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Prostituzione
AltalexPedia, voce agg. al 21.10.2013 (Simone Marani)

Con il termine prostituzione si indica l'attività di chi offre prestazioni sessuali, dietro pagamento di un corrispettivo in denaro o di altro compenso.


Categoria: Diritto Penale

Prostituzione

di Simone Marani

1. Nozione e caratteri generali

2. Circostanze aggravanti speciali

3. Esercizio di casa di prostituzione

4. Locazione di immobile a scopo di esercizio di casa di prostituzione

5. Tolleranza abituale della prostituzione

6. Reclutamento e agevolazione ai fini di reclutamento

7. Induzione alla prostituzione e lenocidio

8. Tratta di persone a fine di prostituzione

9. Attività in associazioni ed organizzazioni nazionali ed estere dedite al reclutamento

10. Favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione

11. Adescamento ed invito al libertinaggio

Bibliografia

1. Nozione e caratteri generali

Prostituzione, dal punto di vista etimologico, significa “porre davanti” (da prostituere), ovvero porre in vendita. Da ciò possiamo facilmente individuare il fenomeno sotto due aspetti differenti, anche se intimamente connessi tra di loro.

Da un primo angolo di visuale la prostituzione viene considerata come qualsiasi tipologia di prestazione sessuale, da chiunque eseguita, dietro corresponsione di un prezzo. Da un diverso punto di vista, viene posto l’accento sulla condizione di sottomissione, in cui viene a trovarsi il soggetto dedito alla prostituzione, altamente lesiva della dignità umana.

I concetti di sessualità, di persona, nonché di corrispettivo vengono ad assumere la caratteristica di elementi essenziali, ovvero costitutivi, della fattispecie in commento.

L’intervento riformatore del legislatore, a seguito all’entrata in vigore della L. 20 febbraio 1958, n. 75 (c.d. legge Merlin), recante il titolo “Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione”, che prese il nome dalla senatrice che si era impegnata per la sua approvazione sin dall’inizio della legislatura, comportò una innovazione radicale per la materia.

L’obiettivo principale, sul quale si focalizzò l’attenzione del legislatore, fu quello di adottare una regolamentazione più completa possibile del fenomeno “prostituzione”, attraverso la chiusura definitiva di tutti i locali nei quali si effettuava l’attività di meretricio e la perdita di validità di tutte le licenze attraverso le quali fosse possibile addivenire all’esercizio dei locali stessi.

Anche di recente, la giurisprudenza di legittimità ha inteso accogliere una nozione lata di prostituzione, comprensiva non solo di quell’attività che, sebbene caratterizzata dalla corresponsione di un certo quantitativo di denaro, presupponga un vero e proprio contatto fisico tra gli individui, bensì qualsiasi atto a contenuto sessuale che venga posto in essere dietro pagamento di un corrispettivo. E’ chiaro l’intento dei giudici di arginare, il più possibile, tale fenomeno, come emerge chiaramente dalla sentenza che riportiamo di seguito.

L’elemento caratterizzante l’atto di prostituzione non è necessariamente costituito dal contatto fisico tra i soggetti della prostituzione, bensì dal fatto che un qualsiasi atto sessuale venga compiuto dietro pagamento di un corrispettivo e risulti finalizzato, in via diretta ed immediata, a soddisfare la libidine di colui che ha chiesto o che è destinatario della prestazione. (Cass. Pen., sez. III, sentenza 8 giugno 2004, n. 25464)

Non a caso si è ritenuto che le prestazioni sessuali eseguite in videoconferenza, via web-chat, in modo da consentire al fruitore delle stesse di interagire in via diretta ed immediata con chi esegue la prestazione, con possibilità di richiedere il compimento di atti sessuali, assume il valore di prostituzione e rende configurabile il reato di sfruttamento della prostituzione nei confronti di coloro che abbiano reclutato gli esecutori delle prestazioni o che abbiano reso possibile i collegamenti via internet, atteso che l’attività di prostituzione può, appunto, consistere anche nel compimento di atti sessuali di qualsiasi natura eseguiti su se stessi, in presenza di colui che, pagando un compenso, ha richiesto una determinata prestazione al fine di soddisfare la propria libido, senza che avvenga alcun contatto fisico tra le parti (Cass. Pen., sez. III, sentenza 3 maggio 2006, n. 15158).

