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Opposizione a decreto ingiuntivo: l’opponente è, in tutti i sensi, “attore”
Tribunale Catania, sentenza 01.12.2004

Nell’opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente è, in tutti i sensi e sotto tutti i profili, “attore” e l’opposto è, in tutti i sensi e sotto tutti i profili, “convenuto”. E ciò, fra l’altro, anche con riferimento alla possibilità e alle concrete modalità di proposizione delle domande riconvenzionali e di chiamata dei terzi.

E' questo il principio di diritto espresso dal Giudice del Tribunale di Catania con la sentenza depositata in data 1 dicembre 2004.

(Altalex, 14 gennaio 2005. Si ringrazia il dott. Felice Lima)






Repubblica Italiana

TRIBUNALE DI CATANIA

Quinta Sezione Civile

__________


In nome del Popolo Italiano


Il giudice Felice Lima ha emesso la seguente


SENTENZA


nella causa civile iscritta al n. 1350/01 R.G.,

promossa da

R. Sebastiano, nato a Catania il 26.6.1944, res. in Gravina di Catania, via XXXXXXXX, c.f. XXXXXXXXXX, dom. in Catania, viale Mario Rapisardi n. 70, presso lo studio degli avv.ti Elisabetta Freni e Salvatore Mazzaglia, che lo rappr. e dif. per mandato a margine dell’atto introduttivo del giudizio; - Attore

contro

Condominio di Catania, via XXXXXXXXXX nella persona dell’amministratore in carica Salvatore M., dom. in Catania, via G. D’Annunzio n. 125, presso lo studio dell’avv. Antonino Tirrò, che lo rappr. e dif. per mandato a margine della comparsa di risposta;

- Convenuto

decisa all’udienza del 29 novembre 2004, sulle conclusioni precisate come in atti.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con ricorso del 29.11.2000 a questo Tribunale, il Condominio di Catania, via XXXXXXX, chiedeva ingiungersi a R. Sebastiano il pagamento della somma di £ 5.560.500, oltre interessi e spese, asseritamente dovuta per canoni relativi alla locazione di un appartamento sito nel condominio predetto.

Il 18.1.2001 veniva adottato il decreto ingiuntivo richiesto, che veniva notificato all’ingiunto l’1.2.2001.

Con atto di citazione notificato il 12.3.2001, R. Sebastiano conveniva in giudizio dinanzi a questo Tribunale il Condominio di Catania, via XXXXXXXX, proponendo opposizione avverso il decreto ingiuntivo predetto.

Esponeva il suo procuratore che l’appartamento oggetto della locazione nell’ottobre del 1998 era divenuto inutilizzabile ai fini per i quali la locazione era stata stipulata e chiedeva, quindi, al Tribunale di dichiarare non dovuti i canoni pretesi dal Condominio, revocando il decreto ingiuntivo opposto, e di condannare la controparte alla restituzione dei canoni percepiti in precedenza e al pagamento della somma di £ 5.000.000 quale risarcimento dei danni patiti dal locatario per il mancato godimento dell’immobile.

Costituitosi in giudizio, il Condominio convenuto eccepiva la tardività dell’opposizione a decreto ingiuntivo e l’infondatezza delle domande di condanna del Condominio al pagamento di somme.

Chiedeva, in via riconvenzionale, la condanna dell’attore al pagamento della somma di £ 3.000.000 a titolo di risarcimento di danni asseritamente causati dal R. all’immobile condotto in locazione.

Acquisiti i documenti offerti in produzione e precisate le conclusioni, la causa veniva decisa all’udienza del 29 novembre 2004, come da dispositivo allegato al verbale di quella udienza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1 _________

Ai sensi dell’art. 447 bis c.p.c., «le controversie in materia di locazione e di comodato di immobili urbani e quelle di affitto di aziende sono disciplinate dagli articoli 414, 415, 416, 417, 418, 419, 420, 421, primo comma, 422, 423, primo e terzo comma, 424, 425, 426, 427, 428, 429, primo e secondo comma, 430, 433, 434, 435, 436, 437, 438, 439, 440, 441, in quanto applicabili».

Quella oggetto dell’odierno contendere è una controversia «in materia di locazione (...) di immobile urbano».

E’ stata erroneamente proposta con atto di citazione, invece che con ricorso.

Con ordinanza del 13/15.9.2001, il giudice istruttore ha disposto il mutamento del rito: da quello c.d. ordinario a quello c.d. del lavoro.

2 _________

Così stando le cose, l’opposizione a decreto ingiuntivo proposta dal R. è inammissibile, perché tardiva.

Come statuito, infatti, dalla Corte Suprema, «considerata l’insus-sistenza in materia processuale del principio dell’affidamento - per cui è irrilevante la mancata indicazione, nel decreto ingiuntivo emesso in materia locatizia, della necessità, a seguito della novella processuale, del deposito dell’eventuale opposizione nel termine perentorio di cui all’art. 641 c.p.c. - è inammissibile l’opposizione, avverso un decreto ingiuntivo per il pagamento dell’indennità di avviamento commerciale, proposta con atto (citazione) non depositato in cancelleria nel predetto termine perentorio» (Cass. Sez. III, 2 gennaio 1998, n. 8. Per la costante giurisprudenza della Corte Suprema con riferimento ai decreti ingiuntivi in materia di lavoro, si vedano, fra le tante, Cass. Sez. Lav., 15 ottobre 1992, n. 11318, per la quale «nelle controversie in materia di lavoro e previdenza, l’opposizione a decreto ingiuntivo proposta con atto di citazione invece che con il ricorso di cui all’art. 414 c.p.c., dà luogo ad un caso di inammissibilità rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo, se l’atto non viene depositato in cancelleria entro il termine di cui all’art. 641 comma 1 c.p.c., ancorché sia già stato notificato entro detto termine»; Cass. Sezioni Unite, 14 marzo 1991, n. 2714, per la quale «con riguardo al decreto ingiuntivo reso dal pretore per crediti inerenti ai rapporti di cui agli art. 409 e 442 c.p.c., l’opposizione va proposta con ricorso, da depositarsi in cancelleria nel termine perentorio fissato dall’art. 641 c.p.c. Pertanto, ove tale opposizione sia proposta con citazione, il relativo atto è idoneo alla tempestiva instaurazione del giudizio solo se depositato nel rispetto dell’indicato termine, non essendo sufficiente la mera notificazione nel termine stesso»; Cass. Sez. Lav., 15 ottobre 1992, n. 11318; Cass. Sez. Lav., 6 agosto 1987, n. 6762; Cass. Sez. Lav., 15 settembre 1986, n. 5616; Cass. Sez. Lav., 3 dicembre 1982, n. 6594; e Cass. Sez. Lav., 29 agosto 1980, n. 5021).

Con riferimento alle conseguenze della tardività dell’opposizione, è stato, poi, statuito come «l’opposizione a decreto ingiuntivo, ove si tratti di crediti basati su alcuno dei rapporti di cui all’art. 409 c.p.c., sub art. 1 della l. 11 agosto 1973 n. 533, deve essere proposta in conformità delle norme introdotte da tale legge, e cioè con ricorso depositato in cancelleria (art. 415 c.p.c., nuovo testo) entro il termine di venti giorni dalla notificazione dello stesso decreto ingiuntivo (art. 641 c.p.c.), dovendosi per procedimento ordinario di opposizione (art. 645, comma 2, c.p.c.) intendere quello proprio afferente ai rapporti per i quali il procedimento monitorio è stato instaurato. Pertanto, l’opposizione proposta con atto di citazione notificato entro il detto termine ma depositato successivamente è da considerare tardivamente e tale decadenza è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado (anche per la prima volta in sede di legittimità), non rilevando né l’attività compiuta dalla controparte, giacché la sanatoria prevista dall’art. 156, comma 3, c.p.c. non si estende alle decadenze per inosservanza di termini perentori, né il provvedimento del giudice che, ai sensi dell’art. 426 c.p.c., abbia disposto il passaggio dal rito ordinario a quello speciale» (Cass. Sez. Lav., 13 aprile 1985, n. 2457, e Cass. Sez. Lav., 14 ottobre 1983, n. 6018).

