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Invalidità civile totale: dal 2013 l’Inps considera anche i redditi del coniuge
Articolo 11.01.2013 (Ettore Vita)

L’INPS si adegua all’indirizzo della Cassazione dal gennaio 2013. Lo scrive in una nota delle tabelle allegate alla circolare n. 149/2012 sul rinnovo delle pensioni.

L’Inps finalmente si adegua, sia pure tra le righe delle tabelle allegate alla circolare sul rinnovo annuale delle pensioni, al consolidato indirizzo giurisprudenziale della Corte di Cassazione sul reddito da prendere in considerazione ai fini della concessione della pensione agli invalidi civili totali.

In materia si era creata una situazione paradossale. La magistratura disconosceva il diritto alla pensione ove il reddito coniugale superasse il limite previsto dalla legge (€ 16.127,30 per il 2013), di contro l’INPS considerava solo il reddito individuale del richiedente la prestazione, uniformandosi acriticamente a un precedente indirizzo del Ministero dell’Interno che aveva gestito l’invalidità civile. Quindi si creava, ove i redditi del coniuge fossero determinanti, una discriminazione tra l’invalidità riconosciuta in fase amministrativa e l’invalidità riconosciuta in sede giudiziaria.

Un’ulteriore complicazione nasceva nei casi in cui la sentenza disconosceva il diritto alla pensione per motivi reddituali e riconosceva il diritto all’indennità di accompagnamento, svincolata dal reddito. In tali casi, infatti, le procedure informatiche dell’INPS non consentivano la liquidazione della sola indennità di accompagnamento. Ciò è stato causa di numerosi pignoramenti, disguidi e ritardi per i malcapitati cittadini.

Ora, superando diffuse resistenze, a seguito di una nuova sentenza della Cassazione, l’Istituto di previdenza pare adeguarsi all’indirizzo della Corte, sia pure con una nota inserita nelle corpose tabelle relative all’adeguamento delle pensioni e dei limiti reddituali ai rispettivi indici ISTAT. Sarebbe auspicabile, per assicurare trasparenza e uniformità di comportamento sul territorio, almeno un messaggio chiarificatore alle Sedi periferiche, dando contezza anche dell’adeguamento delle procedure e della modulistica.

La giurisprudenza della Corte di Cassazione

L’orientamento della cassazione non è stato sempre uniforme e in passato la Corte ha emesso pronunciamenti di segno opposto (Sentenze 18825/2008, 7259/2009). In particolare con la sentenza 20426/2010 ha affermato che "ai fini dell'accertamento del requisito reddituale richiesto per la pensione d'inabilità va considerato il reddito dell'invalido assoggettabile all'imposta sul reddito delle persone fisiche".

Tale orientamento, da considerarsi minoritario, è stato rivisto e superato da successivi interventi della Corte.

In particolare la Corte di Cassazione nelle sentenze del 25 febbraio del 2011, n. 4677 e del 1° marzo 2011, n. 5003 afferma che, per la pensione degli invalidi civili totali, il reddito da tenere in considerazione non è solo quello personale, ma anche quello dell’eventuale coniuge, seguendo pertanto la stessa logica prevista per la pensione sociale.

La Corte ripercorre il tortuoso iter legislativo, fatto di rinvii e richiami, pervenendo alla conclusione che il reddito del coniuge è rilevante per la pensione da invalidità civile totale mentre non per l’assegno di assistenza, riconosciuto per l’invalidità parziale, rileva solo il reddito personale.

La Corte osserva che la legge 30 marzo 1971, n. 118 previde, all’art. 12, la concessione di una pensione di inabilità per i soggetti maggiori di 18 anni nei cui confronti fosse stata accertata una totale inabilità lavorativa e, all’art. 13, la corresponsione di un assegno mensile ai soggetti con capacità lavorativa ridotta in misura superiore a due terzi.

Le condizioni economiche richieste per l’assegnazione di entrambe le prestazioni erano le medesime. Infatti, l’art. 12, comma 2, richiamava le condizioni economiche richieste per la pensione dall’art. 26 della legge n. 153 del 1969 e, a sua volta, l’art. 13, comma 1, stabiliva la concessione dell’assegno mensile «con le stesse condizioni e modalità previste per l’assegnazione della pensione di cui all’articolo precedente».

Detto articolo 26 della legge 153/69 non faceva alcun riferimento ai redditi del coniuge, ma prevedeva solo un reddito personale.

Successivamente il D.L. n. 30/1974, convertito nella legge 114/1974, all’art. 3 modificò i requisiti reddituali del succitato art. 26, stabilendo che le condizioni economiche necessarie per la concessione della pensione sociale consistevano nel possesso di redditi propri per un ammontare non superiore a lire 336.050 annue, ovvero, in caso di soggetto coniugato, di un reddito, cumulato con quello del coniuge, non superiore a lire 1.320.000 annue. Quindi veniva introdotto il principio della rilevanza del reddito del coniuge.

La stessa legge all’art. 8 ribadiva che le condizioni economiche per le provvidenze ai mutilati e invalidi civili, quindi, tanto per la pensione di inabilità che per l’assegno mensile, «sono quelle previste nel precedente art. 3 per la concessione della pensione sociale». A questo punto per entrambi i tipi di prestazione doveva prendersi in considerazione il reddito del coniuge.