In merito al bene giuridico tutelato, secondo una prima impostazione, questo doveva rinvenirsi nel buon costume e nella pubblica moralità di cui è titolare lo Stato (così Cass. Pen., sez. III, sentenza 10 maggio 2002, n. 17717). Sennonché altro orientamento afferma come l’interesse tutelato non sia da rinvenire nella salute pubblica, ma nella libertà di determinazione della donna nel compimento di atti sessuali, garantita attraverso il perseguimento dei terzi che da tale attività intendano ricavare un vantaggio economico, atteso che non costituisce reato il compimento di atti sessuali al di fuori di ogni attività di sfruttamento o agevolazione, anche se posti in essere con fini di lucro personale (Cass. Pen., sez. III, sentenza 2 settembre 2004, n. 35776).

2. Circostanze aggravanti speciali

La disciplina delle circostanze aggravanti, in materia di prostituzione, è contenuta nell’art. 4 della L. 20 febbraio 1958, n. 75.

Tale normativa prevede un aumento piuttosto elevato della pena (fino al doppio) nel caso in cui una delle fattispecie di cui all’art. 3 si accompagni ad uno dei fatti che ora vedremo. Si tratta di elementi accessori in grado di aumentare l’importanza illecita della fattispecie principale, senza tuttavia modificarne il contenuto fondamentale.

Si prevede il raddoppio della pena prevista per il reato-base se il fatto è commesso con violenza, minaccia o inganno. In dottrina è stato posto l’accento sulla radicale forza innovatrice che presenta la circostanza in commento rispetto alla disciplina presente nel codice del 1930, il quale prevedeva il ricorso alla violenza o alla minaccia solo per il delitto di lenocinio in senso stretto, alla tratta, al delitto commesso nei confronti di persona minore o di sesso femminile, creando apposite figure criminose, previste dagli artt. 533 – 536 c.p.

Oggi, invece, l’impiego di violenza, di minaccia o di inganno è previsto come elemento aggravatore della sanzione per tutte, indistintamente, le fattispecie criminose contemplate dall’art. 3 della medesima legge.

Per quanto attiene al concetto di violenza, minaccia o inganno, si deve fare riferimento a ciò che, comunemente, sono i significati che vengono adottati dal nostro ordinamento e che abbiamo avuto modo di evidenziare in precedenza.

Per ora basti ricordare che per violenza si deve ritenere l’impiego di una forza di notevole entità, tale da non permettere alcuna possibilità di resistenza in capo alla vittima, e come tale idonea a determinarne il comportamento; per minaccia si deve intendere la prospettazione di un male ingiusto, notevole e futuro, la cui verificazione dipende esclusivamente dalla volontà del soggetto agente; per inganno dobbiamo intendere la condotta idonea a carpire la volontà della vittima attraverso la menzogna, il comportamento fraudolento, l’occultamento di circostanze che, se rese note alla vittima, non avrebbero portato la medesima all’esercizio della prostituzione.

Ai sensi del n. 2, art. 4, della Legge Merlin, la pena è raddoppiata se il fatto è commesso ai danni di persona minore degli anni ventuno o di persona in stato di infermità o minorazione psichica, naturale o provocata.

Il problema principale posto dalla circostanza in commento è quella attinente ad un suo coordinamento con la normativa introdotta dalla L. 8 marzo 1975, n. 39, la quale ha abbassato il limite per la maggiore età da ventuno a diciotto anni. Ci si è, di conseguenza, interrogati sull’opportunità di applicare la fattispecie circostanziata nel caso di fatto commesso ai danni di persona minore di diciotto anni, oppure se mantenere la formulazione originaria.