Nel caso di specie, il decreto ingiuntivo oggetto del contendere è stato notificato all’ingiunto l’1.2.2001; il termine per l’opposizione è spirato il 13.3.2001; la causa è stata iscritta a ruolo e la copia notificata dell’atto di citazione depositata il 21.3.2001.

3 _________

Non può essere condiviso l’assunto di cui all’ordinanza del giudice istruttore del 15/17.3.2003, secondo il quale l’inammissibilità dell’oppo-sizione a decreto ingiuntivo renderebbe inammissibili le altre domande proposte dalle parti con l’atto di citazione e con la comparsa di risposta.

A sostegno di quel provvedimento, viene citata - nella motivazione - Cass. Sez. I, 9 dicembre 1980, n. 6355.

Nello stesso senso di quella sentenza, si è pronunciata anche Cass. sez. II, 2 agosto 2002, n. 11602, che ha statuito che «la dichiarazione di improcedibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo preclude solo la possibilità di riproporre in diverso giudizio la domanda tendente a contrastare l’accertamento contenuto nel decreto ingiuntivo stesso, ma non la domanda riconvenzionale avanzata con il medesimo atto di opposizione, che può essere riproposta con un successivo atto».

Ma la lettura della motivazione di quest’ultima sentenza convince che la massima testé riportata (sostanzialmente identica a quella di Cass. 6355/1980) non è chiara e genera confusione.

E’ scritto, infatti, in quella motivazione che «dalla lettura degli atti processuali (...) risulta che la cancellazione della causa dal ruolo è stata ordinata in primo grado del G.I. per la tardiva costituzione delle parti nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo. Il processo è stato poi riassunto dal fallimento Incap limitatamente alla domanda riconvenzionale che la detta società in bonis aveva proposto - con l’unico atto (avente in tal modo duplice funzione) di opposizione al decreto ingiuntivo chiesto ed ottenuto dal Cattelan per conseguire il pagamento del prezzo della fornitura delle case prefabbricate in questione - sostenendo di aver diritto al risarcimento dei danni subiti per la cattiva realizzazione delle case in legno e per i vizi riscontrati. Con l’atto di riassunzione è stato ripreso il processo per la sola parte concernente la detta domanda riconvenzionale in relazione alla quale nessuna causa di improcedibilità si era verificata non potendosi estendere a tale domanda gli effetti previsti dall’articolo 647 c.p.c. in caso di mancata opposizione (cui è equiparata la mancata costituzione o la costituzione fuori termine) a decreto ingiuntivo. Nella fase successiva alla citata ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo si è quindi ritualmente svolto il giudizio (autonomo rispetto a quello di opposizione a decreto ingiuntivo pur se iniziato con lo stesso atto) concernente la domanda riconvenzionale della Incap in relazione alla quale la funzione giurisdizionale non si era esaurita a seguito della tardiva costituzione della società Incap nel giudizio di opposizione con conseguente improcedibilità solo di tale opposizione: la detta domanda, dopo la riassunzione, doveva essere esaminata e decisa indipendentemente sia dalle vicende processuali e dalla improcedibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo, sia dalla esecutività e definitività del decreto ingiuntivo opposto. Peraltro va osservato che la dichiarazione di improcedibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo preclude solo la possibilità di riproporre in diverso giudizio la domanda tendente a contrastare l’accertamento contenuto nel decreto ingiuntivo stesso, ma non la domanda riconvenzionale avanzata con il medesimo atto di opposizione: tale domanda ben può essere riproposta con un successivo atto. Nella specie con l’atto di riassunzione l’Incap ha dato ulteriore impulso o, comunque, nuovo inizio al giudizio relativo alla domanda riconvenzionale».

Dunque, per un verso, si deve prendere atto che la domanda diversa e ulteriore rispetto a quella di revoca del decreto ingiuntivo opposto, proposta con lo stesso atto di opposizione, non viene travolta dall’inam-missibilità dell’opposizione, mentre, per altro verso, va osservato che, diversamente da quello che sembra emergere dalla sentenza qui in discussione, «l’atto di riassunzione del processo non introduce un nuovo procedimento, ma espleta esclusivamente la funzione di consentire la prosecuzione di quello già pendente» (Cass. Sez. II, 21 luglio 2004, n. 13597; Cass. Sez. II, 20 aprile 2001, n. 5892; Cass. Sez. I, 2 dicembre 1998, n. 12209).

4 _________

Va, poi, rilevato come tutti gli equivoci che sorgono con riferimento alle dinamiche del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo qui in discussione traggano origine dall’indirizzo giurisprudenziale della Corte Suprema secondo il quale nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente riveste la qualifica di «convenuto in senso sostanziale» e l’opposto quella di «attore in senso sostanziale».

Questo orientamento, però, benché costante da anni, sembra fondato su degli equivoci e va messo qui in discussione.

Afferma Cass. Sez. III, 3 marzo 1994, n. 2124, che «nel procedimento di ingiunzione, in cui il contraddittorio è solo eventuale e posticipato, instaurandosi solo per effetto dell’opposizione, non si verifica alcuna inversione della posizione sostanziale delle parti nel giudizio contenzioso che s’instaura con l’opposizione, ciascuna di esse assume, cioè, la propria effettiva e naturale posizione, nel senso che mentre il creditore mantiene la veste sostanziale di attore, all’opponente compete la posizione tipica del convenuto. Ciò esplica i suoi effetti non solo nell’ambito dell’onere della prova, che incombe sempre ei qui dicit, ma anche in ordine alla possibilità della emendatio libelli ed alla introduzione di eventuali ulteriori domande accessorie ...».

Parlano espressamente di attore e convenuto «in senso sostanziale» numerosissime sentenze della Corte Suprema. Fra le tante, tutte conformi, ci si limita a citare qui, per brevità, solo alcune delle più recenti: Cass. Sez. I, 22 aprile 2003, n. 6421; Cass. Sez. II, 4 aprile 2003, n. 5321; Cass. Sez. II, 29 novembre 2002, n. 16957; Cass. Sez. III, 20 novembre 2002, n. 16331; Cass. Sez. Lav., 13 giugno 2002, n. 8502; Cass. Sez. Lav., 17 aprile 2002, n. 5526; Cass. Sez. Lav., 6 febbraio 2002, n. 1568; Cass. Sez. I, 10 agosto 2001, n. 11053; Cass. Sez. Lav., 3 marzo 2001, n. 3114; Cass. Sez. Unite, 8 febbraio 2001, n. 46; Cass. Sez. Lav., 1 dicembre 2000, n. 15339; Cass. Sez. Lav., 9 ottobre 2000, n. 13445; Cass. Sez. Lav., 1 luglio 2000, n. 8840; Cass. Sez. I, 19 maggio 2000, n. 6528; Cass. Sez. Lav., 1 giugno 1999, n. 5340; Cass. Sez. Lav., 24 maggio 1999, n. 5045; Cass. Sez. II, 29 gennaio 1999, n. 813; Cass. Sez. Unite, 28 maggio 1998, n. 5290; Cass. Sez. Lav., 24 marzo 1998, n. 3115; Cass. Sez. Lav., 24 marzo 1998, n. 3115; Cass. Sez. Lav., 24 marzo 1998, n. 3115; Cass. Sez. Lav., 24 marzo 1998, n. 3115.

