articolo”.

Infine, per completezza espositiva, preme evidenziare che la sentenza fa riferimento anche al diritto di critica.

Il ricorrente con il secondo motivo di ricorso lamenta che la Corte d’Appello è incorsa in errore quando non ha ravvisato gli estremi del reato di diffamazione relativamente all'espressione ingiuriosa:"tangentomane accanito".

La Corte, ritenendo non fondato il motivo di ricorso, evidenzia che “l'esercizio del diritto di critica assume necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili, in particolare quando, come nella specie, abbia per oggetto lo svolgimento di pubbliche attività di cui si censurino le modalità di esercizio e le disfunzioni utilizzando un linguaggio volto a sollecitare l'interesse dell'opinione pubblica avuto riguardo all'epoca dei fatti - c.d. tangentopoli - valutando l'articolo nel complesso e considerando che il contenuto trovava riscontro nella realtà fattuale, sì da escludere una ricostruzione volontariamente distorta della stessa, preordinata esclusivamente ad attirare l'attenzione negativa dei lettori sulla persona criticata”.

Come più volte è stato ribadito, si configura, quindi, l’esimente del diritto di critica quando il discorso giornalistico ha un contenuto esclusivamente valutativo e si sviluppa all’interno di una polemica intensa su temi di rilevanza sociale, senza trascendere ad attacchi personali finalizzati all’unico scopo di aggredire la sfera morale altrui.

Si afferma, invero, che anche espressione particolarmente pungenti costituiscono corrette manifestazioni della critica, risultando prive di offensività se attengono a materia di rilievo sociale ed a una realtà di degrado di ampia evidenza, come quella, per l’appunto, di tangentopoli.

Tanto premesso si può concludere rilevando che pur essendo tutelato nel nostro ordinamento il diritto di manifestare il proprio pensiero, tale diritto deve, comunque, rispettare i tre limiti della verità, pertinenza e continenza.

(Altalex, 19 dicembre 2012. Nota di Gloria Urbani)






SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 8 maggio 2012, n. 6902

Svolgimento del processo

Con sentenza del 30 dicembre 2005 la Corte di appello di Napoli rigettava l'appello proposto da F.P.M. sulle seguenti considerazioni: 1) gli articolisti avevano riferito un fatto storico: l'arresto del P. nel dicembre 1993 per tentata concussione precisando che l'evento era stato determinato da atti investigativi, e quindi appresi indirettamente, e usando ripetutamente il condizionale; quindi non erano stati violati i canoni della continenza formale e sostanziale poichè ricorreva l'utilità sociale della notizia in relazione alla notorietà ed importanza dell'opera pubblica - ospedale di (OMISSIS), a cui si riferiva la vicenda - la verità dei fatti narrati al momento degli articoli, la compostezza della forma usata; 2) il titolo dell'articolo sul Mattino: "voleva cento milioni per l'ok ai lavori:

in carcere dirigente della regione", mirante ad attirare l'attenzione dei cittadini, non era denigratorio perchè il contenuto dell'articolo -"Cento milioni per rilasciare il parere favorevole alla realizzazione dell'opera, altrimenti la ristrutturazione dell'ospedale non sarebbe andata avanti. In carcere per tentata concussione è finito l'architetto ..", era corrispondente ai fatti appresi ed il frasario era composto; 3) altrettanto non configurava diffamazione l'articolo della Repubblica ove sotto il titolo: "La relazione è negativa, ma per cento milioni..", era riportata la frase: "il vento di mani pulite non scoraggia i tangentomani più accaniti: ieri i CC hanno arrestato per concussione l'ingegner P.. Secondo l'accusa egli, addetto al settore tecnico, avrebbe chiesto una bustarella; cento milioni all'ingegnere M., responsabile dell'impresa che ha realizzato l'ospedale di (OMISSIS).. il funzionario avrebbe profittato del suo ruolo per ricattare M... P. avrebbe alzato il tiro..."; perchè la notizia era veridica e l'uso continuo del condizionale ed il commento sulla resistenza dei tangentisti anche all'attacco del pool di mani pulite rientrava nei limiti del diritto di cronaca e di commento. Ricorre P.F.M. cui resistono le s.p.a. il Mattino ed il Gruppo Editoriale l'Espresso.

Motivi della decisione

1.- Con il primo motivo il ricorrente lamenta: "Violazione e falsa applicazione degli artt. 2, 3 e 21 Cost. e artt. 595 e 51 c.p. e della L. n. 47 del 1948 nonchè contraddittoria ovvero carente e/o insufficiente motivazione" della sentenza nella parte in cui il giudice di appello ha ritenuto sussistente la scriminante dell'esercizio del diritto di cronaca in relazione al reato di diffamazione a mezzo stampa affermando erroneamente che la portata diffamatoria del titolo va vagliata alla luce dell'intero articolo, mentre questo può avere una connotazione diffamatoria in sè. Il motivo è infondato.

La Corte di merito ha correttamente applicato il principio secondo il quale sussiste l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca (nella specie giudiziaria) qualora il titolo dell'articolo attribuisca alla persona offesa - nei cui confronti penda un procedimento penale - una condotta avente riscontro negli atti giudiziari e nell'oggetto dell'imputazione e corrispondente al contenuto dell'articolo.

2.- Con il secondo motivo deduce: "Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2, 3 e 21 Cost., artt. 595 e 51 c.p. e della L. n. 47 del 1948 nonchè omessa e/o insufficiente motivazione della sentenza nella parte in cui il giudice di appello ha ritenuto sussistente la scriminante dell'esercizio del diritto di critica in relazione al reato di diffamazione a mezzo stampa" per non avere la Corte di merito attribuito valenza diffamatoria all'espressione ingiuriosa:

"tangentomane accanito", esorbitante dai limiti della continenza formale e sostanziale ingenerando la convinzione nel lettore dell'abitualità nel richiedere tangenti.

Il motivo è infondato.

Ed infatti la Corte di merito ha correttamente applicato il principio secondo cui l'esercizio del diritto di critica assume necessariamente connotazioni soggettive ed opinabili, in particolare quando, come nella specie, abbia per oggetto lo svolgimento di pubbliche attività di cui si censurino le modalità di esercizio e le disfunzioni utilizzando un linguaggio volto a sollecitare l'interesse dell'opinione pubblica avuto riguardo all'epoca dei fatti - c.d. tangentopoli - valutando l'articolo nel complesso e considerando che il contenuto trovava riscontro nella realtà fattuale, sì da escludere una ricostruzione volontariamente distorta della stessa, preordinata esclusivamente ad attirare l'attenzione negativa dei lettori sulla persona criticata.

3.- Il ricorso va dunque respinto. Le spese giudiziali seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente a pagare Euro 5.200,00, di cui 200,00 per spese, oltre spese generali e accessori di legge, a ciascuna delle resistenti s.p.a. il Mattino ed il Gruppo Editoriale l'Espresso.



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