Senza considerare che la norma non distingue nemmeno il caso in cui la vittima sia minore di quattordici anni, con la conseguenza che il fatto commesso ai danni di tale vittima sarà punito con la medesima pena edittale prevista per il fatto commesso ai danni di persona quasi ventenne, salva la discrezionalità, in capo al giudice, nella valutazione della maggiore gravità del reato in relazione all’art. 133 c.p. (PROTETTI' e SODANO).

In giurisprudenza è prevalsa in maniera decisamente maggioritaria l’opinione diretta al mantenimento del limite dei ventuno anni, facendo riferimento al carattere autonomo del diritto penale rispetto alle altre branche dell’ordinamento (Cass. pen., sez. III, sentenza 15 marzo 1991, n. 3148).

In contrario, altra parte degli studiosi ha preferito sposare la tesi dei diciotto anni, in quanto tale abbassamento ha permesso di comprendere l’eterogeneità della normativa in commento, riferendola, da un lato, alla capacità giuridica, dall’altro alla tutela penale.

Si è detto che il riferimento agli anni ventuno non è in relazione alla maggiore età, bensì ad un’età alla quale il Legislatore ha ritenuto che la volontà della vittima sia maggiormente malleabile.

Anche la Corte Costituzionale ha avuto modo di dichiarare l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale posta in relazione all’art. 3 Cost., per avere il Legislatore previsto il limite dei ventuno anni quale soglia di minore età (Corte Cost., sentenza 29 dicembre 1982, n. 252).

La pena risulta raddoppiata se il fatto è commesso da un ascendente, affine, marito, fratello o sorella, padre o madre, anche adottivi, nonché tutore della vittima. Per comune opinione, l’elencazione contenuta all’interno dell’aggravante deve ritenersi tassativa, con conseguente esclusione di tutti quei rapporti familiari non espressamente contemplati da essa (basti pensare ai prossimi congiunti).

Come si può notare già a prima vista, il Legislatore non ha inteso ricomprendere nel novero dei soggetti attivi la moglie della vittima, circoscrivendo la punibilità unicamente in capo al marito. Ciò probabilmente è dovuto alla convinzione che la prostituzione maschile sia un fenomeno capace di arrecare un minore allarme sociale rispetto a quello che vede quali protagoniste le donne.

Si deve ritenere che nel novero degli ascendenti non debbano essere considerati solo i genitori (compresi gli affilianti) ma qualsiasi avo in linea retta, senza alcuna distinzione tra ascendenti legittimi o naturali.

Per quanto attiene alla figura del tutore non viene effettuata alcuna distinzione tra tutore provvisorio o temporaneo, tutore di persona minore di età o di infermo di mente, mentre si ritiene escluso dall’ambito di applicazione della norma il curatore, sia del minore emancipato, sia dell’inabilitato.

In base del n. 4, art. 4 della legge in esame, la pena è raddoppiata se il fatto è commesso da persona alla quale la vittima sia stata affidata per ragioni di cura, educazione, istruzione, vigilanza o custodia. Ancora una volta, ci troviamo innanzi ad un’aggravante soggettiva la quale prende in considerazione, come la precedente, il particolare rapporto che lega vittima e carnefice.

Si tratta di un’aggravante già contemplata nel codice penale all’art. 531, terzo comma. In questa sede ci preme solo sottolineare come essa si fondi su un vero e proprio rapporto fiduciario tra i soggetti del reato, condotta capace di ricomprendere al suo interno, anche se non espresso dalla norma, l’elemento dell’abuso, sia sotto la veste di abuso di autorità, sia sotto quella differente di abuso di relazioni domestiche.

La pena è altresì raddoppiata se il fatto è commesso ai danni di persone aventi rapporti di servizio domestico o di impiego. Le particolari condizioni di dipendenza o di subordinazione che caratterizzano il rapporto fiduciario tra il soggetto attivo e quello passivo giustificano pienamente l’aggravante in commento.