Ma non può non rilevarsi come sia tecnicamente improprio parlare, con riferimento alle qualifiche di «attore» e di «convenuto», di «posizioni sostanziali» per l’evidente ragione che «attore» e «convenuto» non sono sotto alcun profilo «posizioni sostanziali», ma esclusivamente ruoli «processuali».

E’ «attore» chi chiama altri in giudizio. E’ «convenuto» chi è chiamato in giudizio.

Entrambe le qualifiche hanno natura e funzione esclusivamente formale/processuale e non sostanziale.

Esse servono a individuare gli oneri e le facoltà che - nella logica del procedimento contenzioso - gravano su ciascuna delle parti.

Sarà l’attore a dovere iscrivere la causa a ruolo entro un termine perentorio e il convenuto a potere proporre - entro un altro termine perentorio - eventuali domande riconvenzionali.

Sarà l’attore a dovere inserire nell’atto introduttivo del giudizio gli avvertimenti alla controparte di cui all’art. 163, 3° comma, n. 7, c.p.c..

Sarà il convenuto che potrà proporre, nel termine di cui all’art. 180, 2° comma, c.p.c., eventuali «eccezioni processuali e di merito che non siano rilevabili d’ufficio».

E tutto questo non per ragioni connesse in alcun modo alla natura “sostanziale” delle posizioni giuridiche in contesa, ma esclusivamente per la dinamica del processo: essendo attore colui che avvia il procedimento è lui che fissa la prima udienza; subendo il convenuto temporalmente l’iniziativa dell’attore, non può che proporre riconvenzionalmente le sue domande, che sono, nella sostanza, le stesse che avrebbe potuto proporre in via principale se avesse agito lui per primo.

Nessuna conseguenza di diritto «sostanziale» (utilizzando il lessico della Suprema Corte) discende dalla posizione processuale delle parti, ma solo conseguenze di natura «processuale».

E che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’opponente abbia il ruolo processuale dell’attore sembra incontrovertibile, essendo sufficiente considerare che, per esempio, è certamente su di lui che incombe l’onere di iscrivere tempestivamente la causa a ruolo (con le rilevantissime conseguenze negative per il caso di omissione o tardivo adempimento di quest’onere) ed è certamente lui che deve inserire nell’atto introduttivo del giudizio i citati avvertimenti di cui all’art. 163, 3° comma, n. 7, c.p.c..

E se quanto testé detto è vero, non ha senso, allora, definire come attore solo «in senso formale» l’opponente a decreto ingiuntivo, perché tutti gli attori di tutti i giudizi lo sono solo in senso formale.

Occorre interrogarsi sulle ragioni che, in tempi ormai lontani, hanno indotto la Corte di Cassazione a concepire le qualifiche - ignote ai codici e alle leggi - di attore e convenuto «in senso sostanziale».

Deve rilevarsi che in tutte le sentenze qui in discussione l’affermazione che, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, l’opposto sarebbe «attore in senso sostanziale» è prospettata come assiomatica, non venendo offerti argomenti che ne dimostrino il fondamento.

Ma, se nelle sentenze in questione non si rinvengono argomenti a sostegno di quella tesi, dalla lettura di esse emerge in maniera evidente quale sia la preoccupazione che ha indotto la Corte di Cassazione a creare le figure giuridiche dell’attore e del convenuto «in senso sostanziale»: la preoccupazione di lasciare in capo all’opposto l’onere di provare la fondatezza del suo credito oggetto del decreto ingiuntivo.

La preoccupazione, in altre parole, di lasciar chiaro che, quando taluno proponga opposizione avverso un decreto ingiuntivo e affermi l’insussistenza del credito che ne è oggetto, non sarà l’opponente a dover dimostrare l’inesistenza del credito, ma l’opposto a dover provare la sua esistenza.

Cass. Sez. III, 3 marzo 1994, n. 2124, sopra citata, afferma, come si è visto, che «nel procedimento di ingiunzione (...) non si verifica alcuna inversione della posizione sostanziale delle parti nel giudizio contenzioso che s’instaura con l’opposizione, ciascuna di esse assume, cioè, la propria effettiva e naturale posizione, nel senso che mentre il creditore mantiene la veste sostanziale di attore, all’opponente compete la posizione tipica del convenuto. Ciò esplica i suoi effetti non solo nell’ambito dell’onere della prova, che incombe sempre ei qui dicit ...».

L’idea è, dunque, che sotto il profilo «sostanziale» l’onere della prova incombe sull’attore, che è «ei qui dicit».

Ma anche questo sembra essere un errore, perché, come definitivamente chiarito dalle Sezioni Unite della Corte Suprema con l’importantissima sentenza 30 ottobre 2001, n. 13533, (alla quale qui, per brevità, non ci si può che limitare a fare rinvio) gli oneri probatori non si distribuiscono fra le parti nel processo con riferimento alla loro condizione processuale di attore o convenuto, ma con riferimento alle concrete posizioni giuridiche difese in giudizio.

Occorre, cioè, guardare non già a quella che la Corte Suprema definisce come posizione «sostanziale» della parte nel processo (laddove, per le ragioni già dette, la posizione della parte nel processo non è sotto alcun profilo «sostanziale», ma solo formale), ma alla «sostanza» (ci si passi il bisticcio) della posizione giuridica dedotta un giudizio.

Ciò posto, la questione della distribuzione degli oneri probatori nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non andrà risolta con riferimento ai ruoli processuali - di attore e convenuto - delle parti, ma con riferimento a ciò che esse sostengono in giudizio.

E, per di più, tornando all’espressione della Corte Suprema sopra riportata secondo la quale «l’onere della prova incombe sempre ei qui dicit», l’opponente a decreto ingiuntivo non è «ei qui dicit», ma, tendenzialmente, «ei qui negat» e decisive considerazioni sono state esposte dalle Sezioni Unite (nella già citata sentenza n. 13533 del 2001) sulle differenze fra oneri di prova del fatto positivo e oneri di prova del fatto negativo.

E a ennesima riprova che il problema non è quello della posizione processuale delle parti, ma quello della natura sostanziale delle posizioni giuridiche dedotte in giudizio, si consideri che, se l’opponente sosterrà che il suo debito oggetto del decreto ingiuntivo esisteva, ma egli lo ha estinto mediante pagamento, nonostante secondo la Corte di Cassazione egli sia «convenuto in senso sostanziale», sarà comunque suo l’onere di dare prova dell’avvenuto pagamento, mentre l’opposto - asseritamente «attore in senso sostanziale» - non dovrà provare niente.

Se, invece, l’opponente affermerà che manca la prova del credito oggetto del decreto ingiuntivo sarà onere dell’opposto fornire la prova del suo credito e l’opponente nulla dovrà provare.

In quest’ultimo caso, la ragione per la quale l’opponente non deve dare la prova negativa dell’insussistenza del suo debito, ma è l’opposto che deve dare la prova positiva del suo credito non sta - come ha sempre affermato la Corte Suprema - nel fatto che l’opponente sarebbe convenuto (perché, invece, egli, come si è visto, è incontrovertibilmente attore), ma nel fatto che egli afferma un fatto negativo - non essere debitore e non avere obbligazioni verso la controparte - e sarà quest’ultima, che si assume creditrice a dover dar prova del suo credito.

Non si ignora che la distinzione fra oneri di prova dei fatti positivi e oneri di prova dei fatti negativi testé proposta è superficiale e approssimativa, ma maggiori precisazioni non sembrano necessarie in questa sede ai fini del ragionamento che si sta qui sviluppando.

Dunque, non occorre dar vita alla figura giuridica del «convenuto in senso sostanziale» e qualificare come tale l’opponente a decreto ingiuntivo per affermare che egli può limitarsi a dedurre in giudizio che manca la prova del credito di controparte e sarà, in quel caso, onere dell’opposto fornire la prova del suo credito.