Con successivo intervento legislativo (legge 29/1977) fu elevato il solo reddito della pensione di inabilità, portato a lire 3.120.000 annue.

Il suddetto intervento legislativo non incideva sul principio per cui il limite reddituale andava determinato tenendo conto anche del reddito del coniuge per entrambe le prestazioni, pur aumentando i limiti reddituali per la sola pensione di inabilità.

A questo punto si creava un’evidente sperequazione, pertanto, secondo la Corte, il legislatore, nella legge 33/1980 (di conversione del decreto 663/1979), aggiunse la disposizione di cui all’art. 14 septies, prevedendo tra l’altro un’esplicita modifica della rilevanza dei redditi del solo assegno di assistenza «da calcolare con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte».

Secondo la Cassazione l’esclusione dei redditi del coniuge dal computo del limite reddituale dell’assegno di assistenza non può essere estesa anche alla pensione di inabilità per invalidità totale per le seguenti ragioni.

Innanzitutto, la diversa considerazione dei redditi serve a equilibrare l’innalzamento del limite reddituale dell’invalidità totale di quasi tre volte superiore all’importo indicato per l’assegno mensile agli invalidi civili parziali, a parità di importo mensile della prestazione.

In secondo luogo, la norma “rappresenta una deroga all’orientamento generale della legislazione in tema di pensioni di invalidità e di pensione sociale, in base al quale il limite reddituale va determinato tenendosi conto del cumulo del reddito dei coniugi “ e di conseguenza non esprime un principio generale con il quale dovrebbero essere coerenti le disposizioni particolari.

Anche nel successivo art. 12 della legge 30 dicembre 1991, n. 412 permane la distinzione tra le due prestazioni, disponendo la norma che ai fini dell’accertamento della condizione reddituale per la concessione delle pensioni assistenziali agli invalidi civili si applica il limite di reddito individuale stabilito per la pensione sociale, con esclusione degli invalidi totali.

Nel corso del 2012 la Cassazione è tornata sul tema con la sentenza n. 4423/2012, ribadendo il precedente indirizzo.

Secondo la Corte il riconoscimento della pensione agli invalidi totali è subordinato alla sussistenza delle condizioni economiche dell'interessato, per la cui determinazione occorre tenere conto anche della posizione reddituale del coniuge. Ciò si desume dal disposto dell’art. 14 septies, comma 4 della L. 33/1980 che, elevando i limiti di reddito per la pensione di inabilità, non contempla l'esclusione, ai fini del calcolo del requisito reddituale dell'invalido, del reddito percepito da altri componenti il suo nucleo familiare. Tale esclusione è espressamente prevista solo dall'art. 11 septies, comma 5 concernente l'assegno mensile in favore dei mutilati e invalidi civili parziali.

La prova dei requisiti reddituali in giudizio

I giudici della Cassazione affermano che la prova dei requisiti per l'ottenimento della prestazione non può essere fornita in giudizio mediante autocertificazione dell'interessato, anche se rilasciata con formalità previste dalla legge per le autocertificazioni, che può assumere rilievo solo nei rapporti amministrativi ed è, invece, priva di efficacia probatoria in sede giurisdizionale (Cass. n. 25800 del 2010).

Conclusioni

La normativa in materia è farraginosa e poco chiara a causa di una stratificazione di norme spesso contraddittorie che necessitano di essere armonizzate, ridisegnando l’intero sistema previdenziale e assistenziale. In particolare in tema di rilevanza dei redditi sarebbe necessario un disboscamento della normativa e una semplificazione capace di porre fine a un costoso contenzioso e rendere il sistema equo, di facile applicazione e controllo.

Credo che non sia più giustificabile una diversa valutazione delle voci che compongono il reddito a seconda delle prestazioni, né i vari distinguo sui redditi da valutare.

In linea generale sarebbe auspicabile che il Legislatore, anche su impulso dell’INPS, estendesse a tutte le prestazioni legate al reddito il principio in base al quale il limite reddituale va determinato tenendosi conto del cumulo del reddito dei coniugi.

Infatti, come sottolinea la Cassazione nella sentenza n. 4423/2012, “l'attribuzione di un rilievo preclusivo dell'intervento pubblico al reddito familiare, di cui i singoli componenti beneficiano, discende dal riconoscimento, nel vigente sistema di sicurezza sociale, di meccanismi di solidarietà particolari, concorrenti con quello pubblico, ugualmente intesi alla tutela dell'uguaglianza e della libertà dal bisogno, in attuazione dell'art. 3 Costituzione”.

Anzi, a mio avviso, andrebbe introdotto il concetto di reddito familiare, maggiormente aderente alla realtà, così come avviene in altri Paesi. Sembra, infatti, corretto che il primo nucleo a intervenire nel sostegno delle persone deboli debba essere quello familiare. Peraltro si eviterebbero gli artifici di quanti si spogliano di ogni bene, a favore del coniuge o dei figli, per beneficiare delle provvidenze legate al reddito.

(Altalex, 11 gennaio 2013. Articolo di Ettore Vita)








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