Si tratta di un’aggravante avente un ambito di applicazione più ristretto rispetto a quanto disciplinato dall’art. 531 c.p., in quanto non si fa più menzione al “rapporto di servizio o di lavoro”, bensì al “rapporto di servizio domestico o di impiego”. Conseguentemente, essa troverà applicazione solo al rapporto di servizio o di impiego privato, posto che nel caso di fatto commesso da un pubblico ufficiale si applicherà la circostanza di cui al n. 6.

La pena è raddoppiata se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni. Si tratta di circostanza soggettiva che trova applicazione anche nel caso in cui il rapporto con la vittima sia solo occasionale.

Per aversi applicazione dell’aggravante in commento non è nemmeno necessario che il funzionario pubblico abbia abusato dei poteri o abbia violato i doveri inerenti al pubblico ufficio, con la conseguenza di dover considerare tale circostanza come del tutto nuova, e quindi autonoma, rispetto a quella disciplinata dal n. 9, art. 61 c.p., ove si richiedono espressamente gli estremi dell’abuso o della violazione di cui sopra.

Commette il reato di sfruttamento ed esercizio della prostituzione, aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale, e non il reato di omessa denuncia ex art. 361 c.p., l’agente della polizia di Stato che eserciti il meretricio in una casa di prostituzione, poiché la qualifica di agente di polizia giudiziaria la gravava di una particolare posizione di garanzia avente come contenuto l’obbligo giuridico di evitare l’agire illecito di terzi. L’aver concorso mediante omissione nel reato materialmente commesso da altri (i gestori dell’abitazione nella quale essa stessa esercitava la prostituzione) comporta responsabilità ai sensi dell’art. 40 cpv. c.p. nel reato da questi commesso (Cass. Pen., sez. III, sentenza 27 marzo 1996, n. 3100).

In base al n. 7, art. 4, la pena è raddoppiata se il fatto è commesso in danno di più persone.

Nella sua formulazione originaria, l’art. 535 c.p., prevedeva l’aumento di pena nel caso di reato commesso ai danni di più persone, però solo limitatamente al delitto di tratta di donne e minori. La riforma ha esteso l’applicabilità di tale circostanza anche ai casi in cui sussista tale compatibilità (PAVONCELLO – SABATINI).

Degno di considerazione l’intervento del Legislatore in merito all’aggravante in commento, estesa a tutte le fattispecie di cui all’art. 3 e non solamente, come in passato, alla sola ipotesi delittuosa di tratta di donna e di minori.

Si tratta di una circostanza che non presenta particolari problematiche, la quale risulta applicabile sia nel caso in cui il fatto venga commesso in danno di due o più prostitute contemporaneamente, sia nel caso in cui il fatto venga realizzato a discapito prima di una prostituta, ed in seguito a danno di una seconda, ovvero successivamente. Si prescinde, quindi, dall’elemento cronologico della simultaneità.

Bibliografia

· ANTOLISEI, Manuale di diritto penale, Parte speciale, I, Milano, 2002;

· CALVI, Sfruttamento della prostituzione, Padova, 1970;

· LA CUTE, voce Prostituzione (dir. vig.), in Enc. Dir., XXXVII, Milano, 1988;

· MARANI – FRANCESCHETTI, I reati in materia sessuale, Milano, 2006;

· MEREU, voce Prostituzione (storia), in Enc. Dir., XXXVII, Milano, 1988;

· PAVONCELLO – SABATINI, voce Prostituzione, in Enc. Giur. Treccani, XXV, Roma, 1991;

· PIOLETTI, Prostituzione, in Dig. disc. pen., Vol. X, Torino, 1995;

· POTETTI, La casa di prostituzione e l’esercizio in comune del meretricio, in Cass. Pen., Milano, 2001;

· SANTORO, Prostituzione (diritto vigente), in Nuoviss. dig. it., Torino, 1957.








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