A tutto quanto fin qui esposto contro la tesi che l’opponente a decreto ingiuntivo sia in qualche modo convenuto e non attore e che l’opposto sia attore e non convenuto vanno le considerazioni che suscitano Cass. Sez. I, 27 giugno 2000, n. 8718, e Cass. Sez. Lav., 5 marzo 2002, n. 3156, con riferimento alla questione della procedura che l’opponente dovrebbe seguire per chiamare in causa un terzo dal quale, per esempio, voglia essere garantito.

Quelle due sentenze, infatti, tentando di applicare il principio fin qui contestato dell’essere l’opponente convenuto e l’opposto attore incorrono in così gravi e palesi incongruenze e contraddizioni da costituire ulteriore motivo di rifiuto di quel principio.

E’ scritto, infatti, testualmente nella motivazione di Cass. Sez. I, 27 giugno 2000, n. 8718:

«La tesi del ricorrente si basa sul presupposto che la controparte, proponendo opposizione al decreto ingiuntivo, abbia assunto la qualità di attore.

Al riguardo va richiamato però il principio, ormai consolidato, secondo cui, a seguito dell’opposizione, non si verifica alcuna inversione nella posizione sostanziale delle parti nel giudizio contenzioso, mantenendo ciascuna la propria posizione naturale e cioè il creditore quella di attore ed il debitore quella di convenuto, posizione che esplica i suoi effetti non solo nell’ambito dell’onere della prova ma anche in ordine ai poteri ed alle preclusioni di ordine processuale rispettivamente previsti per ciascuna delle due parti (per tutte Cass. 2124/94).

Ma d’altra parte, anche applicando tale principio, non è possibile pervenire ad alcuna soluzione in base alla previsione letterale dell’art. 269 c.p.c.. il quale, relativamente al convenuto che intenda chiamare un terzo in giudizio, prevede la richiesta da parte sua al giudice istruttore dello spostamento dell’udienza che nel caso di opposizione non risulta però ancora fissata al momento della sua proposizione.

La verità è che l’art. 269 c.p.c., che disciplina le modalità della chiamata del terzo in causa, non si concilia con il procedimento instaurato tramite l’opposizione al decreto ingiuntivo, dovendo in ogni caso l’opponente citare unicamente il soggetto che ha ottenuto detto decreto in quanto originariamente le parti non possono essere che colui che ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta.

Sotto tale profilo pertanto le conclusioni cui è pervenuto il ricorrente non potrebbero essere condivise anche se si attribuisse, come sostiene, la posizione di attore all’opponente.

Tutto ciò non toglie che l’opponente possa avere interesse a chiamare un terzo estraneo al giudizio monitorio (Cass. 1188/95).

In tal caso non gli rimane che richiedere l’autorizzazione al giudice ed al riguardo il riferimento normativo, sia pure in via analogica, è lo stesso art. 269 comma 2 c.p.c. che disciplina l’ipotesi in cui l’interesse dell’attore sorga a seguito della comparsa di risposta del convenuto e che va coordinato con il particolare procedimento conseguente all’opposizione.

In definitiva l’opponente a decreto ingiuntivo, non potendo chiedere, nella sua qualità di convenuto sostanziale, lo spostamento dell’udienza (comma 2) in quanto non ancora fissata e non potendo soprattutto notificare l’opposizione a soggetto diverso da chi ha ottenuto il decreto ingiuntivo, non può che richiedere al giudice, con lo stesso atto di opposizione, l’autorizzazione a chiamare in giudizio il terzo al quale ritiene comune la causa sulla base dell’esposizione dei fatti e delle considerazioni giuridiche contenute nel ricorso per decreto ingiuntivo».

Una linea argomentativa semplice e lineare sarebbe affermare che l’opponente/attore, come qualunque attore di qualunque giudizio, può e deve chiamare nel giudizio medesimo, con l’atto introduttivo, tutti coloro nei confronti dei quali vuole che il procedimento si svolga.

Afferma, invece, la Corte Suprema che egli non può farlo.

Sostiene che non può farlo perché, essendo «convenuto sostanziale», non può fare ciò che potrebbe fare un attore.

Egli, allora, sostiene ancora la Corte, dovrebbe comportarsi come convenuto.-------------------------

Ma la stessa Corte aggiunge contraddittoriamente che neppure trattando l’opponente come convenuto si risolve il problema, perché «l’art. 269 c.p.c., che disciplina le modalità della chiamata del terzo in causa, non si concilia con il procedimento instaurato tramite l’opposi-zione al decreto ingiuntivo, dovendo in ogni caso l’opponente citare unicamente il soggetto che ha ottenuto detto decreto in quanto originariamente le parti non possono essere che colui che ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta».

Va sottolineato che questo procedimento logico non è accettabile, perché l’impasse nel quale la Corte si è trovata avrebbe dovuto indurla a riconsiderare l’assunto di partenza, che, invece, viene difeso come un assioma: si definisce l’opponente «convenuto in senso sostanziale»; si afferma che, quindi, gli si dovrebbe applicare il disposto dell’art. 269 c.p.c.; si prende atto che questo non è possibile; non si rimette in discussione il punto di partenza, ma si costruisce un nuovo rito, fondato su una versione modificata dell’art. 269 c.p.c., che viene definito come applicazione analogica dello stesso.

E analizzando le argomentazioni di quella sentenza, deve sottolinearsi come:

1. Nessuna norma di legge prescrive che l’opponente possa citare «unicamente il soggetto che ha ottenuto» il decreto ingiuntivo. Ciò, anzi, è contrario alla regola generale di cui all’art. 103 c.p.c., secondo la quale chi vi abbia interesse può convenire in giudizio quante parti voglia in presenza dei presupposti di cui all’art. 103 c.p.c. medesimo. L’assunto della Corte Suprema, peraltro, oltre a non esser fondato su alcuna norma positiva, non è neppure giustificato dalla logica del procedimento di opposizione. E ciò è contraddittoriamente riconosciuto espressamente nella stessa sentenza qui in discussione, ove, due capoversi dopo, si afferma che «tutto ciò non toglie che l’opponente possa avere interesse a chiamare un terzo estraneo al giudizio monitorio». Ed è evidente che ammettendo che l’opponente possa legittimamente chiamare in giudizio terzi si smentisce l’affermazione secondo la quale suo unico contraddittore sarebbe colui che ha ottenuto il decreto ingiuntivo!

2. L’art. 269 c.p.c. non è affatto inconciliabile con il procedimento di opposizione a decreto ingiuntivo, essendo, invece, inconciliabile solo con l’affermazione che in quel giudizio l’opponente sarebbe convenuto. E tale inconciliabilità, come già detto, dovrebbe costituire un ulteriore motivo di riflessione sulla fondatezza di tale assunto. Se l’art. 269 c.p.c. si applica al convenuto e se, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, non si riesce ad applicare l’art. 269 c.p.c. con riferimento all’opponente, allora l’opponente, in quel giudizio, non è convenuto.

La Corte Suprema, infine, tentando di comporre la contraddizione che non vi è nella natura degli istituti processuali qui in esame, ma che è stata creata dalla costruzione giurisprudenziale fin qui criticata, decide che l’opponente può sì chiamare in causa un terzo; che non può farlo direttamente perché è «convenuto sostanziale»; che non può utilizzare le disposizioni di cui all’art. 269 c.p.c. perché «originariamente le parti non possono essere che colui che ha proposto la domanda di ingiunzione e colui contro il quale la domanda è diretta»; che dovrà «chiedere l’autorizzazione [a chiamare il terzo] al giudice ed al riguardo il riferimento normativo, sia pure in via analogica, è lo stesso art. 269 comma 2 c.p.c. che disciplina l’ipotesi in cui l’interesse dell’attore sorga a seguito della comparsa di risposta del convenuto e che va coordinato con il particolare procedimento conseguente all’opposizione. In definitiva l’opponente a decreto ingiuntivo, non potendo chiedere, nella sua qualità di convenuto sostanziale, lo spostamento dell’udienza (comma 2) in quanto non ancora fissata e non potendo soprattutto notificare l’opposizione a soggetto diverso da chi ha ottenuto il decreto ingiuntivo, non può che richiedere al giudice, con lo stesso atto di opposizione, l’autorizzazione a chiamare in giudizio il terzo al quale ritiene comune la causa sulla base dell’esposizione dei fatti e delle considerazioni giuridiche contenute nel ricorso per decreto ingiuntivo».

Sennonché, deve riconoscersi che:

1. Questa ricostruzione del rito da applicare all’opposizione a decreto ingiuntivo crea più contraddizioni di quante voglia risolverne.

2. Questa ricostruzione non trova alcun aggancio normativo, perché nessuna norma prevede un tale procedimento (richiesta dell’oppo-nente al giudice, alla prima udienza, di autorizzazione a chiamare il terzo). A ben vedere non è una “ricostruzione”, ma una “costruzione”.

3. Dopo la novella del 1990, il convenuto che voglia chiamare un terzo in causa non deve chiedere e non necessita di alcuna «autorizza-zione» del giudice. Il meccanismo di cui all’art. 269 c.p.c. non è funzionale ad alcuna richiesta di autorizzazione del giudice - non più prevista -, ma è necessario solo in relazione al fatto che, per potere utilmente chiamare in giudizio un’altra parte, nel rispetto dei termini dilatori a comparire e con gli avvertimenti di cui all’art. 163, 3° comma, n. 7, c.p.c., il convenuto ha bisogno di una nuova udienza, diversa e successiva rispetto a quella fissata dall’attore con la citazione. E al giudice, con il procedimento di cui all’art. 269 c.p.c., il convenuto proprio quello chiede: non un’autorizzazione, ma una nuova udienza.

4. Appare illogico affermare che l’opponente non potrebbe chiedere lo spostamento dell’udienza perché essa non sarebbe stata ancora fissata. L’udienza, invece, è già fissata e la fissa proprio l’opponente con l’atto di citazione. Non accade che lo spostamento non possa essere chiesto; accade che non serve, proprio perché, essendo l’opponente attore e non convenuto, fissa egli stesso l’udienza di prima comparizione e non ha bisogno che gliela si sposti per potervi citare un’altra parte.

5. Eliminata dalla riforma del codice di rito l’autorizzazione del giudice a chiamare in causa altre parti, è impossibile comprendere a quale utile fine l’opponente dovrebbe chiamare in causa per la prima udienza di comparizione solo l’opposto, attendere quella udienza e lì chiedere al giudice di fissarne un’altra per consentirgli di convenirvi un’altra parte che nella massima economia processuale avrebbe potuto citare da subito per la prima udienza. Ciò è ancor più vero con riferimento alle opposizioni a decreto ingiuntivo in materia di lavoro, dove la prima udienza viene fissata dal giudice e non si comprende proprio secondo quale logica l’opponente dovrebbe prima chiedere al giudice una prima udienza alla quale chiamare solo l’opposto e, poi, a quella udienza, chiederne un’altra, alla quale chiamare il terzo.

Ma vi è di più.

La ratio della disposizione con la quale l’art. 269 c.p.c. onera il convenuto - a pena di inammissibilità della sua chiamata del terzo - di chiedere al giudice, con la comparsa di risposta, il differimento della prima udienza è quella di evitare che l’udienza di prima comparizione si svolga invano, vada per così dire a vuoto.

L’art. 269 c.p.c. avrebbe, infatti, potuto prevedere una facoltà e non un onere del convenuto di chiedere il differimento della prima udienza con la comparsa di risposta. Con il che il convenuto sarebbe rimasto libero di comparire alla prima udienza e lì chiedere un rinvio con fissazione di altra udienza alla quale chiamare il terzo.

Il legislatore non ha voluto consentire ciò e ha reso obbligatoria per il convenuto la richiesta immediata di fissazione della nuova udienza da parte del giudice.

Ciò ha con evidenza, come si è appena detto, lo scopo di accelerare il processo, evitando udienze a vuoto, di mero rinvio.

Ma la Corte Suprema, disponendo che l’opponente a decreto ingiuntivo che voglia chiamare un terzo in causa non debba farlo subito, con l’atto di citazione, ma debba attendere la prima udienza e lì chiedere al giudice di fissarne un’altra alla quale chiamare il terzo, tradisce, contraddicendola, la ratio dell’art. 269 c.p.c..

Con il che viene smentita l’affermazione della Corte Suprema, contenuta nella motivazione della citata sentenza 27 giugno 2000, n. 8718, secondo la quale la ricostruzione della materia qui in discussione elaborata in quel provvedimento applichi «in via analogica» l’art. 269 c.p.c., la cui ratio, invece, come detto, tradisce.

Concludendo, deve ritenersi che:

1. l’opponente a decreto ingiuntivo è attore nel giudizio di opposizione ed è attore nell’unico senso che può darsi a questa parola: quello formale/processuale;

2. l’opponente, come qualunque parte (sia attrice che convenuta) di qualunque giudizio, non ha bisogno di alcuna autorizzazione del giudice per chiamare in giudizio alla prima udienza coloro nei confronti dei quali vuole che il giudizio si svolga (una tale autorizzazione non essendo più prevista dal codice di rito);

3. l’opponente, fissando egli stesso con l’atto di citazione la data dell’udienza di prima comparizione ed essendo illogico che, fissandola egli stesso, ne chieda uno spostamento al giudice, può e deve chiamare alla prima udienza tutti coloro nei confronti dei quali vuole che il giudizio si svolga. A maggior ragione così agirà l’opponente nel caso di opposizione a decreto ingiuntivo nel rito del lavoro, notificando il ricorso e il decreto di fissazione dell’udienza di prima comparizione a tutte le parti nei confronti delle quali proponga delle domande;

4. sarà, casomai, l’opposto che, se vorrà chiamare altri ancora, dovrà chiedere al giudice non già un’autorizzazione, ma lo spostamento dell’udienza ai sensi dell’art. 269 c.p.c..

Va sottolineato, a questo punto, come questa ricostruzione della materia, oltre a sembrare l’unica coerente con i dati normativi, è anche quella più coerente con la costante affermazione della Corte di Cassazione secondo la quale «l’opposizione al decreto ingiuntivo (...) dà luogo a un ordinario giudizio di cognizione» (Cass. Sez. I, 22 febbraio 2002, n. 2573. E moltissime altre sempre conformi, fra le quali Cass. Sez. I, 19 maggio 2000, n. 6528; Cass. Sez. 29 gennaio 1999, n. 813; Cass. Sez. Lav., 17 novembre 1997, n. 11417, secondo la quale, testualmente, «l’opposizione al decreto ingiuntivo si configura come atto introduttivo di un giudizio ordinario di cognizione»; Cass. Sez. II,11 agosto 1997, n. 7476; Cass. Sez. Lav., 28 gennaio 1995, n. 1052; Cass. Sez. III, 4 maggio 1994, n. 4286; Cass. Sez. II, 5 novembre 1992, n. 12000; Cass. Sez. Lav., 8 febbraio 1992, n. 1410; Cass. Sez. II, 25 luglio 1983, n. 5119; Cass. Sez. I, gennaio 1980, n. 184).

E riprova del fatto che, comunque vogliano classificarsi accademicamente i rapporti fra il procedimento monitorio e il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, vi è certamente una incontrovertibile distinzione processuale fra i due procedimenti si trae dalla circostanza che l’opposto può restare contumace - e tale essere dichiarato a tutti gli effetti - nel giudizio di opposizione.

E, a questo punto, va osservato come, sempre al fine di assicurarsi che resti in capo all’opposto l’onere di provare il fondamento del suo preteso credito e per dare conferma alla tesi che nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo attore sarebbe l’opposto, la Corte Suprema individui l’oggetto del giudizio di opposizione nella domanda proposta dall’opposto in sede monitoria: in questo senso tutte le sentenze citate da ultimo con riferimento al fatto che l’opposizione a decreto ingiuntivo dà luogo a un ordinario giudizio di cognizione, il cui oggetto sarebbe, appunto, la domanda dell’opposto. Per tutte, ci si limita a richiamare qui Cass. Sez. I, 19 maggio 2000, n. 6528, secondo la quale «l’opposizione avverso il decreto ingiuntivo non costituisce azione d’impugnazione della validità del decreto stesso, ma introduce un ordinario giudizio di cognizione diretto ad accertare la fondatezza della pretesa fatta valere dall’ingiungente opposto (che assume la posizione sostanziale di attore) e delle eccezioni e delle difese fatte valere dall’opponente (che assume la posizione sostanziale di convenuto)».

Ma anche questo - pur con il rispetto che si deve a un orientamento del giudice di legittimità tanto consolidato nel tempo, con pronunce tutte costanti - deve essere ritenuto un errore, fondato su un equivoco.

La questione controversa in questo giudizio rende concretamente irrilevante qui un’analisi approfondita del dibattito accademico sulla natura - impugnatoria o no - del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo.

Peraltro, le considerazione svolte fin qui mettono in risalto i pericoli ai quali espone un approccio con gli istituti giuridici - maggiormente se, come l’opposizione a decreto ingiuntivo, caratterizzati da numerosi e rilevanti profili di specificità - ispirato al desiderio di catalogarli accademicamente in maniera omogenea piuttosto che ad analizzarli in maniera concreta e sgombra da pregiudizi (basti considerare che la principale preoccupazione prospettata dalla dottrina critica nei confronti della tesi che individua una natura impugnatoria nell’opposizione a decreto ingiuntivo consiste nel fatto che, in questo caso, il giudizio si articolerebbe in quattro gradi invece che in tre).

E’ opportuno solo segnalare che si esprimono nel senso che il giudizio di opposizione avrebbe natura di giudizio impugnatorio del decreto ingiuntivo, fra le altre, Cass. Sez. III, 23 maggio 2003, n. 8165; Cass. Sez. II, 12 febbraio 2002, n. 2011; Cass. Sez. Unite, 18 luglio 2001, n. 9769; Cass. Sez. II, 18 febbraio 2000, n. 1828; Cass. Sez. II, 27 novembre 1999, n. 13281; Cass. Sez. II, 26 novembre 1999, n. 13204; Cass. Sez. III, 13 luglio 1999, n. 7418; Cass. Sez. II, 16 aprile 1999, n. 3800; Cass. Sez. III, 9 aprile 1999, n. 3475; Cass. Sez. III, 11 febbraio 1999, n. 1168; Cass. Sez. I, 16 gennaio 1999, n. 402; Cass. Sez. II, 9 settembre 1998, n. 8914; Cass. Sez. III, 9 febbraio 1998, n. 1319; Cass. Sez. I, 25 settembre 1997, n. 9418; Cass. Sez. I, 10 luglio 1996, n. 6300; Cass. Sez. II, 21 giugno 1996, n. 5737; Cass. Sez. I, 6 aprile 1996, n. 3241; Cass. Sez. III, 23 giugno 1995, n. 7129; Cass. Sez. II, 15 giugno 1995, n. 6788; Cass. Sez. III, 24 aprile 1995, n. 4612; Cass. Sez. lav., 19 giugno 1993, n. 6838; Cass. Sez. Unite, 8 ottobre 1992, n. 10985; Cass. Sez. Unite, 8 ottobre 1992, n. 10984.

Ed è evidente che la qualificazione dell’opposizione a decreto ingiuntivo come giudizio di natura impugnatoria confligge palesemente con la tesi che in esso attore - seppure «in senso sostanziale» - sarebbe l’opposto.

Negano natura impugnatoria al giudizio di opposizione: Cass. Sez. I, 22 aprile 2003, n. 6421; Cass. Sez. I, 5 luglio 2002, n. 9810; Cass. Sez. I, 22 febbraio 2002, n. 2573; Cass. Sez. lav., 6 febbraio 2002, n. 1585; Cass. Sez. I, 19 maggio 2000, n. 6528; Cass. Sez. I, 2 giugno 1999, n. 5342; Cass. Sez. lav., 28 gennaio 1995, n. 1052; Cass. Sez. II, 16 febbraio 1993, n. 1920. Ma quattro di queste otto sentenze riguardano solo il tema delle conseguenze della mancata produzione della copia notificata del decreto ingiuntivo opposto (la Corte, affermando la natura non impugnatoria del giudizio di opposizione, esclude che la mancata produzione della copia del decreto ingiuntivo opposto sia causa di improcedibilità dell’opposizione).

Ora, prescindendo da un approfondimento di questo tema, va osservato come tutti i problemi che la giurisprudenza della Corte Suprema ha inteso risolvere con la costruzione fin qui criticata scompaiono, sol che si consideri che oggetto principale e necessario del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo è la domanda dell’opponente il cui petitum è: “Voglia il giudice revocare il decreto ingiuntivo opposto”.

Alla quale il giudice risponderà revocando il decreto ingiuntivo o rigettando l’opposizione.

Come si è già detto, gli oneri probatori si distribuiranno fra le parti in relazione alla causa petendi sulla quale l’opponente fonderà il petitum testé detto.

Ricorrendo agli esempi già fatti sopra:

- se l’opponente dirà «il credito di controparte non esiste o ne manca la prova», dovrà essere l’opposto a dare quella prova;

- se l’opponente dirà «ho estinto il mio debito, pagando la somma dovuta», sarà, invece, lui a dover provare il pagamento.

Affermano moltissime sentenze della Corte Suprema che «l’oppo-sizione a decreto ingiuntivo dà luogo ad un ordinario giudizio di cognizione in cui il giudice non deve limitarsi a stabilire se l’ingiunzione fu emessa legittimamente in relazione alle condizioni previste dalla legge per l’emanazione del provvedimento monitorio, ma accertare il fondamento della pretesa fatta valere col ricorso per ingiunzione (pretesa che può essere dall’attore eventualmente ridotta nel giudizio di opposizione) e, ove il credito risulti fondato, deve accogliere la domanda indipendentemente dalla circostanza della regolarità, sufficienza e validità degli elementi probatori alla stregua dei quali l’ingiunzione fu emessa, rimanendo irrilevanti, ai fini di tale accertamento, eventuali vizi della procedura monitoria che non importino l’insussistenza del diritto fatto valere con tale procedura; l’eventuale mancanza delle condizioni che legittimano l’emanazione del provvedimento monitorio, come anche l’esistenza di eventuali vizi nella relativa procedura, può spiegare rilevanza soltanto sul regolamento delle spese della fase monitoria» (Cass. Sez. lav., 9 maggio 2002, n. 6663, e molte altre tutte conformi).

Questo dovrebbe servire a conferma della tesi secondo la quale oggetto principale del giudizio di opposizione non sarebbe la domanda dell’opponente di revoca del decreto ingiuntivo, ma quella proposta dall’opposto in sede monitoria.

Ma questa non è la conclusione necessaria del condivisibile ragionamento della Corte Suprema testé riportato, che dimostra, invece, soltanto e con evidenza che il giudizio di opposizione non è un giudizio rescindente, nel quale ci si possa limitare a dedurre profili di illegittimità formale del provvedimento contestato.

Anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, invece, come in tutti gli altri giudizi di merito, l’attore/opponente non potrà limitarsi a dedurre vizi di legittimità dell’atto controverso, ma dovrà contestare la concreta sussistenza del credito del quale con esso si ingiunge il pagamento.

Va osservato, infine, con riferimento all’odierna controversia, come, se si accetta quanto qui sostenuto in ordine al fatto che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo è un ordinario giudizio di cognizione la cui domanda principale è quella proposta dall’opponente tendente alla revoca del decreto ingiuntivo, si risolvono anche gli annosi problemi delle ulteriori domande proposte - come è accaduto nel caso in esame - dall’opponente e delle domande riconvenzionali proposte - come pure è accaduto in questo giudizio - dall’opposto.

Sono questi altri problemi causati dal dogma dell’«opposto/attore sostanziale».

Afferma, infatti, costantemente la Corte Suprema che «nell’ordi-nario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, ma non anche l’opposto, il quale, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione» (Cass. Sez. II, 29 novembre 2002, n. 16957, e molte altre tutte conformi).---------------------

E’ questo un esito sorprendente.

Se, infatti, si ritiene - per le ragioni fin qui esposte - che l’opposto è, a tutti gli effetti processuali, convenuto nel giudizio di opposizione, nessuna ragione vi è per impedirgli di proporre domande riconvenzionali.------------

Ma ciò varrebbe anche per l’ipotesi in cui si ritenesse - con la Corte Suprema - che l’opposto è «attore in senso sostanziale».

Per un verso, infatti, se l’opposto fosse attore solo «in senso sostanziale», egli sarebbe, allora, «in senso formale», convenuto. E potrebbe, quindi, proporre domande riconvenzionali.

Per altro verso, occorre chiedersi quali siano le ragioni per le quali, in un normale giudizio, l’attore non può proporre domande nuove, rispetto a quelle contenute nell’atto introduttivo del giudizio.

La risposta è che ciò non discende dalla «natura sostanziale» (?!) della sua posizione (di attore, appunto) , ma dalla necessità di assicurare che alla prima udienza il thema decidendum della causa sia interamente definito e ciò per esigenze di integrità del contraddittorio e pienezza di attuazione del diritto di difesa della controparte e di celerità nello svolgimento del processo (per integrare le difese con riferimento a eventuali domande nuove dell’attore, si dovrebbe assegnare al convenuto un nuovo termine per replicare a queste ultime).

La questione, cioè, ancora una volta, non discende da qualificazioni accademiche delle posizioni delle parti, ma dalla concreta dinamica del processo: l’attore non può proporre riconvenzionali, perché non vi è ragione che lo faccia, potendo - e, per le ragioni testé dette, dovendo - proporre subito tutte le domande che ritiene opportune.

Ancora una volta la tensione verso classificazioni formali impedisce di vedere la sostanza delle cose.

Ed è evidente come le esigenze appena indicate - come fondanti del divieto di domande nuove per l’attore - sono pienamente tutelate consentendo all’opposto di proporre le sue domande nel giudizio di opposizione, nel modo di cui all’art. 167, 2° comma, c.p.c..

Né le domande riconvenzionali hanno alcuna particolare caratteristica intrinseca che le renda diverse dalla principali e ciò che distingue le une dalle altre è solo che le riconvenzionali vengono così definite perché proposte nel giudizio dopo le principali (con le quali devono avere le ampie connessioni di cui all’art. 36 c.p.c.), nel modo previsto dal citato art. 167 c.p.c..

Ciò posto, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo l’oppo-nente propone la sua domanda di revoca del decreto ingiuntivo ed è assolutamente incontroverso e costantemente affermato dalla Corte Suprema che può aggiungere a questa domanda altre domande, in perfetta coerenza con l’art. 104 c.p.c..

L’opposto si costituisce e non si comprende perché non potrebbe a sua volta - quand’anche, per ipotesi, fosse «attore in senso sostanziale» e «convenuto [solo] in senso formale» - proporre anch’egli altre domande (in presenza ovviamente dei citati presupposti di cui all’art. 36 c.p.c.).

Consentendogli di farlo, non vengono violate le esigenze di celerità del processo, perché alla prima udienza l’intero thema decidendum è già compiutamente definito, né quelle di pienezza del contraddittorio fra le parti, perché alla stessa prima udienza l’opponente è in grado di difendersi pienamente con riferimento all’intero thema decidendum del processo.

Peraltro, va sottolineato come il fatto che non vi sono impedimenti oggettivi a che l’opposto proponga domande riconvenzionali nel giudizio di opposizione emerga dalla stessa giurisprudenza della Corte Suprema che qui si sta esaminando.

Afferma, infatti, costantemente la Corte che «nell’ordinario giudizio di cognizione, che si instaura a seguito della opposizione a decreto ingiuntivo, in via generale solo l’opponente, nella sua sostanziale posizione di convenuto, può proporre domande riconvenzionali, ma non anche l’opposto, che, rivestendo la posizione sostanziale di attore, non può proporre domande diverse da quelle fatte valere con l’ingiunzione; tale principio, peraltro, è derogabile allorquando, per effetto di una riconvenzionale proposta dall’opponente, la parte opposta venga a trovarsi in una posizione processuale di convenuto, al quale non può essere negato il diritto di difesa rispetto alla nuova o più ampia pretesa della controparte, il cui ingresso nel medesimo processo sia stato consentito dal giudice. (Nella specie, l’opponente, cui era stato ingiunto il pagamento di una fornitura di merce, si era opposto facendo valere un controcredito, ma nel giudizio di opposizione il creditore opposto aveva fatto valere un più complesso rapporto tra le parti, dimostrando l’esistenza di un residuo credito superiore a quello azionato in via monitoria)» (Cass. Sez. III, 20 novembre 2002, n. 16331, e molte altre tutte conformi).

Ma se è vero - e certamente lo è - che, come afferma la Corte Suprema, «il creditore opposto può fare valere un più complesso rapporto tra le parti, dimostrando l’esistenza di un residuo credito superiore a quello azionato in via monitoria» quando l’opponente sostenga l’esistenza di un suo controcredito, perché ciò non dovrebbe poter fare anche quando l’opponente si limiti a contestare il primo credito chiedendo la revoca del decreto ingiuntivo opposto? Tanto più se è vero, come è vero, che, come afferma la Corte Suprema, «l’opposizione avverso il decreto ingiuntivo (...) introduce un ordinario giudizio di cognizione diretto ad accertare la fondatezza della pretesa fatta valere dall’ingiungente opposto (...) e delle eccezioni e delle difese fatte valere dall’opponente (...)» (Cass. Sez. I, 19 maggio 2000, n. 6528, più volte citata).

Perché il creditore opposto non dovrebbe poter chiedere, per esempio, nel giudizio di opposizione, gli interessi e/o la rivalutazione delle somme oggetto di decreto ingiuntivo che, in ipotesi, il giudice della procedura monitoria abbia omesso - per errore o per qualsiasi altra ragione - di riconoscergli?

E perché, ancora, con altro esempio, se l’opponente contesta la validità del contratto sul quale l’opposto ha fondato il suo ricorso per decreto ingiuntivo, l’opposto medesimo non dovrebbe poter chiedere al giudice dell’opposizione che, qualora riconosca effettivamente nullo il contratto contestato dall’opponente, revochi sì il decreto ingiuntivo, ma condanni l’opponente medesimo al pagamento di quanto dovuto per arricchimento senza causa (con ciò proponendo una domanda nuova e diversa rispetto a quella del ricorso monitorio)?

E queste domande dell’opposto, se saranno ammissibili, non dovranno necessariamente qualificarsi come “riconvenzionali” nel giudizio di opposizione, perché proposte nei modi di cui all’art. 167, 2° comma, c.p.c.?

A fronte di tutte queste considerazioni, appare difficile difendere la tesi della Corte Suprema, secondo la quale l’opposto si comporta processualmente come convenuto e a lui si applicano le norme del codice di rito che riguardano, appunto, il convenuto, ma egli non potrebbe proporre domande riconvenzionali perché, anche se appare convenuto e tale formalmente è, nella sostanza è, invece, attore e gli attori, anche quando partecipano al processo come convenuti, non propongono domande riconvenzionali! Come se «attore» non fosse solo un modo di partecipare a un giudizio, un ruolo processuale, ma una qualità «sostanziale», intrinseca, immanente, di un soggetto giuridico.

In definitiva, insomma, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo “attore” è a tutti gli effetti l’opponente e “convenuto” è a tutti gli effetti l’opposto.

Le tesi fin qui sostenute trovano conforto nelle statuizioni di Cass. Sezioni Unite, 18 maggio 1994, n. 4837, per la quale «nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo spettano all’opposto tutti i poteri che il codice di rito ricollega alla posizione processuale di convenuto, compreso quello di proporre domanda riconvenzionale, a fondamento della quale può essere anche dedotto un titolo non dipendente da quello posto a fondamento della ingiunzione o delle relative eccezioni, quando non si determini in tal modo spostamento di competenza e sia pur sempre ravvisabile un collegamento obiettivo tra domanda principale e domanda riconvenzionale, tale da rendere opportuno secondo il prudente apprezzamento del giudice del merito, non sindacabile in sede di legittimità, la celebrazione del simultaneus processus» (purtroppo la motivazione di quella sentenza non si fa carico di indicare in fondamento dato dalla Corte alle affermazioni testé riportate).

5 _________

Stabilita l’ammissibilità delle domande - ulteriori e diverse rispetto a quella di revoca del decreto ingiuntivo - reciprocamente proposte da entrambe le parti, va detto che esse vanno rigettate, non essendone stato provato il fondamento nel merito.

In particolare, nessuna neppur minima prova il Condominio convenuto ha offerto della sussistenza di danni nell’immobile per £ 3.000.000 né di una responsabilità del R. nella causazione di quei danni, così come nessuna prova è stata offerta delle condizioni nelle quali l’appartamento si trovava all’inizio del rapporto di locazione e alla fine dello stesso.

6 _________

Il procuratore dell’attore ha chiesto - con l’atto di citazione - ammettersi una prova testimoniale del seguente testuale oggetto:

1. «Vero o no che nell’ottobre 1998 si è verificato un allagamento dei locali posti al piano seminterrato di via Gioieni 42 Catania condotti in locazione dal sig. R.?»;

2. «Vero o no che l’Amministratore del Condominio ha omesso la pulizia straordinaria e il ripristino dell’immobile locato?»;

3. «Vero o no che a far data dall’allagamento i locali posti al piano seminterrato del condominio di via A. Gioieni n. 42 non sono stati più usati dal sig. R. Sebastiano per l’utilizzo convenuto?».

Ha prodotto, inoltre, copia di un accertamento tecnico preventivo delle condizioni dell’immobile oggetto del contendere a una certa data e copia di alcune fatture relative all’acquisto di alcuni beni materiali.

Va, però, osservato, per un verso, che gli inconvenienti causati dall’allagamento dell’appartamento e descritti nella relazione di accertamento tecnico preventivo avrebbero potuto essere agevolmente eliminati con una pulizia dell’immobile, salvo l’eventuale rimborso delle spese necessarie, da porsi a carico di coloro che fossero risultati responsabili dell’allagamento medesimo.

E, per altro verso, che, come affermato dal procuratore del Condominio convenuto, deve ritenersi che, nonostante gli inconvenienti documentati dalla relazione di accertamento tecnico preventivo in atti e le circostanze oggetto della prova testimoniale (ipotizzando che, ove ammessa, essa avesse dato esito favorevole all’attore), il R. abbia ritenuto comunque l’immobile controverso idoneo all’uso al quale lo aveva destinato e utile per se la sua disponibilità.

Ciò emerge pacificamente dalle seguenti circostanze:

1. il R., convenuto per convalida di uno sfratto per morosità, comparendo personalmente dinanzi al giudice del procedimento, all’udienza del 6.7.1999 (dunque, molti mesi dopo l’incidente alla fognatura), ha dichiarato testualmente di essere «disponibile a sanare la morosità» e ha chiesto la concessione del c.d. termine di grazia, nulla eccependo in ordine alla asserita inutilizzabilità dell’immobile;

2. il R., rimasto inadempiente e subìto lo sfratto, non ha lasciato l’immobile neppure in ottemperanza all’ordinanza di convalida;

3. il R., con raccomandata del 3.4.2000, ha comunicato al Condominio che avrebbe lasciato l’immobile entro il mese di aprile del 2000;

4. il R., nonostante tale comunicazione, ha continuato a mantenere la disponibilità dell’immobile e non ha adempiuto l’impegno preso di restituirlo;

5. l’immobile è tornato nella disponibilità del Condominio solo il 7.8.2000, e solo a seguito di esecuzione coattiva dello sfratto a mezzo dell’ufficiale giudiziario.

Dunque, deve dirsi evidente che l’odierno attore ha mantenuto la disponibilità dell’immobile oggetto del contendere per quasi due anni successivi all’episodio dell’ottobre 1998 e lo ha fatto per propria scelta e anche in violazione del provvedimento giudiziale di convalida dello sfratto.

7 _________

Nessuna prova è stata offerta né del fatto che dei beni materiali presenti nell’immobile locato abbiano subito danni né dell’ammontare di tali eventuali danni.

8 _________

Ai sensi dell’art. 91 c.p.c., in considerazione del fatto che l’attore risulta soccombente con riferimento alle domande di revoca del decreto ingiuntivo opposto e di condanna del Condominio al pagamento di somme dovute per restituzione di canoni di locazione e risarcimento danni, mentre il Condominio convenuto risulta soccombente con riferimento alla sola domanda di condanna del R. al risarcimento degli asseriti danni, le spese del giudizio vanno poste per due terzi a carico del R. e vanno compensate per un terzo.

Il procuratore del Condominio convenuto ha omesso di produrre la prescritta nota.

In mancanza di essa, tenendo conto della natura e del valore della controversia e dell’attività difensiva effettivamente svolta, vanno liquidate - nell’intero - in complessivi € 2.070,00, di cui € 150,00 per spese vive, € 520,00 per diritti di procuratore ed € 1.400,00 per onorario di avvocato, oltre I.V.A. e C.P.A. come per legge.

P. Q. M.

Il giudice dichiara inammissibile l’opposizione proposta da R. Sebastiano avverso il decreto ingiuntivo n. 1894/00 R.G. e n. 52/01 D.I., concesso da questo Tribunale il 18.1.2001, in danno del R. e in favore del Condominio di Catania, via XXXXXXX.

Rigetta tutte le altre domande proposte da entrambe le parti.

Condanna R. Sebastiano al rimborso, in favore del Condominio convenuto, dei due terzi delle spese del giudizio, corrispondenti (i due terzi) a € 1.380,00 (milletrecentoottanta/00), oltre I.V.A. e C.P.A., come per legge.

Compensa fra le parti, per il restante terzo, le spese del giudizio.

Deciso in Catania, il 29 novembre 2004.

Il Giudice




Depositata in Cancelleria l’1 dicembre 2004.

Il Direttore di Cancelleria


Avv. Gaetano Urzi

esperto in diritto civile, diritto del lavoro, diritto fallimentare, contrattualistica e sinistri stradali.


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